G. MAZZINI.

Un'ultima inchiesta; leggete questa

lettera a quanti più potete fra i

vostri amici prima di abbruciarla.

* * * * *

I tre scritti: _Il Partito d'azione_, _Del dovere d'agire_, e _Centro

d'azione_[58] rivelano abbastanza chiaro a quale trasformazione del

Partito io mirassi. Da un lato, io vedeva sorgere in seno alla borghesia

letterata, quei vizî di pedanteria dottrinante, di dissenso tra il

pensiero e l'azione d'inerzia che sostituisce la fiducia paziente nella

forza degli eventi al compimento del Dovere, fatale a tutte le nazioni e

cagione visibile di decadimento alla Francia; e bisognava cercare il

rimedio nell'azione di un nuovo elemento, vergine di sistemi e ricco di

buoni e ineducati istinti, l'elemento popolare. Dall'altro, l'idea

_Nazionale_ era oggimai sufficientemente diffusa: mancava l'attitudine,

la tendenza a _fare_. Or non s'educa all'azione se non coll'azione,

coll'esempio, coll'ira, colla coscienza della debolezza del nemico che

si tradisce nelle continue paure, negli esagerati sospetti, nelle

ingiuste immoderate repressioni suggerite dalla perenne minaccia.

Entrai su quella via premeditatamente, risolutamente. E lo dico, perchè

i miei fratelli di patria mi giudichino, lo sapeva che mi porrei

sull'anima nuovi e gravi dolori ma non rimorsi. I popoli non si

ritemprano se non con forti fatti, pericoli intrepidamente affrontati e

patimenti virilmente durati.

E un'altra ragione, verificata in seguito da una serie di fatti e

nondimeno inavvertita da quanti mi giudicarono, mi spronava su quella

via. La Monarchia ricominciava a desiderare, ad agitarsi, a tentare

timidamente, pur con insistenza fuori e dentro il terreno, per vedere se

vi fosse modo d'ampliarsi. Cominciavano i turpi amoreggiamenti alla

Francia Imperiale, ed era facile antivedere l'alleanza che li avrebbe,

presto o tardi conchiusi. Ora il concetto accarezzato da Luigi Napoleone

era di federalismo per noi, di unità fortemente accentrata e facilmente

dominatrice, per la Francia. Nè gli uomini della Monarchia piemontese

oltrepassavano quel concetto: i suoi più potenti ingegni parlavano

apertamente di leghe regie; e alla turba volgare e al monarca, volgo

egli pure, sarebbe bastato il cenno del Dittatore Francese. Io vedeva

crescente il pericolo e non vedeva certi i rimedî: la mia fede, non nel

futuro dell'Italia, ma nella generazione, alla quale io parlava, s'era

illanguidita: il materialismo la signoreggiava, più assai ch'io non

aveva creduto; e il materialismo doveva guidarla--e la guidò pur

troppo--al culto della forza, dei primi successi, dell'_opportunità_

sostituita all'adorazione dell'Ideale. Il concetto della Monarchia

sarebbe stato, per poco ch'essa facesse, seguito. Bisognava dunque

impaurirla, sospenderle sul capo la spada di Damocle, farla credere

nella necessità di andare innanzi a seconda degli istinti del paese, o

perire: e per questo bisognava ordinare la minoranza che mi seguiva, a

protesta e minaccia continua in nome dell'Unità repubblicana: o

riescivamo in uno dei tentativi ad afferrare il ciuffo della fortuna, a

cogliere un momento propizio e fecondo d'entusiasmo popolare e potevamo

conquistare Unità e a un tempo Repubblica:--o gli Italiani non erano

maturi per emanciparsi in nome d'un _principio_ senza cooperazione di re

e avremmo, accennando continuamente a fare, costretto la monarchia ad

andare oltre i termini prestabiliti, a darci almeno l'Unità Nazionale.

