_Londra, 27 aprile, 1847._
[5] Sono estratte da quattro lettere sulle Condizioni e sull'Avvenire
d'Italia ch'io inserii col mio nome nei numeri di maggio, giugno, agosto
e settembre 1839 del _Monthly Chronicle_, rivista mensile di Londra.
Scritte a illuminare l'opinione Inglese intorno alle cose nostre, poco
gioverebbe ripubblicarle intere per gli Italiani.
[6] La Carboneria s'impiantò nel Regno delle Due Sicilie, nel 1811, con
approvazione del Ministro di Polizia Maghella e del re Murat; e si
diffuse tra gli impiegati. Nel 1814, proscritta da Murat, chiese e
ottenne l'assenso del re Ferdinando allora in Sicilia. Lord Bentinck ne
accolse anch'egli le offerte. Poi, quando il ristabilimento dell'antica
forma di Governo la rese inutile ai disegni della Monarchia,
cominciarono accanite le persecuzioni contr'essa.
[7] L'insurrezione dovea promoversi subito dopo il 12 del gennajo 1821,
giorno in cui il Governo aveva incrudelito col ferro sugli studenti
della Università Torinese. Mancò il consenso di Carlo Alberto. E anche
nel marzo, dacchè il cenno dato da lui il giorno 8, fu revocato il 9, il
moto non avrebbe avuto luogo, se il 10 Alessandria, stanca degli indugi,
non violava, insorgendo, gli ordini ricevuti.
[8] La proscrizione dei Carbonari abbracciò tutta Italia. Molti
sacerdoti furono condannati nel Sud, due nel ducato di Modena: un
d'essi, Giuseppe Andreoli, professore d'eloquenza, udendo che egli solo
era fra gli imprigionati con lui, condannato a morire, ringraziò Dio ad
alta voce. Molte confessioni furono estorte indebolendo le facoltà
intellettuali degli accusati con una infusione d'_atropos belladonna_
mista colla bevanda. Le condanne nel solo piccolo ducato di Modena
sommarono a 140 incirca, a più di cento in Piemonte, a molte più in
Napoli ed in Sicilia. In Lombardia, condanne capitali furono pronunziate
il 18 maggio 1821, contro individui come rei d'appartenere alla
Carboneria, parecchi dei quali erano stati imprigionati in Rovigo nel
carnevale del 1819-20, cinque o sei mesi prima che fosse promulgata
contro la Carboneria la legge di proscrizione del 25 agosto 1820.
[9] Quel Governo era composto del marchese Francesco Bevilacqua, del
conte Carlo Pepoli, del conte Alessandro Agucchi, del conte Cesare
Bianchetti, del professore F. Orioli, dell'avv. Gio. Vicini, del prof.
Ant. Silvani e dell'avv. Ant. Zanolini. Sul finire della Rivoluzione e
al tempo della Capitolazione s'era modificato: Vicini era presidente del
Consiglio, Silvani ministro di Giustizia, il conte Lodovico Sturani
delle Finanze, il conte Terenzio Mamiani della Rovere dell'Interno,
Orioli dell'Istruzione pubblica, il dottor Giov. Battista Sarti di
Polizia, il generale Armandi di Guerra, Bianchetti degli Esteri.--Taluno
di questi uomini s'agita tuttavia tra la coorte de' faccendieri che
sgoverna oggi, per la terza volta, il moto d'Italia.
[10] Un barone di Stoelting di Vestfalia, appartenente alla Casa del
Principe di Monforte (Gerolamo Bonaparte) era stato pure inviato a
persuadere l'Armandi perchè rispettasse una promessa fatta dal Principe
al card. Bernetti, che Roma non sarebbe stata assalita. L'abboccamento
ebbe luogo in Ancona. Lo Stoelting recava pure con sè una lettera
dell'ambasciatore Austriaco in Roma, conte Lutzow--I Bonaparte ci erano
fin d'allora, e in tutti i tempi, funesti.
[11] Terenzio Mamiani ritirò il suo nome dall'atto stampato del 26. Ma
io ebbi tra le mani il processo verbale dell'atto originale del 25,
smarrito con altre carte dal Presidente Vicini nella rapida fuga e
inviatomi da Guerrazzi; e il nome di Mamiani era a calce dell'atto senza
protesta o cenno di opposizione.
[12] Dal Pozzo, cacciato dopo il 1821 in esilio, ottenne di ripatriare,
vendendo la penna all'Austria. V. il suo opuscolo: _Della felicità che
gli Italiani possono e debbono dal Governo Austriaco procacciarsi_.
[13] Parigi era sottoposta allo _stato d'assedio_ in conseguenza
dell'insurrezione del 5 e 6 giugno, suscitata dalle esequie del Generale
Lamarque.
[14] Tradotta dalla _Tribune_ del 20 settembre 1832.
[15] Dalla _Tribune_ del 18 novembre 1832.
[16] Ecco il testo della sentenza, com'era riportato dal _Monitore_. Chi
legge giudichi.
«La sera del 15 corrente, alle 10 pomeridiane, il Capo della Società,
adunati i membri che la compongono, ordinò al Segretario di _pubblicare_
una lettera, nella quale era riportata una sentenza emanata dal
tribunale di Marsiglia contro i _prevenuti_ rei Emiliani, Scuriati,
Lazzareschi, Andreani; esaminati gli atti processuali speditici dal
presidente in Rodez, ne è risultato ch'essi sono rei: 1.º come
propagatori di scritti infami contro la sacra nostra Società; 2.º come
_partitanti_ dell'infame governo papale _di cui_ hanno corrispondenza
_che tutto_ tende a rovesciare i nostri disegni _contro_ la santa causa
della libertà. Il _fisco_, dopo le più esatte riflessioni e da quanto è
risultato in processo, facendo uso dell'art. 22, _condanna a pieni voti_
Emiliani e Scuriati alla pena di morte; in quanto a Lazzareschi e
Andreani, perchè non consta abbastanza di quanto vengono addebitati, la
loro condanna è la percussione di alcuni colpi di verga, e si lascia
l'incarico ai loro tribunali appena tornati in patria di condannarli in
galera _ad vitam_ (come famosi ladri e _trafatori_). Si ordina inoltre
al presidente di Rodez estrarre quattro individui esecutori della detta
sentenza da eseguirsi imprescrittibilmente entro il periodo di giorni 20
e chiunque dell'_estratto_ si recusasse dovrà essere trucidato _ipso
facto_.
«Dato in Marsiglia, dal supremo Tribunale, questa sera, alle ore 12
pomeridiane, 15 dicembre 1832.
«MAZZINI, _Presidente_.
«CECILIA, _l'Incaricato_.»
[17] Sentenza del 30 novembre 1833. Gavioli fu condannato ai lavori
forzosi. La Cecilia continuava a vivere liberamente in Francia, e non
era mai stato interrogato.
[18] Tribunale Correzionale di Parigi: aprile 1841. La sentenza statuì
che essendo io, a detta di tutti e dello stesso Gisquet, uomo onesto e
incapace di misfatto, il documento del _Monitore_ citato nelle _Memorie_
alludeva evidentemente a un altro Mazzini!
[19] Risponda questo all'accusa avventatami periodicamente contro da
tutti gli scrittori di parte _moderata_, ch'io tendeva alla Dittatura.
