Ma or non so bene se sul finire del marzo o sul cominciar dell'aprile

1833, due artiglieri, uno dei quali apparteneva all'Associazione e aveva

fatto proposte all'altro, venuti a subita lite per una donna, dalle

parole proruppero ai fatti. Impediti dai carabinieri regî, l'un d'essi,

quegli appunto che avea avuto invito dall'altro ad affratellarsi, lasciò

sfuggire parole di minaccia come s'egli potesse, volendo, essergli causa

di male. Quelle parole furono raccolte e additarono al Governo il

momento per tentare di risalire da uomo a uomo al segreto della

congiura. Ricordo ch'io fatto partecipe dell'incidente, presentii le

conseguenze fatali e scrissi: _agite, se potete, o siete perduti_. Il

consiglio non giunse o non valse.

Il Governo si mise all'opera coll'energia di chi è minacciato da un

supremo pericolo. Una rigorosa perquisizione nelle mucciglie e nella

caserma degli artiglieri condusse alla scoperta d'alcuni stampati della

_Giovine Italia_. I possessori furono imprigionati, e poco dopo i loro

più intimi amici; gli uni e gli altri isolati da ogni contatto. Studiati

i volti, i moti, l'inquietudine, il pallore, la mestizia insolita

diventarono argomenti di carcere. E ciò che si fece in Genova fu fatto

altrove; le prigioni di Torino, d'Alessandria, di Chambery s'aprirono a

una moltitudine d'uomini che parevano sospetti, e si frapposero indugi

tra l'uno e l'altro imprigionamento, tanto che gli ultimi imprigionati

potessero credere a denunzie dei primi. E denunzie furono: vere in

parte, in parte menzognere e suggerite da chi diceva: _denunziate o

perite_: i codardi furono tre militari e un borghese, altri si

avvilirono senza tradire i compagni, ma si confessarono, implorando,

colpevoli e bastava: si catturarono gli amici loro. Dalle primarie si

passò alle città secondarie, Nizza, Cuneo, Vercelli, Mondovì. Ebbero

così tra le mani senza pur saperlo, parecchi degli uomini che dovevano

dare il segnale del moto, e da carte sequestrate, da imprudenti parole o

da altri indizî di nome. Intanto il terrore entrava negli animi; molti

dei nostri si celarono; parecchi fuggirono. Sul cominciare della

persecuzione i capi esitarono, in parte avvedendosi che il Governo poco

sapeva e credendo che la tempesta trapasserebbe rapida com'era venuta,

in parte,--e parlo d'Jacopo e Giovanni Ruffini segnatamente--perchè

d'animo generoso, paventavano che dove il tentativo in quei frangenti

fallisse a buon porto, s'apponesse ad essi l'aver dato improvvidamente

il segnale a salvar sè stessi: dopo pochi giorni, l'insorgere s'era

fatto impossibile. «Le caserme erano chiuse ai borghesi, custodite e

vegliate[23]. E a render vano ogni tentativo d'accordo tra i cittadini e

l'esercito, la _Gazzetta Ufficiale_ stampava che le carte sequestrate

provavano come i cospiratori professassero l'ateismo; come per

distruggere il trono e l'altare intendessero giovarsi d'ogni mezzo il

più orrendo dal pugnale all'incendio; come veleno in copia fosse stato

trovato nelle stanze di due ufficiali; come in Chambery fossero

preparate le mine a fare esplodere la polveriera situata a ridosso delle

caserme, e la città di Torino fosse devota alle fiamme e decretata in

Genova guerra di vespri contro i soldati piemontesi: arte nefanda di

Governi immorali ch'io vidi ripetersi in Genova nel 1857, quando ci

preparavamo ad ajutare l'ardita impresa di Carlo Pisacane sulle terre

meridionali. Poi, se un fatto isolato di vendetta o d'irrefrenabile ira

ha luogo nelle nostre file, gli uomini servi di Governi siffatti si

fanno vermigli in volto e accusano noi tutti di teoriche del pugnale,

come se il pugnale della calunnia che mira a spegnere l'onore e l'anima

fosse da meno di quello che ferisce il corpo. E lo sciagurato che,

falsando il nostro principio, vibra il coltello contro il nemico, è non

foss'altro solo e senza mezzi per proteggersi da lui o punirlo

altrimenti: i Governi che avventano sistematicamente l'arme certa della

calunnia contro i perseguitati e pongono, come gli Irochesi,

l'insultatore accanto al carnefice, hanno a difendersi, potenza di

ricchezza, di prigioni e d'eserciti.

«Allontanato a quel modo e col terrore ogni pericolo d'insurrezione il

Governo poteva allentare la propria ferocia e tornare, per punire, alle

norme d'una leale giustizia. Ma infierì più che mai, fatto doppiamente

crudele dal pericolo corso e dalla coscienza d'averlo temuto. La pagina

di storia che si scrisse dalla Monarchia Sabauda in quell'anno fu tale

che vorrebbe la penna d'un Tacito e intinta nel sangue; ed è di quelle

che gli uomini dovrebbero rileggere ogni qualvolta sentono a

infiacchirsi nell'animo loro l'abborrimento della tirannide, e le madri

ripetere ai figli perchè v'imparino quali possano essere le sorti d'una

terra non libera. Mentre al difuori delle prigioni era detto ai parenti

e agli amici degli imprigionati che posassero tranquilli, e li

rivedrebbero dopo indugio non lungo, dentro cominciavano scene terribili

per indurre i sospetti a dichiararsi colpevoli.

