Il Comitato Nazionale è disciolto. L'ultima sua parola fu un grido
d'azione, quei che posero il loro nome appiedi di quello scritto, non
potrebbero oggimai che ripetere ai loro concittadini la stessa parola.
E perchè rimarremmo? per registrare al compianto degli stranieri i nomi
dei nostri migliori imprigionati, torturati, strozzati? per dir loro che
in Italia i nostri amici si impiccano nelle prigioni come Pezzotti, o
tentano di segarsi la gola come Rossetti, per non soggiacere ai pericoli
d'un lento martirio? per ricordare ad ogni tanto alla Europa che sulla
terra ove, quattro anni addietro, bastò sorgere per vincere; sulla terra
dove Roma, Venezia, Brescia, Bologna, Ancona, Messina suscitarono
combattendo il plauso dei popoli, oggi l'austriaco governa, come tra un
branco di giumenti, adoperando il bastone, adoperandolo sopra uomini e
donne? e udirci dire: _che! non avete braccia? non avete core? non
sentite prepotente sopra ogni altra cosa il bisogno di unirvi tutti in
uno sforzo supremo di lotta feroce invincibile?_ O rimarremmo per
congiurare oziosamente, instancabili e senza scopo? Ah! la congiura,
apostolato nelle catacombe, è cosa santa, checchè dicano gli appestati
d'egoismo e gli stolti, dove la libera parola è vietata e alle idee
rispondono le bajonette; ond'io accettai altero questo nome frainteso e
proscritto di cospiratore. Ma oggi, solcato il terreno per ogni dove di
elementi nostri e sceso il fremito dell'Italia futura al core delle
moltitudini, ogni cospirazione che non tenda all'azione diretta,
immediata, è delitto. L'Italia è matura: bisogna fare. S'è decretato che
vittime siano; muojano almeno all'aperto, nella gioja della lotta e
coll'armi in pugno.
Il Comitato è disciolto. Io mi separo per sempre--e Dio sa con qual
dolore io lo dica, dacchè tra quelli dai quali io mi svelgo conto amici
di quindici o di dieci anni--dalla cospirazione _officiale_, dal lavoro
ozioso, indefinito, e nondimeno origine di persecuzioni, prigioni e
patiboli ai buoni, dagli uomini che non sono abbastanza freddi e
calcolatori per rassegnarsi ai codardi conforti della schiavitù, nè
abbastanza devoti e sapientemente audaci per intendere ch'essi hanno la
salute della patria in pugno. Due partiti soli io riconosco oggi in
Italia: il partito passivo, partito di tiepidi con qualunque nome si
chiamino, partito d'uomini che _aspettano_ la libertà dalla Francia,
dalle ambizioni monarchiche, da guerre ipotetiche, da smembramenti in
Oriente, da cagioni insomma estrinseche alla terra nostra; e il PARTITO
D'AZIONE, partito d'uomini che intendono a _conquistarsi_ la libertà in
nome e colle forze della Nazione; partito d'italiani che credono in
_Dio_, sorgente prima di doveri e di diritti, e hanno fede nel _Popolo_,
potenza viva e continua per interpretarli e compirli; partito
d'iniziatori che sentono venuta l'ora e sanno che l'Italia è matura a
levarsi e vincere per sè e per altrui. Gli uomini di questo partito
intendano che il 6 febbrajo ha cominciato la serie delle proteste armate
e, ispirandosi a Roma, la continuino ovunque possono: essi m'avranno
sempre--e lo sanno. Dei tiepidi giova ch'io possa, emancipato da tutti i
riguardi e indipendenti da vincoli, essere di tempo in tempo censore
libero e smascheratore: giova che io possa dire all'Italia che mentre
fra i popolani ho trovato uomini pronti ad assalire con pugnali un
esercito, io non ho potuto trovare fra i loro ricchi un sol uomo a cui
affetto di patria o ambizione di fama, abbia persuaso di farsi banchiere
al Partito e di porre mezza la sua fortuna pel trionfo della
bandiera:--che, tra i loro intelletti, ho trovato dissenso perenne tra
il pensiero e l'azione, servilità meschina a sofismi, sistemi e
fondatori di sêtte straniere, e vanità meschinissime davanti ai loro
connazionali:--che ad essi al loro appartarsi da ogni generoso disegno,
al loro dissolvere collo sconforto, coll'inerzia, col biasimo
sistematico, qualunque impresa tenda a troncar la questione, spetta--e
non a noi--il rimorso delle vittime che, di mese in mese, di settimana
in settimana, vanno e andranno, pur troppo, facendosi:--che due mesi
d'accordo, di vita e comunione fraterna, di nobile sagrificio e
d'abdicazione delle vanità, dei rancori, delle gelosie individuali
davanti all'unità indispensabile di direzione e d'intento, potrebbero,
se volessero, imporre fine a vittime, tormenti e vergogne e far
dell'Italia un tempio di libertà a' suoi figli e alle nazioni d'Europa.
