Ma che non gli restasse più oramai altro rifugio fuorchè il Titano,
lo dimostra da sè solo il fatto che se un altro ne fosse esistito,
egli l’avrebbe scoperto. Oramai la sua non era più una ritirata: era
una fuga; fuga di leone ferito che si rivolta di tratto in tratto,
e mostra le zanne al branco dei cacciatori che lo persegue, ma fuga
irreparabile. La colonna austriaca girata a Sant’Angelo in Vado, appena
scoperta la sua direzione, gli si era posta tostamente alle calcagna;
la colonna dell’arciduca Ernesto continuava ad inseguirlo dal lato
opposto; un’altra colonna era già in moto da Rimini; San Marino era,
può dirsi, circondato, e non lasciava più altro spazio di mezzo, se
non quello per l’appunto che occorreva alla colonna Garibaldi per
continuare a fuggire. Ed anche il fuggire diveniva d’ora in ora più
difficile. Le retroguardie garibaldine toccavano quasi l’avanguardia
degli Austriaci; e uno scontro era imminente. Garibaldi però studiava
il passo; e la sera del 30 luglio, giunto a poche miglia dal Titano,
spediva innanzi il Padre Ugo Bassi per chiedere al Governo della
Repubblica il passaggio della colonna sul territorio sanmarinese,
e i viveri occorrenti. Il Primo Capitano Reggente Belzoppi accolse
benignamente l’oratore; ma rispose che i doveri della neutralità gli
vietavano assolutamente di assentire alla prima sua domanda: «Quanto
ai viveri era questione d’umanità, e se le truppe di Garibaldi avevano
fame, la Repubblica le avrebbe fornite del necessario; all’indomani,
però, ed al confine, che non dovevano in qualsivoglia caso
oltrepassare.»
Il Bassi accettò per conto suo i patti; ma ripartito per riferirli al
suo Generale, lo trovò già in cammino. Gli Austriaci infatti, raggiunta
la retroguardia garibaldina, l’avevano attaccata, e poichè ormai lo
sconforto e la demoralizzazione avevano spento ogni valore, messala
facilmente in rotta, mietendone feriti e prigionieri e togliendo loro
l’unico cannoncino, che scaraventano, grande trofeo e grande vendetta,
in un vallone. Allora il Condottiero si persuase che tutto era finito,
e senza aspettare nemmeno la risposta del Bassi, si decise a varcare il
confine della Repubblica; e alle 7 antimeridiane del 31 luglio giunse
sotto le mura di San Marino. Grande al suo apparire fu l’allarme de’
Sanmarinesi; ed altro non potendo, inviarono a Garibaldi per intimargli
non oltrepassasse la porta della città. E di ciò furono paghi
incontanente, chè Garibaldi stesso si pose in faccia alla porta per
impedire alle sue truppe sopravvegnenti che passassero oltre, ordinando
loro s’arrestassero nel Borgo e nel Piazzale esterno, chiamato lo
Stradone. Ma circa alle 9 del mattino stesso avendo il Reggente mutato
consiglio e invitato Garibaldi a salire in città, questi non se lo fece
ripetere; e cavalcato più che frettoloso al palazzo della Reggenza, vi
trovò il Belzoppi disposto a qualsiasi transazione potesse conciliare
la dignità e la incolumità della Repubblica coi doveri dell’asilo e
dell’umanità. Però neppure il Condottiero fu esigente. «Solo una forza
maggiore della mia volontà, disse, mi costrinse a violare il territorio
della Repubblica; non chiedo per me e la mia gente che il vitto
quotidiano e un temporaneo rifugio. Quanto alle armi siamo pronti a
deporle, se il Governo di San Marino s’impegna a farsi nostro mediatore
presso i Comandanti austriaci, e ottenerci salve la vita e la libertà.»
E il Reggente assentì a tutti i patti; accettò il mandato della
mediazione, assicurò de’ viveri, e null’altro scambio richiese che una
rigorosa disciplina ai soldati e la sicurezza delle persone e delle
sostanze. «Ed io vi ringrazio (replicò Garibaldi), e vi prometto che
nella breve mia sosta, _se i Tedeschi non mi attaccano, io non li
attaccherò_.» Così accommiatatosi, andò a prender stanza nel convento
dei Padri Cappuccini, posto fuori della città in un luogo alto,
pittoresco e strategico insieme, d’onde poteva dominare tutti gli
accessi della città. Ivi Garibaldi, fatto sgombrare il convento dai
soldati che vi si erano arbitrariamente acquartierati, e raccomandato
loro con severe parole la disciplina, il rispetto alle persone e
alle cose, comminando la fucilazione a chiunque vendesse oggetti
d’equipaggio e d’armamento; si ritrasse a scrivere l’ordine del giorno
ormai noto, col quale scioglieva la sua colonna e lasciava libero
ognuno di tornar alla vita privata:
«San Marino, 31 luglio 1849.
Soldati (egli diceva), noi siamo giunti sulla terra di rifugio,
e dobbiamo il miglior contegno ai nostri ospiti. In tal modo
noi avremo meritato la considerazione che merita la disgrazia
perseguitata. Da questo punto io svincolo da qualunque obbligo i
miei compagni, lasciandoli liberi di ritornare alla vita privata,
ma rammento loro che l’Italia non deve rimanere nell’obbrobrio, e
che meglio è morire che vivere schiavi dello straniero.»