Ogni Rivoluzione è l'opera d'un _principio_ accettato come argomento di
fede. Invochi essa la Nazionalità, la Libertà, l'Eguaglianza, la
Religione, essa si compie pur sempre in nome d'un Principio, cioè d'una
grande verità che, riconosciuta, approvata dalla maggioranza degli
abitanti d'un paese, costituisce credenza comune e affaccia un nuovo
_fine_ alle moltitudini quando il Potere non lo rappresenta o lo nega.
Una Rivoluzione, violenta o pacifica, racchiude una negazione e una
affermazione: negazione d'un ordine di cose esistente, affermazione d'un
nuovo ordine da sostituirsi. Una Rivoluzione dichiara che lo Stato è
guasto, che il suo meccanismo non è più in relazione coi bisogni del
massimo numero dei cittadini, che le sue istituzioni sono impotenti a
dirigere il moto generale, che il pensiero sociale, popolare, ha
oltrepassato il principio vitale di quelle istituzioni, che il nuovo
grado di sviluppo delle facoltà nazionali non trova espressione e
rappresentanza nella costituzione officiale del paese, e che gli è forza
crearsela. La Rivoluzione la crea. Dacchè essa imprende ad accrescere
non a diminuire il patrimonio della nazione, essa non viola le verità
conquistate nè i diritti dichiarati sacri dalla maggioranza; ma riordina
ogni cosa sulla nuova base: ricolloca in armonia intorno al nuovo
principio tutti gli elementi, tutte le forze del paese; e comunica una
direzione unitaria verso il nuovo _fine_ a tutte le tendenze che si
sfogavano prima in cerca di fini diversi. Allora, la Rivoluzione è
compita.
Noi non intendiamo le Rivoluzioni altrimenti. Se non si trattasse in una
Rivoluzione d'un riordinamento generale in virtù d'un principio sociale,
d'una dissonanza da cancellarsi, negli elementi dello Stato, d'una
armonia da ristabilirsi, d'una unità morale da conquistarsi, noi, lungi
dal dichiararci rivoluzionarî, crederemmo debito nostro d'opporci con
ogni sforzo al moto rivoluzionario.
Senza l'intento accennato possono aversi sommosse, e talvolta
_insurrezioni_ vittoriose; non Rivoluzioni. Avrete mutamenti d'uomini,
rinnovamenti d'amministrazione, una casta sottentrata a un'altra, un
ramo di dinastia salito al potere invece d'un altro. È quindi necessità
fatale di retrocedere, di rifare lentamente il passato distrutto in un
subito dall'insurrezione, di stabilire a poco a poco sotto altri nomi le
vecchie cose che il popolo s'era levato a distruggere: le società hanno
siffattamente bisogno d'unità che tornano addietro, se non la trovano
nell'insurrezione, fino alle Restaurazioni. E quindi pure, un nuovo
disagio, una nuova lotta, una nuova esplosione. La Francia lo ha provato
a dovizia. Essa fece nel 1830 miracoli d'audacia e valore per una
negazione: si levò per distruggere senza credenze positive, senza
disegno organico determinato; e stimò aver compito l'opera sua
cancellando il vecchio principio della legittimità. Essa scese in quel
vuoto che l'_insurrezione_ sola non basta a colmare. E perchè non
riconobbe la necessità d'un principio riordinatore, essa si trova in
oggi, sei anni dopo il luglio, cinque dopo le giornate del novembre, due
dopo quelle dell'aprile, avviata verso una assoluta Restaurazione.
Noi citiamo l'esempio della Francia, perchè ad essa si chiedono
generalmente insegnamenti, speranze e simpatie politiche; poi perchè la
Francia essendo quello tra i paesi moderni nel quale più campeggiano le
teoriche di pura riazione fondate sulla diffidenza, sul diritto
individuale, sulla libertà _sola_, le conseguenze pratiche de' suoi
errori riescono più convincenti. Ma venti altri esempi sarebbero presti.
Da ormai cinquanta anni, tutti i moti che, l'un dopo l'altro, vinsero
come _insurrezioni_ e come _rivoluzioni_ soggiacquero, provarono come
ogni cosa dipenda dall'intervento o dal difetto d'un principio
riordinatore.
