L’ora pertanto della indipendenza ispano-americana stava per suonare.
L’avevano preparata gli errori e gli stessi beneficii della Spagna;
la precipitavano le idee del secolo e il turbine medesimo degli
avvenimenti che sconvolgevano l’Europa; la rendeva inevitabile e fatale
la stessa legge che governa i destini delle colonie, le quali dopo
essersi nutrite del latte della madre patria, quando son fatte adulte e
gagliarde mordono il seno alla nutrice e le volgono le spalle.
Sul finire del 1808, una dietro l’altra giungevano in America queste
notizie: che Ferdinando VII, prigioniero in Francia, aveva venduta per
una pensione l’avita corona a Napoleone; che questi aveva insediato
sul trono di Spagna suo fratello Giuseppe; che una Giunta centrale
s’era costituita a Cadice per rivendicare i diritti del legittimo
Re; che le Asturie avevano cominciato contro l’invasore una guerra
di coltello; che tutta la Spagna era in fiamme ed in iscompiglio. Ora
questi avvenimenti gittavano anche le colonie in una specie d’anarchia,
ed era ben naturale che, poste tra un sovrano legittimo, ma imbelle
e disgraziato, e un principe straniero intruso ed abborrito, e due o
tre Giunte rivoluzionarie che si disputavano il governo senza avere
nè autorità nè forza per mantenerlo, esse vedessero spuntare da quel
caos i primi albóri d’un’èra novella, e coltivassero seriamente da
quell’istante il pensiero della loro indipendenza. La commozione
pertanto suscitata anche sulla Plata da quelle novelle fu, quale doveva
essere, grandissima; tanto più che i due Re contendenti avevano inviato
a Buenos-Ayres legati per indurre quei coloni a riconoscere le loro
rispettive sovranità; e che il vicerè Liniers, lo stesso che aveva
riconquistato Buenos-Ayres, inclinava, memore della stirpe, a favorire
le parti francesi, le più abborrite di tutte.
Ma quando nei primi giorni del 1810 passò l’Oceano l’annunzio che
l’ultimo esercito di Ferdinando VII era stato disfatto sui campi
d’Ocaña, e che oramai la Spagna andava ingoiata nella monarchia
universale del Cesare francese, trascinando nella medesima voragine
le sue colonie, queste non si contennero più e pensarono a provvedere
senza indugio alle loro sorti.
Da principio il movimento ebbe piuttosto un carattere riformatore
che rivoluzionario.[57] La pluralità degli Ispano-Americani
sembrò accontentarsi d’una semi-indipendenza, e le Giunte sortite
dall’elezione popolare si limitarono a deporre o scacciare i vicerè ed
i governatori, ed a costituire governi locali sotto l’alta sovranità
di Ferdinando VII. Così Caracas (19 aprile 1810) la prima ad iniziare
il moto; così Buenos-Ayres (25 maggio 1810); così, a distanza di poche
settimane, la Venezuela, la Nuova Granata, il Chilì e l’Alto Perù.
Ma da un lato la resistenza ben legittima delle autorità spagnuole,
e dall’altro la legge naturale delle rivoluzioni, fanno sorgere
ben presto e prevalere un partito più radicale, il quale proclama
l’assoluta indipendenza da ogni dominio europeo e rompe in aperta
rivolta.
A questo punto però la storia degli Stati della Plata, una fino agli
ultimi giorni, si sdoppia, anzi si tripartisce, e in molti punti
diverge siffattamente, che seguirla sopra una linea sola non è più
possibile.
Mentre Buenos-Ayres, postasi risolutamente a capo della rivoluzione,
rompe l’ultimo anello che l’avvinceva alla madre patria, e inviando
spedizioni armate a dar mano agl’insorti della Bolivia e del Perù,
si sforza a trascinare nella medesima via gli Stati della Plata ed a
raccogliere nelle sue mani tutte le fila del movimento; nel Paraguay
e nella Banda Orientale continua a prevalere il partito medio della
semi-indipendenza, e l’uno e l’altra assai più diffidenti della
supremazia argentina, che paurosi della lontana sovranità spagnuola,
rifiutano di riconoscere la Giunta rivoluzionaria di Buenos-Ayres, e
ne respingono entrambi le proposte e le armi. Non ci occupiamo più del
Paraguay, che nel 1811 si decide esso pure a liberarsi dalla signoria
spagnuola, ma che poscia, ispirato dal genio tetro e quasi misantropico
del dottor Francia, si chiude fra le rive de’ suoi due fiumi, e non
ambisce più che di essere la China dell’America spagnuola.
