II.

Ogni Rivoluzione è l'opera d'un _principio_ accettato come argomento di

fede. Invochi essa la Nazionalità, la Libertà, l'Eguaglianza, la

Religione, essa si compie pur sempre in nome d'un Principio, cioè d'una

grande verità che, riconosciuta, approvata dalla maggioranza degli

abitanti d'un paese, costituisce credenza comune e affaccia un nuovo

_fine_ alle moltitudini quando il Potere non lo rappresenta o lo nega.

Una Rivoluzione, violenta o pacifica, racchiude una negazione e una

affermazione: negazione d'un ordine di cose esistente, affermazione d'un

nuovo ordine da sostituirsi. Una Rivoluzione dichiara che lo Stato è

guasto, che il suo meccanismo non è più in relazione coi bisogni del

massimo numero dei cittadini, che le sue istituzioni sono impotenti a

dirigere il moto generale, che il pensiero sociale, popolare, ha

oltrepassato il principio vitale di quelle istituzioni, che il nuovo

grado di sviluppo delle facoltà nazionali non trova espressione e

rappresentanza nella costituzione officiale del paese, e che gli è forza

crearsela. La Rivoluzione la crea. Dacchè essa imprende ad accrescere

non a diminuire il patrimonio della nazione, essa non viola le verità

conquistate nè i diritti dichiarati sacri dalla maggioranza; ma riordina

ogni cosa sulla nuova base: ricolloca in armonia intorno al nuovo

principio tutti gli elementi, tutte le forze del paese; e comunica una

direzione unitaria verso il nuovo _fine_ a tutte le tendenze che si

sfogavano prima in cerca di fini diversi. Allora, la Rivoluzione è

compita.

Noi non intendiamo le Rivoluzioni altrimenti. Se non si trattasse in una

Rivoluzione d'un riordinamento generale in virtù d'un principio sociale,

d'una dissonanza da cancellarsi, negli elementi dello Stato, d'una

armonia da ristabilirsi, d'una unità morale da conquistarsi, noi, lungi

dal dichiararci rivoluzionarî, crederemmo debito nostro d'opporci con

ogni sforzo al moto rivoluzionario.

Senza l'intento accennato possono aversi sommosse, e talvolta

_insurrezioni_ vittoriose; non Rivoluzioni. Avrete mutamenti d'uomini,

rinnovamenti d'amministrazione, una casta sottentrata a un'altra, un

ramo di dinastia salito al potere invece d'un altro. È quindi necessità

fatale di retrocedere, di rifare lentamente il passato distrutto in un

subito dall'insurrezione, di stabilire a poco a poco sotto altri nomi le

vecchie cose che il popolo s'era levato a distruggere: le società hanno

siffattamente bisogno d'unità che tornano addietro, se non la trovano

nell'insurrezione, fino alle Restaurazioni. E quindi pure, un nuovo

disagio, una nuova lotta, una nuova esplosione. La Francia lo ha provato

a dovizia. Essa fece nel 1830 miracoli d'audacia e valore per una

negazione: si levò per distruggere senza credenze positive, senza

disegno organico determinato; e stimò aver compito l'opera sua

cancellando il vecchio principio della legittimità. Essa scese in quel

vuoto che l'_insurrezione_ sola non basta a colmare. E perchè non

riconobbe la necessità d'un principio riordinatore, essa si trova in

oggi, sei anni dopo il luglio, cinque dopo le giornate del novembre, due

dopo quelle dell'aprile, avviata verso una assoluta Restaurazione.

Noi citiamo l'esempio della Francia, perchè ad essa si chiedono

generalmente insegnamenti, speranze e simpatie politiche; poi perchè la

Francia essendo quello tra i paesi moderni nel quale più campeggiano le

teoriche di pura riazione fondate sulla diffidenza, sul diritto

individuale, sulla libertà _sola_, le conseguenze pratiche de' suoi

errori riescono più convincenti. Ma venti altri esempi sarebbero presti.

Da ormai cinquanta anni, tutti i moti che, l'un dopo l'altro, vinsero

come _insurrezioni_ e come _rivoluzioni_ soggiacquero, provarono come

ogni cosa dipenda dall'intervento o dal difetto d'un principio

riordinatore.

