[1] Vedi _Il Socialismo e la Democrazia_, Vol. XIII, op. comp. p. 120.
[2] Quartiere di Livorno.
[3] Vedi ARCHIVIO TRIENNALE DELLE COSE D'ITALIA--Capolago, Tipografia
Elvetica, vol. 2.
[4] Questa lettera fu ristampata a Parigi nel 1847 preceduta dalle
seguenti parole:
_Signore_,
Voi mi chiedete s'io consenta alla ristampa di certa mia lettera
indirizzata, sul finire del 1831, al re Carlo Alberto. Ogni cosa ch'io
pubblico è, il dì dopo, proprietà dei lettori, non mia; e ogni uomo può
farne, nei limiti dell'onesto, quel che a lui più piaccia. Bensì, mi
dorrebbe ch'altri interpretasse l'assenso siccome consiglio. Provvedete
cortese a questo, e mi basta.
IO NON CREDO CHE DA PRINCIPE, DA RE O DA PAPA POSSA VENIRE OGGI, NÈ MAI
SALUTE ALL'ITALIA. Perchè un re dia Unità e Indipendenza alla Nazione,
si richiedono in lui genio, energia napoleonica e somma virtù: genio per
concepire l'impresa e le condizioni della vittoria; energia, non per
affrontare i pericoli che al genio sarebbero pochi e brevi, ma per
rompere a un tratto le tendenze d'una vita separata da quella del
popolo, i vincoli d'alleanze o di parentele, le reti diplomatiche e le
influenze di consiglieri codardi o perversi: virtù per abbandonare parte
almeno d'un potere fatto abitudine, dacchè non si suscita un popolo
all'armi ed al sacrificio senza cancellarne la servitù. E son doti
ignote a quanti in oggi governano, e contese ad essi dall'educazione,
dalla diffidenza perenne, dall'atmosfera corrotta in che vivono, e,
com'io credo, da Dio che matura i tempi all'Era dei Popoli.
Nè le _mie_ opinioni erano diverse quand'io scriveva quella lettera.
Allora Carlo Alberto saliva al trono, fervido di gioventù, fresche
ancora nell'animo suo le solenni promesse del 1821, tra gli ultimi
romori d'una insurrezione che gl'insegnava i desiderî italiani e i primi
di speranze pressochè universali che gl'insegnavano i suoi doveri. Ed io
mi faceva interprete di quelle speranze, non delle mie. Però non
aggiunsi a quelle poche pagine il nome mio. Oggi, se pur decidete
ripubblicarle, proveranno, non foss'altro, a quei che si dicono creatori
e ordinatori d'un _partito nuovo_, che essi non sono se non
meschinissimi copiatori delle illusioni di sedici anni addietro e che
gli uomini del Partito Nazionale tentavano quel ch'essi ritentano, prima
che delusioni amarissime e rivi di sangue fraterno insegnassero loro
dire ai concittadini: _Voi non avete speranza che in voi medesimi e in
Dio_.
_Vostro:_