All’alba del dì seguente la colonna comincia la discesa del versante
opposto e seguendo, giù sempre per profondi e selvosi burroni, il corso
del Metauro, andò a sostare, verso le dieci del mattino, nel villaggio
di Mercatello. Sennonchè alcuni scorridori inviati di colà, costume
solito, a perlustrare la strada, riportano che una colonna austriaca
proveniente da Pesaro è presso a Sant’Angelo in Vado; mentre altri
messaggi, da altre bande, recano che altre colonne occupano già Borgo
San Sepolcro, Pieve Santo Stefano e Sestino, vale a dire tutti i passi
di Toscana e di Romagna. Nuova stretta, nuova strategica per uscirne;
la prima idea di Garibaldi fu di assalire la colonna di Sant’Angelo
in Vado e di aprirsi la strada all’Adriatico colla baionetta; ma poco
stante, meglio esplorate le posizioni e la forza del nemico, mutò
divisamento. Dappoichè suo scopo non era tanto combattere quanto
arrivare, apposta un forte distaccamento a guardare Sant’Angelo in
Vado; un altro ne lascia a Mercatello a tener a bada il nemico che
s’avanza da Sestino; indi per un sentiero di montagna, poco prima
scoperto, spunta col grosso della colonna la posizione di Sant’Angelo
in Vado, trapassa dalla Valle del Metauro in quella del Foglia,
traversa questo torrentello, continua per Macerata Feltria, dove la
sera del 29 s’accampa. Era scampato da un altro frangente; aveva girato
a destra un’altra volta il nemico, in quella ultima con qualche perdita
materiale e con maggior danno morale.
Infatti il distaccamento Dragoni lasciato a guardia di Sant’Angelo,
sorpreso, per negligenza sua, da uno squadrone d’Ussari, va in
rotta così precipitosa, che Anita stessa, la quale cavalcava alla
retroguardia, frustava i fuggenti collo scudiscio e li apostrofava col
nome di codardi. E il fatto sarebbe stato per sè solo insignificante,
se l’effetto del brutto esempio non si fosse ripercosso in tutta
la colonna, e non avesse dato a quelle milizie già scorate, sfinite
e decimate ad ogni ora dalle diserzioni e dalle malattie, un colpo
mortale.
Oltre di che gli Austriaci ebbero il modo di scoprire più prontamente
la direzione della colonna principale e di ritornare novamente sulle
sue orme. E, come dicemmo, la colonna principale fin dalla sera del
29 era già a Macerata Feltria accampata in buona posizione colla
fronte a Sant’Angelo; i fianchi ben guardati; numerosi fuochi al
bivacco ostentati ad arte e tenuti vivi tutta notte, affinchè il
nemico s’addormentasse nella sicurezza che anche il campo garibaldino
dormisse. Ma i fuochi ardevano tuttavia, e Diana non era ancora apparsa
sull’orizzonte, che Garibaldi, fatti sfilare innanzi gli impedimenti,
spianta, in men che non si dica, l’accampamento; sempre pei calli
più dirupati e nascosti guadagna verso il mezzodì del 30 le alture di
Carpegna, ne riparte sul vespro, traversa la Valle del Conca, rifiata
alcune ore in un bosco, e al tocco dopo mezzanotte ripiglia la marcia
alla volta di San Marino.
A San Marino. E perchè? Qual fine lo guidava? Quali speranze aveva
egli fondate, Garibaldi, sopra la famosa Repubblichetta rimasta dai
giorni dell’Alberoni inviolata? Mirava egli soltanto a guadagnar tempo
ed a transitare per il suo territorio, o ne sperava qualcosa di più?
Ma non sapeva dunque che San Marino era Stato neutrale e che le leggi
della neutralità vietano il passo a gente armata, in guerra con Stati
amici? O si lusingava forse che, trattandosi di soldati perseguitati
e infelici d’una Repubblica sorella, il Governo di San Marino avrebbe
fatto uno strappo anche alla sua Costituzione, e non che aperto le
porte della sua capitale, aiutati, se occorreva, i fratelli che vi si
rifugiavano?
Forse sì! Chi conobbe Garibaldi sa che nessuna idea durò mai maggior
fatica a entrare nel suo cervello, dell’idea di legge. Egli è morto,
certamente, senza intendere, soprattutto senza essere persuaso, che la
legge è vincolo inviolabile, universale, uguale per tutti, e perenne,
finchè un’altra legge, allo stesso modo deliberata da un legislatore
altrettanto legittimo, non l’abbia abrogata e mutata. Per lui non vi
furono mai altre leggi che quella della sua coscienza; e tutte le volte
che egli trovò sul suo cammino la legge civile, se n’ebbe la forza
la infranse, se no ne subì il giogo; ma giudicandola in cuor suo una
violenza e una tirannía. Epperò la legge della neutralità di San Marino
che cos’era ella mai in faccia a quell’altra gran legge superiore,
che impone a tutti di soccorrere la virtù sventurata e di proteggere i
deboli perseguitati; od al cospetto di quell’altro dovere d’un ordine
meno alto, ma non meno imperioso, che prescrive a tutti gl’Italiani,
e i Sanmarinesi lo erano bene, di difendere i loro fratelli di patria
contro lo straniero? Per questo, senza affermarla recisamente,
ripetiamo l’opinione nostra che la prima idea, onde Garibaldi fu
mosso verso San Marino, fu quella di chiedere alla Repubblica, se
non propriamente un’alleanza pubblica, una complicità segreta; e che
soltanto più tardi, forzato dagli eventi, mutò i suoi propositi e
moderò le sue pretese.