XII.

Il Comitato Nazionale è disciolto. L'ultima sua parola fu un grido

d'azione, quei che posero il loro nome appiedi di quello scritto, non

potrebbero oggimai che ripetere ai loro concittadini la stessa parola.

E perchè rimarremmo? per registrare al compianto degli stranieri i nomi

dei nostri migliori imprigionati, torturati, strozzati? per dir loro che

in Italia i nostri amici si impiccano nelle prigioni come Pezzotti, o

tentano di segarsi la gola come Rossetti, per non soggiacere ai pericoli

d'un lento martirio? per ricordare ad ogni tanto alla Europa che sulla

terra ove, quattro anni addietro, bastò sorgere per vincere; sulla terra

dove Roma, Venezia, Brescia, Bologna, Ancona, Messina suscitarono

combattendo il plauso dei popoli, oggi l'austriaco governa, come tra un

branco di giumenti, adoperando il bastone, adoperandolo sopra uomini e

donne? e udirci dire: _che! non avete braccia? non avete core? non

sentite prepotente sopra ogni altra cosa il bisogno di unirvi tutti in

uno sforzo supremo di lotta feroce invincibile?_ O rimarremmo per

congiurare oziosamente, instancabili e senza scopo? Ah! la congiura,

apostolato nelle catacombe, è cosa santa, checchè dicano gli appestati

d'egoismo e gli stolti, dove la libera parola è vietata e alle idee

rispondono le bajonette; ond'io accettai altero questo nome frainteso e

proscritto di cospiratore. Ma oggi, solcato il terreno per ogni dove di

elementi nostri e sceso il fremito dell'Italia futura al core delle

moltitudini, ogni cospirazione che non tenda all'azione diretta,

immediata, è delitto. L'Italia è matura: bisogna fare. S'è decretato che

vittime siano; muojano almeno all'aperto, nella gioja della lotta e

coll'armi in pugno.

