Del difetto d'energia nei guidatori delle nostre rivoluzioni, degli
errori che s'accumularono, della incertezza, delle contraddizioni
ch'emergono ad ogni passo dalla storia dei fatti trascorsi, fu detto da
molti. Un fremito d'ira generosa si levò nell'anime veramente Italiane
al vedere, come per colpa dei pochi l'Italia cadde nel gemito della
paura anzichè nel ruggito del lione ferito. Come accadesse, come
avvenisse ch'uomini puri nelle intenzioni, amatori del nome italiano e
consecrati fin dai primi anni alla carriera politica, si lasciassero
travolgere a tanta debolezza da commettere i destini della loro patria a
una illusione di tutela straniera anzichè all'armi e al consiglio de'
forti, non fu detto mai, ch'io mi sappia. Forse, quando i buoni
fremevano la parola del dispetto e della rampogna, le piaghe erano
troppo recenti, perchè il raziocinio potesse frammettersi alla passione,
e perchè riuscisse di risalire per mezzo agli errori alla sorgente
d'onde partivano. Fu guerra di particolarità, di minuzie, di fatti
isolati; fu grido d'uomini ai quali la prepotenza degli eventi struggeva
l'ultima delle speranze che fan bella la vita, e non lasciava che
l'ultimo appello della creatura al cielo, la maledizione agli uomini ed
alle cose.--Esce a ogni modo da quelle accuse un senso di sconforto, una
disperazione dell'avvenire, che può ridurre l'anime nuove e incerte alla
inerzia e le forti e deliberate a vivere d'una vita propria, intima,
individuale, a ricoverarsi nella solitudine e nel concentramento dalla
fallacia dei progetti e dal sorriso dei tristi. Oggi, è urgente di
ritrarre quell'anime dall'isolamento in cui giacciono, di rinfiammarle
alla costanza dell'opere, di riconfortarle ad osare, mostrando come
nessuna fatalità pesi sopra di noi, ma il solo errore degli uomini, e
non invincibile, non inevitabile da chi riassuma in poche massime le
vicende passate a trarne insegnamento al futuro. Ora--e per somma
ventura--quegli uomini, ch'ebbero un istante le sorti italiane nelle
mani, son fatti uomini del passato; quei nomi son retaggio dei posteri,
e noi possiamo favellarne senz'ira ed amore; possiamo esaminare più
sedatamente qual violazione di principio trascinasse la rovina dei
tentativi italiani. Un tentativo fallito si riduce quasi sempre ad un
principio violato.
Nelle rivoluzioni più che in ogni altra cosa l'armonia è condizione
essenziale del moto. Quando esiste disparità, sconnessione, disarmonia
tra gli elementi e la tendenza che ad essi s'imprime, tra chi dirige e
chi segue, non v'è speranza.
Gli uomini nati a governare e compiere le rivoluzioni son quei che
stanno interpreti delle generazioni contemporanee, miniatura del loro
secolo; che riassumono in sè i voti segreti, le passioni, le tendenze, i
bisogni delle moltitudini; che si collocano innanzi d'un passo alle
genti che seguono, ma come centro in cui vanno a metter capo tutti gli
elementi esistenti, tutte le fila ordinate all'intento. Indovinare il
pensiero generatore della rivoluzione, e assumerlo proprio, fecondarlo,
svilupparlo, e guidarlo al trionfo--tale è il primo ufficio di chi
dirige le rivoluzioni. Senza quello si cade tra via scherniti o infami,
per impotenza o per tradimento.
Ora, furono essi tali i capi delle nostre rivoluzioni?
No; non furono.
Vediamo l'ultima rivoluzione dell'Italia centrale.
Noi lo dichiariamo: noi la togliamo ad esempio, non perchè gli errori
notati v'appajano più manifesti che altrove; nè perchè a noi piaccia
diffondere un biasimo non meritato sui nostri fratelli delle Romagne.
Noi li amiamo come Italiani: noi li veneriamo come quei che sorsero
mentre noi giacevamo; come quei che diedero all'Italia e alla Europa un
esempio d'opinione popolare e concorde; come quei che pajono incaricati
di affacciare ai popoli una continua protesta in nome nostro contro la
tirannide che ci conculca.--I moti del 1820, e 21, furono predominati
dagli stessi errori, errori, come dicemmo, più dell'epoca che degli
uomini. Vero è che l'epoca ora è mutata, e gli stessi moti dell'Italia
centrale lo provano; però l'anacronismo politico, commesso da chi resse
que' moti, sgorga più evidente dall'ultime vicende che dalle prime. Poi
le piaghe sanguinano tuttavia--e noi scriviamo coll'ultimo gemito di
Ciro Menotti, e coll'eco dei fucili di Rimini nell'orecchio.
La rivoluzione dell'Italia centrale presenta distinte due classi
d'uomini: i molti insorti, e i pochi moderatori dell'insurrezione.
Che volevano gl'insorti?