Taluni fra i nostri m'accusarono, più dopo, d'aver deviato, ammettendo

ne' miei calcoli che si potesse trarre partito dalle opere della

Monarchia. Gli scritti coi quali io chiamava il Partito a trasformarsi

sistematicamente in Partito d'Azione non parlano di Monarchia ed

escludono quindi il rimprovero. Ma quanto alle ipotesi della mente, esse

furono purtroppo giustificate dai fatti. L'iniziativa _fu_ presa,

coll'ajuto dello straniero, dalla Monarchia: i repubblicani non ne

furono capaci. Se quanti allora ciarlavano di repubblica avessero dato

opera a ordinarsi, a disciplinarsi, a raccogliere mezzi, ad armarsi per

fare, noi non avremmo forse oggi sulla fronte della povera Italia le

vergogne di Nizza, di Lissa e Custoza e della perenne soggezione

all'influenza straniera. E s'oggi non si sfogassero in proteste

indecorose e derise, ma seguissero, severamente deliberati, le norme

pratiche che fruttano potenza a un Partito, noi potremmo cancellare

speditamente quelle vergogne, nè a me toccherebbe di struggere i miei

ultimi giorni nel dolore, supremo per chi ama davvero, di vedere ciò che

più s'ama inferiore alla propria missione. Se non che è più facile

rimproverare che fare.

Io credo d'avere, con quel metodo d'agitazione, contribuito a

costringere, non foss'altro, e dacchè i repubblicani non seppero

ordinarsi e fare, la Monarchia sulla via, non voluta dell'Unità

Nazionale; nè vedo, pur disprezzandola più sempre trascinata non da

fede, ma da paura, perchè m'increscerebbe. Saremmo noi, riordinati

federalmente, più vicini alla conquista del nostro ideale?

I monarchici intanto iniziavano dal canto loro un nuovo stadio di

attività con una perfidia.

Ho accennato al nembo di rimproveri e d'accuse che si rovesciò da ogni

lato su me dopo il 6 febbrajo: rimproveri e accuse tanto più feroci,

quanto più io sembrava sprezzarli e persistere. Al disciogliersi del

Comitato Nazionale e alla condanna che taluni fra i suoi membri

s'affrettarono a proferire contro di me, tenne dietro un generale

dissolvimento. Per più mesi io non ebbi, fuorchè da popolani, una sola

lettera che trattasse di cose italiane. Ogni lavoro s'era sospeso o

sottratto alla mia direzione. In Roma, soltanto, l'Associazione serbava

meco l'antico contatto: l'uomo, singolare per ingegno, per intrepida

fede repubblicana, per potenza di logica e antiveggenza del futuro, che

la dirigeva, non era tale da mutar giudizio e condotta per un tentativo

fallito. E Roma, era punto siffattamente importante, ch'era necessario

rapirmelo, o condannarsi a vedere ravvivarsi a poco a poco la mia

influenza sui lavori del Partito in Italia.

Un agente di parte monarchica fu spedito da Torino a Roma a tentar

l'impresa. Giovandosi dell'opinione largamente diffusa, ch'io fossi

politicamente un uomo perduto, si disse a parecchi dei nostri che la

Monarchia si preparava alacremente a operar per l'Italia--ch'io era

stato fin allora, colle mie improntitudini repubblicane, ostacolo a'

suoi disegni--che importava quindi staccarsi da me, provato incapace

dagli ultimi fatti, e unirsi fraternamente al Piemonte--_che la unione

delle forze determinerebbe, quasi immediata, l'azione_--che ogni uomo

potrebbe serbare intatte le proprie idee, ma che si trattava d'unirsi

_oggi_ per vincere, _poi_ il paese deciderebbe del proprio avvenire. E

le proposte furono accolte: primo a cedere un giovane che, ordinatore

supremo nei primi due anni dell'Associazione, poi segretario del

Direttore nella sua corrispondenza con me, possedeva nomi, cifre segreti

e meritata influenza.

Raccolti a deputazione, i dissidenti dall'antico programma fecero

proposta solenne al Direttore perchè, adottando il nuovo, decretasse

fusione dell'Associazione colla parte monarchica e sostituisse alla

formula unitaria repubblicana le parole: Indipendenza e Unione. Il

Direttore diede formale rifiuto.