Dove infatti i diritti individuali non s'esercitano sotto l'influenza
d'un grande pensiero comune a tutti, dove gli interessi individuali non
si affratellano nell'armonia d'un ordinamento diretto da un principio
positivo dominatore e dalla coscienza d'un unico _fine_, esiste
inevitabile una tendenza usurpatrice dell'uno sull'altro. In una società
come la nostra, nella quale la divisione per _classi_, con qualunque
nome si chiamino, vive tuttora potente, ogni diritto è certo
d'incontrarsi in un altro ostile, invido, diffidente, ogni interesse è
naturalmente combattuto da un interesse contrario, quello del
proprietario da quello del proletario, quello del manifatturiere o del
capitalista da quello dell'operajo. Per ogni dove in Europa, dacchè
l'eguaglianza accettata in diritto è smentita dal fatto e l'insieme
delle ricchezze sociali s'accumula nelle mani d'un piccolo numero
d'uomini, mentre la moltitudine non ha da un assiduo lavoro se non la
pura esistenza, impiantar libertà, libertà sola, dicendo agli uomini:
_eccovi emancipati; voi avete diritti; usatene,_ torna davvero in
sanguinosa ironia e perpetua l'ineguaglianza.
È indispensabile un centro alla sfera sociale, un centro a tutte le
individualità che s'agitano in essa, un centro a tutti i raggi diffusi
in direzioni contrarie e dai quali non escono quindi luce e calore che
bastino. Or la teoria, che colloca l'edifizio sociale sulla base degli
_interessi_ individuali, non può darlo. Assenza di centro o scelta, fra
i diversi interessi, di quello che vive di vita più vigorosa--anarchia o
privilegio--lotta senza risultati o germe d'aristocrazia di qualunque
nome s'ammanti: è questo un bivio dal quale non s'esce.
Vogliam noi questo?
Vogliamo noi condannarci da per noi a travolgerci continuamente nel
vortice che aggira da mezzo secolo in poi la Francia e l'Europa?
Vogliamo ostinarci a fare, disfare, rifare, e sempre in una condizione
provvisoria di cose, sempre incerti del dì che segue? Vogliamo lotta o
pace e armonia? Tutta la questione è qua dentro.
Per noi non v'è dubbio. Per trovare un centro agli interessi molteplici,
è necessario innalzarsi a una regione suprema su tutti, indipendente da
tutti. Per metter fine alla condizione provvisoria e ordinare un
avvenire pacifico, è necessario riannettere quel centro a tal cosa che
sia eterna come il Vero e progressiva come il suo svolgersi nella sfera
dei fatti. Per impedire l'urtarsi della individualità è necessario
scoprire un _fine_ comune a tutte e dirigerle verso quello. Per
accrescere a pro' di ciascuna le probabilità di raggiungerlo, è
necessario accomunare gli sforzi di tutte, associarle. Che altro è
l'associazione se non un concetto unitario? E come intendere un concetto
unitario senza un _principio_ intorno al quale si svolga?
Noi siamo dunque trascinati forzatamente sul terreno dei _principî_.
Dobbiamo ravvivare la credenza in essi: compire un'opera di credenza, di
fede. Lo esige la logica delle cose.
I principî soli fondano. Le idee non si traducono in fatti senza forti
credenze universalmente riconosciute. Non si compiono grandi cose se non
rinegando l'individualismo e con un sacrificio costante al progresso
generale. Ora, il sacrificio è il sentimento del Dovere in azione. E il
sentimento del Dovere non può scendere dagli interessi individuali, ma
esige la conoscenza d'una legge superiore inviolabile. Ogni legge posa
sopra un principio; dove no, è arbitraria ed è _permesso_ violarla. È
necessario che quel principio sia liberamente accettato da tutti; dove
no, la legge è dispotica ed è _dovere_ violarla. L'applicazione del
principio sta in una vita conforme alla legge. Scoprire, studiare,
predicare il principio che deve esser base alla legge sociale del paese
e del tempo in cui si vive: è questo lo scopo d'ogni uomo che volga il
pensiero a un ordinamento politico. La fede in quel principio genera le
opere efficaci e durevoli. La sola e sterile conoscenza degli interessi
individuali non può generare che la sola e sterile conoscenza del
diritto individuale. E la conoscenza del diritto individuale può
generare alla volta sua, quando quel diritto è negato, disagio,
opposizione, lotta, insurrezione talora, ma insurrezione che, come
quella di Lione, non frutta se non rinacerbimento d'ostilità tra le
classi che compongono la società. È necessario dunque tornare pur
sempre, quando si vuol compire un di quei grandi fatti che si chiamano
Rivoluzioni, alla conoscenza, alla predicazione dei principî. Il vero
stromento del progresso dei popoli sta nel fatto _morale_.
