Venne così il 1848; venne il giorno in cui per volontà del marito
dovette lasciare il suo Continente nativo, e partir coi figli per
quell’Italia che si sforzava ad amare ed ammirare, poichè era la
patria del suo eroe; ma nella quale il suo istinto di donna le faceva
presagire che avrebbe trovato la più terribile delle rivali, e forse,
in un giorno non lontano, la fine del suo bel romanzo d’amore e la
tomba. E fu quella la sua sorte. Sbalestrata di repente fra gente e
costumanze straniere, separata dal consorte dall’immensità dell’Oceano,
torturata da un amore pieno di sospetti e di gelosie, Anita non ebbe
più, dal suo arrivo in Italia, una sola ora di pace. Penelope gelosa
ella attendeva il suo Ulisse, colla stessa fedeltà dell’antica; ma non
colla stessa rassegnazione.
E quando finalmente l’ora del ritorno suonò, e quella nave sospirata
spuntò sull’orizzonte, e s’accostò e gettò l’áncora ed ella potè alla
fine vederlo, abbracciarlo e sbramarsi di lui, oh come fu breve quella
gioia comperata a prezzo di tante lagrime e di tante angoscie!
Non eran scorsi tre giorni, divisi essi pure tra le cure dell’armi e
della politica, che Garibaldi si staccava nuovamente da lei e ripartiva
per quegl’infelici campi di Lombardia, dove l’attendeva Morazzone.
È ben vero che tre mesi dopo ella lo rivedeva ancora; ma per quanto
tempo e in quale stato! Triste, irritato, ramingo, colla grave ferita
d’Italia infissa nel petto: _infixum sub pectore vulnus_; risoluto
più che mai, finchè gli restava un’arma e gli si apriva un campo,
a ricominciare la lotta, venuto a dare un abbraccio fuggevole a sua
madre, a sua moglie, a’ suoi bimbi; ma impaziente di ripigliare da capo
la sua procellosa ventura.
Quella volta però le fu concesso d’accompagnarlo; sicchè dall’ottobre
del 1848 al marzo del 1849 la troviamo ancora con lui a Bologna,
a Ravenna, a Macerata, a Rieti, fino al giorno in cui il marito,
sollecito di risparmiarle i pericoli della campagna imminente e
desideroso che tornasse a rivedere i figli, decise di allontanarla e la
fece ripartire per Nizza.
Ed ecco Garibaldi a Roma, e Anita nuovamente sola. La rincoravano,
è vero, la bontà della suocera, le lettere del marito, le novelle
divulgate delle sue prodezze e de’ suoi trionfi; ma che importava se
egli era là solo, esposto ogni giorno a ignoti pericoli a faccia a
faccia colla morte, forse ferito, forse morente, e, pensiero non meno
angoscioso, incolume, ma in braccio d’un’altra donna e dimentico di
lei!
Però la lontananza e l’incertezza cospirano talmente ad accrescere le
smanie della solitaria, chè, giunto l’annunzio del terribile 3 giugno,
ella non regge più all’affanno e toltosi per guida e cavaliere Felice
Orrigoni,[167] un veterano di suo marito venuto d’America con lui,
parte per Roma.
Era la mattina del 14 giugno: Garibaldi, il quale, sfabbricato il
Casino Savorelli, aveva trapiantato il suo quartier generale a Villa
Spada, vi stava facendo colazione col Sacchi, il Bueno, il Cucelli ed
altri uffiziali, quando a un tratto la porta della sala si spalanca,
Garibaldi getta un grido; e si trova un istante dopo tra le braccia
d’Anita. Come fosse venuta, come avesse traversato tanto paese nemico
deludendo in Toscana le spie austriache, e intorno alle porte di
Roma le vedette francesi, e tant’altre interrogazioni e spiegazioni,
tutto ciò s’immagina e si tralascia. Quel che non si può facilmente
immaginare è la gioia di quelle due anime; ella estatica d’essersi
ricongiunta al suo eroe, egli lieto d’aver trovato la sua scudiera ed
amazzone di Laguna e di Coritibani, e superbo di mostrarla a’ suoi
nuovi compagni d’armi d’Italia come il modello delle spose e delle
madri; un’eroina degna di marciare al loro fianco.