Più dopo, in un fascicolo della _Giovine Italia_ del 1833, inserendo un
articolo di Buonarroti--firmato Camillo--_del Governo d'un Popolo in
rivolta per conseguire la Libertà_, io protestavo contro un § che
invocava la Dittatura d'un solo, colla nota seguente: «Noi consentiamo
in tutte le idee dell'articolo fuorchè in quest'una che ammette fra i
modi della potestà rivoluzionaria la Dittatura d'un solo:
«Perchè, sebbene la potestà che deve governar la rivolta debba
essenzialmente differire da quella che deve sottentrare dopo la
vittoria, essa deve pure soddisfare a due condizioni: quella di rinegare
assolutamente il carattere della potestà contro la quale il popolo
insorge, e quella di racchiudere in sè il germe della potestà futura; e
ambe le condizioni si risolvono nell'escludere la dominazione dell'_uno_
e indicare la dominazione dei _più_:
«Perchè, sebbene la potestà rivoluzionaria debba comporsi di potenti
d'anima, d'intelletto e di core, e non giovi il ricorrere ai parlamenti,
alle numerose assemblee, quando gli atti e i decreti devono succedersi
colla rapidità dei colpi nella battaglia, crediamo nondimeno doversi
contenere in quella Potestà un rappresentante a ogni grande frazione
d'Italia che insorga:
«Perchè, in un popolo guasto dalle abitudini della servitù, la Dittatura
d'un solo riesce sommamente pericolosa:
«Perchè fino al giorno in cui il governo della Nazione escirà dalla
libera e universale elezione, la diffidenza è condizione inevitabile a
un popolo che tende ad emanciparsi; e il concentramento di tutte le
forze della rivolta nelle mani d'un solo rende illusorie tutte le
guarentigie che vorrebbero stabilirsi:
«Perchè in Italia, come in ogni altro paese servo, mancano tutti gli
elementi necessari a riconoscere l'_uomo_ che per virtù, energia,
costanza, intelletto di cose e d'uomini, valga ad assumere sulla propria
testa i destini di ventisei milioni; e a riconoscerlo è necessario un
lungo corso di tempo e vicende, per le quali egli sia uscito
incontaminato da alcune delle situazioni che corrompono più facilmente
gli uomini;--e pendente quel tempo di prova, la rivoluzione ha pur
bisogno d'essere amministrata.
«L'opinione della Dittatura, ove prevalesse in Italia, darà potere
illimitato, facilità d'usurpazione e forse corona al primo soldato che
la fortuna destinerà a vincere una battaglia.»
[20] A questo di vero si riduce ciò che affermano, sulle condizioni dei
quaranta o trent'anni d'età attribuite a una Associazione che numerava
tra' suoi il quasi settuagenario generale Ollini, lo storico Farini e
altri d'eguale valore.
[21] 23 giugno 1833.
[22] Questa lettera, nella quale Gioberti pronunciava anzitutto condanna
acerba contro i _moderati_ e sè stesso, fu pubblicata, col nome
_Demofilo_, nel fascicolo VI della _Giovine Italia_, e ristampata poi
col vero nome vivo Gioberti.
[23] Traduco le seguenti pagine dalla IV Lettera sulle _condizioni
d'Italia_ inserita da me nel _Monthly Chronicle_ del 1839.
[24] Questo artificio infernale fu usato con Jacopo Ruffini.
[25] A Miglio, sergente nella Guardia, imprigionato in Genova, fu
collocato accanto un ignoto che gli si diede, piangendo, per uno dei
congiurati; poi, trascorsi parecchi giorni, gli accennò a un modo di
corrispondenza da lui serbato colla famiglia. E Miglio, sedotto a
valersene, scrisse, scalfendosi il braccio, col proprio sangue, poche
parole agli amici suoi. Quello scritto costituì uno dei principali
documenti per la condanna.
[26] «Dopo la fucilazione dei sergenti, essi tentarono di farmi credere
a quella di Pianavia. La sua cella era nel mio corridojo. Egli aveva
l'abitudine di cantare; ma un sabbato, ei si tacque subitamente. La
domenica fu un andare e venire continuo nella sua prigione. Giunse il
Governatore e rimase lungo tempo con lui. Alle tre dopo mezzogiorno
venne nella mia celletta il Generale comandante la Cittadella
(Alessandria) con parecchi de' suoi ufficiali e un Cappellano che avea
ceffo d'assassino più che di prete. Tutti sembravano commossi e quasi
piangenti. Il Generale mi chiese s'io mi sentissi tranquillo. Risposi di
sì. Partì dopo avermi fatto indirizzare alcune parole dal Cappellano.
Tutta quella notte continuarono i rumori. Allo spuntare del giorno, udii
qualcuno, ch'io credetti essere Pianavia, attraversare il corridojo con
passi affrettati, e pochi momenti dopo, tre spari annunciarono una
fucilazione. Io piansi amaramente per l'uomo che avea già segnata la
rovina di parecchi de' suoi fratelli.» Da una dichiarazione di Giovanni
Re. L'ufficiale Pianavia s'era fatto denunziatore, si prestava al
maneggio e fu salvo.
[27] «La mia nuova cella era tristissima e scura, con una sola finestra
difesa da doppia grata. Incatenandomi all'anello confitto nel muro,
Levi, il carceriere, m'andava dicendo che la legge del Re era legge di
Dio, e che i suoi trasgressori dovevano aspettare rassegnati il meritato
castigo. Di fronte alla mia stava la cella del povero Vochieri, alla
vigilia della sua morte. Avevano praticato tre fori nel fondo della mia
porta; e siccome quella del carcere di Vochieri era, a bella posta,
lasciata aperta, io non poteva star vicino alla mia finestra senza
notare la luce che attraversava quei fori. Guardai, curvandomi, e vidi
il povero Vochieri seduto, con una pesante catena al piede, due
sentinelle gli stavano ai fianchi colla spada nuda; di tempo in tempo
gli lasciavano mutar posizione, senza che le due sentinelle lo
abbandonassero mai o gli indirizzassero una sola parola. Venivano spesso
due cappuccini a parlargli. Durò siffatto spettacolo una settimana
intiera, finchè lo condussero al supplizio. E a compiere quella scena
d'orrore, stava in una cella contigua alla mia un malato, che gemeva dì
e notte e invocava soccorso... Pochi dì dopo fui condotto in un'altra
prigione appena finita e umida tuttavia. Fui colto da dolori in tutte le
membra. Così, infiacchiti, lo spirito e il corpo, ricominciarono a
interrogarmi.
«Gli interrogatorii erano condotti in modo da soggiogare le mie facoltà,
A ogni tanto, mentr'io imprendeva a dare spiegazione di fatti allegati,
l'auditore Avenati m'interrompeva col dire che badassi a ciò ch'io
parlava, ch'io era visibilmente confuso e che le mie spiegazioni
aggiungevano al pericolo della mia situazione. E poco dopo ei mutava
tono e dichiarava ch'io era chiaramente colpevole e che si terrebbe nota
di quanto io diceva a mio danno senza dare la menoma attenzione a ogni
cosa che tentasse difesa.
«Mi convinsi che volevano la mia morte.
«Poi vennero una dopo l'altra le deposizioni di parecchi fra' miei
compagni, Segrè, Viera, Pianavia, Girardenghi, tutte a carico mio. Io mi
sentiva veramente minacciato d'insania.
«Chiesi nondimeno d'un difensore. Sacco, il segretario del Tribunale, mi
suggeriva il capitano Turrina; io preferiva un Vicino: non mi fu dato nè
l'uno nè l'altro.
«Pensai a preparare io stesso la mia difesa; ma quantunque i
procedimenti preliminari fossero da due giorni conchiusi, io non aveva
inchiostro nè carta. I miei parenti, ch'erano venuti nella città, ebbero
ordine di partirne immediatamente.
«Finalmente, Levi, il mio cerbero, mi propose a difensore il luogo
tenente Rapallo. Disperato d'ogni altro ajuto, accettai.
«E venne; ma non per parlarmi della mia difesa. Egli, il solo protettore
sul quale io poteva appoggiarmi, mi dichiarò che la mia posizione era
oltremodo grave. Mi disse che il Governo _sapeva_ esser io stato uno dei
più attivi membri dell'Associazione, ch'io non poteva sfuggire al
castigo, e che non m'avanzava _se non una via di salute_. Mi disse che
il mio segreto era omai divulgato da tutti; che Stara confesserebbe a
momenti ogni cosa, e saperlo egli dal suo difensore; che Azario aveva
anch'egli offerto rivelazioni, e non s'aspettava, per accoglierle, che
l'assenso da Torino. E aggiungeva ch'io poteva proporre condizioni le
più favorevoli e sarebbero accettate.
«Due volte respinsi la triste proposta. Al terzo convegno, piegai.»
Estratto dalla Dichiarazione di Giovanni Re.