«Ogni cosa, che l'odio ajutato dalla più profonda scienza del male può

suggerire, era posta in opera per ottenerne confessioni: cogli uni la

corruttela, cogli altri la menzogna sfrontata o il machiavellismo degli

interrogatorî: con tutti, prima o dopo il terrore. A quei che si

indovinavano meno fermi era detto: _noi vi sappiamo colpevoli: morrete

di fucilazione tra ventiquattro ore, ma svelando i complici vostri,

potete salvarvi_. Con quelli dei quali era nota la robusta tempra o la

virtù, s'usava linguaggio diverso: _erraste; ma per illusione di bene,

lo sappiamo e vi compiangiamo; voi pensavate adoperarvi in un'opera di

devozione e fidaste in traditori indegni del vostro sagrificio; il

vostro silenzio non salva amici fidati e costanti, ma perde voi stessi e

le vostre famiglie per codardi che vi denunciano; eccovi le loro

testimonianze a vostro danno. Or volete, confermandole, versare anche

una volta la gioja sul capo dei vostri cari ricongiungendovi ad essi o,

persistendo a tacere, perire miseramente?_ E testimonianze con firme

_falsificate_ si ponevano un istante, in quell'ora di turbamento

supremo, sotto gli occhi loro[24]. Per altri dai quali non volevano se

non una confessione della loro partecipazione individuale all'impresa,

ricorrevano allo spionaggio delle prigioni. S'introducevano vicino ad

essi falsi cospiratori i quali agguatavano ogni momento d'abbandono o di

disperazione per estorcere le informazioni volute[25]. Per ogni

individuo si creavano nuove torture; tutte egualmente ignobili, codarde,

feroci. Sotto la prigione dell'uno, una voce di pubblico gridatore

annunziava fucilazione e imminenza d'altre. Di fronte alla prigione d'un

altro, nello stesso corridojo, si poneva un amico dell'imprigionato: a

quest'ultimo si parlava dei pericoli che minacciavano l'altro, il quale

mutato subitamente e con ostentazione di straordinario calpestìo di

soldati, di stanza, lasciava il prigioniero in balìa delle più tristi

congetture possibili; e allora una scarica di moschetteria, indizio

certo della sorte dell'amico, veniva a ferirgli l'orecchio[26].

«Altrove i prigionieri erano assordati da un frastuono continuo: si

impedivano loro i sonni: poi dopo quattro o cinque notti agitate, erano

assaliti dagli interrogatorî architettati a tale una tortura morale che

non può calcolarsi se non da chi l'ha patita. Allora quando vedevano

l'energia morale del prigioniero esaurita, gli affacciavano un'offerta

di perdono o profanavano la santità degli affetti domestici trascinando

nella prigione un vecchio padre, o una madre a supplicarlo ch'ei

rivelasse[27]. Parecchi piegarono. Altri si mantennero fermi e

perirono. Uno solo l'autore dello scritto sul _Giuramento Militare_

citato più sopra, dotato d'anima pura e potente, che le seduzioni e le

minaccie di tutti i re della terra non avrebbero mai potuto appannare o

atterrire, sottrasse lo spirito ai corruttori e il corpo al carnefice.

La notte, con un chiodo strappato all'uscio della prigione, ei s'aprì

una vena del collo e si rifugiò, protestando contro la tirannide, nel

seno di Dio. Ed ei lo poteva, perch'era incontaminato. Era il più dolce

giovane, il più delicato e costante negli affetti ch'io m'abbia veduto.

Amava la patria, della quale intendeva l'ampia missione, la madre,

modello d'ogni virtù i fratelli e me[28]. Aveva vasto e pronto

intelletto, ed era capace delle più grandi idee, però che le più grandi

idee vengono dal core. Quei che conobbero intimamente Jacopo Ruffini

venerano anch'oggi la sua memoria come quella d'un santo.»

Narra Brofferio nella sua _Storia del Piemonte_ come Carlo Alberto,

fatto per paura feroce, anelasse sangue, e a tal punto che dolendosi con

Villamarina dell'umile condizione delle prime vittime, gli dicesse: _non

è bastevole esempio il sangue dei soldati: pensate a qualche ufficiale_.

Non ho modo d'appurare il fatto: ma di certo Villamarina, tenuto fino

allora per uomo di spiriti liberali, e Giudici e Governatori, si

condussero in guisa da far credere che sapessero di potere,

incrudelendo, mercarsi favore dal Sire. Morto ogni senso di giustizia e

sprezzate le stesse apparenze, si decretò fossero commessi i giudizî a

tribunali di guerra tanto per incolpati civili quanto pei militari.

Protestarono i primi, ma indarno. Protestarono pure con nobile ardire,

il 17 luglio, cinque avvocati genovesi estranei ai procedimenti, ed

ebbero risposta negativa il 25. Fu chiesto che ai civili si concedesse

almeno il diritto di scegliersi difensori, e s'ebbe rifiuto. I

denunziatori, ai quali era promessa la vita, mal s'accordavano tra di

loro: due furono messi, il dodici maggio, nella stessa prigione; tre il

23, quattro il 30, e si concertarono. S'intese allora il sergente Turff

a dichiarare, in appoggio alla testimonianza d'un Piacenza, soldato,

d'avere somministrato egli stesso all'Associazione minuti ragguagli

intorno all'Artiglieria; e nondimeno, in sette esami anteriori, ei non

avea fatto cenno di questa gravissima circostanza. Rimanevano, a ogni

modo, incancellabili, le contradizioni dei primi esami, contradizioni

spinte al punto di dirsi taluni affigliati alla _Giovine Italia_ dal

1830, quando l'Associazione non esisteva. Su rivelazione d'uomini

siffatti si pronunziarono le sentenze: sentenze di morte anche contro

prigionieri provati innocenti d'ogni attiva complicità, ma rei d'avere

saputo e non denunciato[29]. Le difese furono una ironìa. I documenti si

davano ai difensori mutilati, imperfetti, e per tempo sì breve da non

lasciar campo a maturo esame. E i difensori appartenenti tutti

all'esercito, furono non molto dopo, generalmente, puniti: forse avevano

tradito nella voce o nella espressione del volto il commovimento

dell'animo. Tra una sentenza e l'altra escivano decreti che il Governo

non si sarebbe attentato di pubblicare in tempi normali, che

minacciavano di galera e talora di morte qualunque darebbe circolazione

in Piemonte a scritti avversi ai principî della monarchia: decreti

infami in ogni tempo, che attribuivano ricompensa di cento scudi a chi

si farebbe denunziatore.

Quei che perirono furono Giuseppe Tamburelli, caporale nella brigata

Pinerolo, il 22 maggio 1833, in Chambery: Antonio Gavotti di Genova,

maestro di scherma, il 15 giugno, in Genova: Giuseppe Biglia di Mondovì,

sergente nei granatieri guardie, lo stesso giorno in Genova: Domenico

Ferrari di Taggia, sergente nella brigata Cuneo il 14 giugno, in

Alessandria; Giuseppe Menardi, Giuseppe Rigasso Amando Costa, Giovanni

Marini, sergenti nella brigata Cuneo, lo stesso giorno, in Alessandria;

Effisio Tola, di Sassari, luogotenente nella brigata Pinerolo, l'11

giugno, in Chambery; Alessandro de Gubernatis, di Gorbio, sergente nella

brigata Pinerolo, il 14 giugno, in Chambery: Andrea Vochieri,

d'Alessandria, legale, il 22 giugno, in Alessandria.