Dove infatti i diritti individuali non s'esercitano sotto l'influenza

d'un grande pensiero comune a tutti, dove gli interessi individuali non

si affratellano nell'armonia d'un ordinamento diretto da un principio

positivo dominatore e dalla coscienza d'un unico _fine_, esiste

inevitabile una tendenza usurpatrice dell'uno sull'altro. In una società

come la nostra, nella quale la divisione per _classi_, con qualunque

nome si chiamino, vive tuttora potente, ogni diritto è certo

d'incontrarsi in un altro ostile, invido, diffidente, ogni interesse è

naturalmente combattuto da un interesse contrario, quello del

proprietario da quello del proletario, quello del manifatturiere o del

capitalista da quello dell'operajo. Per ogni dove in Europa, dacchè

l'eguaglianza accettata in diritto è smentita dal fatto e l'insieme

delle ricchezze sociali s'accumula nelle mani d'un piccolo numero

d'uomini, mentre la moltitudine non ha da un assiduo lavoro se non la

pura esistenza, impiantar libertà, libertà sola, dicendo agli uomini:

_eccovi emancipati; voi avete diritti; usatene,_ torna davvero in

sanguinosa ironia e perpetua l'ineguaglianza.

È indispensabile un centro alla sfera sociale, un centro a tutte le

individualità che s'agitano in essa, un centro a tutti i raggi diffusi

in direzioni contrarie e dai quali non escono quindi luce e calore che

bastino. Or la teoria, che colloca l'edifizio sociale sulla base degli

_interessi_ individuali, non può darlo. Assenza di centro o scelta, fra

i diversi interessi, di quello che vive di vita più vigorosa--anarchia o

privilegio--lotta senza risultati o germe d'aristocrazia di qualunque

nome s'ammanti: è questo un bivio dal quale non s'esce.

Vogliam noi questo?

Vogliamo noi condannarci da per noi a travolgerci continuamente nel

vortice che aggira da mezzo secolo in poi la Francia e l'Europa?

Vogliamo ostinarci a fare, disfare, rifare, e sempre in una condizione

provvisoria di cose, sempre incerti del dì che segue? Vogliamo lotta o

pace e armonia? Tutta la questione è qua dentro.

Per noi non v'è dubbio. Per trovare un centro agli interessi molteplici,

è necessario innalzarsi a una regione suprema su tutti, indipendente da

tutti. Per metter fine alla condizione provvisoria e ordinare un

avvenire pacifico, è necessario riannettere quel centro a tal cosa che

sia eterna come il Vero e progressiva come il suo svolgersi nella sfera

dei fatti. Per impedire l'urtarsi della individualità è necessario

scoprire un _fine_ comune a tutte e dirigerle verso quello. Per

accrescere a pro' di ciascuna le probabilità di raggiungerlo, è

necessario accomunare gli sforzi di tutte, associarle. Che altro è

l'associazione se non un concetto unitario? E come intendere un concetto

unitario senza un _principio_ intorno al quale si svolga?

Noi siamo dunque trascinati forzatamente sul terreno dei _principî_.

Dobbiamo ravvivare la credenza in essi: compire un'opera di credenza, di

fede. Lo esige la logica delle cose.

I principî soli fondano. Le idee non si traducono in fatti senza forti

credenze universalmente riconosciute. Non si compiono grandi cose se non

rinegando l'individualismo e con un sacrificio costante al progresso

generale. Ora, il sacrificio è il sentimento del Dovere in azione. E il

sentimento del Dovere non può scendere dagli interessi individuali, ma

esige la conoscenza d'una legge superiore inviolabile. Ogni legge posa

sopra un principio; dove no, è arbitraria ed è _permesso_ violarla. È

necessario che quel principio sia liberamente accettato da tutti; dove

no, la legge è dispotica ed è _dovere_ violarla. L'applicazione del

principio sta in una vita conforme alla legge. Scoprire, studiare,

predicare il principio che deve esser base alla legge sociale del paese

e del tempo in cui si vive: è questo lo scopo d'ogni uomo che volga il

pensiero a un ordinamento politico. La fede in quel principio genera le

opere efficaci e durevoli. La sola e sterile conoscenza degli interessi

individuali non può generare che la sola e sterile conoscenza del

diritto individuale. E la conoscenza del diritto individuale può

generare alla volta sua, quando quel diritto è negato, disagio,

opposizione, lotta, insurrezione talora, ma insurrezione che, come

quella di Lione, non frutta se non rinacerbimento d'ostilità tra le

classi che compongono la società. È necessario dunque tornare pur

sempre, quando si vuol compire un di quei grandi fatti che si chiamano

Rivoluzioni, alla conoscenza, alla predicazione dei principî. Il vero

stromento del progresso dei popoli sta nel fatto _morale_.

