XV.

Al punto in cui Garibaldi lasciava la stanza mortuaria d’Anita e dava

le spalle alle Mandriole, le _Memorie_ di Gioachino Bonnet si fermano,

e a noi non restano delle vicende del fuggitivo, sino al suo arrivo in

Toscana, che poche e sommarie notizie.[168] Raccolto, a poca distanza

dalle Mandriole, dal Montanari e dal Soldi, fu condotto a Sant’Alberto,

dove nell’osteria di Ferdinando Matteucci trovò un primo ricovero.

Essendo corsa però la voce dell’avvicinarsi di due battaglioni

austriaci, parve maggior sicurezza nasconderlo nella casa del signor

Antonio Moreschi, d’onde poco dopo fu fatto passare nel bosco della

_Scorticata_, di proprietà dei signori Buffa di Ravenna. Il luogo

però non essendo apparso abbastanza sicuro allo stesso Garibaldi, si

deliberò di condurlo il giorno medesimo nella Pineta di Ravenna e di là

subito dopo alla Valle Guiccioli, detta Marubio. Colà venne a prenderlo

in consegna il popolano Giuseppe Savini di Ravenna, che tenutolo per

alcuni giorni rimpiattato in un casolare delle Paludi di Ravenna, dette

anche Valli di Canna, lo passò ad Antonio Fuzzi, ravennate esso pure,

che lo affidò a sua volta a Don Giovanni Verità, onesto e patriottico

sacerdote di Modigliana, mercè il quale, traverso il Passo della

Futa, sconfinò in Toscana. Da allora, passando sempre da mano amica in

mano amica, sgusciando sovente in mezzo alle ronde mandate alla sua

caccia, sedendo talvolta nelle osterie alla stessa tavola coi Croati

sguinzagliati alle sue peste, udendoli persino pronunciare, tra un

sorso e l’altro, il suo nome, e non ostante la sua testa singolare e la

sua barba caratteristica, che non volle radersi mai, passando dovunque

irriconosciuto, valica protetto fidamente dalla sua stella, che poteva

ben dirsi la sua provvidenza, i due versanti dell’Appennino, e verso

la fine dell’agosto può dirsi, se non interamente salvo, scampato dai

pericoli e dalle distrette maggiori.

Giunto però il 25 agosto al Molino di Cerbaja, presso Prato, un

assistente di strade lo riconosce e si fa riconoscere suo amico,

e da quell’istante tutte le stazioni del suo itinerario tornano a

divenire note e precise. Il 26 agosto un fidato dell’assistente lo

conduce nascostamente a Poggibonsi, di là un’altra persona lo porta a

Pomarance, dove Antonio Martini lo ospita. In appresso, sempre sotto

finto nome, Camillo Serafini lo tragitta a San Dalmazio, dove lo

raccomanda al Guelfi, il quale a sua volta condottolo prima a Massa

Marittima, poi a Follonica, lo commette finalmente alle mani di Paolo

Azzarini, marinaio di Rio, ma oriundo genovese, che si offre di portar

Garibaldi in terra di salute, e narra egli stesso le vicende del suo

viaggio così:

«Di buon mattino imbarcai l’eroico generale Garibaldi e il capitan

Leggiero, e mi diressi all’Isola dell’Elba. A Capo Castello sbarcai

mio padre, e un marinaro di Capoliveri, perchè vi fosse sempre il

numero. Il Deputato di sanità mi firmò abusivamente la patente, e la

sera feci vela per il Golfo della Spezia. All’indomani a mezzogiorno

si era giunti in vista di Livorno, ove si vedevano passeggiare le

sentinelle tedesche. Il giorno dopo giunsi felicemente a Porto Venere.

Colà sbarcai l’eroico Garibaldi con Leggiero. Garibaldi mi diede per

ricompensa un piccolo scritto di sua propria mano, che conservo come la

pupilla de’ miei occhi. Esso era così concepito:

»_Il padrone Paolo Azzarini, che la fortuna mi fece incontrare in terra

italiana, dominata dai Tedeschi, mi ha trasportato su questo luogo di

asilo e di salvamento, trattandomi egregiamente e senza interesse._»

Garibaldi era salvo, ma non tranquillo ancora. Fattosi portare da una

vettura a Chiavari, appena l’Intendente di questa provincia, conte

Di Cossilla, seppe il di lui arrivo, corse a lui, e pregatolo di non

dar molestie alla città lo fece tradurre sotto scorta di Carabinieri

a Genova, dove arrivò la sera del 7 settembre; e dove il La Marmora,

ubbedendo agli ordini del suo Governo, lo tenne «non prigioniero, ma in

arresto,» come dirà più tardi il ministro Pinelli, in realtà chiuso e

guardato a vista nel Palazzo ducale.

