V.

Ma che non gli restasse più oramai altro rifugio fuorchè il Titano,

lo dimostra da sè solo il fatto che se un altro ne fosse esistito,

egli l’avrebbe scoperto. Oramai la sua non era più una ritirata: era

una fuga; fuga di leone ferito che si rivolta di tratto in tratto,

e mostra le zanne al branco dei cacciatori che lo persegue, ma fuga

irreparabile. La colonna austriaca girata a Sant’Angelo in Vado, appena

scoperta la sua direzione, gli si era posta tostamente alle calcagna;

la colonna dell’arciduca Ernesto continuava ad inseguirlo dal lato

opposto; un’altra colonna era già in moto da Rimini; San Marino era,

può dirsi, circondato, e non lasciava più altro spazio di mezzo, se

non quello per l’appunto che occorreva alla colonna Garibaldi per

continuare a fuggire. Ed anche il fuggire diveniva d’ora in ora più

difficile. Le retroguardie garibaldine toccavano quasi l’avanguardia

degli Austriaci; e uno scontro era imminente. Garibaldi però studiava

il passo; e la sera del 30 luglio, giunto a poche miglia dal Titano,

spediva innanzi il Padre Ugo Bassi per chiedere al Governo della

Repubblica il passaggio della colonna sul territorio sanmarinese,

e i viveri occorrenti. Il Primo Capitano Reggente Belzoppi accolse

benignamente l’oratore; ma rispose che i doveri della neutralità gli

vietavano assolutamente di assentire alla prima sua domanda: «Quanto

ai viveri era questione d’umanità, e se le truppe di Garibaldi avevano

fame, la Repubblica le avrebbe fornite del necessario; all’indomani,

però, ed al confine, che non dovevano in qualsivoglia caso

oltrepassare.»

Il Bassi accettò per conto suo i patti; ma ripartito per riferirli al

suo Generale, lo trovò già in cammino. Gli Austriaci infatti, raggiunta

la retroguardia garibaldina, l’avevano attaccata, e poichè ormai lo

sconforto e la demoralizzazione avevano spento ogni valore, messala

facilmente in rotta, mietendone feriti e prigionieri e togliendo loro

l’unico cannoncino, che scaraventano, grande trofeo e grande vendetta,

in un vallone. Allora il Condottiero si persuase che tutto era finito,

e senza aspettare nemmeno la risposta del Bassi, si decise a varcare il

confine della Repubblica; e alle 7 antimeridiane del 31 luglio giunse

sotto le mura di San Marino. Grande al suo apparire fu l’allarme de’

Sanmarinesi; ed altro non potendo, inviarono a Garibaldi per intimargli

non oltrepassasse la porta della città. E di ciò furono paghi

incontanente, chè Garibaldi stesso si pose in faccia alla porta per

impedire alle sue truppe sopravvegnenti che passassero oltre, ordinando

loro s’arrestassero nel Borgo e nel Piazzale esterno, chiamato lo

Stradone. Ma circa alle 9 del mattino stesso avendo il Reggente mutato

consiglio e invitato Garibaldi a salire in città, questi non se lo fece

ripetere; e cavalcato più che frettoloso al palazzo della Reggenza, vi

trovò il Belzoppi disposto a qualsiasi transazione potesse conciliare

la dignità e la incolumità della Repubblica coi doveri dell’asilo e

dell’umanità. Però neppure il Condottiero fu esigente. «Solo una forza

maggiore della mia volontà, disse, mi costrinse a violare il territorio

della Repubblica; non chiedo per me e la mia gente che il vitto

quotidiano e un temporaneo rifugio. Quanto alle armi siamo pronti a

deporle, se il Governo di San Marino s’impegna a farsi nostro mediatore

presso i Comandanti austriaci, e ottenerci salve la vita e la libertà.»

E il Reggente assentì a tutti i patti; accettò il mandato della

mediazione, assicurò de’ viveri, e null’altro scambio richiese che una

rigorosa disciplina ai soldati e la sicurezza delle persone e delle

sostanze. «Ed io vi ringrazio (replicò Garibaldi), e vi prometto che

nella breve mia sosta, _se i Tedeschi non mi attaccano, io non li

attaccherò_.» Così accommiatatosi, andò a prender stanza nel convento

dei Padri Cappuccini, posto fuori della città in un luogo alto,

pittoresco e strategico insieme, d’onde poteva dominare tutti gli

accessi della città. Ivi Garibaldi, fatto sgombrare il convento dai

soldati che vi si erano arbitrariamente acquartierati, e raccomandato

loro con severe parole la disciplina, il rispetto alle persone e

alle cose, comminando la fucilazione a chiunque vendesse oggetti

d’equipaggio e d’armamento; si ritrasse a scrivere l’ordine del giorno

ormai noto, col quale scioglieva la sua colonna e lasciava libero

ognuno di tornar alla vita privata:

«San Marino, 31 luglio 1849.

Soldati (egli diceva), noi siamo giunti sulla terra di rifugio,

e dobbiamo il miglior contegno ai nostri ospiti. In tal modo

noi avremo meritato la considerazione che merita la disgrazia

perseguitata. Da questo punto io svincolo da qualunque obbligo i

miei compagni, lasciandoli liberi di ritornare alla vita privata,

ma rammento loro che l’Italia non deve rimanere nell’obbrobrio, e

che meglio è morire che vivere schiavi dello straniero.»

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 106 / 168 题