Al punto in cui Garibaldi lasciava la stanza mortuaria d’Anita e dava
le spalle alle Mandriole, le _Memorie_ di Gioachino Bonnet si fermano,
e a noi non restano delle vicende del fuggitivo, sino al suo arrivo in
Toscana, che poche e sommarie notizie.[168] Raccolto, a poca distanza
dalle Mandriole, dal Montanari e dal Soldi, fu condotto a Sant’Alberto,
dove nell’osteria di Ferdinando Matteucci trovò un primo ricovero.
Essendo corsa però la voce dell’avvicinarsi di due battaglioni
austriaci, parve maggior sicurezza nasconderlo nella casa del signor
Antonio Moreschi, d’onde poco dopo fu fatto passare nel bosco della
_Scorticata_, di proprietà dei signori Buffa di Ravenna. Il luogo
però non essendo apparso abbastanza sicuro allo stesso Garibaldi, si
deliberò di condurlo il giorno medesimo nella Pineta di Ravenna e di là
subito dopo alla Valle Guiccioli, detta Marubio. Colà venne a prenderlo
in consegna il popolano Giuseppe Savini di Ravenna, che tenutolo per
alcuni giorni rimpiattato in un casolare delle Paludi di Ravenna, dette
anche Valli di Canna, lo passò ad Antonio Fuzzi, ravennate esso pure,
che lo affidò a sua volta a Don Giovanni Verità, onesto e patriottico
sacerdote di Modigliana, mercè il quale, traverso il Passo della
Futa, sconfinò in Toscana. Da allora, passando sempre da mano amica in
mano amica, sgusciando sovente in mezzo alle ronde mandate alla sua
caccia, sedendo talvolta nelle osterie alla stessa tavola coi Croati
sguinzagliati alle sue peste, udendoli persino pronunciare, tra un
sorso e l’altro, il suo nome, e non ostante la sua testa singolare e la
sua barba caratteristica, che non volle radersi mai, passando dovunque
irriconosciuto, valica protetto fidamente dalla sua stella, che poteva
ben dirsi la sua provvidenza, i due versanti dell’Appennino, e verso
la fine dell’agosto può dirsi, se non interamente salvo, scampato dai
pericoli e dalle distrette maggiori.
Giunto però il 25 agosto al Molino di Cerbaja, presso Prato, un
assistente di strade lo riconosce e si fa riconoscere suo amico,
e da quell’istante tutte le stazioni del suo itinerario tornano a
divenire note e precise. Il 26 agosto un fidato dell’assistente lo
conduce nascostamente a Poggibonsi, di là un’altra persona lo porta a
Pomarance, dove Antonio Martini lo ospita. In appresso, sempre sotto
finto nome, Camillo Serafini lo tragitta a San Dalmazio, dove lo
raccomanda al Guelfi, il quale a sua volta condottolo prima a Massa
Marittima, poi a Follonica, lo commette finalmente alle mani di Paolo
Azzarini, marinaio di Rio, ma oriundo genovese, che si offre di portar
Garibaldi in terra di salute, e narra egli stesso le vicende del suo
viaggio così:
«Di buon mattino imbarcai l’eroico generale Garibaldi e il capitan
Leggiero, e mi diressi all’Isola dell’Elba. A Capo Castello sbarcai
mio padre, e un marinaro di Capoliveri, perchè vi fosse sempre il
numero. Il Deputato di sanità mi firmò abusivamente la patente, e la
sera feci vela per il Golfo della Spezia. All’indomani a mezzogiorno
si era giunti in vista di Livorno, ove si vedevano passeggiare le
sentinelle tedesche. Il giorno dopo giunsi felicemente a Porto Venere.
Colà sbarcai l’eroico Garibaldi con Leggiero. Garibaldi mi diede per
ricompensa un piccolo scritto di sua propria mano, che conservo come la
pupilla de’ miei occhi. Esso era così concepito:
»_Il padrone Paolo Azzarini, che la fortuna mi fece incontrare in terra
italiana, dominata dai Tedeschi, mi ha trasportato su questo luogo di
asilo e di salvamento, trattandomi egregiamente e senza interesse._»
Garibaldi era salvo, ma non tranquillo ancora. Fattosi portare da una
vettura a Chiavari, appena l’Intendente di questa provincia, conte
Di Cossilla, seppe il di lui arrivo, corse a lui, e pregatolo di non
dar molestie alla città lo fece tradurre sotto scorta di Carabinieri
a Genova, dove arrivò la sera del 7 settembre; e dove il La Marmora,
ubbedendo agli ordini del suo Governo, lo tenne «non prigioniero, ma in
arresto,» come dirà più tardi il ministro Pinelli, in realtà chiuso e
guardato a vista nel Palazzo ducale.