* * * * *
Dai traviati giovani di Milano io m'accomiatai colla seguente lettera
ch'io inserisco come saggio di molte simili ch'io scrissi in quel tempo.
Era indirizzata al Visconti Venosta, che non rispose:
_5 aprile 1853._
Non v'atterrite d'una mia lettera; è l'ultima che avrete da me. In
alcune pagine stampate or ora, e che probabilmente vi giungeranno, ho
detto che mi separava dalla cospirazione _ufficiale_--e con questo nome
io intendo voi, gli amici vostri, i vostri in Genova e altrove. Ma
questa separazione cova per me tanto dolore, che sento il bisogno di
dirvelo. Voi siete uno di quelli, ai quali io guardava, anni sono, con
vero affetto, come a quelli che--io sperava--avevano più inteso il culto
della patria italiana e avrebbero più logicamente dedotte conseguenze
pratiche di questo culto. Non so se a voi e agli amici vostri, pochi
anni cresciuti, dolcezza di vita, sofismi di mezzi ingegni, o altro
abbiano intorpidito gli affetti, come vi hanno fatto infedeli ai sogni
dei vostri primi anni. A me, venticinque anni di stenti e di delusioni,
non hanno potuto togliere l'interna vitalità dell'affetto: però, vi
scrivo un'ultima volta; e Dio voglia, non per me, ma per essi, che non
abbiate fra gli amici vostri chi sorrida, come a debolezza, a questo
senso che mi costringe a scrivervi.
Quando noi c'intendevamo, molti anni sono, in una predicazione di idee,
che volevano dire azione--quando ci emancipavamo alteramente da ogni
cieca influenza di idee straniere, per rifarci italiani--quando, facendo
la critica delle insurrezioni passate, rimproveravamo ai capi di non
aver avuto fede nel popolo, e al popolo di non aver sentito la propria
potenza--quando m'applaudivate per questo linguaggio--quando mi davate
eccitamenti a stringere, in nome della nuova vivente Italia, fratellanza
con altri popoli qual era la mente vostra? Quella di avervi così
usurpata fama di _progressista_? di piantare scuola innocente di
contemplatori, di confortarvi i sonni della coscienza, paga di sentirsi
inoltrata teoricamente? Era una menzogna? una millanteria?
un'aristocrazia intellettuale? Per me era la vita, una religione,
un'unità di pensiero e d'azione, un'impresa d'emancipazione patria che
noi giuravamo. Eravamo uomini che, nudriti di tradizioni, di
presentimenti, commossi d'ira santa, di vergogna, d'orgoglio italiano,
di dignità d'anime offese, dicevamo l'uno all'altro: «Noi ci
affratelliamo per far quello che la Spagna ha fatto, che la Grecia ha
fatto, che l'America ha fatto, che tutte le nazioni schiave hanno fatto:
conquistarci con idee nostre, con armi nostre, con sacrificî nostri la
patria.»--Io prendeva la cosa sul serio e vi dedicava la vita. Ma voi,
voi giovani lombardi allora, ora uomini, avete serbato, serbate oggi,
fede al concetto? Noi, partito, noi più inoltrati, più santamente
devoti--lo dicevamo almeno--non abbiamo mai osato prendere l'iniziativa.