[28] «..........Egli mi fu amico: il primo e il migliore. Dai nostri
primi anni d'Università fino al 1831, quando prima la prigione, poi
l'esilio mi separarono da lui, noi vivemmo come fratelli. Egli studiava
medicina, io giurisprudenza; ma, escursioni botaniche dapprima, poi
l'amore, pari in ambi, alle lettere, le prime battaglie tra
_classicismo_ e _romanticismo_, e più di tutto gli istinti affini del
core, ci attirarono l'un verso l'altro, finchè venimmo a una intimità,
unica per me allora e poi. Non credo d'aver mai avuto conoscenza più
compiuta e profonda d'un'anima; ed io lo affermo con dolore e conforto,
non ebbi a trovarvi una sola macchia. L'imagine di Jacopo mi ricorre
sempre alla mente ogni qualvolta io guardo a uno di quei gigli delle
valli (_lilium convallium_) che ammiravamo sovente assieme, dalla
corolla d'un candido alpino, senza involucro di calice, e dal profumo
delicato e soave. Egli era puro e modesto com'essi sono. E fin anche il
lieve piegarsi del collo sull'omero che gli era abitudine, m'è ricordato
dal gentile tremolìo che incurva sovente quel piccolo fiore.
«La perdita de' suoi fratelli maggiori, le frequenti e pericolose
infermità della madre ch'egli, riamato, amava perdutamente, e più altre
cagioni, non gli avean fatto conoscere la vita fuorchè pel dolore.
Squisitamente, e quasi direi febbrilmente sensibile, ei ne aveva
raccolto una mestizia abituale che s'inacerbiva di tempo in tempo a
disperazione d'ogni cosa. E nondimeno, non era in lui vestigio alcuno di
quella tendenza a misantropia, che visita sovente le forti nature
condannate a vivere in terra schiava. Aveva poca gioja degli uomini, ma
li amava: poca stima dei contemporanei, ma riverenza per l'uomo, per
l'uomo come dovrebbe essere e come un giorno sarà. Forti tendenze
religiose combattevano in lui lo sconforto che gli veniva da quasi
tutti, e da tutto. La santa idea del Progresso, che alla _fatalità_
degli antichi e al _caso_ dei tempi di mezzo sostituisce la Provvidenza,
gli era stata rivelata dalle intuizioni del core fortificate di studî
storici. Adorava l'ideale come fine alla vita, Dio come sorgente
dell'Ideale, il Genio come suo interprete quasi sempre frainteso. Era
mesto, perchè sentiva la solitudine di chi sta innanzi, e non vedrà vivo
la _terra promessa_: ma era abitualmente tranquillo, perch'ei sapeva che
il fine della nostra esistenza terrestre non è la felicità, bensì il
compimento d'un _dovere_, l'esercizio d'una _missione_, anche dove non
vive possibilità di trionfo immediato. Il suo sorriso era sorriso di
vittima, pur sorriso. Il suo amore per l'Umanità era, come l'amore
ideale di Schiller, un amore senza speranza individuale, ma era amore.
Ciò ch'ei pativa non esercitava influenza sulle sue azioni.......
«. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
«Jacopo comprese, dai primi cominciamenti della persecuzione, ch'egli
era perduto, e aspettò con serena fermezza i proprî fatti. Avvertito
dell'ordine dato per imprigionarlo, non volle sottrarsi. A chi insisteva
con lui rispose che chi aveva spinto altrui nel pericolo, dovea
soggiacergli primo. Preso, e tormentato d'interrogatorî, rispose con un
muto sorriso. Bensì minacce terribili e l'artificio citato delle
rivelazioni _falsificate_ e il linguaggio insidioso d'un Rati Opizzoni,
auditore, lo ridussero a tale da fargli temere ch'ei forse cederebbe un
dì o l'altro. E allora risolse d'uccidersi. Io credo il suicidio atto
colpevole come la condanna a pena di morte. La vita è cosa di Dio: non è
concesso abbandonare il proprio posto quaggiù, come non è concesso
rapire ad alcuno la via di ripigliarlo, quando per colpa s'è
abbandonato. Ma nel caso di Jacopo, parmi che il suicidio s'inalzi
all'altezza del sagrificio. È l'atto d'un uomo che dice a sè stesso:
_quando il tuo occhio sta per peccare strappalo; quando per tristizia
degli uomini tu ti senti minacciato di cedere ai suggerimenti del male,
getta via la tua vita; e piuttosto che peccare contr'altri, poni
sull'anima tua un peccato contro te stesso. Dio è buono e clemente. Egli
t'accoglierà sotto la grande ala del suo perdono_.» Da alcune pagine
inglesi mie nel _People's Journal_, maggio, 1846.
[29] Vedi preliminari della sentenza del 13 giugno contro Rigasso, Costa
e Marini.
[30] E basti un unico esempio. Vochieri supplicò che si mutasse la via
per la quale ei doveva andare al supplizio, e che passava sotto la casa
ov'erano la moglie incinta, la sorella e due figliuoletti. Ebbe rifiuto.
La sorella impazzì. Galateri volle essere presente all'esecuzione.
[31] Da quel giorno ha data la mia conoscenza di lui. Il suo nome di
guerra nell'Associazione era _Borel_.
[32] Credo in novembre. Riproduco qui una lettera ch'io scrissi
nell'ottobre del 1856 a Federico Campanella e ch'ei pubblicò
nell'_Italia e Popolo_. Il fatto che ne è argomento spetta a questo
periodo. Scrissi quella lettera richiesto, perchè se da un lato ho
sempre sprezzato calunnie e calunniatori, non ho mai dall'altro ricusato
di dire il vero quand'altri lo chiese. Il Gallenga aveva, in una sua
_Storia del Piemonte_, narrato il fatto intorno al quale io aveva sempre
taciuto, soltanto dissimulando che il fatto era _suo_ e lasciando
credere ch'io lo avessi inspirato e promosso più che non feci. Quindi le
inchieste.
[33] Da un mio articolo nella _Jeune Suisse_, numero del 30 marzo 1836.
Le considerazioni espresse in quell'articolo erano le stesse che
dirigevano il mio lavoro nel 1834.
[34] Anche il Cristianesimo non contemplò nella sua dottrina che
l'_individuo_; e trapassò fatalmente per le due fasi logiche alle quali
io accennava in quell'articolo. Nella prima epoca della sua vita, il
Cristianesimo fu, quanto alla parte _terrestre_ del problema
dell'Umanità, rassegnato, inerte, contemplatore: nella seconda, quando
volle assumersi di risolvere quel problema, fu--nel sublime ma
inefficace tentativo di Gregorio VII--dispotico--(1862).
[35] Il sorgere a vita della Russia ha superato, quanto al tempo, le mie
previsioni e le altrui: e l'influenza decisiva che ogni suo moto
esercita su tutta quanta l'Europa è innegabile. E nondimeno, quanto
all'ordinarsi dei varî gruppi della famiglia Slava, credo tuttavia che
la maggiore e più diretta influenza sarà esercitata dal surgere della
Polonia.
[36] Traduco con vero dolore. Non sembra ch'io scrivessi allora per
l'Italia d'oggi?--(1862).
[37] Debbo all'amico ragione d'una frase, che apparve dubbia, inserita
nel terzo volume di questi Scritti, a pag. 322, dove, parlando delle
cagioni che impedirono si tentasse moto in Genova, accenno al timore
generoso di quei che dirigevano l'Associazione, ch'altri attribuisse il
segnale dell'azione a un desiderio di tentare la propria salute--e
nominai Jacopo e Giovanni Ruffini. Il Comitato Genovese era allora
composto d'essi due e di Federico Campanella; e la decisione di non
agire fu presa in comune. Nominai i due, perchè, scrivendo su' ricordi
della mia memoria soltanto intesi rispondere a incerte accuse che
serpeggiarono per breve tempo intorno ad essi. Ma a nessuno che conosca
Campanella, o la stima profonda ch'io ho per lui, può cadere in mente,
ch'io, tacendone il nome, mirassi a far cadere su lui sospetto d'indole
meno generosa e pronta al sagrificio di sè. Campanella diede in quei
giorni terribili prova d'animo più che fermo; rimase ultimo fra i più
pericolanti dei nostri in Genova e non ne partì che dopo i supplizi e
disperata ogni cosa, il 23 giugno del 1833.