Il Comitato è disciolto. Io mi separo per sempre--e Dio sa con qual

dolore io lo dica, dacchè tra quelli dai quali io mi svelgo conto amici

di quindici o di dieci anni--dalla cospirazione _officiale_, dal lavoro

ozioso, indefinito, e nondimeno origine di persecuzioni, prigioni e

patiboli ai buoni, dagli uomini che non sono abbastanza freddi e

calcolatori per rassegnarsi ai codardi conforti della schiavitù, nè

abbastanza devoti e sapientemente audaci per intendere ch'essi hanno la

salute della patria in pugno. Due partiti soli io riconosco oggi in

Italia: il partito passivo, partito di tiepidi con qualunque nome si

chiamino, partito d'uomini che _aspettano_ la libertà dalla Francia,

dalle ambizioni monarchiche, da guerre ipotetiche, da smembramenti in

Oriente, da cagioni insomma estrinseche alla terra nostra; e il PARTITO

D'AZIONE, partito d'uomini che intendono a _conquistarsi_ la libertà in

nome e colle forze della Nazione; partito d'italiani che credono in

_Dio_, sorgente prima di doveri e di diritti, e hanno fede nel _Popolo_,

potenza viva e continua per interpretarli e compirli; partito

d'iniziatori che sentono venuta l'ora e sanno che l'Italia è matura a

levarsi e vincere per sè e per altrui. Gli uomini di questo partito

intendano che il 6 febbrajo ha cominciato la serie delle proteste armate

e, ispirandosi a Roma, la continuino ovunque possono: essi m'avranno

sempre--e lo sanno. Dei tiepidi giova ch'io possa, emancipato da tutti i

riguardi e indipendenti da vincoli, essere di tempo in tempo censore

libero e smascheratore: giova che io possa dire all'Italia che mentre

fra i popolani ho trovato uomini pronti ad assalire con pugnali un

esercito, io non ho potuto trovare fra i loro ricchi un sol uomo a cui

affetto di patria o ambizione di fama, abbia persuaso di farsi banchiere

al Partito e di porre mezza la sua fortuna pel trionfo della

bandiera:--che, tra i loro intelletti, ho trovato dissenso perenne tra

il pensiero e l'azione, servilità meschina a sofismi, sistemi e

fondatori di sêtte straniere, e vanità meschinissime davanti ai loro

connazionali:--che ad essi al loro appartarsi da ogni generoso disegno,

al loro dissolvere collo sconforto, coll'inerzia, col biasimo

sistematico, qualunque impresa tenda a troncar la questione, spetta--e

non a noi--il rimorso delle vittime che, di mese in mese, di settimana

in settimana, vanno e andranno, pur troppo, facendosi:--che due mesi

d'accordo, di vita e comunione fraterna, di nobile sagrificio e

d'abdicazione delle vanità, dei rancori, delle gelosie individuali

davanti all'unità indispensabile di direzione e d'intento, potrebbero,

se volessero, imporre fine a vittime, tormenti e vergogne e far

dell'Italia un tempio di libertà a' suoi figli e alle nazioni d'Europa.

* * * * *

Dai traviati giovani di Milano io m'accomiatai colla seguente lettera

ch'io inserisco come saggio di molte simili ch'io scrissi in quel tempo.

Era indirizzata al Visconti Venosta, che non rispose:

_5 aprile 1853._

Non v'atterrite d'una mia lettera; è l'ultima che avrete da me. In

alcune pagine stampate or ora, e che probabilmente vi giungeranno, ho

detto che mi separava dalla cospirazione _ufficiale_--e con questo nome

io intendo voi, gli amici vostri, i vostri in Genova e altrove. Ma

questa separazione cova per me tanto dolore, che sento il bisogno di

dirvelo. Voi siete uno di quelli, ai quali io guardava, anni sono, con

vero affetto, come a quelli che--io sperava--avevano più inteso il culto

della patria italiana e avrebbero più logicamente dedotte conseguenze

pratiche di questo culto. Non so se a voi e agli amici vostri, pochi

anni cresciuti, dolcezza di vita, sofismi di mezzi ingegni, o altro

abbiano intorpidito gli affetti, come vi hanno fatto infedeli ai sogni

dei vostri primi anni. A me, venticinque anni di stenti e di delusioni,

non hanno potuto togliere l'interna vitalità dell'affetto: però, vi

scrivo un'ultima volta; e Dio voglia, non per me, ma per essi, che non

abbiate fra gli amici vostri chi sorrida, come a debolezza, a questo

senso che mi costringe a scrivervi.

Quando noi c'intendevamo, molti anni sono, in una predicazione di idee,

che volevano dire azione--quando ci emancipavamo alteramente da ogni

cieca influenza di idee straniere, per rifarci italiani--quando, facendo

la critica delle insurrezioni passate, rimproveravamo ai capi di non

aver avuto fede nel popolo, e al popolo di non aver sentito la propria

potenza--quando m'applaudivate per questo linguaggio--quando mi davate

eccitamenti a stringere, in nome della nuova vivente Italia, fratellanza

con altri popoli qual era la mente vostra? Quella di avervi così

usurpata fama di _progressista_? di piantare scuola innocente di

contemplatori, di confortarvi i sonni della coscienza, paga di sentirsi

inoltrata teoricamente? Era una menzogna? una millanteria?

un'aristocrazia intellettuale? Per me era la vita, una religione,

un'unità di pensiero e d'azione, un'impresa d'emancipazione patria che

noi giuravamo. Eravamo uomini che, nudriti di tradizioni, di

presentimenti, commossi d'ira santa, di vergogna, d'orgoglio italiano,

di dignità d'anime offese, dicevamo l'uno all'altro: «Noi ci

affratelliamo per far quello che la Spagna ha fatto, che la Grecia ha

fatto, che l'America ha fatto, che tutte le nazioni schiave hanno fatto:

conquistarci con idee nostre, con armi nostre, con sacrificî nostri la

patria.»--Io prendeva la cosa sul serio e vi dedicava la vita. Ma voi,

voi giovani lombardi allora, ora uomini, avete serbato, serbate oggi,

fede al concetto? Noi, partito, noi più inoltrati, più santamente

devoti--lo dicevamo almeno--non abbiamo mai osato prendere l'iniziativa.