Cospiratori eterni, oggi per introdurre libri, il dì dopo per
organizzare, il terzo per opposizioni passive, abbiamo cacciato nei
giovani idee e furore di patria, per poi assistere muti alle loro
persecuzioni, al loro supplizio. Abbiamo fatta propaganda nel popolo e
propaganda d'odio e di aspirazioni nazionali, per poi dirgli: «ora
rassegnati e aspetta la Francia.»--Abbiamo magnificato il nostro paese,
le nostre piaghe, il nostro fremer di schiavi all'estero, perchè poi
l'estero meravigliasse dell'udire i servi frementi, predicatori, sotto
il bastone, d'inerzia sistematica e di rassegnazione codarda, a
ricevere, quando che sia, libertà da altri. Abbiamo rese inevitabili le
agitazioni, le congiure, le sommosse, le associazioni, per poi
dichiararle impotenti a renderle tali, separandoci dagli altri. Abbiamo
insomma offerto la decima di sangue di tormenti, d'esilî, di sconforti
morali supremi all'austriaco, che pur avevamo giurato di cacciare dal
paese.
E questo era inevitabile per un periodo dell'impresa. Eravamo pochi a
principio. Bisognava educare; e se sulla via dell'educazione dovevamo
seminar martiri, esuli e patiboli, era dolore tremendo, ma che
accettavamo per giungere al fine. Ma ora?--Ora abbiamo il popolo con
noi. Chi dice il contrario, chi affetta dubitarne, mente scientemente.
Il popolo di Milano ha cacciato l'austriaco in cinque giorni, mentre
Cattaneo pronunziava la sera prima ch'era impossibile. Il popolo s'è
battuto con furore in Brescia. Il popolo s'è battuto, solo, due volte in
Bologna. Il popolo ha rivelato miracoli di pazienza eroica in Venezia.
Il popolo ha redento Roma. Il popolo, dovunque s'è voluto averlo, è
venuto. Dovunque si vorrà averlo, verrà. Voi, nel fondo del vostro
cuore, non ne dubitate, Emilio; non ne dubitano i vostri amici. Non è
tra voi chi possa di buona fede dirmi che, se voi tutti, nostri un
tempo, assentivate all'azione popolare alcuni giorni prima del 6
febbrajo, tutto il popolo non scendeva. I capi popolo che non fecero il
loro dovere, che non eseguirono le concertate sorprese, che titubarono
il 6, si sentivano soli, col dissenso dei migliori della loro città con
un forestiero per capo.
E non è tra voi chi non sappia, che se Milano, non dirò vinceva, ma
combatteva due giorni, la Lombardia tutta era in fiamme. E non è tra voi
chi non senta che la Lombardia in fiamme, era il centro d'Italia in
fiamme; era la Sicilia: era il regno posto fra due insurrezioni: era
Genova, era il Piemonte in agitazione. Era il 1848. Direte che nel 1848
si cadde? Non mi direte questo: voi stessi avete dimostrato venti volte
perchè si cadde; voi stessi siete convinti che, se il Governo
provvisorio fosse stato composto di uomini capaci, devoti e nostri, non
cadeva. Se in Roma, io, salito al potere, senza uno scudo, nè un fucile,
tanto da dover discutere la prima notte se si dovesse o no ricusare
l'ufficio, ho potuto trovar modo di resistere due mesi alla invasione,
voi non potete dubitare che miglior bandiera e migliori uomini non
compissero l'impresa in Lombardia, dove il popolo generalmente parlando,
è migliore che non era il romano allora.
E voi avete a fronte una forza seminata di ungaresi; e sapete che son
nostri; nostri il primo giorno che l'insurrezione si mostrerà forte. Voi
non potete negarlo. Voi potete convincervene quando volete. Gli ungaresi
sono, come i nostri, guardati, confinati, traslocati, fucilati. Gli
ungaresi vi davano la caserma loro, se i nostri si presentavano ed
agivano. Gli ungaresi, non potendo altro, disertano--e me ne piange il
cuore--sul cordone che guarda la Svizzera. E quest'elemento prezioso,
decisivo, disorganizzatore delle forze nemiche, non vi basta.