Cominciò allora contro di lui una guerra sulla quale io trasvolo. I

mezzi di corrispondenza colle provincie gli furono interrotti: il

contatto coi nuclei esistenti in Roma gli fu seminato di difficoltà e di

pericoli: condannato, com'egli era, a vivere in un nascondiglio, ei si

trovò a un tratto quasi isolato. Accuse d'ogni genere lo assalirono: fu

detto che ei ricusava l'_azione_, ch'ei negava per ambizione di

dittatura la sovranità del paese; ch'ei tradiva, per intolleranza e

cieca riverenza a questioni di parole e di mere forme, il _fine_ del

lavoro; ch'egli ingannava l'Associazione parlandole in nome di un

Partito che s'era chiarito impotente e di un uomo, che s'era chiarito

incapace; furono di lui dette cose peggiori e bassamente sleali. Il

direttore durò imperturbabile, irremovibile.

Una notte ei fu preso, e furono presi nelle loro case quanti membri o

impiegati della gerarchia dell'Associazione persistevano fedeli al

programma repubblicano: dal primo fino all'ultimo, il postiere Trabalza.

Non accuso uno o altro individuo, ma è fatto, ammesso a quei giorni da

tutta Roma e chiarito dal carattere, dai modi e dalla simultaneità delle

scoperte, che la lista dei nomi fu trasmessa al Governo Pontificio dagli

agenti monarchici legati coi dissidenti.

Parecchi fra gli imprigionati in quella notte gemono tuttavia--benchè

nati in paesi che fanno parte del Regno Italiano--nelle carceri del

Papa; vergogna eterna del Governo Italiano che non esige, forse perchè

sono amici miei e repubblicani, la liberazione: vergogna degli Italiani,

che li dimenticano.

Contro quella diserzione dalla bandiera, io pubblicai, con altri, la

seguente protesta:

«I sottoscritti, Italiani di Roma e provincia, informati del mutamento

reazionario che, per opera di pochi e in contradizione alle tendenze del

Popolo, ha preteso rovesciare recentemente la Direzione Centrale

dell'Associazione Nazionale, per sostituirvi un Comitato, il cui primo

atto è un atto d'ateismo politico, un passo retrogrado verso i nemici

della bandiera inalzata nel 1849 in Roma, e un tradimento del patto

solenne stretto fra gli uomini dell'Associazione Romana e il Partito

Nazionale.

«Dichiarano:

«che la deviazione dal principio Repubblicano, come bandiera di

redenzione futura Italiana, colpa grave in ogni parte del territorio

Italiano, è infamia e vergogna in Roma:

«che questa deviazione tradisce Roma, alla quale rapisce l'iniziativa

morale, ch'è suo dovere e diritto nella Nazione; tradisce l'Italia che

guardava a Roma come depositaria della tradizione repubblicana; tradisce

l'Azione che non può escire se non da una bandiera di popolo:

«che il fare retrocedere il Partito Nazionale sino alla politica senza

nome del 1848, dopo che i fatti hanno dato a quella politica una nota

incancellabile d'infamia colla cessione di Milano e col tradimento di

Novara, è opera di manifesta ignoranza, o di mala fede:

«che la bandiera repubblicana non rappresenta un interesse particolare

in Italia, ma l'interesse, la missione, l'avvenire e l'unità della

Nazione, mentre la bandiera che porta scritta l'unica parola

d'Indipendenza, bandiera regia senza coraggio di dirsi tale, non

rappresenta se non federalismo, interessi dinastici, discordia tra il

fine e i mezzi, e quindi impotenza assoluta a combattere e vincere:

«Protestano in conseguenza contro il mutamento tentato, contro l'inganno

fatto a un Popolo, che meritò l'ammirazione dell'Europa combattendo per

la Repubblica; contro ogni atto emanato o che emanerà dal Comitato

_fusionista_ novellamente istallato; e lasciando che la responsabilità

dello scandalo d'un'apparente discordi e ricada su chi lo promosse, si

assumono di far noto al popolo di Roma e Provincie l'inganno e la

delusione di cui è vittima in oggi.

«_Aprile 1853._

«G. MAZZINI.»

* * * * *

_Qui finiscono le note autobiografiche di Giuseppe Mazzini, comprese nei

primi otto volumi delle_ Opere, _e che riunite insieme in questo libro

ci danno a grandi tratti una storia delle eroiche lotte, dei dolori

ineffabili che ebbe a sostenere il grande Apostolo d'Unità e di

Libertà._

_Seguono quindi gli scritti politici più importanti, disposti per ordine

cronologico._

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I · 第 44 / 125 题