Condannati a morte, ma fuggiti in tempo, furono l'avvocato Scovazzi;

Ardoino, luogotenente nella brigata Pinerolo; Vacarezza, sottotenente

nella stessa brigata; i sergenti Vernetta, Enrici, Giordano, Crina; il

chirurgo Scotti; Gentilini, proprietario; il marchese Carlo Cattaneo;

Giovanni Ruffini; l'avvocato Berghini; l'ufficiale divisionario

Barberis; il marchese Rovereto ed altri. Io pure allora fui condannato

nel capo. Thappaz, luogotenente nel regio corpo degli ingegneri, fu

condannato a venti anni di prigionia; il generale fuori di servizio

Giuseppe Guillet a dieci; il medico Orsini a venti; Noli, mercante, e

Moja, a prigione perpetua; Lupo, gioielliere, a venti anni; altri molti

a cinque, a tre, a due; parecchi ufficiali imprigionati ad arbitrio;

Spinola, Durazzo, Cambiaso e altri del patriziato furono, come puniti

abbastanza dal carcere sofferto, restituiti alla libertà.

Tutto questo fu fatto affrettatamente, senza riguardo a legalità, senza

alcuna di quelle apparenze solenni che danno indizio, non foss'altro,

d'un atto di giustizia da compiersi. Era un furore, un terrorismo

rivoluzionario senza grandezza di fine, senza scusa di prepotente

necessità. Parea temessero di vedersi strappate le vittime. Carlo

Alberto avea chiesto sangue, e davano sangue. Lo spargevano allo

spuntare del giorno, fra le tenebre e l'alba. Le tinte del delitto

incoloravano quelle opere di vendetta. Le mani della giustizia

somigliavano quelle dell'assassino.

Qua e là accadevano scene da rabbrividirne. I carnefici, certi del regio

sorriso, superavano la crudeltà del loro padrone[30]. Il generale Morra

in Chambery, Gaverga Governatore, in Cuneo, il Generale Governatore

d'Alessandria Galateri, furono per ferocia, cospicui. Al più feroce

Carlo Alberto diede l'ordine della Santa Annunziata che gli conferiva il

diritto di salutare il re del nome di _cugino_. E lo meritava.

Ringrazio Iddio d'avermi inspirata una fede che non s'è mai contaminata

in Italia di simili orrori. I repubblicani di Napoli, di Venezia e di

Roma escirono dal Governo puri di sangue cittadino e di bassa vendetta.

* * * * *

Non dirò com'io mi fossi, a quell'accalcarsi di nuove funeste,

nell'animo mio: scrivo appunti di fatti, non la storia delle mie

sensazioni. Parve bensì a me e agli amici miei che durasse in ogni modo

per noi la necessità di tentare un fatto. Era visibile, nelle incertezze

dei cospiratori dell'interno, quello squilibrio tra il pensiero e

l'azione che anch'oggi, in grado minore, inceppa l'andamento del nostro

risorgere. I principî di rivoluzione che predicavamo erano accolti; la

necessità d'operare a seconda non era abbastanza sentita. Bisognava

_moralizzare_ il Partito: provargli col fatto che quando uomini d'una

fede, e che si stanno mallevadori della salute o della rovina altrui,

hanno promesso di fare, devono fare e non lasciarsi sviare da nuovi

ostacoli o da cagioni individuali, comunque nobili e generose. Noi pure,

capi al di fuori, avevamo promesso, e toccava a noi, insegnatori, di

mantener le promesse. Avevamo d'altra parte, se ci veniva fatto

d'operare sollecitamente, probabilità di successo. I più tra i nostri

elementi non erano stati scoperti: sgominati, incerti e senza unità di

capi o disegno, duravano pure potenti di numero, e una ardita iniziativa

da parte nostra li avrebbe senz'altro raggranellati all'azione. Il

fremito suscitato dalle crudeltà delle quali accennai era universale, e

trapiantando rapidamente l'iniziativa dall'interno in noi, eravamo quasi

certi di dar moto a una riscossa in Italia. Le nostre speranze erano

talmente fondate che--per accennar qui di volo un tentativo intorno al

quale non occorre spendere lunghe parole--il solo annunzio della nostra

decisione bastò a raccogliere gli elementi dispersi di Genova e

risuscitare il disegno. Sul finire dell'anno, un moto era nuovamente

preparato in quella città, e non fallì se non per l'inesperienza dei

capi, buoni, ma giovanissimi e ignoti ai più. Giuseppe Garibaldi fu

parte di quel secondo tentativo e si salvò colla fuga[31].

Deliberammo adunque di fare. Lasciai Marsiglia e mi recai in Ginevra.

Studiai il terreno dal quale dovevamo operare. Come ogni Governo, il

Ginevrino doveva opporsi a ogni tentativo d'irruzione armata in un paese

finitimo; ma venuto a contatto coi cittadini influenti, tra i quali era

Fazy, allora amicissimo mio, poscia, fatto capo di Governo, nemico,

m'avvidi che l'opposizione sarebbe stata fiacca e che avremmo avuto il

favore del popolo. Strinsi lega con quanti avrebbero potuto all'uopo

giovarci; ajutai l'impianto d'un giornale, l'_Europe Centrale_,

destinato a diffondere l'idea dell'emancipazione della Savoja; trovai

gli uomini capaci di mantenere sicure le corrispondenze segrete con

quella Provincia: feci insomma quant'era in me per accertare che avremmo

potuto, anche a dispetto del Governo, operare.

La Savoja era oppressa, malcontenta, disposta a insorgere. Ebbi

abboccamenti con cittadini di Chambery, d'Annecy, di Thonon, di

Bonneville, d'Evian, d'altri punti. Si concertarono le basi del moto. A

chi mi chiedeva quali erano le sorti serbate, in caso di riuscita, al

paese, io rispondeva: che sarebbe lasciato al voto della popolazione di

serbarsi all'Italia o dichiararsi Francese o congiungersi alla

Confederazione Svizzera; e che, quanto a me, avrei desiderato si

scegliesse il terzo partito. Ed era in fatti ed è tuttavia mia opinione

che nel riparto futuro d'Europa, la Federazione Svizzera, mutata in

Federazione Alpina, e fatta barriera tra Francia, Italia e Germania,

dovrebbe stendersi da un lato alla Savoja, dall'altro al Tirolo Tedesco,

e più oltre. La Lega delle popolazioni Alpine è indicata dalle

condizioni geografiche, dalle tendenze più o meno uniformi degli

abitatori dei monti, e dalla missione speciale a pro della pace Europea

che quella zona intermedia, fatta più forte ch'oggi non è, sarebbe

chiamata a compire. E credo che, quando la Svizzera, smembrata fra la

Germania, la Francia e noi, non sia cancellata dalla Carta d'Europa,

sarà quello il futuro. Soltanto la politica funesta di Cavour ha

seminato difficoltà tremende dove non erano, come ha cacciato, colla

cessione di Nizza, il germe d'una guerra nell'avvenire tra due nazioni,

chiamate ad amarsi e procedere unite.

