Ancora più vergognosa fu la rotta toccata all’Urban sotto Como, e
davvero se era quegli il più famoso capo di partigiani che l’Austria
possedeva a que’ giorni, si può dire che il nostro non ne sarebbe
stato vinto mai. All’annunzio della vittoria di Varese l’agitazione
patriottica, che ancora non poteva dirsi insurrezione, delle
popolazioni circonvicine, s’era rinfocolata ed estesa, e i patriotti
di Como avevano immediatamente inviati oratori segreti a Garibaldi
per dirgli che la loro città lo aspettava fremendo; che molte pievi
del Lario s’eran già sollevate, ed alcune centinaia di giovani armati
avevano già occupati i vapori del lago, volontariamente passati alla
causa nazionale. E Garibaldi non penò molto a promettere che sarebbe
marciato alla volta di Como, non però col proposito d’impadronirsene
tosto, ma di occupare in faccia ad esso una buona posizione che gli
permettesse di dar la mano agl’insorti del lago e di riassalire di
conserva con loro l’Austriaco.
Date pertanto le sue disposizioni per la cura dei feriti, per la
provvigione dei viveri, per la sicurezza di Varese, all’alba del 27
col primo Reggimento in testa s’incamminò con tutta la brigata per la
via postale, più volte nominata, che per Olgiate e Cavallasca mette a
Como. Il generale Urban a sua volta, rinforzato da due nuove brigate
(Augustin e Schaffgotsche), onde la sua colonna venne a sommare a
circa diecimila uomini,[196] aveva preso una posizione difensiva fra
la strada medesima e l’altra più settentrionale che da Cavallasca
per San Fermo piomba su Como; e colla sinistra dietro il Lura tra
Brebbio e Brecchia, il centro a San Fermo, la destra al Prato di Parè
sul lago, si preparò a sostenere l’assalto. Se non che, male esperto
delle abitudini di Garibaldi, egli se l’aspettava principalmente nel
piano, alla sua sinistra; quindi rinforzato questo punto, indeboliti
malaccortamente tutti gli altri. Garibaldi invece aveva l’occhio
fisso ai monti; sicchè giunto ad Olgiate arresta la colonna, mette
in posizione tutto il primo Reggimento in aspetto di chi prepari un
assalto da quella banda, ristà e tiene a bada il nemico per alcune
ore, e allo scoccar del mezzogiorno, sempre coperto dal reggimento
Cosenz, volta repentino a sinistra per le erte viottole che salgono
a Geronico al Piano ed a Parè, e giunge a Cavallasca in faccia a San
Fermo. E quivi spiate attentamente dal campanile di Cavallasca le
posizioni nemiche, il generale Garibaldi ideò prontamente il suo piano
e ne ordinò con pari celerità l’esecuzione. Toccò la prima prova al
colonnello Medici ed al suo reggimento; la terza compagnia del De
Cristoforis sostenuta da un’altra attacchi di fronte la chiesa di San
Fermo; la quarta compagnia del Susini-Millelire l’attacchi di costa
per la sinistra; quella del Vacchieri fiancheggi per la destra; altre
compagnie condotte dal Gorini e dal Medici in persona calino sulla
strada San Fermo-Rondinello e minaccino la ritirata nemica.
Il primo cozzo fu tremendo; i Cacciatori austriaci armati delle loro
eccellenti carabine, appiattati intorno al parapetto del piazzale della
chiesa, che s’innalza sopra un poggio a guisa di bastione, e dietro
le finestre di due case circostanti, balestrano con un fuoco micidiale
di fronte e di fianco i primi assalitori; la compagnia De Cristoforis,
che forse s’era mossa troppo presto all’assalto,[197] riga del sangue
de’ suoi migliori la via infuocata; cade, colpito al cuore, il tenente
Pedotti; cade, lacerate le viscere, il capitano De Cristoforis; cade,
fracassata una spalla, il tenente Guerzoni; la compagnia decimata
balena, s’arresta un istante, ma non indietreggia: intanto l’assalto
ai due fianchi si spiega e incalza; un battaglione austriaco si
lancia alla corsa da Rondinello, ma incontra sui suoi passi il Medici
in persona che lo arresta, lo carica, lo rovescia; altre compagnie
subentrano a rinfrescare l’assalto, e il nemico ormai circuito, diviso,
sgominato, va in fuga precipitosa verso Camerlata e Como.