XII.

Intanto però la nuova del suo sbarco era volata; egli stesso, con un

fiero proclama, scritto di sua mano, ma diresti inciso colla sua spada,

l’aveva annunziato,[188] e non v’era umile terra de’ dintorni che vi

restasse insensibile. Da Laveno, Gallarate, Besozzo, Ispra, Varese,

quali spontanei, quali inviati da’ lor Comuni e da’ lor Comitati

patriottici, accorrevano festanti, imbandierati, tricolorati, i più

fervidi patriotti de’ luoghi, impazienti di accertarsi del fatto,

di mirar da vicino il famoso, di invocare una parola d’ordine, di

offrirgli l’opera loro per la lotta imminente. E a tutti l’eroe, con

quella voce, que’ gesti, quei sorrisi che direste un’arte sopraffina,

se non fossero natura, distribuiva parole d’incitamento e di conforto.

All’Inviato di Varese principalmente, che a nome del suo generoso

Podestà gli chiedeva istruzioni pel contegno da tenersi,[189]

rispondeva di suo pugno: «Qualunque cosa facciate contro il nemico

comune in pro della santa causa italiana, sarà da me approvata e vi

sosterrò validamente.» Parole che nella loro apparente indeterminatezza

servivano, per quell’ora, meglio di qualsivoglia istruzione,

e denotavano come a quell’uomo fosse famigliare la legge delle

rivoluzioni, le quali per riuscire non vogliono mai essere intimate a

un’ora fissa e dietro un disegno prestabilito, ma lasciate alla loro

spontaneità, ai loro impeti, alle loro forze, e come direste della

poesia, alla loro ispirazione.

E ciò fatto, s’apparecchiò alla partenza. La marcia da Sesto-Calende

a Varese non poteva essere attraversata di fronte; bensì essere

pericolosamente molestata alla coda ed al fianco o dal presidio di

Laveno, se pensava ad una sortita, o da quel qualsiasi corpo che

fosse già avviato da Milano su Gallarate e che poteva da un istante

all’altro comparire. Oltre di che, prima di inoltrarsi nel paese

importava afferrare sul Lago Maggiore un punto di sostegno qual si

fosse, e impadronirsi di uno almeno de’ tre piroscafi che il nemico vi

teneva. Guidato pertanto da questi varii concetti, il Generale ordinò

il suo movimento così: il Bixio con un battaglione del terzo Reggimento

marci per la strada lacuale di Sesto-Calende; toccato Angera, stacchi

una compagnia che tenti predarvi il _Ticino_, ivi ancorato: giunto ad

Ispra, sosti e si informi esattamente del presidio di Laveno e di tutte

le altre forze austriache del lago; ciò fatto, converga su Brebbia e

si spinga fino a Sant’Andrea, borgo che cavalca la via Laveno-Varese,

e vi s’accampi gagliardamente. A Sesto poi resti la compagnia del

capitano De Cristoforis; coll’istruzione di sorvegliare il passo del

Ticino, d’acchiappare, se gli si porgesse il destro, qualcuno dei

vapori nemici, e soprattutto di guardare la strada Sesto-Gallarate,

attirandovi e trattenendovi il nemico; ma battendo in ritirata su

Varese, se assalito da forze superiori.

Con queste cautele e questi accorgimenti, di cui ogni occhio appena

militare scorgerà la saviezza,[190] Garibaldi conseguiva, o almeno vi

mirava, tutti i molteplici scopi ai quali gli conveniva tener fissa

la mira: guardarsi alle spalle e ai fianchi, sviare il nemico da’ suoi

passi, e forse, se il colpo sul _Ticino_ riusciva, aprirsi il transito

del Lago Maggiore e principiare a possedere una flottiglia.

Tutto ciò esattamente prestabilito, spinta un’altra pattuglia a

Gallarate, così per esplorare il terreno, come per mascherare una

volta di più la sua mossa; verso le 5 di sera stacca la marcia, e per

le vie traverse di Corgegno, Varano, Bodio, Capolago, camminando entro

una tenebra fitta, egli attento a tutti i bivii e sollecito a tutti

i rumori, la truppa stanca, ma elettrizzata dal contatto di quella

terra tanto agognata, s’accosta a Varese, dove in sul far delle 11,

incontrato da musiche e da fiaccole, accolto da una calca di popolo in

delirio, entra in trionfo.

Chi vide Varese in quella notte non lo dimenticherà più. Di tutte le

terre di quell’angolo di Lombardia, Varese fu, in ogni tempo, delle

più patriottiche, e il pensiero d’essere la prima nel 1859 a sventolar

nuovamente quella bandiera, che era stata l’ultima a ripiegare nel

1848, infiammava la sua fede e il suo entusiasmo. Già vedemmo come

i Varesini fossero dei primi a muovere incontro allo sbarcato di

Sesto-Calende; ma ora, udito il suo fiero appello, rompono gl’indugi,

abbattono gli stemmi stranieri, sostengono i gendarmi e i magistrati

sospetti, diseppelliscono dai nascondigli i vecchi tricolori, gridano

il governo liberatore di Vittorio Emanuele, s’apprestano a dare al suo

Capitano non solo feste ed omaggi, ma braccia e soldati. E non bastò.

Sentito in sulla sera del 23 che una colonna austriaca mossa da Como

era pervenuta ad Olgiate, e dubitando d’una sorpresa notturna, Varese

non si smarrisce, non nasconde, giusta il costume degli eroi ormai

famigerati della sesta giornata, le bandiere e le coccarde; ma arma

tutti i pochi giovani che le restano in paese colle armi già acquistate

nella vicina Svizzera, asserraglia le sue vie, dirama pattuglie ed

avamposti e s’appresta a resistere al nemico, onde arrestarne, almeno

per quella notte, la marcia. Così Garibaldi entrava in città totalmente

italiana e deliberatamente sollevata.

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 137 / 168 题