Gli elementi non mancavano all'azione ideata. E avremmo potuto

raccoglierli tutti fra li esuli italiani; se non che il chiamarli dai

diversi luoghi di deposito in Francia avrebbe, oltre al suscitar

l'attenzione, importato gravissima spesa. Altri elementi erano stati

accumulati dalle circostanze in Isvizzera: esuli tedeschi in conseguenza

del tentativo fatto in Hambach; esuli polacchi cacciati per

insubordinazione ai regolamenti o per altro dalla Francia. Ed erano,

agglomerati, i primi nei cantoni di Berna e Zurigo, i secondi in quei di

Neuchâtel, Friburgo, Vaud e Ginevra. Noi potevamo dunque ordinarli e

giovarne l'impresa senza rivelare, con subite traslocazioni, il disegno

ai Governi. A me sorrideva l'idea d'inanellare colla causa di Italia

quella d'altre nazioni oppresse, e d'impiantare sulle nostre Alpi una

bandiera di fratellanza Europea. La Giovine Europa era nella mia mente

uno sviluppo logico del pensiero che informava la Giovine Italia. E il

ridestarsi d'Italia doveva essere a un tempo un atto di _iniziativa_,

una consecrazione dell'alto ufficio che le spettò nel passato, e le

spetterà, confido, nell'avvenire. La Federazione dei Popoli doveva

trovare il suo germe nella nostra Legione.

Il pensiero comunicato da me ai migliori tra gli esuli delle due

nazioni, fu accolto con entusiasmo. Si fondarono comitati: si lavorò

all'ordinamento pratico militare dei diversi nuclei che dovevano essere

chiamati all'azione. M'ajutavano in questo lavoro alcuni militari, tra i

quali era primo Carlo Bianco che s'era con Gentilini, Scovazzi e altri

collocato in Nyon. Intorno a me, nell'albergo della _Navigazione_, ai

_Pâquis_, s'erano raccolti Giovanni e Agostino Ruffini di Genova,

Giambattista Ruffini di Modena, oggi Maggiore, Celeste Menotti, Nicola

Fabrizi, Angelo Usilio, Giuseppe Lamberti, Gustavo Modena, Paolo Pallia

e altri parecchi. L'albergo era tutto nostro e fatto inaccessibile alla

vigilanza delle polizie. Giacomo Ciani lavorava operoso a conquistare al

disegno i facoltosi lombardi, sparsi qua e là per la Svizzera: operoso

egli pure, un Gaspare Belcredi di Bergamo, valente medico, noncurante di

fama o d'ogni altra cosa fuorchè del _fine_ e ch'io cito perchè fra i

pochissimi che non mutarono mai, e mi sono ancora, mentr'io scrivo,

amicissimi. Raccogliemmo nuovi mezzi in danaro, segnatamente da Gaspare

Rosales, gentiluomo lombardo, raro per unità di pensiero e d'azione,

d'indole generosa, leale, cavalleresca. Provvedemmo da Saint-Etienne e

dal Belgio armi in buon numero: preparammo cartucce e quanto occorreva.

Lavoravamo tutti concordi e lietamente instancabili.

Tutto andava a seconda. Se non che, come dissi, importava agire

rapidamente; e da una esigenza dei comitati dell'interno e degli uomini

che ajutavano con danaro l'impresa, sorse un ostacolo che dovea

condannarla a indugi indefiniti e a rovina. Chiedevano un _nome_.

Volevano messo a capo dell'invasione un uomo militare, di grado

superiore, e che alla capacità aggiungesse il fascino della rinomanza. E

indicavano il Generale Ramorino.

Mandato, dal Comitato degli amici della Polonia in Parigi, a Varsavia,

durando l'insurrezione nazionale Polacca, Ramorino, legato colla

frazione capitanata dal Principe Czartoriski e dall'aristocrazia del

paese, s'era condotto, negli ultimi tempi della guerra, in modo

giudicato severamente dai migliori patrioti. Ma, tornato in Francia, era

stato salutato d'ovazioni da quanti nello straniero soldato volontario

in Polonia vedevano rappresentato il principio della fratellanza dei

popoli, e da quanti, dando plauso a ogni uomo che avesse combattuto in

Polonia, intendevano onorare non tanto lui quanto le lotte d'una nazione

oppressa dal numero ma destinata a rivivere. Il nome di Ramorino era

inoltre popolare in Savoja dov'egli, credo, era nato, in Genova dove

viveva la di lui madre, e generalmente in Italia dove l'orgoglio dei

caduti in fondo era accarezzato dagli omaggi profusi a un Italiano. E

nessuno badava più oltre. Ebbi intimazione solenne di dovermi porre in

contatto con lui e offrirgli il comando della fazione.

Protestai quanto seppi.--Affratellato coi migliori tra gli esuli della

Polonia io aveva, dalle loro conversazioni come dall'attento esame delle

operazioni militari di Ramorino, ritratto giudicio diverso da quello dei

Comitati. Ricordai loro che avevamo tutti predicato il principio: _a

cose nuove uomini nuovi_; che nelle grandi rivoluzioni le imprese

avevano creato i nomi, non i nomi, le imprese; che in ogni modo, nel

duplice stadio dell'iniziativa e della guerra che terrebbe dietro,

sarebbe stato più cauto lasciare il primo agli ordinatorî del moto, e

affidare al Generale il secondo, quando i primi successi avrebbero già

fatto securo il programma e vincolerebbero il Capo qualunque ei si

fosse. Non valse, il prestigio d'un nome era pur troppo allora--ed è

tuttavia--più assai potente che non il principio. Mi fu dichiarato che

senza Ramorino non s'agirebbe. E m'avvidi che s'interpretava il dissenso

mio come istinto di chi ambiva essere capo civile e militare ad un

tempo. Vive tuttavia chi mi vide prorompere in lungo ed amaro pianto

convulso al primo allacciarsi di quella accusa: io la meritava sì poco

che non aveva mai sospettato potesse sorgere. E m'era tremenda

rivelazione dell'avvenire di sospetti, di diffidenze e calunnie serbato

agli uomini che con un'anima pura e piena di fiducia in altrui si

consacrano a una grande impresa. Quella rivelazione s'adempì tristissima

sulla mia vita.