Trascuriamo noi, perchè diciamo queste cose, il fatto _economico_, gli

interessi materiali, l'importanza delle conquiste operate nella sfera

industriale e dei lavori che le operarono? Predichiamo i principî pei

principî, la fede per la fede, come la scuola letteraria romantica

predica in oggi _l'arte per l'arte_?

A Dio non piaccia. Noi non sopprimiamo il fatto _economico_: lo crediamo

al contrario destinato a ricevere, nella società futura, un allargamento

più e più sempre considerevole del principio _d'eguaglianza_, e ad

ammettere in sè il principio fecondatore dell'_Associazione_. Ma lo

sommettiamo al fatto _morale_, perchè sottratto alla sua influenza

direttrice, disgiunto dai principî e abbandonato alle teoriche

d'individualismo che lo governano in oggi, sommerebbe a un egoismo

brutale, a una guerra permanente fra uomini chiamati ad esser fratelli,

all'espressione degli appetiti della specie umana, quando invece esso

dovrebbe rappresentare, sulla curva ascendente del progresso, la

traduzione materiale della sua attività, l'espressione della sua

missione industriale.

Non trascuriamo gli interessi materiali: respingiamo al contrario come

imperfetta e inconciliabile coi bisogni dell'epoca ogni dottrina che non

li comprendesse in sè o li riguardasse come meno importanti di quel che

veramente sono: crediamo che ad ogni grado di progresso debba

corrispondere un miglioramento positivo nelle condizioni materiali del

popolo; e questo successivo miglioramento è in certo modo per noi una

_verificazione_ del progresso operato. Ma non ammettiamo che gli

interessi materiali possano svilupparsi soli e indipendenti dai

principî, quasi _fine_ della società; perchè sappiamo che teorica

siffatta cancella la dignità umana: perchè ricordiamo che quando in Roma

il fatto _materiale_ cominciò ad essere predominante e il dovere verso

il popolo si ridusse a dargli pane e spettacoli, Roma e il popolo

correvano a rovina, perchè vediamo oggi in Francia, nella Spagna, per

ogni dove, la libertà conculcata o ingannata in nome appunto degli

interessi di bottega, in nome della dottrina servile che separa il

benessere materiale dai principî.

Non dimentichiamo i servigi resi alla causa del progresso dalla scuola

politica dei _diritti_, nè l'importanza dei lavori economici che

assalirono, sul finire del XVIII secolo, l'assurdo e immorale _sistema

restrittivo_ col quale i Governi commettevano a' doganieri lo sviluppo

industriale della Nazione come ne commettevano lo sviluppo morale a

censori e birri: in un'epoca nella quale i diritti degli individui erano

sistematicamente violati, quei lavori erano indispensabili, e senz'essi

noi non saremmo ove siamo. Ma quei lavori sono oggi oltrepassati: non

possiamo durare inerti per entro i limiti ch'essi segnarono, senza

rinegare le nuove tendenze che mirano a riedificare. I popoli fecero

plauso all'opera distruggitrice dello scorso secolo, perchè speravano

sottentrasse un nuovo ordinamento all'antico; ripetutamente delusi, non

moveranno se non suscitati da un nuovo programma organico. L'_individuo_

è sacro: i suoi interessi, i suoi diritti sono inviolabili; ma porli

come unico fondamento all'edifizio politico, e dire agli individui:

_conquisti ciascuno, e colle sole forze che ha, il proprio avvenire_, è

un dare la società e il progresso agli arbitrî del caso e alle

alternative d'una lotta perenne; è un trascurare il fatto principale

dell'umana natura, la _socialità_; è un impiantar l'egoismo nell'anima e

ordinare per ultimo il dominio dei forti sui deboli, di quei che

possedono mezzi su quei che ne sono privi. I molti inefficaci tentativi

degli ultimi quarant'anni lo provano.