Trascuriamo noi, perchè diciamo queste cose, il fatto _economico_, gli
interessi materiali, l'importanza delle conquiste operate nella sfera
industriale e dei lavori che le operarono? Predichiamo i principî pei
principî, la fede per la fede, come la scuola letteraria romantica
predica in oggi _l'arte per l'arte_?
A Dio non piaccia. Noi non sopprimiamo il fatto _economico_: lo crediamo
al contrario destinato a ricevere, nella società futura, un allargamento
più e più sempre considerevole del principio _d'eguaglianza_, e ad
ammettere in sè il principio fecondatore dell'_Associazione_. Ma lo
sommettiamo al fatto _morale_, perchè sottratto alla sua influenza
direttrice, disgiunto dai principî e abbandonato alle teoriche
d'individualismo che lo governano in oggi, sommerebbe a un egoismo
brutale, a una guerra permanente fra uomini chiamati ad esser fratelli,
all'espressione degli appetiti della specie umana, quando invece esso
dovrebbe rappresentare, sulla curva ascendente del progresso, la
traduzione materiale della sua attività, l'espressione della sua
missione industriale.
Non trascuriamo gli interessi materiali: respingiamo al contrario come
imperfetta e inconciliabile coi bisogni dell'epoca ogni dottrina che non
li comprendesse in sè o li riguardasse come meno importanti di quel che
veramente sono: crediamo che ad ogni grado di progresso debba
corrispondere un miglioramento positivo nelle condizioni materiali del
popolo; e questo successivo miglioramento è in certo modo per noi una
_verificazione_ del progresso operato. Ma non ammettiamo che gli
interessi materiali possano svilupparsi soli e indipendenti dai
principî, quasi _fine_ della società; perchè sappiamo che teorica
siffatta cancella la dignità umana: perchè ricordiamo che quando in Roma
il fatto _materiale_ cominciò ad essere predominante e il dovere verso
il popolo si ridusse a dargli pane e spettacoli, Roma e il popolo
correvano a rovina, perchè vediamo oggi in Francia, nella Spagna, per
ogni dove, la libertà conculcata o ingannata in nome appunto degli
interessi di bottega, in nome della dottrina servile che separa il
benessere materiale dai principî.
Non dimentichiamo i servigi resi alla causa del progresso dalla scuola
politica dei _diritti_, nè l'importanza dei lavori economici che
assalirono, sul finire del XVIII secolo, l'assurdo e immorale _sistema
restrittivo_ col quale i Governi commettevano a' doganieri lo sviluppo
industriale della Nazione come ne commettevano lo sviluppo morale a
censori e birri: in un'epoca nella quale i diritti degli individui erano
sistematicamente violati, quei lavori erano indispensabili, e senz'essi
noi non saremmo ove siamo. Ma quei lavori sono oggi oltrepassati: non
possiamo durare inerti per entro i limiti ch'essi segnarono, senza
rinegare le nuove tendenze che mirano a riedificare. I popoli fecero
plauso all'opera distruggitrice dello scorso secolo, perchè speravano
sottentrasse un nuovo ordinamento all'antico; ripetutamente delusi, non
moveranno se non suscitati da un nuovo programma organico. L'_individuo_
è sacro: i suoi interessi, i suoi diritti sono inviolabili; ma porli
come unico fondamento all'edifizio politico, e dire agli individui:
_conquisti ciascuno, e colle sole forze che ha, il proprio avvenire_, è
un dare la società e il progresso agli arbitrî del caso e alle
alternative d'una lotta perenne; è un trascurare il fatto principale
dell'umana natura, la _socialità_; è un impiantar l'egoismo nell'anima e
ordinare per ultimo il dominio dei forti sui deboli, di quei che
possedono mezzi su quei che ne sono privi. I molti inefficaci tentativi
degli ultimi quarant'anni lo provano.