Piegai, credo a torto, la testa e invitai Ramorino. Udito il disegno

accettò. Statuimmo che l'invasione s'opererebbe da due colonne; che la

prima moverebbe da Ginevra, e io ne assumeva l'ordinamento; la seconda

da Lione dove Ramorino affermava d'aver influenza grandissima; e

imprendeva egli a formarla. Ramorino mi chiese, per le spese necessarie

all'ordinamento della colonna, 40,000 franchi; e li diedi. L'ottobre

(1833) non doveva trascorrere senza vederci in azione. Ei partì

sollecitamente. Io gli raccomandai come segretario un giovine modenese,

fidatissimo nostro, che doveva invigilarlo e informarmi.

«Non molto prima della spedizione, sul finire del 1833[32], mi si

presentò all'Albergo della _Navigazione_ in Ginevra, una sera, un

giovine ignoto. Era portatore d'un biglietto di L. A. Melegari, che mi

raccomandava con parole più che calde l'amico suo, il quale era fermo di

compiere un alto fatto e voleva intendersi meco. Il giovine era Antonio

Gallenga. Veniva di Corsica. Era un affratellato della _Giovine Italia_.

«Mi disse che da quando erano cominciate le proscrizioni, egli aveva

deciso di vendicare il sangue de' suoi fratelli e d'insegnare ai tiranni

una volta per sempre che la colpa era seguita dall'espiazione: ch'ei si

sentiva chiamato a spegnere in Carlo Alberto il traditore del 1821 e il

carnefice de' suoi fratelli; ch'egli aveva nutrito l'idea nella

solitudine della Corsica, finchè s'era fatta gigante e più forte di lui.

E più altro.

«_Obbiettai_, come ho fatto sempre in simili casi: _discussi, misi

innanzi tutto ciò che poteva smuoverlo_. Dissi ch'io stimava Carlo

Alberto degno di morte, ma che la di lui morte non salverebbe l'Italia,

che per assumersi un ministero di espiazione, bisognava sentirsi puro di

ogni senso di povera vendetta e d'ogni altro che non fosse missione; che

bisognava sentirsi capace di stringere, compito il fato, le mani al

petto, e darsi vittima; che in ogni modo ei morrebbe nel tentativo,

morrebbe infamato dagli uomini come assassino, e via così per un pezzo.

«Rispose a tutto; e gli occhi gli scintillavano mentr'ei parlava: non

importargli la vita: non s'arretrerebbe d'un passo, compito l'atto:

griderebbe _viva l'Italia_ e aspetterebbe il suo fato: i tiranni osar

troppo, perchè sicuri dell'altrui codardia, e bisognava rompere quel

fascino: sentirsi destinato a quello. S'era tenuto in camera un ritratto

di Carlo Alberto e il contemplarlo gli aveva fatto più sempre

dominatrice l'idea. Finì per convincermi ch'egli era uno di quegli

esseri le cui determinazioni stanno tra la coscienza e Dio e che la

Provvidenza caccia da Armodio in poi di tempo in tempo sulla terra per

insegnare ai despoti che sta in mano d'un uomo solo il termine della

loro potenza. E gli chiesi che cosa volesse da me.

«_Un passaporto e un po' di danaro._

«Gli diedi mille franchi e gli dissi che avrebbe un passaporto in

Ticino.

«Fin là, ei non sapeva neanche che la madre di Jacopo Ruffini fosse in

Ginevra e appunto nell'albergo ov'io era.

«Gallenga rimase la notte e parte del giorno dopo. Pranzò colla Ruffini

e con me: non si disse verbo tra loro. Lasciai la Ruffini ignara delle

intenzioni. Essa era generalmente ammutolita dal dolore e non mosse

quasi parola.

«Nelle ore ch'ei passò meco, sospettai ch'ei fosse spronato più da una

sfrenata ambizione di fama che non dal senso d'una missione espiatoria

da compiersi. Mi ricordò sovente che da Lorenzino de' Medici in poi non

s'era compiuto un simile fatto, e mi raccomandò ch'io scrivessi, dopo la

sua morte alcune linee sui suoi motivi. Partì valicando il Gottardo, mi

scrisse poche parole, piene d'entusiasmo: s'era prostrato sull'Alpi e

avea nuovamente giurato all'Italia di compiere il fatto. Ebbe in Ticino

un passaporto col nome di Mariotti.

«Giunto in Torino, s'abboccò con un membro del Comitato

dell'Associazione del quale egli aveva avuto il nome da me. Fu accolta

l'offerta. Furono presi concerti. Il fatto doveva compirsi in un lungo

adito in Corte, pel quale il re passava ogni domenica recandosi alla

cappella regia. S'ammettevano taluni a vedere il re con un biglietto

privilegiato. Il comitato potè provvedersi d'uno. Gallenga andò con

quello, senz'armi, a studiare il luogo. Vide il re e più fermo che mai:

lo diceva almeno. Fu statuito che la domenica successiva sarebbe il

giorno del fatto. Allora, impauriti del procacciarsi, in quei momenti di

terrore organizzato, un'arme in Torino, mandarono un membro del

Comitato, Sciandra, commerciante, oggi morto, per la via di Chambery a

Ginevra, a chiedermi l'arme e avvertirmi del giorno.

«Un pugnaletto con manico di lapislazzuli che m'era dono carissimo,

stava sul mio tavolino: accennai a quello, Sciandra lo prese e partì.

«Ma intanto, non considerando quel fatto come parte del lavoro

d'insurrezione ch'io dirigeva, e non facendone calcolo, io mandava per

cose nostre in Torino un Angelini nostro sotto altro nome. L'Angelini,

ignaro del Gallenga e d'ogni cosa, prese alloggio appunto nella via dove

stava in una cameretta quest'ultimo. Poi, commettendo imprudenze di

condotta, fu preso a sospetto; tornando a casa, la vide invasa dai

carabinieri: tirò di lungo e si pose in salvo.