Quando dunque noi predichiamo quasi esclusivamente i principî che ci

sembrano derivare dalla condizione attuale della conoscenza umana,

intendiamo seguir la via che guida al futuro, tanto materiale quanto

morale, delle nazioni. Quando insistiamo sulla necessità d'inalzare su

quei principî un edifizio di credenze che sottentri alle credenze spente

o vicine a spegnersi, intendiamo soddisfare a un voto dei popoli sovente

male espresso, più sovente frainteso, ma che rivelato a ogni modo dalle

manifestazioni più disgiunte e dissimili, è il segreto storico del XIX

secolo. E quando diciamo: «inalzatevi alla sfera dei principî: guidate i

popoli, oggi erranti nel vuoto, alla legge del Progresso, all'Umanità, a

Dio: ridestate il senso morale, il sentimento del Dovere negli uomini

ch'altri tenta convertire in macchine da calcolo: mostrate un grande

intento ai giovani oggi sì facilmente assaliti dallo sconforto e dal

dubbio: rifate coll'entusiasmo colla religione, coll'amore, una

esistenza morale all'uomo, dacchè l'antica del privilegio e

dell'ineguaglianza è cenere e polve:» lo diciamo convinti che ogni altro

modo di trattare le cose politiche è illusione o menzogna; convinti che

le _forme_ politiche considerate isolatamente e per sè, sono, come

l'antichità diceva delle leggi, ragnateli che imprigionano i piccoli

insetti e son lacerati dai grandi; convinti che lo _spirito_ solo dà

importanza alle _forme_: che le istituzioni sono _lettera morta_,

inefficace, impotente, ogni qual volta l'alito del progresso popolare

della fratellanza, dell'associazione non le vivifichi: che tutte le

dichiarazioni scritte sono un nulla dove tutti, abbandonati

all'individualismo e ordinati sopra una base d'ineguaglianza, tendono

naturalmente a eluderla cercandovi a un tempo uno stromento di difesa

contr'altri: convinti che ogni altra via non può giovare alla causa

dell'Umanità, ai grandi interessi del popolo, del lavoro, della

nazionalità, del miglioramento morale, sole cose che meritino il nostro

sagrificio e le nostre fatiche.

Riuscite a istillare nell'anima d'un popolo o nella mente, de' suoi

educatori, de' suoi scrittori, un solo principio, e varrà più assai per

quel popolo, per quel paese, che non tutto un corso d'interessi e

diritti indirizzato a ciascun individuo, che non tutta una guerra

mortale agli atti d'un Potere corrotto.

Quando avrete, a cagion d'esempio, radicato nel core della nazione quel

principio dichiarato, non applicato, dalla Rivoluzione Francese: _lo

Stato deve l'esistenza o il lavoro per essa a ciascuno de' suoi membri_,

avrete, aggiungendovi una giusta definizione dell'esistenza, preparato

il trionfo del diritto sul privilegio, il termine del monopolio d'una

classe sull'altra e la fine della _mendicità_, per la quale non avete

oggi che palliativi, carità cristiana o consigli freddamente atroci come

quelli dati dagli economisti della Scuola Inglese.

Quando avrete educato gli animi alla fede nell'altro principio: _la

società è una associazione di lavori_ e potrete, mercè quella fede,

desumerne logicamente e praticamente tutte le conseguenze, non avrete

più caste nè aristocrazie nè guerre interne nè crisi: avrete un

_popolo_.

E quando la parola: _tutti gli uomini d'una nazione sono fratelli_ avrà

fatto dell'anima un santuario di virtù e d'amore--quando il grande

pensiero della Nazionalità non sarà più ringrettito a proporzioni

meschine e non si limiterà più ad appoggiare il proprio diritto sopra un

interesse materiale contrastato sempre da un altro, ma si verserà, puro

e santo, dalla madre al fanciullo nella preghiera del mattino, in quella

della sera, in quell'ore nelle quali la donna trasformata in angelo

insegna le verità del cielo alla propria creatura, siccome assiomi e

principî immutabili--avrete allora soltanto una Nazione quale non può

esservi data dai sofisti che pretendono fondare nazionalità senza Dio;

perocchè una Nazionalità è una credenza in una _origine_ e in un _fine_

comuni, e costituita oggi da un interesse può essere rovesciata domani

da un interesse più audace e più potente.