Cospiratori eterni, oggi per introdurre libri, il dì dopo per

organizzare, il terzo per opposizioni passive, abbiamo cacciato nei

giovani idee e furore di patria, per poi assistere muti alle loro

persecuzioni, al loro supplizio. Abbiamo fatta propaganda nel popolo e

propaganda d'odio e di aspirazioni nazionali, per poi dirgli: «ora

rassegnati e aspetta la Francia.»--Abbiamo magnificato il nostro paese,

le nostre piaghe, il nostro fremer di schiavi all'estero, perchè poi

l'estero meravigliasse dell'udire i servi frementi, predicatori, sotto

il bastone, d'inerzia sistematica e di rassegnazione codarda, a

ricevere, quando che sia, libertà da altri. Abbiamo rese inevitabili le

agitazioni, le congiure, le sommosse, le associazioni, per poi

dichiararle impotenti a renderle tali, separandoci dagli altri. Abbiamo

insomma offerto la decima di sangue di tormenti, d'esilî, di sconforti

morali supremi all'austriaco, che pur avevamo giurato di cacciare dal

paese.

E questo era inevitabile per un periodo dell'impresa. Eravamo pochi a

principio. Bisognava educare; e se sulla via dell'educazione dovevamo

seminar martiri, esuli e patiboli, era dolore tremendo, ma che

accettavamo per giungere al fine. Ma ora?--Ora abbiamo il popolo con

noi. Chi dice il contrario, chi affetta dubitarne, mente scientemente.

Il popolo di Milano ha cacciato l'austriaco in cinque giorni, mentre

Cattaneo pronunziava la sera prima ch'era impossibile. Il popolo s'è

battuto con furore in Brescia. Il popolo s'è battuto, solo, due volte in

Bologna. Il popolo ha rivelato miracoli di pazienza eroica in Venezia.

Il popolo ha redento Roma. Il popolo, dovunque s'è voluto averlo, è

venuto. Dovunque si vorrà averlo, verrà. Voi, nel fondo del vostro

cuore, non ne dubitate, Emilio; non ne dubitano i vostri amici. Non è

tra voi chi possa di buona fede dirmi che, se voi tutti, nostri un

tempo, assentivate all'azione popolare alcuni giorni prima del 6

febbrajo, tutto il popolo non scendeva. I capi popolo che non fecero il

loro dovere, che non eseguirono le concertate sorprese, che titubarono

il 6, si sentivano soli, col dissenso dei migliori della loro città con

un forestiero per capo.

E non è tra voi chi non sappia, che se Milano, non dirò vinceva, ma

combatteva due giorni, la Lombardia tutta era in fiamme. E non è tra voi

chi non senta che la Lombardia in fiamme, era il centro d'Italia in

fiamme; era la Sicilia: era il regno posto fra due insurrezioni: era

Genova, era il Piemonte in agitazione. Era il 1848. Direte che nel 1848

si cadde? Non mi direte questo: voi stessi avete dimostrato venti volte

perchè si cadde; voi stessi siete convinti che, se il Governo

provvisorio fosse stato composto di uomini capaci, devoti e nostri, non

cadeva. Se in Roma, io, salito al potere, senza uno scudo, nè un fucile,

tanto da dover discutere la prima notte se si dovesse o no ricusare

l'ufficio, ho potuto trovar modo di resistere due mesi alla invasione,

voi non potete dubitare che miglior bandiera e migliori uomini non

compissero l'impresa in Lombardia, dove il popolo generalmente parlando,

è migliore che non era il romano allora.

E voi avete a fronte una forza seminata di ungaresi; e sapete che son

nostri; nostri il primo giorno che l'insurrezione si mostrerà forte. Voi

non potete negarlo. Voi potete convincervene quando volete. Gli ungaresi

sono, come i nostri, guardati, confinati, traslocati, fucilati. Gli

ungaresi vi davano la caserma loro, se i nostri si presentavano ed

agivano. Gli ungaresi, non potendo altro, disertano--e me ne piange il

cuore--sul cordone che guarda la Svizzera. E quest'elemento prezioso,

decisivo, disorganizzatore delle forze nemiche, non vi basta.