La notizia però dell’arresto del favoloso eroe, proprio nel punto
in cui dopo tanti travagli toccava il libero suolo di quello Stato,
dove egli era cittadino, destò nella parte più liberale del popolo
piemontese una viva impressione di scontento, e la Sinistra del
Parlamento subalpino se ne fece tostamente l’interprete. Presentata
dal deputato Sanguinetti una petizione dei Chiavaresi, colla quale
«reclamavano contro l’arresto del generale Garibaldi, suddito sardo,»
s’accendeva intorno ad essa una vivacissima discussione. Il Pinelli si
trincera malamente dietro una povera ragione di leguleio; il Rattazzi
vede nell’arresto di Garibaldi offeso il diritto di cittadino, violata
la legge, e una trasgressione patente dello Statuto; il Baralis
esclama, tra gli applausi della tribuna: «Il generale Garibaldi non
può esser reputato reo che delle sue prodezze;» il Lanza propone
quest’ordine del giorno, in cui proclama: «La violenza usata a
Garibaldi è un insulto fatto alla Nazione;» e la Camera finalmente
vota una mozione del Tecchio, ancora più esplicita ed energica:[169]
«La Camera, dichiarando che l’arresto del generale Garibaldi, e la
minacciata espulsione di lui dal Piemonte, sono lesioni dei diritti
consacrati dallo Statuto e dei sentimenti di nazionalità e della gloria
italiana, passa all’ordine del giorno.»
Ma è vecchia arte di tutti i Governi fiacchi, epperò ipocriti, che i
decreti de’ Parlamenti, quando non si possono prendere di fronte, si
eludono; onde il Pinelli, che aveva egli pure nel sangue il terrore
superstizioso del Diavolo rosso, s’accorda segretamente col La Marmora
perchè induca Garibaldi a espatriarsi, assegnandogli, se consentisse,
una pensione mensile di trecento lire; ponte d’argento a nemico
che fugge. E il La Marmora si tolse l’incarico, trattando, è vero,
con cavalleresca cortesia l’eroe; ma anch’egli, checchè se ne dica,
violando un ordine del Parlamento che aveva due soli giorni di data.
Comunque, egli riuscì perfettamente nel suo assunto; e la lettera, con
cui ne ragguaglia il Dabormida, è documento interessantissimo che fa
onore all’abilità ed alla penetrazione del Generale piemontese; ma che
onora anche più la lealtà del Capitano nizzardo.
«Garibaldi (scrive il La Marmora,[170] alludendo alla promessa
fattagli di tornare entro due giorni da Nizza) Garibaldi ha mantenuto
la sua parola, come ne ero certo. Gli feci intendere come il Governo
desiderasse il suo allontanamento, non perchè temesse di lui, ma
perchè i turbolenti avrebbero col pretesto suo compromesso molte
persone e lui stesso: che d’altronde stando in paese era impossibile
dargli un impiego, mentre andando egli all’estero poteva il Governo
accordargli un sussidio mensile. Piegò egli con garbo a persuadersi
alle mie proposte, e fummo facilmente d’accordo che egli se ne andrebbe
a Tunisi, e che il Governo gli farebbe una pensione di trecento lire
al mese, finchè egli colà rimane.[171] Infatti tutto è preparato
e ordinato perchè il vapore, che parte domani per la Sardegna, da
Cagliari prosegua fino a Tunisi.
»Garibaldi non è uomo comune, la sua fisionomia, comunque rozza, è
molto espressiva. Parla poco e bene: ha molta penetrazione; sempre
più mi persuado che si è gettato nel partito repubblicano per
battersi e perchè i suoi servigi erano stati rifiutati. Nè lo credo
ora repubblicano di principio. Fu grande errore il non servirsene.
Occorrendo una nuova guerra, è uomo da impiegare. Come abbia riuscito a
salvarsi quest’ultima volta, è veramente un miracolo.»