Avete una condizione d'Europa, che v'assicura non poter aver luogo una
vittoria italiana senza eco d'insurrezione al di fuori. Avete letto,
studiato le relazioni e le misure governative dopo il 6? Le scoperte di
Komorn? Gli arresti di Berlino? Le misure prese in più punti in
Germania?
Voi non vedete impossibile l'insurrezione. Voi non potete credere che
l'Austria possa sostenere la guerra senz'essere assalita nell'interno e
smembrata. Quali obiezioni avete dunque all'azione?
Voi dovete intendere ciò che io non poteva pubblicar prima. Dato il moto
lombardo, la zona d'occupazione, che si stende da Bologna in su, è
perduta per gli austriaci coll'insurrezione della città, che è primo
punto di concentramento alla linea. I distaccamenti avventurati nelle
Romagne sono perduti. E il concentramento delle forze, che sono in
Toscana e più in su, è impossibile pure. Noi non abbiamo che ad essere
padroni della Lunigiana; e lo eravamo e lo saremo qualunque volta
l'insurrezione lombarda sarà un fatto accertato. Rimangono le forze
attualmente in Lombardia, rotte dall'insurrezione minate dagli
ungheresi, ai quali terrebbero dietro altri elementi. Date moto
all'insurrezione al nord: in Como, Lecco, Bergamo, Brescia, Valtellina:
abbiate una sorpresa che tronchi le comunicazioni del quadrilatero col
lago, col Tirolo; accentrate queste forze dell'insurrezione delle parti
che ho nominate nel Tirolo italiano: date la mano con quest'operazione
al Friuli e al Cadore, fremente d'agire, e ditemi dov'è la guerra
dell'Austria. L'Austria in Italia dev'essere girata, tagliata dalla sua
base nei primi dieci giorni dell'insurrezione.
E mentre il governo dell'insurrezione farebbe questo--e verificherebbe
facilmente pensieri che io maturo da anni: mentre l'insurrezione della
parte superiore dello stato romano si rovescerebbe, non curando altro,
su Napoli, gli ungaresi rivoltati, disertati, ordinati sotto Kossuth e
Klapka--il povero Klapka era meco febbricitante di speranza tutta la
giornata del 6--darebbero il segnale al loro paese e con un'operazione
ardita, ma verificabile, svierebbero la guerra da noi.
Emilio, io concedo a voi tutti di discutere l'insurrezione. E perchè
quella è impresa seria e base d'ogni altra, io ho voluto provarvi che il
popolo, se chiamato da voi, è pronto a fare. Ho voluto suggerirvi il
come si possa, per sorpresa, scemare i sacrificî e impossessarsi di
materiale. Voi sapete che queste sorprese sono possibili e possono,
occorrendo, prepararsene altre diverse. Ma non concedo a voi, non
concedo ai vostri amici, parecchi dei quali sono militari, di dirmi:
«Noi non potremo vincere la guerra.»--Non v'è--lasciate che ve lo
dica--che un'assoluta inferiorità di intelletto che possa ispirare
negazione siffatta--o la paura dell'egoismo.--
Perchè la Lombardia e non un'altra parte d'Italia? E debbo sentire
questa parola da voi; da lombardi? Ho accennato le ragioni nell'opuscolo
che avete. Ma se io fossi lombardo non vorrei averle richieste. Per dio!
avete il nemico d'Italia in casa, e vorreste che Napoli agisse? Potete
annientare il nemico d'Italia in un subito e chiedete perchè lo fareste?
Roma andrà altera di dovere per benefizio del mondo rovesciare la
rappresentanza dell'autorità spirituale usurpata; non dovrebbe la
Lombardia andare altera di poter vibrare un colpo mortale all'autorità
temporale? Siete diventati proudhoniani di tanto che una pagina
storica--non parlo del dovere--non possa più scuotervi a meritarla?