E così via via. Per natura loro, i principî, che taluni relegano tra le

cose astratte, sono sì poco separati dagli interessi materiali e da ciò

che chiamano _fatto economico_, che ne trascinano il trionfo pratico

siccome conseguenza inevitabile. La loro sfera li comprende, li

abbraccia tutti. Ma ogni progresso materiale è risultato infallibile

d'ogni progresso morale. Invece di logorare le forze in una guerra

minuta, cercando conquistare gli interessi ad uno ad uno e sempre senza

certezza di stabilità, noi tentiamo di risalire alla sorgente comune e

stabilirci trionfatori nel centro della contesa. Gli effetti di questo

lavoro possono parere più lenti; ma sono più certi e soli durevoli.

L'opera di fede, l'opera morale, si compie, come il moto dell'ago

sull'orologio, insensibilmente; ma spetta ad essa soltanto d'indicare le

ore solenni delle Nazioni.

Un Giornale non è un lavoro di legislazione: non opera se non a gradi.

Un Giornale non ricopre i poveri seminudi, non dà pane agli affamati:

predica, insiste perchè si faccia. Or come operare sull'anima di chi

legge? Come convincere non solamente dell'esistenza del male ma della

necessità di porvi rimedio? Come comunicare al lettore lo spirito

d'attività, la forza di sagrificio necessaria per superare gli ostacoli?

Un Giornale è, generalmente parlando, scritto per le classi agiate; e

queste classi, confortate di prosperità, non hanno l'esperienza dei

patimenti, delle privazioni: esse vedono talora i mali del povero, ma

s'avvezzano facilmente a considerarli come una triste _necessità_

sociale, o lasciano la cura di rimediarvi alle generazioni future.

L'indifferenza e l'obblìo sono sì dolci per chi siede nel sacrario della

famiglia, circondato da volti sorridenti, mentre il vento d'inverno

soffia al di fuori e la neve batte, minuta e rapida, l'invetriata d'una

doppia finestra! Sperate voi di strappare quei felici del mondo

all'inerzia colla semplice espressione del fatto _economico_ e di ciò

che dovrebbe sostituirglisi in una società ben ordinata? Sperate di

scotere il loro riposo d'egoismo colla sola fredda analisi di ciò che

accade in una sfera nella quale essi non penetrarono mai? Approveranno

forse, come mera teorica, le vostre dottrine d'utilità; ma non chiedete

loro d'operare a seconda. Perchè lo farebbero? voi parlate in nome degli

_interessi_. Non è primo fra tutti il godere? or essi godono.

Tra l'approvazione e il sacrificio perciò che s'approva, giace un abisso

che voi, col metodo vostro, non potete varcare. E nondimeno è quello il

problema. L'uomo è _pensiero_ e _azione_. Le vostre teoriche possono

modificare il primo, non creare l'azione.

È dunque necessario modificare, riformare, trasformare l'uomo tutto

quant'è nell'unità della vita. Bisogna insegnargli non il _diritto_, ma

il _dovere_: ridestare al meglio l'indole imbastardita, l'anima

semispenta, l'entusiasmo appassito: risollevare una potenza d'agire

oggi schiacciata sotto l'indifferenza, colla coscienza della dignità

umana e d'una missione da compirsi quaggiù. Ed è opera questa che spetta

ai principî, alle credenze, al pensiero religioso, alla _fede_.

E fu l'opera di Gesù. Ei non cercò salvare coll'analisi il mondo

morente. Non parlò d'interessi a uomini sui quali il culto degli

interessi avea versato il veleno dell'egoismo. Affermò, nel nome santo

di Dio, alcuni assiomi fino allora ignoti; e quei pochi assiomi che noi,

dopo diciotto secoli, cerchiamo tradurre in fatti, mutarono aspetto al

mondo. Una sola scintilla di fede compì quello che tutti i sofismi delle

scuole filosofiche non avevano saputo intravvedere: un passo

nell'Educazione del genere umano.

Il problema attuale--non ci stancheremo di ripeterlo mai--è, come ai

tempi di Cristo, un _problema d'educazione_. Or cos'è mai una educazione

che non posa su principî, che non è desunta da una fede comune, che non

mira a conquistarle vittoria?

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I · 第 87 / 125 题