Sono nella vita dei popoli, come in quella degli individui, momenti
solenni, supremi, nei quali si decidono le sorti di un lungo avvenire,
quando tra due vie schiuse al moto, fra due insegnamenti, tra due
principî diversi, la nazione oscilla incerta nella scelta e cerca una
norma alla propria azione. Allora ogni uomo ha diritto di chiedere
all'altro: in che credi? E a ogni uomo corre debito di rispondere:
_questa è la mia fede; su questa giudicherete l'opera mia_. Allora, i
pessimi sono i tiepidi: gli uomini che per povertà di core e grettezza
di mente tentennano fra le due vie, rifuggono codardamente
dall'armonizzare gli atti alla fede e s'illudono o cercano illudere le
moltitudini a un concetto d'accordo impossibile fra i due principî. I
tristi si giovano di costoro per pascere di speranze protratte i
desiderosi di cose nuove: i buoni si ritraggono irritati e disperano: e
l'occasione, come il ciuffo della fortuna, sparisce per non tornare se
non dopo un lungo volger di ruota, dopo lunghi anni di nuovi dolori, di
nuove delusioni e sciagure.
L'Italia è oggi in uno di questi momenti.
Il fermento è universale in Italia; ma senza intento determinato, senza
unità di credenza intorno alla via da tenersi, prorompe in sommosse
senza nome e senza frutto, non promove di un passo la causa della
nazione. L'accordo tra governi e governati è cessato; ma il _principio_
intorno a cui i governati devono raccogliersi non è francamente,
apertamente bandito. Il popolo, ove durasse anche per poco in sì fatto
stato, cadrebbe rapidamente dall'anarchia morale in una diffidenza
profonda di cose e d'uomini, e da quella nel sonno d'inerzia onde esciva
poc'anzi. E quel sonno, per un popolo che viaggia in cerca di nuovi
destini, è la morte: il sonno del viandante tra le nevi dell'Alpi, al
quale è mal fido amico chi non lo scuote e non gli grida all'orecchio:
_Cammina innanzi o perisci_.