«Ma il Comitato, udito che a due porte da quella del regicida erano

scesi i carabinieri, e non sapendo cosa alcuna dell'Angelini, argomentò

che il Governo avesse avuto avviso del progetto e fosse in cerca del

Gallenga. Perciò lo fece uscir di città, lo avviò a una casa di campagna

fuor di Torino, dicendogli che non si poteva tentare quella domenica, ma

che se le cose si vedessero in quiete, lo richiamerebbero per un'altra

delle successive.

«Una o due domeniche dopo, mandarono per lui: non lo trovarono più. Era

partito ed io lo rividi in Isvizzera.

«Rimanemmo legati: ma si sviluppò in lui un'indole più che orgogliosa,

vana, una tendenza d'egoismo, uno scetticismo insanabile, uno sprezzo

d'ogni fede politica, fuorchè l'unica dell'Indipendenza Italiana. Lavorò

meco, nondimeno: fu membro del nostro Comitato Centrale e firmò, come

Segretario, un appello stampato agli Svizzeri contro la tratta de'

soldati sgherri che facevano. Poi s'astenne e si diede a scrivere

articoli di Riviste e libri. Disse e misdisse degli Italiani, degli

amici, e di me. Prima del 1848 si riaccostò e fece parte d'un nucleo

che s'ordinò sotto nome nostro. Venne il 1848. Io partiva; mi chiese di

partire con me. In Milano si separò, dicendomi ch'egli era uomo di

fatti, e voleva recarsi al campo. Invece d'andare al campo andò in

Parma, dove congregato il popolo in piazza, cominciò a predicare quella

malaugurata fusione che fu la rovina del moto. Diventò segretario d'una

Società Federativa presieduta da Gioberti, del quale egli aveva scritto

_plagas_ nei suoi articoli inglesi sulle cose d'Italia; sottoscrisse

circolari destinate a magnificare la monarchia piemontese; e fu scelto

dal Governo a non so quale piccola ambasciata in Germania.

«Lo incontrai nuovamente dopo la caduta di Roma, in Ginevra. Mi parlò; e

indifferente a biasimo o lode, gli parlai. Egli accusava i lombardi di

non avere secondato il re; io gli narrai quelle storie di dolore ch'io

avea veduto svolgersi, egli no: gli provai la falsità dell'accusa. Parve

convinto e insistè perch'io scrivessi su quell'argomento. Dopo un certo

tempo, tornato in Londra, trovai ch'egli, giuntovi appena, avea

pubblicato un libello contro i milanesi dov'egli li chiamava persino

codardi. Nauseato e dolendomi di vedere così calunniato da un Italiano,

tra stranieri, un popolo di prodi traditi, deliberai di non più vederlo

e non lo vidi mai più.»

Quando questa mia rivelazione fu letta in Torino, si levò tale una

tempesta contro il Gallenga ch'ei s'avvilì. Scrisse lettere sommesse e

pentimenti del _trascorso giovanile_: diede la sua dimissione di

Deputato: rimandò non so qual croce che gli avevano appiccata al petto,

sì come indegno di farne mostra, e dichiarò solennemente nel

_Risorgimento_ del novembre 1856 ch'ei rinunziava d'allora in poi ad

ogni atto e scritto _politico_. Poi, mendicò di bel nuovo ad un collegio

di ignari la Deputazione e si fece corrispondente pagato, per le cose

d'Italia del _Times_, nelle cui colonne egli versa due volte la

settimana oltraggio e calunnie sui volontari Garibaldini, sull'esercito

meridionale, sugli artigiani associati, sul Partito d'Azione e su me. È

decretato che ogni uomo il quale s'accosta alla setta dei _moderati_

debba smarrire a un tratto senso morale e dignità di coscienza?

Sui primi d'ottobre, ogni cosa era pronta da parte mia: non così da

parte del generale Ramorino, al quale io scriveva e riscriveva senza

ottenere risposta: mi giungevano bensì dal giovane segretario ragguagli

tristissimi che m'additavano Ramorino perduto nella passione del gioco,

indebitato e vôlto a tutt'altro che ad ordinar la colonna. Passò

l'ottobre. Gli mandai viaggiatori, tra i quali ricordo Celeste Menotti

che dovè raggiungerlo in Parigi, dov'ei s'era, senza scopo apparente,

ridotto. Spronato, rimproverato, ei chiese tempo, allegando ostacoli

impreveduti al lavoro. Gli concedemmo, riluttanti, il novembre. E il

novembre anch'esso passò. Sul cominciare di dicembre, ei finalmente mi

dichiarò che gli riusciva impossibile d'ordinare anche cento sui mille

uomini promessi; che la polizia parigina informata, l'aveva interrogato

sul disegno; ch'ei s'era valentemente schermito, ma che invigilato,

adocchiato in ogni suo passo, ei non poteva ormai più adempiere alle sue

promesse--e mi rimandava 10,000 sui 40,000 franchi affidatigli. Più

tardi seppi ch'egli, cedendo a minacce e promesse di pagamento dei

debiti, s'era messo in accordo col Governo francese, vincolandosi, non a

tradire sul campo, ma a impedire che v'entrassimo mai.

Intanto, l'opportunità della mossa andava sfumando. Il partito

all'interno, decimato, impaurito, sviato, cadeva nell'anarchia e nella

impotenza. Al di fuori, il segreto dell'impresa, fidato a centinaja di

uomini italiani, polacchi, francesi, svizzeri, si svelava a tutte le

polizie. I loro agenti convenuti da ogni lato di Ginevra, spiavano ogni

nostro passo, accumulavano ostacoli, insistevano colle autorità

Ginevrine perchè disperdessero gli esuli agglomerati nel Cantone. Li

disseminammo come meglio si poteva, a sviar l'attenzione e i sospetti;

ma rimossi dalla vigilanza del Centro, lasciati alle loro inspirazioni

individuali, scorati, e diffidenti pei lunghi indugi e per le promesse

ripetute e sempre fallite perdevano ogni senso di disciplina, partivano,

tornavano, s'allontanavano senza dir dove, in cerca d'occupazione: altri

molti, privi di mezzi, ricorrevano alla Cassa Centrale ed esaurivano i

mezzi serbati all'azione. Deputazioni incessanti venivano dai più

impazienti fra i proscritti stranieri a lagnarsi, a chiedere quando si

farebbe, ed assegnare termini perentorî all'azione, minacciando taluni

di sciogliersi, altri d'operare rovinosamente da sè. L'ambasciata

Francese offriva ai polacchi cacciati poco innanzi da Besançon oblio,

passaporti, danaro, ogni cosa purchè vi tornassero; e i comitati

Svizzeri, informati di quelle offerte, ricusavano più oltre soccorrerli.