Circa poi all’Uruguay ed a Montevideo, il fatto della resistenza
all’egemonia argentina era spiegato e giustificato da parecchie ragioni
antiche e recenti. Anzitutto v’erano tra i due paesi differenze di
suolo, di clima, d’abitanti, di costumi, di interessi, che il tempo
e la civiltà avevano piuttosto accresciute che scemate. Mentre il
territorio sulla destra della Plata, poche leghe al di là delle sue
rive non era che una sterminata steppa, battuta dalle vampe assidue
d’un clima tropicale, corsa da torme di cavalli selvatici e da bande
di feroci _gauchos_, divisa tra pochi _estancieros_, veri feudatari
della Pampa; quello sulla riva sinistra offriva, da alcune parti in
fuori, tutte le varietà d’un clima e d’un suolo europeo e tutte le
condizioni a’ suoi abitatori d’una vita civile. Il clima, temperato
lungo il littorale dalle brezze marine, vi è de’ più dolci; ed anche
nell’interno non sale mai nel più grande estate oltre il 35mo grado, nè
discende nei più crudi inverni al 3º sotto zero; onde non si conoscono
in quelle latitudini che due stagioni: la calda da ottobre a giugno, e
la fresca da giugno a settembre.[58] Il suolo vi è tanto pittoresco,
quanto salubre e ferace; parecchie catene di montagne, dalle forme
trincianti delle lor punte dette _cuchillas_, lo solcano da nord a
sud; maggiore fra esse la _Cuchilla Grande_ (che non s’innalza però
oltre i 2000 piedi), dalla quale si diramano numerosi piani digradanti
di colline, di terrazze, di poggi, o come li dicono là di _cerri_
e di _cerriti_, che vanno a morire fino intorno a Montevideo e ad
anfiteatro lo chiudono. Innumerevoli acque defluenti ed affluenti dei
due massimi fiumi, il Rio Grande e l’Uruguay, lo scorrono per ogni
parte, lo abbelliscono e lo fecondano. Le pianure stesse di Colonia,
di Canelones, di Salto, sono praterie verdeggianti che perdono il
nome di Pampas e acquistano quello di campagne. La popolazione vi è,
al paragone dell’Argentina, più densa; il _gaucho_ più raro, e dalla
natura stessa del suolo agricolo e suddiviso reso innocuo. Se nel folto
delle selve secolari balza il leopardo, urla il coguar e strisciano il
crotalo ed il corallo,[59] innumerevoli mandre di buoi, di merinos, di
cavalli moltiplicano sui vasti pascoli e nelle frequenti estancias, e
fruttano al paese la triplice ricchezza delle carni, dei cuoi, delle
lane. Ricche miniere d’oro, d’argento, di rame, di piombo, d’ogni
varietà di minerali serpeggiano nelle viscere dei monti; nel fondo
delle valli, sui margini dei fiumi, nel cavo delle roccie, fiorisce
tutta la variopinta famiglia delle erbe medicinali e delle piante
coloranti.
Finalmente poco lungi dalla palma e dal cedro allignano il pesco e
l’arancio; accanto a vaste foreste, dove si spiega tutto il lusso della
vegetazione tropicale, maturano il frumento, il mais, quasi tutte le
frutta e gli erbaggi del nostro continente, il quale, ben a ragione,
invia il soverchio de’ suoi figli a cercare nella terra felice il pane
e la fortuna, e trova nella ridente baia di Montevideo uno de’ porti
più ospitali e sicuri del Nuovo Mondo.
Ora in siffatto paese era naturale che i coloni europei s’espandessero
più prontamente, serbassero con maggiore tenacia i loro costumi
nativi, predominassero senza grande sforzo su tutta quella popolazione
mista d’Indiani puri, di negri, di meticci e di creoli, ancor presso
alla barbarie, e sulla quale si sentivano chiamati a dominare per la
superiorità del sangue, dell’intelletto e del valore.
Oltre di che, c’era quel gran fiume, cagione antica e perpetua di
prosperità a’ suoi ripuari, ma altresì di rivalità e di discordia, e
i coloni della Banda Orientale non avrebbero mai potuto sopportare
tranquillamente ch’esso divenisse l’esclusivo dominio dei popoli
dell’altra Banda.
Infine l’esercito spagnuolo, forzato ad abbandonare l’Argentina, aveva
fatto di Montevideo l’estrema sua cittadella, e cooperava colla sua
presenza ad afforzare l’opposizione che gli Orientali facevano ai
disegni rivoluzionari della riva opposta. Conseguenza di tutto ciò fu
che gli Argentini si videro costretti a porre l’assedio alla capitale
dell’Uruguay, ed è allora che compare per la prima volta sulla scena un
uomo singolare, chiamato ad esercitare un potente influsso sui destini
della patria sua: Artigas.