[38] Vedi il fascicolo dell'ottobre 1836.
[39] Vedi vol. V dell'_Opere complete_, pag. 55.
[40] Come documento dei tempi, la collezione della _Jeune Suisse_
potrebbe giovare a chi tesserà la storia degli ultimi tempi; ma credo
quasi impossibile rinvenirla. La mia manca di venti e più numeri.
[41] Quel documento è citato _in extenso_ nell'ultimo volume della
_Storia di dieci anni_ di Luigi Blanc, c. IV.
[42]
. . . . . . . da martiro
E da esilio venne a questa pace.
_Paradiso_ X.
[43] V. _La Commedia di Dante Allighieri illustrata da Ugo Foscolo_,
Londra, P. Rolandi, 1842, quattro volumi.
[44] A Tommaso Duncombe, che aveva con rara energia sostenuto in
parlamento le parti mie, una riunione d'Italiani risiedenti in Londra
votò il dono di due medaglie coniate allora in Londra e in Parigi a
spese d'esuli in onore dei nostri martiri. La medaglia coniata in Parigi
ha da un lato l'Italia coronata di spine in atto di accendere una
fiaccola alla fiamma uscente dalle ceneri dei martiri di Cosenza
racchiuse in un'urna. Sull'urna è scritto: _nostris ex ossibus ultor_; e
sulla base: _fucilati in Cosenza il 25 luglio 1844 sotto Ferdinando re_.
Dietro la tomba è un cipresso; intorno alla medaglia stanno i nomi delle
vittime; appiedi: _a memoria ed esempio_. Dall'altro lato, nel centro
d'un serto di palma e alloro stanno le parole: _Ora e sempre_: poi
quelle proferite dai Bandiera: _è fede nostra giovare l'italica libertà
morti meglio che vivi_. Il concetto appartenne a Pietro Giannone.--La
medaglia coniata in Londra, sul disegno di Scipione Pistrucci, ha da un
lato i nomi di quei fra i membri dell'Associazione che avevano fino a
quel giorno patito il martirio; e dall'altro un serto di quercia, palma,
ellera e cipresso, e nel centro la leggenda: _Ora e sempre: la Giovine
Italia ai suoi martiri_.
La dedica a Duncombe diceva: _A. T. S. Duncombe, membro di parlamento,
perchè onorò di generose parole nell'aula la memoria dei loro fratelli
caduti per la fede italiana in Cosenza nel 1844; perchè sostenne
virilmente i diritti degli esuli codardamente e con tristissimo intento
violati nella loro corrispondenza privata dal governo inglese; perchè
respinse la calunnia avventata, a palliare l'ospitalità tradita, a un
loro concittadino--molti italiani raccolti a convegno hanno votato
questo lieve ma carissimo pegno di riconoscenza e di plauso, 23 maggio
1845_.
Tra i membri della deputazione che presentò le medaglie era, ricordo, il
Gallenga.
[45] Naturalmente, nè io potea ideare nè essi sospettavano allora la
possibilità dell'ipotesi verificatasi nel 1859, d'una guerra straniera
contro l'Austria capitanata da un principe alleato al Piemonte
costituzionale.
[46] Fu inserita nella _Pallade_, giornale di Roma.
[47] Vedi la lettera di Gioberti al Muzzarelli, presidente del ministero
romano, in data del 28 gennajo: in essa ei proponeva la restaurazione
politica del papa e, a proteggerla, l'intervento d'un presidio
piemontese in Roma. In Toscana si tentavano le stesse pratiche: e a
vendicarsi del rifiuto, il Piemonte osteggiava apertamente quella
provincia italiana; provocava i soldati toscani posti sulla frontiera
alla diserzione e li mandava in Alessandria; ordinava a Lamarmora
l'occupazione di Pontremoli e Fivizzano, ecc.
[48] Nella Divisione lombarda serpeggiava, dopo la rotta di Novara, la
idea d'avviarsi a Genova e fortificarne l'insurrezione. Intanto noi
mandavamo proposte e mezzi per Roma. Il governo, impaurito, aderì,
chiedendo promessa che la Divisione non s'immischiasse nelle cose
genovesi, e la diresse per la via di Bobbio su Chiavari. Se non che
Fanti, inteso col governo, condusse la marcia per sentieri alpestri fino
a un punto dove il passo riusciva difficilissimo alla cavalleria,
impossibile alle artiglierie. La Divisione giunse nondimeno lentamente e
smembrata in Chiavari, ma il governo, sottomessa Genova e libero d'ogni
paura, violò la propria promessa e non concesse l'imbarco. I soli
bersaglieri comandati da Manara riuscirono e sul finire d'aprile
giunsero in Roma.
[49] Questi e molti altri fatti di quel tempo furono raccolti in un
volumetto intitolato: _Raccolta di Atti e Documenti della Democrazia
Italiana_, e stampato alla macchia nel 1852. Fu lavoro di Piero Cironi,
italiano di Toscana, uomo più che onesto, virtuoso, di severa fede
repubblicana, di vigoroso e modesto intelletto, lavoratore instancabile
in ogni fortuna e per tutte vie, coll'azione e colla penna, a pro' della
Patria. Io l'ebbi amico degno, leale e costante sino alla morte. Parmi
che quel lavoro potrebbe utilmente ristamparsi, e che il miglior modo di
onorare la memoria dei buoni caduti sia quello di raccoglierne i dettati
e farne senno.
[50] 7 dicembre. Enrico Tazzoli, sacerdote, Angelo Scarsellini, Bernardo
de Carral, Giovanni Zambelli, Carlo Poma, mantovani il primo e l'ultimo,
veneziani gli altri.
[51] Scrivo sul finire del luglio 1866, mentre si sta dalla monarchia
italiana maneggiando, auspice Luigi Napoleone, una pace che
abbandonerebbe, dopo di aver fatto balenare ad essi innanzi la libertà,
il Trentino, i passi dell'Alto Friuli e l'Istria: le chiavi d'Italia.
[52] L'ordinatore militare del moto, cercato per ogni dove, riescì a
sottrarsi. Ei vive tuttora in Assisi. E m'è caro ricordarne agli
Italiani, in questa pagina, il nome, E. Brizi, nome d'un modesto,
operoso, intrepido soldato della Democrazia Nazionale.
Perirono per mano del carnefice, condannati da una Commissione militare,
poco dopo il tentativo:
Scannini Alessandro;
Taddei Siro;
Bigatti Eligio;
Faccioli Cesare;
Canevari Pietro;
Piazza Luigi;
Piazza Camillo;
Silva Alessandro;
Broggini Bonaventura;
Cavallotti Antonio;
Diotti Benedetto;
Monti Giuseppe;
Saporiti Gerolamo;
Galimberti Angelo;
Bissi Angelo;
Colla Pietro.
Perirono intrepidi: degni seguaci di quell'Antonio Sciesa, popolano egli
pure, che tratto a morte dagli austriaci il 2 agosto 1851 per affissione
di scritti rivoluzionarî, avea risposto a chi gli offriva, a due passi
dal luogo del supplizio, la vita, purchè rivelasse: _tiremm'innanz_.
Quelle parole dovrebbero essere adottate, come formola della loro vita
collettiva, dalle Associazioni operaje d'Italia.
[53] Ne citerò una fra cento.
