E quel che Garibaldi promise attenne. Il 16 settembre 1849 egli
s’imbarcava sul _San Michele_, alla volta di Tunisi, per ricalcare
una seconda volta l’amara via dell’esiglio; proscritto con garbo, ma
proscritto da quello Stato d’Italia che, a que’ giorni, era l’unico
asilo de’ proscritti; sospettato d’essere una cagione d’inquietezza
e di molestia a quella patria, alla quale era venuto, traverso
l’Oceano, a dare il suo sangue senza chiederle se fosse repubblicana
o monarchica, senza levare altra bandiera che quella della sua
indipendenza e della sua unità, nè invocare, così dai Re come dai
Triumviri, altra grazia che quella di combattere e morire per essa.
Ma partendo, quante memorie non lasciava a quella patria; quante belle
pagine di valore, quanti nobili esempi di virtù non aveva scritto nel
primo volume del suo risorgimento! L’Italia l’aveva ricevuto famoso dal
primo esiglio, lo mandava nel secondo glorioso. La sua figura s’era
ingrandita, in que’ soli due anni, di molti cubiti; il suo nome noto
soltanto, prima del quarantotto, alla classe ristretta degli studiosi
ed all’Italia sotterranea dei patriotti e dei cospiratori, era divenuto
a un tratto popolare e solenne. I militari, i tecnici discutevano
ancora se egli fosse più condottiero o capitano; ma una vasta legione
di giovani soldati da lui istruita, e per lui sempre pronta a morire,
non conosceva altri generali che lui; lo nominava «il Generale»
senz’altro, il generale per antonomasia, l’unico generale vero per
essa, come i discepoli di Palestina chiamavano «Maestro» senza più il
figliuolo del fabbro nazzareno, che aveva saputo toccare i loro cuori e
accendervi la fiamma d’una fede novella.
Egli aveva aperta una nuova scuola di guerra; una schiera di valenti
ufficiali creati ed educati da lui ne continuava dall’esiglio la
tradizione, ne meditava gli insegnamenti, si preparava, quando la
tromba suonasse di nuovo, a rinnovarne, su altri campi, gli esempi
e la gloria. La leggenda cominciava già a sbocciare intorno alle
sue gesta: e la Storia medesima non sapeva scriverne senza chiedere
a prestito alla Poesia le sue immagini e i suoi colori. La breve
campagna di Lombardia non era parsa che un saggio di ardimento
generoso, ma sterile; la campagna di Roma era sembrata un poema,
e la sua ritirata un miracolo. E poichè questa ritirata riassume
tutta l’epopea garibaldina di quell’anno, e fu, a parer nostro, una
delle più maravigliose imprese di lui, e per giunta impresa tutta
sua, combattuta e vinta unicamente dalla sua perizia e gagliardía,
alla quale si direbbe che le sue milizie non parteciparono che per
guastarla; così vogliamo che ella sia giudicata da tale, sul cui
giudizio non possa cadere pur l’ombra d’un sospetto di tenerezza
per l’eroe nostro, e di parzialità per la causa che difendeva: da
Alfredo De Reumont, storico insigne e amante delle glorie italiane, ma
Tedesco, clericale, diplomatico, rappresentante della Prussia presso il
Granduca di Toscana, prima e dopo la ristaurazione: tutto quello che
di più antigaribaldino e antirivoluzionario l’Europa del 1815 abbia
generato:[172]
«Garibaldi tenne quasi il mezzo tra il Fra Monreale del 400, ed
Alfonso Piccolomini di Montemarciano del 600, servendo come quello una
effimera Repubblica romana, senza lodarne i capi; e come questi andando
inseguíto attraverso l’Umbria, la Toscana, le Romagne, colla sola
differenza con tutti e due che, più destro o più fortunato di essi, non
venne nè decapitato come l’uno, nè appiccato come l’altro.
»In modo veramente maraviglioso l’ultimo pugno dell’armata repubblicana
romana andò a finire sul territorio dell’infima Repubblica italiana,
mettendo a repentaglio l’esistenza di quel modestamente felice
San Marino, che dai tempi del cardinale Alberoni in poi non aveva
attraversato simile burrasca.
»Il modo con cui Garibaldi giunse fino a San Marino, confina col
miracoloso. Sarebbe fargli torto il porlo fra il comune degli uomini.
Si può giudicare come si vuole le sue opinioni politiche e persino
la sua moralità; ma come condottiero di bande libere ha mostrato un
raro talento, e la sua condotta in Roma, tanto prima, quanto durante
l’assedio, lo ha fatto conoscere sotto un aspetto più favorevole di
quello che si avesse motivo d’aspettarsi. Ha conservato la disciplina
nella sua truppa raccogliticcia, in cui v’erano anche avventurieri
della peggior specie; ha combattuto da coraggioso soldato, se
non sempre come comandante; quando s’accorse che si sagrificavano
infruttuosamente vittime umane, e che tutto era inutile, lo dichiarò
apertamente ai Triumviri, senza badare ai loro acerbi rimproveri.
Alla resa della città, si ritirò quietamente ed ordinatamente coi
suoi rimastigli o quei pochi che gli si erano aggregati negli ultimi
momenti, senza neppure essere ringraziato da coloro pei quali aveva
arrischiato la vita. La risolutezza ed il sangue freddo non si possono
negare neppure al nemico.»
[Illustrazione: CARTA ITINERARIA della ritirata di Garibaldi
da Roma — 1849.]