L'insurrezione di qualunque altra parte d'Italia che precedesse quella
di Lombardia, la renderebbe, o impossibile, o assai meno decisiva: ma se
anche ciò non fosse, io vi direi sempre:--«l'Austria è tra voi, a voi
tocca l'onore dell'iniziativa.»--
Oh sventura a voi, che intendete, ma non _sentite_ più le cose ch'io vi
dico! Sventura a noi tutti che dobbiamo trovare negli uomini del marzo
la freddezza, il piccolo machiavellismo dei corrotti di Francia! Oh, i
miei sogni perduti, Emilio! E mi sentiva così santamente orgoglioso in
quei giorni, quand'io poteva ripetere a me e agli stranieri:--«_Hanno
imparato la loro forza; l'Italia è rinata!_»--
D'allora in poi io non v'intendo più: cadrei scettico e disperato
pensando alla pazienza sovrumana da voi sostituita alla fiamma di patria
che avevate comune con me. E credo oramai che non amiate più, che fosse
in voi tutti bollore di sangue giovanile, di riazione, di ambizione, di
gloria, non adorazione dell'idea, non culto d'Italia. Avete veduto
scannare gli amici vostri più cari: avete veduto impiccare, fucilare a
dozzine: avete veduto bastonare uomini e donne in Milano; avete esuli
vostri a migliaja, avete veduto cose che solleverebbero iloti e negri. E
tuttavia non avete smarrito il sangue freddo un istante; non vi siete,
se credevate alla vostra impotenza, travolti nella demenza o nel
suicidio! No, voi leggete, discutete--mentre i croati bastonano--punti
di sistemi stranieri; passeggiate tranquillamente. Amate! sì ma badate a
istillare prudenza e tiepidezza d'affetto patrio nel cuore della donna
che amate: il croato punisce col bastone le imprudenze femminili!
Io ho la morte nel cuore, Emilio, scrivendovi. Le codardie, le bassezze,
il gelo che m'è toccato vedere e palpare in questi ultimi mesi hanno
superato quello ch'io, nei momenti più neri, poteva idearmi. Uomini,
come... disdirmi l'amicizia, perchè io diceva--«verifichiamo se il
popolo vuole agire,»--uomini come... farsi denunziatore dei miei amici:
uomini, come Maestri, scrivermi che bisognava far libri: uomini come
Manin e Montanelli, rallegrarsi della disfatta perchè _ucciderebbe la
mia influenza_: uomini, come voi, rimanervi freddi, assiderati, immobili
di mezzo al fremito del popolo vostro, e vagheggiare l'iniziativa
francese! E, devo pur dirlo, gelosiucce meschine, vanità meschinissime,
diffidenze colpevoli, a rodere, di mezzo a voi, il mio nome, che non è
se non una bandiera caduta, domani, la mia influenza che, prima della
lotta, avreste dovuto usare come un mezzo di forza, le mie idee che non
sono se non quelle predicate un tempo da tutti voi. E che temevate da
me? Io non ho che la febbre d'Italia, l'amore d'Italia, l'ingegno
d'Italia. Io vi portava un vincolo di simpatie straniere, un vincolo con
importanti elementi, un po' di fascino esercitato sui giovani d'azione.
Non potevate giovarvene, e spegnermi, annientarmi il dì dopo? Non
avreste avuto un rimprovero da me, com'è vero ch'io esisto! Ho il tarlo
nel cuore; non posso più gioire, e la vita mi pesa dacchè io non stimo
più i meglio educati fra gli uomini del mio paese. E in Italia io non ho
più che sepolture. E all'estero non ho più core di parlare dei nostri
patimenti: le ciglia s'inarcano e mi sento dire: «Come fate a sopportar
tanto? il popolo è visibilmente con voi: ajutatevi dunque, o soffrite
muti.»
Voi avete la salute del paese in pugno: se un giorno mai v'accorgeste
della triste parte che fate in Europa, e volete far opera degna, pensate
a me; a quel tanto d'ajuto ch'io posso portarvi; ditemi:--«Siate con noi
il tal giorno»--io vi sarò. Se persistete nella vergognosa apatia, Dio
vi perdoni, io non lo posso. Ma non v'irriterò più con lettere, dirò il
vero agli ignoti. Addio.