Prima assai d'ogni ricominciato lavoro in Milano, e quando Luigi Kossuth
si preparava a un viaggio, che poteva prolungarsi indefinitamente, negli
Stati Uniti, avevamo statuito ch'egli mi lascerebbe un proclama firmato
da lui ai soldati ungheresi in Italia, per eccitarli a seguire qualunque
moto nazionale avesse luogo tra noi, e ch'io porrei in mano sua, collo
stesso intento, un mio proclama agli Italiani che militerebbero, al
tempo d'un moto, in Ungheria. E così facemmo. Potevamo, in circostanze
decisive e imprevedibili anzi tratto, trovarci lontani; e rimanemmo
quindi arbitri l'uno e l'altro d'usar del proclama e d'apporvi data a
seconda del nostro giudizio. Io mi giovai del diritto datomi, e ordinai
che sul cominciare del moto s'affliggesse, insieme a un mio, il proclama
di Kossuth. Il primo cenno dell'insurrezione scoppiata giunse in Londra
senza altri particolari e Kossuth, che v'era tornato, s'infervorò di
tanto che recatosi all'amico mio, James Stansfeld, lo richiese d'ajuto
pecuniario per raggiungermi, e l'ebbe. Ma quando il dì dopo recò la
nuova della disfatta, Kossuth, tenero più assai della propria fama che
non del vero e dell'amicizia che tra noi correva, s'affrettò a
dichiarare sui giornali inglesi, che il proclama agli ungheresi era pura
e pretta invenzione mia. Avvertito da' miei amici, mandai al _Daily
News_ due linee che dicevano semplicemente, come l'originale del
proclama fosse rimasto in mia mano, visibile a ogni uomo che desiderasse
di sincerarsi. E bastò agli inglesi; ma la stampa governativa italiana
continuò per lunga pezza a invocare il nome di Kossuth per dichiararmi
falsario.
Quando io mi ridussi in Londra, non cercai di Kossuth, ma egli venne a
vedermi, m'abbracciò con sembiante d'uomo profondamente commosso e non
fiatò del proclama. La lega, s'anche mal ferma, tra lui e me poteva
giovare alla causa nostra. Mi strinsi nelle spalle e mi tacqui.
[54] Non rimane più dal 1859 in poi.--1866
[55] _Dell'Initiative Révolutionnaire en Europe--Foi et Avenir, etc._
[56] E quel più vasto terreno è indicato nella formola _Dio e il
Popolo_--intorno al valore della quale parmi possa giovare ch'io qui
inserisca un frammento di lettera mia ad un amico, che l'_Italia e il
Popolo_ inseriva sui primi dì di febbrajo:
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
«Fra le cento formole politiche proposte dalle scuole diverse, che
s'avvicendarono, negli ultimi sessant'anni, indizio di transizione da
un'epoca consunta, incadaverita, a una nuova, due sole ebbero
consecrazione di fatti gloriosi e consenso di popoli.
«La prima è la formola francese: _Libertà: Eguaglianza: Fratellanza_;
uscita dalla Rivoluzione del 1789, e accettata da quanti popoli
seguirono allora e poi l'iniziativa di Francia.
«La seconda è la formola italiana: _Dio e il Popolo_; adottata
spontaneamente dai repubblicani e consecrata dagli eroici fatti di
Venezia e di Roma, nel 1849.
«Esistono, tra queste due formole, differenze radicali finora poco
avvertite e nondimeno importanti.
«Le formole, se vere e destinate a vivere sulla bandiera delle nazioni,
racchiudono un programma, che si svolge attraverso gli eventi per una
serie di conseguenze logiche inevitabili.
«La formola francese e essenzialmente _storica_: ricapitola in certo
modo la vita dell'Umanità nel passato, accennando, poco definitamente,
al futuro. L'idea _libertà_ fu elaborata, conquistata su scala limitata
dal mondo greco-romano, dal Paganesimo, il cui problema fu
l'emancipazione dell'_individuo_ umano. L'idea _eguaglianza_ fu
elaborata e conquistata, in parte dal mondo latino-germanico, dal
Cristianesimo, il cui problema, falsato verso il VII secolo dal Papato,
fu la libertà per _tutti_, l'applicazione della conquista anteriore a
_tutti_ gli individui, la emancipazione dell'anima umana, in qualunque
condizione versasse, sotto la fede nell'unità di natura. L'idea
_fratellanza_, conseguenza inevitabile dell'unità di natura, albeggiò,
traducendosi in _carità_, nel dogma cristiano, e scese, per breve tempo,
sul terreno politico internazionale, ne' bei momenti della Rivoluzione
Francese.
«La formola italiana è invece radicalmente _filosofica_: accettando le
conquiste del passato, guarda risolutamente al futuro, e tende a
definire il metodo più opportuno allo svolgimento progressivo delle
facoltà umane.
«La prima esprime, compendiato, un grande _fatto_. La seconda scrive
sulla bandiera un _principio_. La prima definisce, afferma il progresso
compiuto: la seconda costituisce l'istrumento del progresso, il mezzo,
il modo per cui deve compirsi.
«Una formola filosofico-politica, per aver diritto e potenza d'avviare
normalmente i lavori umani, deve racchiudere, sommi, due termini: la
sorgente, la sanzione morale del Progresso: la LEGGE e l'_interprete_
della Legge.
«Questi due termini mancano nella formola Francese: costituiscono
l'Italiana.
«La sorgente, la sanzione morale della Legge, sta in Dio, cioè in una
sfera inviolabile, eterna, suprema su tutta quanta l'Umanità, e
indipendente dall'arbitrio, dall'errore, dalla forza cieca, di breve
durata. Più esattamente, Dio e Legge sono termini identici: Dio,
stampando la natura umana delle due tendenze ineluttabili, _progresso_
ed _associazione_, ch'oggi la distinguono dall'altre nature terrestri,
ha scritto in fronte alla Umanità il codice, del quale la vita storica
non è se non il commento, l'applicazione. Tolto Dio, non rimane
possibile sorgente alla Legge, fuorchè il Caso e la Forza.
«L'_interprete_ della Legge fu problema continuo all'Umanità. Ogni epoca
storica lo sciolse diversamente. Un'epoca affidò l'interpretazione della
Legge al Capo, qualunque si fosse: un'altra al sacerdozio, fatto casta e
sommato nel papa: la terza a un numero definito di famiglie regali
preordinate per diritto divino a dirigere l'Umanità. La formola italiana
affida l'interpretazione della Legge al Popolo, cioè alla Nazione,
all'Umanità collettiva, all'Associazione di tutte le facoltà, di tutte
le forze, coordinate da un Patto.
«La formola Italiana, intesa a dovere, sopprime dunque per sempre ogni
casta, ogni interprete privilegiato, ogni intermediario per diritto
proprio tra Dio padre e ispiratore della Umanità e l'Umanità stessa.
«Tutte le caste desumono la loro origine dalla credenza in una
rivelazione immediata, limitata, arbitraria. La formola Italiana,
sostituisce a questa la rivelazione continua, progressiva, universale di
Dio attraverso l'Umanità; re, papi, patriziati, sacerdozi privilegiati
spariscono. La formola Italiana, generalizzata da una Nazione
all'associazione delle Nazioni, dichiara fondamento d'una teoria della
Vita: _Dio è Dio, e la Umanità è il suo Profeta_.
«La formola Italiana è dunque essenzialmente, inevitabilmente,
esclusivamente repubblicana; non può uscire che da credenza
repubblicana; non può inaugurar che repubblica.
«La formola Francese, non accennando alla sorgente eterna della Legge,
ha potere per difendere, colla forza, col terrore, non coll'educazione,
alla quale manca la base, le conquiste del passato; è muta, incerta, mal
ferma sull'avvenire. Non definendo l'_interprete_ della Legge, lascia
schiuso il varco agli interpreti privilegiati, papi, monarchi o soldati.
Quella formola potè nascere dagli ultimi aneliti d'una monarchia:
sussistere ipocritamente in una repubblica che strozzava la libertà
repubblicana di Roma: soccombere sotto il nipote di Napoleone, che
dichiarava: _io sono il migliore interprete della legge: io sarò tutore
alla libertà, all'eguaglianza, alla fratellanza dei milioni_.
«Nè papa nè re potrebbe assumere coi repubblicani italiani linguaggio
siffatto. La formola inesorabile gli direbbe: _non conosciamo interpreti
intermediarî, privilegiati, tra Dio e il popolo; scendi ne' suoi ranghi
ed abdica_.