Bisognava, a trattenerli, dar loro paga regolare. L'indugio era una vera

rovina.

E nondimeno, io non poteva svelare il vero. La voce fatta correre

all'interno che Ramorino capitanava l'impresa era diventata una

condizione _sine qua non_. Il nostro dichiarare che s'agirebbe, ma senza

di lui, avrebbe disanimato tutti i cospiratori della Savoja, e

l'interpretazione più ovvia sarebbe stata ch'ei s'asteneva, giudicando

l'impresa impossibile. Nè io, sospetto di volere allontanato un rivale,

avrei ottenuto fede, se non con prove documentate, ch'io non aveva,

della sua mala condotta.

E come se quel viluppo di difficoltà pressochè insormontabili non

bastasse, s'aggiungeva l'opposizione segretamente dissolvitrice di

Buonarroti. Buonarroti in lega con me fino allora s'era fatto

subitamente avverso a ogni nostro tentativo d'azione: angusto di vedute

e intollerante nel suo giudicare degli uomini, ei vedeva nel mio

collegarmi con Giacomo Ciani, con Emilio Belgiojoso, ch'era venuto a

offrirsi ajutante di Ramorino, e con altri patrizî o ricchi lombardi

ch'ei chiamava sdegnosamente i _banchieri_, una deviazione dai principî

della pura democrazia; ma sopratutto, egli, cospiratore per tutta la

vita a Parigi, ignaro assolutamente d'ogni elemento Italiano e neppur

sognando che l'_iniziativa_ potesse e dovesse un giorno trapiantarsi di

Francia in Italia o in altra Nazione, non ammetteva che potesse

cominciarsi un moto fuorchè--non dirò in Francia, perch'egli avversava

pure i disegni del Lionese--ma in Parigi. E fulminò scomunica contro di

noi: scomunica abbastanza potente, perchè tutti gli elementi Svizzeri

che m'erano indispensabili erano affratellati nella Carboneria, ed egli

costituiva, con Testa, Voyer di Argenson ed altri l'Alta Vendita della

Setta. Io mi trovava a un tratto minato nelle parti vitali del mio

lavoro, e sentiva tutte le ruote del congegno arrestarsi, senza poterne

indovinare il perchè.

Com'io resistessi a ostacoli siffatti e rinascenti ogni giorno, non so.

Era una lotta d'Antèo, cadente a ogni tanto e risorgente con nuova forza

dalla terra toccata. Mi toccò riconquistare a uno a uno gli agenti

Svizzeri e staccarli da Buonarroti. Raccolsi nuovo danaro. Trattenni i

Polacchi. Mandai uomini nostri a formare rapidamente, perchè non

fallisse una parte del disegno ch'era promessa e che era diversione

importante, un nucleo di colonna in Lione, fidandone la direzione a

Rosales, a Nicolò Arduino e all'Allemandi: in quel nucleo era il giovine

Manfredo Fanti, più tardi Generale, Ministro, e nemico nostro.

Perchè non rinunziai all'impresa? Oltre le cagioni del persistere

accennato più sopra, il dire a un tratto a tutti gli elementi

dell'interno a tutti gli uomini nostri e stranieri che al difuori

vivevano in quella fede, ai repubblicani francesi, a tutti coloro che

avevano dato denaro pei quattro quinti già speso: _non era che un

sogno_, era un decretare morte per sempre al Partito nella cui vita io

vedeva gran parte della salute dell'Italia. Era meglio tentare e cadere

in campo, lasciando non foss'altro un insegnamento morale a chi volesse

raccoglierlo. Poi se taluno fra' miei lettori è stato mai a capo d'una

impresa collettiva, egli almeno deve sapere come l'impresa giunta a un

certo grado di sviluppo diventi padrona dell'uomo e non gli conceda più

di ritrarsi.

Passava intanto in quei lavori, non solamente tutto il novembre, ma il

dicembre; con tale rovina della fiducia di tutti, e con tale esaurimento

di mezzi da comandarmi imperiosamente l'azione. La risolsi pel finir di

gennajo (1834) e sollecitai perchè verso quel tempo s'operasse in Lione.

L'eco dell'insurrezione Francese avrebbe largamente supplito a tutti

quei gradi di potenza che s'erano irreparabilmente perduti in Italia.

Scrissi a Ramorino, dicendogli ch'io avrei iniziato a ogni modo; venisse

ad assumere il comando della fazione, e se non prima, ricevuta appena la

nuova del nostro ingresso. Il moto era fissato pel 20 gennajo.

E aspettando risposta, ordinai quant'era necessario alla mossa. Si

determinarono i giorni, l'ora della partenza di nuclei collocati sui

diversi punti, l'ordine delle giornate, le vie da tenersi, i viveri, i

corrieri di punto in punto. Si fece deposito delle armi, per quei che

venivano da lontano, in Nyon, sulla sponda del lago. S'apprestarono

barche e zattere, tanto che invece di spingersi tutti in Ginevra dove

eravamo già troppi, e dove il Governo avrebbe necessariamente tentato

d'opporsi, tragittassero il lago e venissero a ricongiungersi con noi in

Carouge, punto di convegno per tutti. In Carouge si trasportarono l'armi

per quei che dovevano muovere da Ginevra e dintorni. Si compì

l'ordinamento militare; si scelsero i capi; si prepararono i proclami.

Poco importa ora l'esporre minutamente il concetto di guerra che mi

parve da scegliersi. Basti il dire che il punto centrale dell'operazione

era Saint-Julien, sulla via d'Annecy. Non potendo nè volendo determinare

l'ora dell'insurrezione delle provincie Savojarde, ordinai si

raccogliessero in Saint-Julien, delegati di ciascuna, tanto che fatti

certi del nostro arrivo, corressero a dare alle loro circoscrizioni il

segnale del moto. La nostra forza era tale da rendere ogni valida

resistenza in Saint Julien impossibile.

Io sperava che Ramorino s'attenesse al secondo partito insinuatogli e

non venisse che dopo iniziata la mossa; ma fui deluso. Mi scrisse che

sarebbe venuto a tempo. E questa sua promessa fu intanto cagione di

nuovi indugi fatali allora più che mai. S'arrestò sulla via, mi mandò

avvisi che mi trattennero di giorno, in giorno, e ci trascinarono fino

al 31 gennajo, quand'ei giunse la sera, con due generali, polacco l'uno,

spagnuolo l'altro, un ajutante, un medico.

