Intanto però la nuova del suo sbarco era volata; egli stesso, con un
fiero proclama, scritto di sua mano, ma diresti inciso colla sua spada,
l’aveva annunziato,[188] e non v’era umile terra de’ dintorni che vi
restasse insensibile. Da Laveno, Gallarate, Besozzo, Ispra, Varese,
quali spontanei, quali inviati da’ lor Comuni e da’ lor Comitati
patriottici, accorrevano festanti, imbandierati, tricolorati, i più
fervidi patriotti de’ luoghi, impazienti di accertarsi del fatto,
di mirar da vicino il famoso, di invocare una parola d’ordine, di
offrirgli l’opera loro per la lotta imminente. E a tutti l’eroe, con
quella voce, que’ gesti, quei sorrisi che direste un’arte sopraffina,
se non fossero natura, distribuiva parole d’incitamento e di conforto.
All’Inviato di Varese principalmente, che a nome del suo generoso
Podestà gli chiedeva istruzioni pel contegno da tenersi,[189]
rispondeva di suo pugno: «Qualunque cosa facciate contro il nemico
comune in pro della santa causa italiana, sarà da me approvata e vi
sosterrò validamente.» Parole che nella loro apparente indeterminatezza
servivano, per quell’ora, meglio di qualsivoglia istruzione,
e denotavano come a quell’uomo fosse famigliare la legge delle
rivoluzioni, le quali per riuscire non vogliono mai essere intimate a
un’ora fissa e dietro un disegno prestabilito, ma lasciate alla loro
spontaneità, ai loro impeti, alle loro forze, e come direste della
poesia, alla loro ispirazione.
E ciò fatto, s’apparecchiò alla partenza. La marcia da Sesto-Calende
a Varese non poteva essere attraversata di fronte; bensì essere
pericolosamente molestata alla coda ed al fianco o dal presidio di
Laveno, se pensava ad una sortita, o da quel qualsiasi corpo che
fosse già avviato da Milano su Gallarate e che poteva da un istante
all’altro comparire. Oltre di che, prima di inoltrarsi nel paese
importava afferrare sul Lago Maggiore un punto di sostegno qual si
fosse, e impadronirsi di uno almeno de’ tre piroscafi che il nemico vi
teneva. Guidato pertanto da questi varii concetti, il Generale ordinò
il suo movimento così: il Bixio con un battaglione del terzo Reggimento
marci per la strada lacuale di Sesto-Calende; toccato Angera, stacchi
una compagnia che tenti predarvi il _Ticino_, ivi ancorato: giunto ad
Ispra, sosti e si informi esattamente del presidio di Laveno e di tutte
le altre forze austriache del lago; ciò fatto, converga su Brebbia e
si spinga fino a Sant’Andrea, borgo che cavalca la via Laveno-Varese,
e vi s’accampi gagliardamente. A Sesto poi resti la compagnia del
capitano De Cristoforis; coll’istruzione di sorvegliare il passo del
Ticino, d’acchiappare, se gli si porgesse il destro, qualcuno dei
vapori nemici, e soprattutto di guardare la strada Sesto-Gallarate,
attirandovi e trattenendovi il nemico; ma battendo in ritirata su
Varese, se assalito da forze superiori.
Con queste cautele e questi accorgimenti, di cui ogni occhio appena
militare scorgerà la saviezza,[190] Garibaldi conseguiva, o almeno vi
mirava, tutti i molteplici scopi ai quali gli conveniva tener fissa
la mira: guardarsi alle spalle e ai fianchi, sviare il nemico da’ suoi
passi, e forse, se il colpo sul _Ticino_ riusciva, aprirsi il transito
del Lago Maggiore e principiare a possedere una flottiglia.
Tutto ciò esattamente prestabilito, spinta un’altra pattuglia a
Gallarate, così per esplorare il terreno, come per mascherare una
volta di più la sua mossa; verso le 5 di sera stacca la marcia, e per
le vie traverse di Corgegno, Varano, Bodio, Capolago, camminando entro
una tenebra fitta, egli attento a tutti i bivii e sollecito a tutti
i rumori, la truppa stanca, ma elettrizzata dal contatto di quella
terra tanto agognata, s’accosta a Varese, dove in sul far delle 11,
incontrato da musiche e da fiaccole, accolto da una calca di popolo in
delirio, entra in trionfo.
Chi vide Varese in quella notte non lo dimenticherà più. Di tutte le
terre di quell’angolo di Lombardia, Varese fu, in ogni tempo, delle
più patriottiche, e il pensiero d’essere la prima nel 1859 a sventolar
nuovamente quella bandiera, che era stata l’ultima a ripiegare nel
1848, infiammava la sua fede e il suo entusiasmo. Già vedemmo come
i Varesini fossero dei primi a muovere incontro allo sbarcato di
Sesto-Calende; ma ora, udito il suo fiero appello, rompono gl’indugi,
abbattono gli stemmi stranieri, sostengono i gendarmi e i magistrati
sospetti, diseppelliscono dai nascondigli i vecchi tricolori, gridano
il governo liberatore di Vittorio Emanuele, s’apprestano a dare al suo
Capitano non solo feste ed omaggi, ma braccia e soldati. E non bastò.
Sentito in sulla sera del 23 che una colonna austriaca mossa da Como
era pervenuta ad Olgiate, e dubitando d’una sorpresa notturna, Varese
non si smarrisce, non nasconde, giusta il costume degli eroi ormai
famigerati della sesta giornata, le bandiere e le coccarde; ma arma
tutti i pochi giovani che le restano in paese colle armi già acquistate
nella vicina Svizzera, asserraglia le sue vie, dirama pattuglie ed
avamposti e s’appresta a resistere al nemico, onde arrestarne, almeno
per quella notte, la marcia. Così Garibaldi entrava in città totalmente
italiana e deliberatamente sollevata.