Il 28 novembre 1843, agli avamposti di Las Cruces, il colonnello
Nera, accostatosi di troppo alle linee nemiche, è colpito da una
palla mortale e cade in potere degli Oribeani. Garibaldi si pone alla
testa di alcune compagnie della Legione e si precipita sul nemico per
strappargli la nobile preda; una mischia corpo a corpo s’accende: da un
lato la Legione corre in aiuto de’ suoi; dall’altro nuovi corpi nemici
giungono in rinforzo di loro; la zuffa si muta in vero combattimento;
la Legione tocca gravi perdite, ma il nemico è scacciato dalle sue
posizioni e il corpo del colonnello Nera è ricuperato.[80] In quel
fatto d’armi però si potranno lodare la generosità dell’intento e le
prodezze de’ combattenti, ma non altrettanto la prudenza del capo. Come
d’un altro celebre eroismo si potrebbe dire anche di questo: «tuttociò
è bello, ma non è la guerra;» e Garibaldi stesso divenuto maestro di
guerra consentirà non essere lecito a buon capitano provocare, per
sola pompa di coraggio o impeto di generosità, un combattimento, di
cui non è prevedibile la fine e può trascinare nel conflitto, contro
ogni volontà ed aspettazione dei capi, l’intero esercito, e fors’anco
comprometterne le sorti.
Meritevole invece d’incondizionata ammirazione è il fatto della Boyada
avvenuto il 24 aprile 1844. Il Ribera con alcune migliaia di cavalieri
correva sempre la campagna, sforzandosi a tener in iscacco l’Urquiza
e ad impedirgli di congiungersi all’esercito dell’Oribe. Ora questi
decise, secondo noi a sproposito, di dar un ultimo colpo al suo antico
avversario, staccando contro di esso una parte delle truppe d’assedio
con lo scopo d’assalirlo alle spalle, intanto che l’Urquiza l’avrebbe
battuto di fronte. Trapelò tuttavia fra gli assediati la mossa del
nemico, e si prepararono ad approfittarne andando ad assalire lui
stesso ne’ suoi accampamenti.
Fermato pertanto il concetto, i generali Paz e Pacheco concordarono
così il modo d’esecuzione: sortire col presidio del Cerro e attaccare
il corpo d’osservazione nemico, e intanto che l’attenzione e le
forze degli Oribeani sarebbero attirate da quella banda, assalire
colla guarnigione di Montevideo il campo del Cerrito, centro, come è
noto, delle forze assedianti. E il disegno era buono, ma richiedeva
precisione, accordo, prontezza, qualità tutte che alla prova fallirono.
Infatti nel momento che il presidio del Cerro doveva sortire, una
disputa insorse fra i due ufficiali, che non sappiamo per quale ragione
comandavano assieme il forte, onde ritardato, anzi fallito l’attacco di
fianco, l’Oribe si trovò in grado non solo di ributtar l’assalto degli
avversari, ma di riassalirli egli stesso con tutte le sue forze. Da
ciò conseguì facilmente che quella, che poteva essere ai Montevideani
sicura vittoria, si mutò in sconfitta, la quale sarebbe anco divenuta
totale disfatta, se la retroguardia non fosse stata commessa alla
Legione italiana, e Garibaldi e l’Anzani non l’avessero comandata.
Fra il Cerrito ed il Cerro corre tra due rive fangose un rio melmoso,
detto la Boyada, che i fuggenti dovevano a forza attraversare, e
contro il quale perciò gli Oribeani avevano piantato una batteria e
diretto tutto il fuoco delle loro moschetterie. Oltre a ciò, quasi alle
spalle di questa pericolosissima linea di ritirata, sorgeva un vecchio
edificio, chiamato il Saladero, di cui gli Oribeani avevano subito
apprezzato l’importanza e verso il quale s’erano già incamminati a
passo di corsa.
Garibaldi indovinò subito il doppio pericolo di siffatta posizione,
ma non ondeggiò un istante, e col suo nativo colpo d’occhio vide
immantinente il da farsi. Prese alcune compagnie della Legione e
rinfiancatele d’alcune squadre di negri, le dispone, col fango fino
al ginocchio, lungo la Boyada, ingiungendo loro di aspettare il nemico
a piè fermo e di non colpirlo che a bruciapelo, mentr’egli coll’altra
parte della Legione si lancia a testa bassa contro il Saladero, dove
già stava per entrare il nemico, e d’onde lo scaccia colle baionette
alle reni. Da quel momento la via della ritirata potè dirsi franca.
L’esercito montevideano, protetto dalla trincea vivente della sua
intrepida retroguardia, sfila in salvo fin sotto i bastioni del Cerro;
il nemico, tentato invano di sfondare colle mitraglie il baluardo
di petti umani che gli contrasta il passo, si arresta; e la Legione
italiana, pesta, sanguinosa, scemata, tra morti e feriti, di ben
sessanta combattenti, ma balda ed ordinata, entra in Montevideo, dove
fa risuonare novellamente fra grida di ammirazione e di riconoscenza il
nome italiano.