Chiedetelo al pensiero che ordinava quei moti--chiedetelo al grido
levato dai primi a insorgere in tutte le terre che afferravano spontanee
il concetto di vita--chiedetelo al palpito di tutti i cori, al fremito
generoso che invase la intera Penisola, quando narrarono i colpi di
fucile tratti dalla casa Menotti, all'ardore che fece correre all'armi
la gioventù di Bologna quando il vento recò ad essa l'eco del cannone di
Modena--all'entusiasmo della gioventù parmigiana non avvertita, non
coordinata, non commossa dalle congiure--alle stampe, ai bandi, ai
colori adottati, ai viaggiatori che corsero da un punto all'altro per
affratellare le varie contrade, alla bandiera che sventolò tra quei
moti. Quella bandiera fu la bandiera italiana--quei colori erano i
nazionali italiani--quelle prime voci erano voci di patria, di
fratellanza, di lega italiana--quel fremito, quel tumulto, quel moto era
il voto dei forti, serbato intatto per quaranta anni di sciagure e di
persecuzioni; concentrato allora intorno ad un nome--al vecchio nome
d'Italia, a quel nome immenso di memorie, di gloria, di solenne
sventura, che i secoli di muto servaggio non avevano potuto spegnere, e
che mormorato all'orecchio era trapassato di padre in figlio, come il
nome del temuto nella lunga cattività degli Ebrei. Volevano l'_unità_,
l'_indipendenza_, la _libertà_ della Italia; volevano una patria;
volevano un nome, col quale potessero presentarsi al congresso futuro
de' popoli liberi, e che cacciato sulla bilancia Europea promovesse d'un
passo la civiltà. Però la gioventù insorta non s'arretrava davanti a
ostacoli di lunga guerra, o di disagi d'ogni genere; chiedeva la
gioventù Bolognese fin dal secondo giorno del movimento d'invader la
Toscana; chiedevano i nazionali di Reggio e Modena di conquistare Massa
e Carrara alla libertà; chiedevano più tardi le guardie civiche condotte
dal Zucchi di movere per la strada del Furlo al regno di Napoli; però
che ogni uomo a' quei giorni--tranne chi reggeva--sentiva profondamente
che si trattava d'una causa italiana, non Bolognese, o Modenese: ogni
uomo--tranne quei del governo--sentiva ch'era venuto tempo per
gl'Italiani di manifestare alla nazione e all'Europa con qualche atto
solenne il loro concetto, il principio che li guidava, la intenzione in
che s'erano mossi--del reato non curavano. Quel primo momento di
rivoluzione, di manifestazione generosa è sì bello, bello di sacrificio
individuale, di speranza infinita e d'audacia Titanica, che può
scontarsi colla morte in campo, o sul palco: nè gl'insorti pensavano
allora doverlo, per la inerzia di pochi, scontar col ludibrio.
Con siffatti elementi, con questa tendenza del popolo insorto, quali
erano i doveri degli uomini che il voto dei più, il caso e le
circostanze elessero a capi?
I doveri de' capi--noi lo dicemmo--emergono dal voto, dalla tendenza
predominante le moltitudini; stanno scritti nella bandiera adottata
dalle moltitudini. Ogni rivoluzione è la manifestazione, la espressione
pubblica d'un bisogno, d'un sentimento, d'una idea; e quando un popolo
insorge, la scelta dei capi costituisce un contratto tacito fra quel
popolo ed essi. Il primo, eleggendo, dice ai secondi: noi ci levammo per
rivendicare un diritto usurpato o violato; ci levammo per ottenere un
miglioramento di condizione che i governi ci vietano; ci levammo perchè
noi, maturi per salire d'un passo nella carriera del progresso, eravamo
pure inceppati e costretti alla inerzia da una prepotenza d'ostacoli
materiali. Ora, insegnateci la via; noi la ignoriamo; ma eccovi braccia
e mezzi; traetene il maggior partito a guidarci dove noi vogliamo: vi
seguiremo attraverso i pericoli.--I secondi, accettando, rispondono: noi
sacrificheremo ogni cosa allo sviluppo di cotesta idea; noi poniamo
vita, senno, consiglio dove voi ponete le sostanze e la vita. Seguiteci
con fiducia, però che dovunque, tra i pericoli inevitabili, vedrete
ondeggiare la nostra insegna, voi sarete certi, ch'ivi è la via che
avete trascelta.--Queste condizioni a noi pajono intervenire più
solennemente tra la nazione e i suoi capi, che non se fossero proferite
a parole; perchè dove il mandato sgorga dalle circostanze e dal voto
pubblico è più santo che non sarebbe uscendo da formole; nè i popoli
manifestano mai così solenni i loro voti, come quando li manifestano
colle azioni. Non giova illudersi; chi fraintende quel voto può meritare
compianto--ma qual nome serba la patria a chi, intendendolo, lo delude,
e inganna deliberatamente le migliaja che glie ne fidano lo sviluppo?