Quando dunque noi predichiamo quasi esclusivamente i principî che ci
sembrano derivare dalla condizione attuale della conoscenza umana,
intendiamo seguir la via che guida al futuro, tanto materiale quanto
morale, delle nazioni. Quando insistiamo sulla necessità d'inalzare su
quei principî un edifizio di credenze che sottentri alle credenze spente
o vicine a spegnersi, intendiamo soddisfare a un voto dei popoli sovente
male espresso, più sovente frainteso, ma che rivelato a ogni modo dalle
manifestazioni più disgiunte e dissimili, è il segreto storico del XIX
secolo. E quando diciamo: «inalzatevi alla sfera dei principî: guidate i
popoli, oggi erranti nel vuoto, alla legge del Progresso, all'Umanità, a
Dio: ridestate il senso morale, il sentimento del Dovere negli uomini
ch'altri tenta convertire in macchine da calcolo: mostrate un grande
intento ai giovani oggi sì facilmente assaliti dallo sconforto e dal
dubbio: rifate coll'entusiasmo colla religione, coll'amore, una
esistenza morale all'uomo, dacchè l'antica del privilegio e
dell'ineguaglianza è cenere e polve:» lo diciamo convinti che ogni altro
modo di trattare le cose politiche è illusione o menzogna; convinti che
le _forme_ politiche considerate isolatamente e per sè, sono, come
l'antichità diceva delle leggi, ragnateli che imprigionano i piccoli
insetti e son lacerati dai grandi; convinti che lo _spirito_ solo dà
importanza alle _forme_: che le istituzioni sono _lettera morta_,
inefficace, impotente, ogni qual volta l'alito del progresso popolare
della fratellanza, dell'associazione non le vivifichi: che tutte le
dichiarazioni scritte sono un nulla dove tutti, abbandonati
all'individualismo e ordinati sopra una base d'ineguaglianza, tendono
naturalmente a eluderla cercandovi a un tempo uno stromento di difesa
contr'altri: convinti che ogni altra via non può giovare alla causa
dell'Umanità, ai grandi interessi del popolo, del lavoro, della
nazionalità, del miglioramento morale, sole cose che meritino il nostro
sagrificio e le nostre fatiche.
Riuscite a istillare nell'anima d'un popolo o nella mente, de' suoi
educatori, de' suoi scrittori, un solo principio, e varrà più assai per
quel popolo, per quel paese, che non tutto un corso d'interessi e
diritti indirizzato a ciascun individuo, che non tutta una guerra
mortale agli atti d'un Potere corrotto.
Quando avrete, a cagion d'esempio, radicato nel core della nazione quel
principio dichiarato, non applicato, dalla Rivoluzione Francese: _lo
Stato deve l'esistenza o il lavoro per essa a ciascuno de' suoi membri_,
avrete, aggiungendovi una giusta definizione dell'esistenza, preparato
il trionfo del diritto sul privilegio, il termine del monopolio d'una
classe sull'altra e la fine della _mendicità_, per la quale non avete
oggi che palliativi, carità cristiana o consigli freddamente atroci come
quelli dati dagli economisti della Scuola Inglese.
Quando avrete educato gli animi alla fede nell'altro principio: _la
società è una associazione di lavori_ e potrete, mercè quella fede,
desumerne logicamente e praticamente tutte le conseguenze, non avrete
più caste nè aristocrazie nè guerre interne nè crisi: avrete un
_popolo_.
E quando la parola: _tutti gli uomini d'una nazione sono fratelli_ avrà
fatto dell'anima un santuario di virtù e d'amore--quando il grande
pensiero della Nazionalità non sarà più ringrettito a proporzioni
meschine e non si limiterà più ad appoggiare il proprio diritto sopra un
interesse materiale contrastato sempre da un altro, ma si verserà, puro
e santo, dalla madre al fanciullo nella preghiera del mattino, in quella
della sera, in quell'ore nelle quali la donna trasformata in angelo
insegna le verità del cielo alla propria creatura, siccome assiomi e
principî immutabili--avrete allora soltanto una Nazione quale non può
esservi data dai sofisti che pretendono fondare nazionalità senza Dio;
perocchè una Nazionalità è una credenza in una _origine_ e in un _fine_
comuni, e costituita oggi da un interesse può essere rovesciata domani
da un interesse più audace e più potente.