Avete una condizione d'Europa, che v'assicura non poter aver luogo una

vittoria italiana senza eco d'insurrezione al di fuori. Avete letto,

studiato le relazioni e le misure governative dopo il 6? Le scoperte di

Komorn? Gli arresti di Berlino? Le misure prese in più punti in

Germania?

Voi non vedete impossibile l'insurrezione. Voi non potete credere che

l'Austria possa sostenere la guerra senz'essere assalita nell'interno e

smembrata. Quali obiezioni avete dunque all'azione?

Voi dovete intendere ciò che io non poteva pubblicar prima. Dato il moto

lombardo, la zona d'occupazione, che si stende da Bologna in su, è

perduta per gli austriaci coll'insurrezione della città, che è primo

punto di concentramento alla linea. I distaccamenti avventurati nelle

Romagne sono perduti. E il concentramento delle forze, che sono in

Toscana e più in su, è impossibile pure. Noi non abbiamo che ad essere

padroni della Lunigiana; e lo eravamo e lo saremo qualunque volta

l'insurrezione lombarda sarà un fatto accertato. Rimangono le forze

attualmente in Lombardia, rotte dall'insurrezione minate dagli

ungheresi, ai quali terrebbero dietro altri elementi. Date moto

all'insurrezione al nord: in Como, Lecco, Bergamo, Brescia, Valtellina:

abbiate una sorpresa che tronchi le comunicazioni del quadrilatero col

lago, col Tirolo; accentrate queste forze dell'insurrezione delle parti

che ho nominate nel Tirolo italiano: date la mano con quest'operazione

al Friuli e al Cadore, fremente d'agire, e ditemi dov'è la guerra

dell'Austria. L'Austria in Italia dev'essere girata, tagliata dalla sua

base nei primi dieci giorni dell'insurrezione.

E mentre il governo dell'insurrezione farebbe questo--e verificherebbe

facilmente pensieri che io maturo da anni: mentre l'insurrezione della

parte superiore dello stato romano si rovescerebbe, non curando altro,

su Napoli, gli ungaresi rivoltati, disertati, ordinati sotto Kossuth e

Klapka--il povero Klapka era meco febbricitante di speranza tutta la

giornata del 6--darebbero il segnale al loro paese e con un'operazione

ardita, ma verificabile, svierebbero la guerra da noi.

Emilio, io concedo a voi tutti di discutere l'insurrezione. E perchè

quella è impresa seria e base d'ogni altra, io ho voluto provarvi che il

popolo, se chiamato da voi, è pronto a fare. Ho voluto suggerirvi il

come si possa, per sorpresa, scemare i sacrificî e impossessarsi di

materiale. Voi sapete che queste sorprese sono possibili e possono,

occorrendo, prepararsene altre diverse. Ma non concedo a voi, non

concedo ai vostri amici, parecchi dei quali sono militari, di dirmi:

«Noi non potremo vincere la guerra.»--Non v'è--lasciate che ve lo

dica--che un'assoluta inferiorità di intelletto che possa ispirare

negazione siffatta--o la paura dell'egoismo.--

Perchè la Lombardia e non un'altra parte d'Italia? E debbo sentire

questa parola da voi; da lombardi? Ho accennato le ragioni nell'opuscolo

che avete. Ma se io fossi lombardo non vorrei averle richieste. Per dio!

avete il nemico d'Italia in casa, e vorreste che Napoli agisse? Potete

annientare il nemico d'Italia in un subito e chiedete perchè lo fareste?

Roma andrà altera di dovere per benefizio del mondo rovesciare la

rappresentanza dell'autorità spirituale usurpata; non dovrebbe la

Lombardia andare altera di poter vibrare un colpo mortale all'autorità

temporale? Siete diventati proudhoniani di tanto che una pagina

storica--non parlo del dovere--non possa più scuotervi a meritarla?