«Più altre differenze contrassegnano le due formole, che rappresentano
l'iniziativa francese e l'iniziativa italiana: ma quest'una accennata
parmi la più importante. Sgorga evidente dalle due parole. E nondimeno
fu sin qui trascurata. Taluno propose di sostituire: _Dio e Legge_, ciò
che vorrebbe dire: _legge e legge_. Tal altri affermò la formola
identica a quella: _Dio e Libertà_; non s'avvedendo che la _libertà_ non
rappresenta se non l'_individuo_: che la parola dell'epoca nascente è
_associazione_, e che il termine _Popolo_, termine collettivo e sociale,
indica che solamente coll'associazione può compirsi la Legge, il
Progresso. Ma è vezzo inconscio, tuttavia radicato nei nostri migliori,
di serbare ogni potenza di sofismi e d'esame contro qualunque idea vesta
forma italiana, e d'accettar ciecamente ogni formola che vien di
Francia.
«Del resto, su tema siffatto occorrerebbero libri; ed oggi, a fronte
delle fucilazioni di Mantova, ogni italiano che abbia sangue nelle vene
e fremito di patria e coscienza del suo diritto e fede nel popolo, che
confuse tutti i sistemi poco più di tre anni addietro, ha da far
cartuccie dei libri.
«_1.º febbrajo._»
[57] _Precis de l'Art de la Guerre_, Vol. I, Art. VIII.
[58] Vedi Vol. VIII delle _Opere complete_.
[59] Proclama del 6 marzo.
[60] Proclama dell'11 marzo.
[61] _Ma part aux événements de l'Italie Centrale en 1831_.--Par le
général ARMANDI.--Paris, 1831.
[62] Processo verbale della sessione del 25 marzo.
[63] Byron, Childe Harold; c. IV.
[64] Uno straniero, Carlo Didier di Ginevra, scrittore caldo e valente,
che guarda all'Italia con tanto amore che noi possiam dirla una seconda
patria per lui, ha toccato, confutandole in un discorso intitolato _I
tre principî, ossia Roma, Vienna e Parigi_, queste due ipotesi
dell'Austriaco, e del Papa, regnatori unici in Italia per consenso
italiano.--Noi non le reputiamo ipotesi pericolose in Italia; e però
rimandiamo al discorso citato i pochissimi che le accarezzano. L'una è
un anacronismo di secoli; l'altra è peggiore e frutterebbe infamia a chi
s'attentasse di predicarla.--Il discorso verrà, spero, tradotto e
pubblicato dal benemerito Ruggia e gl'Italiani vedranno il nostro
simbolo uscire limpido e intero dalla bocca dello straniero. A me è
dolce afferrare questa occasione per attestare affetto e riconoscenza al
Didier. S'egli scorrerà queste pagine, io so che il core gli balzerà di
gioja in veggendo che nella terra ch'egli ama le massime di
rigenerazione da lui predicate germogliano nelle anime giovani e si
tenta diffonderle, se non con l'ingegno ch'egli ha, con tutto l'ardore
di religione, ch'egli può desiderare agl'Italiani. Son tanti gli
scrittori francesi ed altri, che insultano, travedendo o
deliberatamente, alla Italia, che quando ci vien fatto d'abbatterci in
taluno che le porge una mano d'amore e un consiglio, noi proviamo una
sensazione simile a quella che produce nell'esule l'ospitalità data
senza fasto d'orgoglio, senza affettazione di pietà.
[65] Questo indirizzo, steso nella nostra favella, venne deliberato dal
Comitato Polacco alla _Giovine Italia_. Dall'epoca di quest'indirizzo le
persecuzioni dello Czar ottennero l'intento anche in Francia, e i membri
del Comitato andarono dispersi per ordine ministeriale.
[66] Fu discussa più volte e da gravi uomini nell'America; ma per le
condizioni particolari v'assunse aspetto singolarmente locale: i
_Federalisti_ in America combattono acremente per la _centralizzazione_;
tra noi contro--e d'altra parte quegli scritti son poco noti. In Francia
s'agitò la questione, ma combattendo: gli animi insospettiti delle molte
insidie, irritati dai pericoli, erano tratti a vedervi questione di vita
o di morte; però dove gli argomenti non soccorrevano pronti o non erano
intesi, suppliva la scure. In Italia pochi la esaminarono a fondo.
MELCHIORRE GIOIA toccò, non certo esaurì tutti i punti importanti nella
dissertazione: _Quale dei governi liberi meglio convenga all'Italia_, e
opinò pel sistema unitario.
Il capitolo I del libro IX dell'_Esprit des lois_, dove Montesquieu
sembra proporre la federazione come il miglior dei governi, è
superficiale come sono pur troppo molti capitoli del suo libro nei quali
ei tocca questioni d'ordine generale: alcune asserzioni non convalidate
da prove, e un esempio che conclude forse a suo danno, forman quel
capitolo: vedi più giù.--È cosa notabile che nè Voltaire, nè Elvezio, nè
quanti hanno gremito di note e osservazioni minuziose e talora pur
cavillose ogni linea del testo di Montesquieu, abbiano trovato in quel
capitolo argomento d'una sola considerazione; e può trarsene come--da
Rousseau in fuori--i _critici_ del secolo XVIII s'addentrassero nella
politica organica.
[67] Tranne Brizzot e pochissimi dei minori, gli uomini della Gironda
non parteggiarono teoricamente e assolutamente pel sistema federativo.
L'accusa data ad essi dalla _Montagna_ dura tuttavia accettata senza
esame dai più, forse perchè la condanna e il supplizio tennero dietro
all'accusa, e i più danno giudizio sul fatto, non sul diritto. Ma la
loro non fu opposizione di sistema, bensì opposizione di circostanza. A
molti di quei che oggi ancora si citano _federalisti_, il pensiero di
rompere l'unità della Francia s'affacciava delitto capitale. La
questione tra gli uomini della _Montagna_ e della _Gironda_ era ben
altra: due sistemi diversi di rivoluzione cozzavano in essi, e il
_federalismo_ non fu che un'arme di quella guerra. I _Girondini_
contrastarono il dominio a Parigi, tentarono la sollevazione delle
provincie; ma perchè Parigi era a quei giorni la Convenzione, e la
Convenzione era la _Montagna_; perchè volendo pur combattere il sistema
della Montagna, vinti in Parigi non potevano che cercare un rifugio
nell'influenza onde godevano tuttavia nei dipartimenti. Predicarono
Lione, ma perchè ivi si trasportasse una Convenzione come la volevano;
nè ad essi cadde in pensiero di smembrare la Francia--nè ad alcuno mai
fuorchè ai re della Lega, e a pochi illusi ed iniqui che v'intravvedono
anch'oggi il ritorno dei Borboni cacciati. La sentenza pronunciata dalla
Convenzione fu giusta, però che in essa risiedeva la rivoluzione--e la
guerra tra la rivoluzione e chi s'attraversa, è guerra mortale. Ma il
_federalismo_ fu pretesto alla sentenza che i posteri non hanno a
ratificare.
[68] L'ordinamento federativo non vieta e non inchiude la libertà, non
ha che fare colla costituzione interna di ciascuna delle repubbliche
_unitarie_ che compongono la federazione. Dalla interna costituzione
dipende la maggiore o minore libertà che spetta a ciascuna: dal sistema
che le unisce tutte, la maggiore o minore durata della libertà
stabilita. La questione della libertà interna s'agita negli attributi
della potestà centrale, nel diritto d'intervento accordato al governo
negli affari spettanti ai singoli membri dell'associazione: questione
che non può sciogliersi se non colla Legge che provvede all'ordinamento
dei comuni e dei municipî: questione estranea a questa del sistema
unitario o federativo, che non tocca la costituzione interna. Le libertà
comunali e municipali possono essere affogate o svincolate dalla
_centralizzazione_ in ognuno dei diversi Stati confederati. Soltanto
quei che cercano nella federazione una più forte tutela a siffatte
libertà, non s'avvedono che raddoppiano, invece di scemarli gli
ostacoli. Ad ogni Stato, membro della confederazione, è forza infatti
porsi in guardia contro gli abusi del governo centrale della
federazione, e contro a quei del governo particolare a ciascuno laddove
uno almeno dei due nemici è soppresso dall'unità.