La notizia però dell’arresto del favoloso eroe, proprio nel punto

in cui dopo tanti travagli toccava il libero suolo di quello Stato,

dove egli era cittadino, destò nella parte più liberale del popolo

piemontese una viva impressione di scontento, e la Sinistra del

Parlamento subalpino se ne fece tostamente l’interprete. Presentata

dal deputato Sanguinetti una petizione dei Chiavaresi, colla quale

«reclamavano contro l’arresto del generale Garibaldi, suddito sardo,»

s’accendeva intorno ad essa una vivacissima discussione. Il Pinelli si

trincera malamente dietro una povera ragione di leguleio; il Rattazzi

vede nell’arresto di Garibaldi offeso il diritto di cittadino, violata

la legge, e una trasgressione patente dello Statuto; il Baralis

esclama, tra gli applausi della tribuna: «Il generale Garibaldi non

può esser reputato reo che delle sue prodezze;» il Lanza propone

quest’ordine del giorno, in cui proclama: «La violenza usata a

Garibaldi è un insulto fatto alla Nazione;» e la Camera finalmente

vota una mozione del Tecchio, ancora più esplicita ed energica:[169]

«La Camera, dichiarando che l’arresto del generale Garibaldi, e la

minacciata espulsione di lui dal Piemonte, sono lesioni dei diritti

consacrati dallo Statuto e dei sentimenti di nazionalità e della gloria

italiana, passa all’ordine del giorno.»

Ma è vecchia arte di tutti i Governi fiacchi, epperò ipocriti, che i

decreti de’ Parlamenti, quando non si possono prendere di fronte, si

eludono; onde il Pinelli, che aveva egli pure nel sangue il terrore

superstizioso del Diavolo rosso, s’accorda segretamente col La Marmora

perchè induca Garibaldi a espatriarsi, assegnandogli, se consentisse,

una pensione mensile di trecento lire; ponte d’argento a nemico

che fugge. E il La Marmora si tolse l’incarico, trattando, è vero,

con cavalleresca cortesia l’eroe; ma anch’egli, checchè se ne dica,

violando un ordine del Parlamento che aveva due soli giorni di data.

Comunque, egli riuscì perfettamente nel suo assunto; e la lettera, con

cui ne ragguaglia il Dabormida, è documento interessantissimo che fa

onore all’abilità ed alla penetrazione del Generale piemontese; ma che

onora anche più la lealtà del Capitano nizzardo.

«Garibaldi (scrive il La Marmora,[170] alludendo alla promessa

fattagli di tornare entro due giorni da Nizza) Garibaldi ha mantenuto

la sua parola, come ne ero certo. Gli feci intendere come il Governo

desiderasse il suo allontanamento, non perchè temesse di lui, ma

perchè i turbolenti avrebbero col pretesto suo compromesso molte

persone e lui stesso: che d’altronde stando in paese era impossibile

dargli un impiego, mentre andando egli all’estero poteva il Governo

accordargli un sussidio mensile. Piegò egli con garbo a persuadersi

alle mie proposte, e fummo facilmente d’accordo che egli se ne andrebbe

a Tunisi, e che il Governo gli farebbe una pensione di trecento lire

al mese, finchè egli colà rimane.[171] Infatti tutto è preparato

e ordinato perchè il vapore, che parte domani per la Sardegna, da

Cagliari prosegua fino a Tunisi.

»Garibaldi non è uomo comune, la sua fisionomia, comunque rozza, è

molto espressiva. Parla poco e bene: ha molta penetrazione; sempre

più mi persuado che si è gettato nel partito repubblicano per

battersi e perchè i suoi servigi erano stati rifiutati. Nè lo credo

ora repubblicano di principio. Fu grande errore il non servirsene.

Occorrendo una nuova guerra, è uomo da impiegare. Come abbia riuscito a

salvarsi quest’ultima volta, è veramente un miracolo.»

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 116 / 168 题