E così via via. Per natura loro, i principî, che taluni relegano tra le
cose astratte, sono sì poco separati dagli interessi materiali e da ciò
che chiamano _fatto economico_, che ne trascinano il trionfo pratico
siccome conseguenza inevitabile. La loro sfera li comprende, li
abbraccia tutti. Ma ogni progresso materiale è risultato infallibile
d'ogni progresso morale. Invece di logorare le forze in una guerra
minuta, cercando conquistare gli interessi ad uno ad uno e sempre senza
certezza di stabilità, noi tentiamo di risalire alla sorgente comune e
stabilirci trionfatori nel centro della contesa. Gli effetti di questo
lavoro possono parere più lenti; ma sono più certi e soli durevoli.
L'opera di fede, l'opera morale, si compie, come il moto dell'ago
sull'orologio, insensibilmente; ma spetta ad essa soltanto d'indicare le
ore solenni delle Nazioni.
Un Giornale non è un lavoro di legislazione: non opera se non a gradi.
Un Giornale non ricopre i poveri seminudi, non dà pane agli affamati:
predica, insiste perchè si faccia. Or come operare sull'anima di chi
legge? Come convincere non solamente dell'esistenza del male ma della
necessità di porvi rimedio? Come comunicare al lettore lo spirito
d'attività, la forza di sagrificio necessaria per superare gli ostacoli?
Un Giornale è, generalmente parlando, scritto per le classi agiate; e
queste classi, confortate di prosperità, non hanno l'esperienza dei
patimenti, delle privazioni: esse vedono talora i mali del povero, ma
s'avvezzano facilmente a considerarli come una triste _necessità_
sociale, o lasciano la cura di rimediarvi alle generazioni future.
L'indifferenza e l'obblìo sono sì dolci per chi siede nel sacrario della
famiglia, circondato da volti sorridenti, mentre il vento d'inverno
soffia al di fuori e la neve batte, minuta e rapida, l'invetriata d'una
doppia finestra! Sperate voi di strappare quei felici del mondo
all'inerzia colla semplice espressione del fatto _economico_ e di ciò
che dovrebbe sostituirglisi in una società ben ordinata? Sperate di
scotere il loro riposo d'egoismo colla sola fredda analisi di ciò che
accade in una sfera nella quale essi non penetrarono mai? Approveranno
forse, come mera teorica, le vostre dottrine d'utilità; ma non chiedete
loro d'operare a seconda. Perchè lo farebbero? voi parlate in nome degli
_interessi_. Non è primo fra tutti il godere? or essi godono.
Tra l'approvazione e il sacrificio perciò che s'approva, giace un abisso
che voi, col metodo vostro, non potete varcare. E nondimeno è quello il
problema. L'uomo è _pensiero_ e _azione_. Le vostre teoriche possono
modificare il primo, non creare l'azione.
È dunque necessario modificare, riformare, trasformare l'uomo tutto
quant'è nell'unità della vita. Bisogna insegnargli non il _diritto_, ma
il _dovere_: ridestare al meglio l'indole imbastardita, l'anima
semispenta, l'entusiasmo appassito: risollevare una potenza d'agire
oggi schiacciata sotto l'indifferenza, colla coscienza della dignità
umana e d'una missione da compirsi quaggiù. Ed è opera questa che spetta
ai principî, alle credenze, al pensiero religioso, alla _fede_.
E fu l'opera di Gesù. Ei non cercò salvare coll'analisi il mondo
morente. Non parlò d'interessi a uomini sui quali il culto degli
interessi avea versato il veleno dell'egoismo. Affermò, nel nome santo
di Dio, alcuni assiomi fino allora ignoti; e quei pochi assiomi che noi,
dopo diciotto secoli, cerchiamo tradurre in fatti, mutarono aspetto al
mondo. Una sola scintilla di fede compì quello che tutti i sofismi delle
scuole filosofiche non avevano saputo intravvedere: un passo
nell'Educazione del genere umano.
Il problema attuale--non ci stancheremo di ripeterlo mai--è, come ai
tempi di Cristo, un _problema d'educazione_. Or cos'è mai una educazione
che non posa su principî, che non è desunta da una fede comune, che non
mira a conquistarle vittoria?