Giova notar fin d'ora la confusione che molti fanno di due questioni
radicalmente diverse, quella della _centralizzazione_ e quella
dell'_unità_--e ne toccheremo più giù.
[69] Il _materialismo_, che nei secoli di servaggio s'è abbarbicato,
assumendo aspetto d'_opposizione_, alle menti Italiane, ed ha invaso,
isterilendole, letteratura, storia, filosofia, ha generato una politica,
pretesa _sperimentale_, vero _mare morto_, i cui frutti gettati qua e là
sulle spiaggie si risolvono in cenere: politica che abborrendo dai vasti
principî _sintetici_, stendardo dei grandi periodi d'incivilimento,
s'aggira nei fatti, come l'anatomia tra gli scheletri, e li esamina
freddi, muti, isolati, come la morte del passato li ha fatti, senza
risalire dalle cagioni secondarie alle prime, senza risuscitarne la
vita, senza pure intravvederne la connessione generale, e l'andamento
progressivo; politica, il cui sommo risultato scientifico è quello della
_vicenda alterna_ delle sorti e dei popoli, il cui sommo risultato
morale è quello d'indurre negli animi una rassegnazione asiatica che
soggiace ai fatti senza pure attentarsi di romperli o modificarli. È
_dottrina_, che vive quasi esclusivamente di passato, e rinega
l'avvenire: guarda con amore ai miglioramenti materiali, non s'avvedendo
che dove questi non derivino dall'applicazione d'un principio morale, si
rimangono sempre precarî, sottoposti all'ineguaglianza e all'arbitrio; e
i dotti che la versano nei loro scritti s'arrestano a Machiavelli in
politica, a Condillac in filosofia, ai teoremi d'Obbes in diritto
sociale, e deliziandosi nelle ipotesi della guerra connaturale all'uomo,
della forza costituente diritto, del clima padrone assoluto delle
nazioni, sorridono all'altre del progresso, della umana perfettibilità,
della fratellanza tra' popoli, dell'abolizione della pena di morte, come
a sogni di cervelli esaltati e superficiali. E se la _dottrina_ che noi
qui accenniamo abbia mai fruttato all'Italia altro che tiranni o
misantropi, lo dicano i fatti ch'essi invocano onnipotenti. Per noi è
dottrina spenta; il secolo la rinega, e contro il secolo non è forza che
valga. Ma sentiamo il bisogno di protestare altamente, perchè presso
alcuni, che si ostinano tuttavia a predicarla, veste aspetto autorevole
dai nomi, e travia li inesperti, proponendosi dottrina italiana per
eccellenza--Italiana la dottrina del materialismo politico filosofico
sulla terra dove fremono l'ossa di Dante, di Bruno e di Vico!--italiana
la dottrina ch'oggi ancora nel XIX secolo, pronuncia le assemblee
deliberanti non convenire all'Italia per divieto di clima!--I giovani la
indovineranno facilmente a un certo fare che piaggia, non emula
Machiavelli, a un'affettazione della gravità non della semplicità
antica, alla venerazione che trapela per le riforme principesche, pei
consessi aristocratici, per le accademie, all'ira contro qualunque fa di
sottrarsene, e più alle frasi _prepotenza di cose_, _onnipotenza di
fatti_, _sogni utopistici_, e simili, che ricorrono ad ogni tanto nei
volumi che le spettano.
Noi torniamo e torneremo sovente a quest'argomento, dovessimo anche
esser tacciati di divagazioni, perchè più che discutere le questioni
particolari, ci par giovevole d'adoprarci a che si formi dai giovani un
_criterio_ politico.--In politica non si sragiona impunemente mai. Tutte
le delusioni che pesano sulla Francia del luglio, e le comandano una
seconda rivoluzione, non derivano che da un errore di raziocinio
politico, che indusse a credere conciliabili due elementi
necessariamente discordi, re e istituzioni repubblicane.
[70] La Lega anfizionica, costituita fra dodici popoli del nord della
Grecia, aveva un Consiglio che si riuniva due volte l'anno in Delfo e in
Antela, presso le Termopoli. Ventiquattro membri, due per ogni Stato,
ciascuno con diritto di voto, lo componevano: poi crebbero i membri, non
i voti. L'autorità del Consiglio fu sempre riconosciuta dai deboli,
sprezzata dai forti. 354 anni prima di Cristo, i Focesi furono dal
Consiglio condannati, come sacrileghi, ad una ammenda per avere lavorato
terreni consacrati ad Apollo. Era delitto religioso e dovea trovar tutti
uniti. Ma i Focesi corsero all'armi: la Grecia si divise a favore e
contro; e la _guerra sacra_ durò dieci anni, spossò i Greci e li diede
alle ambiziose tendenze del re dei Macedoni.
[71] _Rarus duabus tribusque civitatibus ad propulsandum commune
periculum conventus: ita dum_ SINGULI _pugnant_, UNIVERSI
_vincuntur_.--Tacito in Agric.--ed è la storia di tutte le federazioni.
[72] Neuchâtel apparteneva, quando fu pubblicato l'articolo, alla
monarchia prussiana--1861.
[73] All'epoca in cui Gioia scriveva la sua dissertazione, _i politici
d'Arcadia_ prevalevano ancora di tanto, ch'egli, non osando quasi
enunziare i suoi dubî intorno alla Svizzera, li cacciava in nota, e in
bocca a un amico suo viaggiatore. D'allora in poi le storie narrate da
Svizzeri rivelarono nuda la condizione della contrada. Vedi fra tutte
quella dello Zschokke.
[74] In una lettera del 25 ottobre 1770: _confesso che quanto ho veduto
m'ha convinto della impossibilità di mantenere la libertà nostra_.
E altrove, accennando alle istituzioni abbracciate in comune dai
confederati a vantaggio della nazione, soggiunge: _capitolo a farsi_.
[75] Bruges, Anversa, Amsterdam toccarono l'apogeo della prosperità
commerciale prima della indipendenza ottenuta. Vedi tutti gli storici, e
segnatamente il nostro Guicciardini.
[76] Rousseau, come Montesquieu, non pensava, trattando la questione,
che alle repubbliche pagane e all'intervento diretto del popolo. Ed è
vero che l'Attica, a cagion d'esempio, era già troppo vasta per
quell'intervento: il popolo non poteva concorrere ad Atene se non di
rado, e cedeva quindi inevitabilmente gran parte della propria autorità.
E questo probabilmente il vizio interno accennato da Montesquieu.
[77] L'estremo della politica _materialista_ è toccato da chi desume,
anche dopo i piroscafi e le vie ferrate, impossibile l'Unità dalla forma
allungata dell'Italia, e in verità non merita confutazione.
[78] Inedito, 1861.
[79] _Etudes sur les constitutions des peuples libres._
[80] Dalle _Lettere sulle condizioni d'Italia_, già citate. Lettera I,
maggio 1839, nel _Monthly Chronicle_.
[81] _Memoires de Napoléon._
[82] Dichiarazione di _Principî_ e non di _Diritti_. E questa sola
distinzione basterà, se intesa e svolta a dovere, all'iniziativa
Italiana in Europa. Il nostro Patto assumerà carattere religioso ed
esprimerà le condizioni d'un'Epoca il cui _fine_ è l'_Associazione_. Le
dichiarazioni di Diritti che tutte le Costituzioni s'ostinano a
ricopiare servilmente dai Francesi non esprimevano se non quelle
d'un'Epoca, compendiata--ed è gloria immortale per essa--dalla Francia,
che avea per _fine_ l'individuo e non accennava se non a mezzo il
problema.