L'insurrezione di qualunque altra parte d'Italia che precedesse quella

di Lombardia, la renderebbe, o impossibile, o assai meno decisiva: ma se

anche ciò non fosse, io vi direi sempre:--«l'Austria è tra voi, a voi

tocca l'onore dell'iniziativa.»--

Oh sventura a voi, che intendete, ma non _sentite_ più le cose ch'io vi

dico! Sventura a noi tutti che dobbiamo trovare negli uomini del marzo

la freddezza, il piccolo machiavellismo dei corrotti di Francia! Oh, i

miei sogni perduti, Emilio! E mi sentiva così santamente orgoglioso in

quei giorni, quand'io poteva ripetere a me e agli stranieri:--«_Hanno

imparato la loro forza; l'Italia è rinata!_»--

D'allora in poi io non v'intendo più: cadrei scettico e disperato

pensando alla pazienza sovrumana da voi sostituita alla fiamma di patria

che avevate comune con me. E credo oramai che non amiate più, che fosse

in voi tutti bollore di sangue giovanile, di riazione, di ambizione, di

gloria, non adorazione dell'idea, non culto d'Italia. Avete veduto

scannare gli amici vostri più cari: avete veduto impiccare, fucilare a

dozzine: avete veduto bastonare uomini e donne in Milano; avete esuli

vostri a migliaja, avete veduto cose che solleverebbero iloti e negri. E

tuttavia non avete smarrito il sangue freddo un istante; non vi siete,

se credevate alla vostra impotenza, travolti nella demenza o nel

suicidio! No, voi leggete, discutete--mentre i croati bastonano--punti

di sistemi stranieri; passeggiate tranquillamente. Amate! sì ma badate a

istillare prudenza e tiepidezza d'affetto patrio nel cuore della donna

che amate: il croato punisce col bastone le imprudenze femminili!

Io ho la morte nel cuore, Emilio, scrivendovi. Le codardie, le bassezze,

il gelo che m'è toccato vedere e palpare in questi ultimi mesi hanno

superato quello ch'io, nei momenti più neri, poteva idearmi. Uomini,

come... disdirmi l'amicizia, perchè io diceva--«verifichiamo se il

popolo vuole agire,»--uomini come... farsi denunziatore dei miei amici:

uomini, come Maestri, scrivermi che bisognava far libri: uomini come

Manin e Montanelli, rallegrarsi della disfatta perchè _ucciderebbe la

mia influenza_: uomini, come voi, rimanervi freddi, assiderati, immobili

di mezzo al fremito del popolo vostro, e vagheggiare l'iniziativa

francese! E, devo pur dirlo, gelosiucce meschine, vanità meschinissime,

diffidenze colpevoli, a rodere, di mezzo a voi, il mio nome, che non è

se non una bandiera caduta, domani, la mia influenza che, prima della

lotta, avreste dovuto usare come un mezzo di forza, le mie idee che non

sono se non quelle predicate un tempo da tutti voi. E che temevate da

me? Io non ho che la febbre d'Italia, l'amore d'Italia, l'ingegno

d'Italia. Io vi portava un vincolo di simpatie straniere, un vincolo con

importanti elementi, un po' di fascino esercitato sui giovani d'azione.

Non potevate giovarvene, e spegnermi, annientarmi il dì dopo? Non

avreste avuto un rimprovero da me, com'è vero ch'io esisto! Ho il tarlo

nel cuore; non posso più gioire, e la vita mi pesa dacchè io non stimo

più i meglio educati fra gli uomini del mio paese. E in Italia io non ho

più che sepolture. E all'estero non ho più core di parlare dei nostri

patimenti: le ciglia s'inarcano e mi sento dire: «Come fate a sopportar

tanto? il popolo è visibilmente con voi: ajutatevi dunque, o soffrite

muti.»

Voi avete la salute del paese in pugno: se un giorno mai v'accorgeste

della triste parte che fate in Europa, e volete far opera degna, pensate

a me; a quel tanto d'ajuto ch'io posso portarvi; ditemi:--«Siate con noi

il tal giorno»--io vi sarò. Se persistete nella vergognosa apatia, Dio

vi perdoni, io non lo posso. Ma non v'irriterò più con lettere, dirò il

vero agli ignoti. Addio.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I · 第 43 / 125 题