[83] Accenno appena come spazio e tempo or concedono: ma questa
dell'Educazione Nazionale è questione vitale, frantesa finora dai più, e
merita un lavoro speciale ch'io tenterò in seguito. La teorica invalsa
nelle nostre file della _libertà d'insegnamento_ e non altro, fu grido
di guerra giusto e utile contro un monopolio d'educazione fidato ad
Autorità rappresentanti il principio feudale e cattolico avverso da
lungo al Progresso e incapace di dirigere le manifestazioni della vita
nell'individuo e nell'Umanità. E anch'oggi dovunque importa rovesciare
quella falsa _autorità_ e riconquistare alla società il diritto di
fondarne un'altra che sia espressione dell'Epoca nuova, noi ci
appiglieremo a quel grido. Ma ordinata la Nazione a libera vita sotto
l'ispirazione d'una fede che abbia a propria insegna la parola
PROGRESSO, il problema è mutato. La Nazione è un insieme di principî, di
credenze e d'aspirazioni verso un fine comune accettato come base di
fratellanza dalla immensa maggioranza dei cittadini. Concedere a _ogni_
cittadino il diritto di comunicare agli altri il proprio programma e
contendere alla Nazione il dovere di trasmettere il suo è contradizione
inintelligibile in chi vuole l'Unità Nazionale, ridicola in chi sancisce
unità di monete, pesi e misure per tutti. L'unità _morale_ è ben
altramente importante che non l'unità _materiale_; e senza Educazione
Nazionale quell'Unità morale è impossibile: l'anarchia inevitabile.
L'Educazione Nazionale è inoltre l'unica base di giustizia che possa
darsi al Diritto Penale. Gli uomini che avversano il principio
dell'Educazione Nazionale in nome dell'indipendenza dell'_individuo_ non
s'avvedono ch'essi sottraggono il fanciullo all'insegnamento de' suoi
fratelli per darne l'anima e l'indipendenza all'arbitrio tirannico d'un
solo individuo, il padre. La _libertà_ e _l'associazione sono_, come
dissi, ambo sacre, e ambo devono rappresentarsi: il Dovere sociale dalla
trasmessione del Programma Nazionale: la libertà di progresso da quella
di tutti gli altri programmi, la cui libera espressione deve essere
protetta e confortata dallo Stato. All'individuo appartiene la scelta.
[84] Anche questo vorrebbe sviluppo, e farò di darlo in altro volume.
Ricordo or soltanto che fin dalla fine dello scorso secolo, Vincenzo
Coco avvertiva come una popolazione che non ha prodotto principale se
non l'olio debba aspettarne il ricolto in novembre, un'altra vivente
sulla pastorizia e sull'agricoltura raccolga i frutti del lavoro in
luglio e, se in paese di fredde montagne, nel settembre, e mentre
l'agricoltore ha in un solo giorno il prodotto delle fatiche dell'anno,
gli incassi del manifatturiere sieno continui, e quei del commerciante
si concentrino spesso ai pericoli delle fiere. E conchiudeva perchè
fosse lasciato alle popolazioni il _modo_ di soddisfare al tributo
imposto.
[85] Oggi non so quanti più, mercè l'infausta annessione di Nizza e
Savoja.
[86] Quest'articolo è stato in gran parte tradotto dall'Autore stesso,
come indicano le virgolette che segnano quella parte. (_Nota della
Trad_.)
[87] Dall'_Apostolato Popolare_, aprile 1842.
[88] I fondatori dell'_Atelier_, della _Ruche_ e del _Travail_, tre
giornali che in Francia rappresentano i voti ragionevoli degli operai,
hanno deciso, tanto sentivano la necessità che noi predichiamo, che i
soli operai sarebbero ammessi a esprimere i bisogni degli operai nelle
loro colonne.
[89] Frammenti, dico, poi che la necessità di non trarre a pericolo
uomini buoni o di non tradire segreti da' quali può, quando che sia,
escir benefizio al paese, mi costringerà sovente a mutilar quelle
lettere. Ma dove non militano quelle cagioni, io non ho stimato diritto
mio di cancellare una sola sillaba, anche dove quel senso di pudore ch'è
ingenito in ogni uomo mi suggeriva di farlo. Le lodi che a me si
profondono nelle lettere dei due fratelli sono troppo apertamente
immeritate da una vita composta d'una serie d'aspirazioni senza potenza
di tradurle in atti, perch'io, esecutore testamentario, potessi, senza
peccato, crearmi, sopprimendole, un merito di modestia. Ma in essi la
riverenza a un esule e all'espressione costante di certe credenze, non
menomata pur dall'idea che la costanza in esilio non frutta pericoli
gravi, era indizio d'indole, ch'io non potrei cancellare, per motivi
individuali, senza rimorso.
[90] Goethe.
[91] Era figlio di Côrso, ma nato in Cefalonia, da madre cefalèna.
[92] Sento tutta la gravità dell'accusa ch'io pubblico; ma questa mi
sgorga da relazioni d'uomini informatissimi, non sospetti, e a' quali
l'accusato, prima ch'essi raccogliessero dati positivi, era ignoto
persin di nome. E nondimeno, io m'assumo fin d'ora l'obbligo, se potesse
mai un giorno scolparsi, di fargli ammenda onorevole, ritrattandomi
pubblicamente com'oggi accuso.
[93] Operajo. Era zoppo.
[94] Avrei vivamente desiderato trasmettere ai giovani il ritratto dei
due fratelli, e ne ho fatto ricerca, ma invano. Attilio era di statura
piuttosto alta; magro nella persona; calvo. Serio nell'aspetto, grave
nei modi, pieno d'entusiasmo nel discorso, aveva del sacerdote
nell'insieme: del sacerdote intendo come un giorno sarà. Emilio era
piccolo e tendente al pingue: di modi semplici e volgenti a lietezza
noncurante in ogni cosa che non toccasse che lui: d'indole indipendente,
ma non col fratello ch'ei venerava.--Inserisco in calce allo scritto i
loro proclami.
[95] Uomo inoltrato negli anni, avvocato, e figlio del Nardi che fu per
pochi giorni dittatore in Modena nei moti del 1831.
[96] Rocca e Venerucci erano, come Miller, uomini del popolo, operai:
rari per acutezza naturale d'ingegno: d'aspetto gradevole: di condotta
esemplare. Rocca era stato cameriere del poeta greco Solomos, che lo
trattava come un amico. Venerucci era fabbro espertissimo. S'erano
ambedue negli ultimi tempi adoperati con zelo, in una corsa che fecero
nel Levante, per disbrigarsi d'alcuni debiti anteriormente contratti,
onde potersi cacciar nell'azione senz'alcun peso sull'anima e senza che
alcuno potesse lagnarsi di loro.
[97] Uomo d'armi incanutito nelle battaglie di Napoleone.
[98] Forse da questa circostanza, dall'avere i martiri venerato più
Cristo che non il _prete_, venne il rifiuto dato dai preti cattolici di
Parigi ai nostri esuli, quando andarono a richiederli di celebrare
un'esequie il 2 novembre ai nove sagrificati.
[99] «Pio nono, angelo deputato dal cielo... novello e dell'antico più
sapiente e glorioso fondatore di Roma; restauratore immortale della
civiltà cristiana, cui i popoli diffidenti volgono maravigliando lo
sguardo vedendo che per lui il pontificato riassume, con non più saputa
potenza, la tutela degli oppressi, e l'idea cattolica si svolge fautrice
di ben ordinato civile consorzio, di equità, di giudizio, di
nazionalità, di emancipazione e di riconoscimento dell'umana dignità
ecc.»--_Dragonetti._
«Egli s'è fatto profeta del popol suo non solo, ma dell'intera civiltà
cristiana: egli ci dice quali saranno le sue sorti future: non son io
degno d'unire l'umile mia voce alla potente parola del gran pontefice...
che si sparge per l'intero mondo nunzia di giustizia... questa parola
che ha in sè maggior potenza che non si ebber tutte insieme le antiche
legioni, ha compito in brevi giorni la grand'impresa che costò tanti
secoli all'armi romane, la conquista del mondo.»--_Azeglio._
E basti per saggio. L'Azeglio è lo stesso che un anno innanzi scriveva:
«Se anche salisse al pontificato un uomo dotato d'alta sapienza
nell'arte dello Stato e d'ugual virtù per usarla ad utile pubblico e
senza pensiero di sè stesso, se questo pontefice volesse risolutamente
riformare gli abusi, che sono il profitto di tanti..... costoro non
glielo consentirebbero.... ed il minor danno a cotal pontefice sarebbe
il non poter far frutto nessuno.»