Lo vidi. Stava sul suo volto il sospetto di chi sente d'essere

sospettato e meritamente. Ei non levava, parlandomi gli occhi da terra.

Io ignorava ancora gli accordi stretti col governo francese, ma

presentii un tradimento possibile. Determinai stargli a fianco, e giunti

che fossimo a Saint-Julien, negargli, occorrendo, il potere.

L'insurrezione iniziata avrebbe probabilmente sentito la propria forza e

concesso minor importanza al prestigio di un nome.

Non proferii parola sul passato. Gli diedi il quadro delle nostre forze.

Gli comunicai il disegno di guerra. Gli proposi l'approvazione degli

ufficiali. Accettò ogni cosa. Soltanto, allegando la responsabilità che

pesava su lui, volle assumere sin d'allora il comando ch'io avrei voluto

non cominciasse che a Saint-Julien: fu appoggiato da quanti fra i nostri

vedevano nella supremazia militare la salute dell'impresa, e se ne giovò

per istituire alcuni capi, quello fra gli altri che dovea guidare i

polacchi destinati ad attraversare il lago da Nyon. Lo condussi, per

vincolarlo più sempre, a un convegno segreto col generale Dufour. Là

furono studiate nuovamente le basi del disegno.

Il 1.º febbrajo ci ponemmo in moto. In Ginevra il governo tentò

d'impedire, anche più energicamente ch'io non avrei pensato, il

concentramento. I battelli furono sequestrati. L'albergo ov'io era fu

circondato dai gendarmi. S'arrestavano i nostri quando il menomo

indizio, un'arme, un berretto, una coccarda li rivelava. Ma la

popolazione preparata di lunga mano si levò tutta a proteggerci.

Ufficiali e soldati guardavano con favore la nostra mossa e cedevano

facilmente alle istanze semi-minacciose dei cittadini. Tutti i nostri si

raccolsero al convegno e s'armarono. Rimasi l'ultimo in Ginevra per

dirigere la mobilizzazione, poi, la sera, in un battello ch'era stato

giudicato inservibile, traversai coi Ruffini e uno o due altri il lago e

mi recai al campo dei nostri. Era tutto entusiasmo, lietezza, fiducia.

Ma ci aspettava d'altra parte una serie terribile di delusioni.

I giovani tedeschi che avevano avuto le mosse da Zurigo e Berna, spinti

da un entusiasmo che esagerava la facilità dell'impresa e dimenticava

l'inevitabile opposizione del governo Svizzero, s'avviarono

collettivamente, a nuclei, quasi in ordine di battaglia, con coccarde

repubblicane germaniche, foglie di quercia al berretto, e rivelando agli

occhi di tutti il fine per cui movevano. La distanza dal punto di

convegno era grande e concedeva tempo e mezzi di repressione alle

autorità. Gli uni furono lungo la via circondati; altri dispersi; molti

vinsero gli ostacoli e giunsero, ma per vie diverse dalle segnate e

tardi: pochissimi tra quelli elementi ci raggiunsero in tempo. E fu

perdita grave.

La colonna dei polacchi che dovevano attraversare il lago da Nyon,

affidata da Ramorino a un Grabski, commise l'inescusabile errore di

separare gli uomini dall'armi: barche svizzere con soldati del

contingente passarono in mezzo, s'impossessarono della zattera sulla

quale erano l'armi, e condussero gli inermi prigioni.

Questi e altri incidenti simili ci privarono a un tratto dei tre quarti

almeno delle nostre forze, e quel ch'è peggio, diedero a Ramorino il

pretesto che gli mancava.

Per qualunque avesse avuto scintilla di genio insurrezionale e

sopratutto intenzione di riuscire, la posizione era chiara. Noi potevamo

anche colle poche nostre forze, correre difilati su Saint-Julien e

occuparlo. _Non v'erano truppe._ Certi di non poterlo difendere, i capi

piemontesi, all'annunzio della nostra mossa, avevano abbandonato quel

punto, e s'erano collocati a metà strada per coprire Annecy. Giunti a

Saint-Julien e partiti a diffondere il segnale d'insurrezione i delegati

che s'erano raccolti, poco importava la cifra delle nostre forze. E

inoltre l'entusiasmo delle popolazioni svizzere, infervorato dal nostro

primo successo, avrebbe costretto il governo a mettere in libertà le

nostre colonne che ci avrebbero poco dopo raggiunti.

La nuova dell'allontanamento delle truppe da Saint-Julien era stata

comunicata a Ramorino. Credendo nell'esecuzione della promessa e non

volendo dar pretesti al sospetto di dualismo e d'ambizione nascente,

presi una carabina e mi confusi nelle file dei militi.

Il documento collettivo ch'or qui si ripubblica lascia intendere

abbastanza come Ramorino si facesse un'arme dell'imprigionamento dei

polacchi del lago e della speranza di riaverli per mutare subitamente il

disegno, sviarsi dal punto obbiettivo, costeggiare per quasi

ventiquattro ore il lago, stancare, sconfortare, rendere incapaci di

disciplina i nostri elementi. Ond'io m'asterrò dal ripetere, e dirò

solamente in poche linee ciò che mi concerne personalmente.

Io aveva presunto troppo delle mie forze fisiche. L'immenso lavoro ch'io

m'era da mesi addossato le avea prostrate. Per tutta l'ultima settimana

io non aveva toccato il letto; avea dormito appoggiandomi al dosso della

mia sedia a mezz'ore, a quarti d'ora interrotti. Poi, la ansietà, le

diffidenze, i presentimenti di tradimento, le delusioni imprevedute, la

necessità d'animare altrui col sorriso d'una fiducia che non era in me,

il senso d'una più che grave responsabilità, avevano esaurito facoltà e

vigorìa. Quando mi misi tra le file, una febbre ardente mi divorava. Più

volte accennai cadere e fui sorretto da chi m'era a fianco. La notte era

freddissima e io aveva lasciato spensieratamente non so dove il

mantello. Camminava trasognato, battendo i denti. Quando sentii

qualcuno--era il povero Scipione Pistrucci--a mettermi sulle spalle un

mantello, non ebbi forza per volgermi a ringraziarlo. Di tempo in tempo,

poi che m'avvidi che non s'andava su San Giuliano, io richiamava con uno

sforzo supremo le facoltà minacciate per correr in cerca di Ramorino e

pregarlo, scongiurarlo perchè ripigliasse il cammino sul quale eravamo

intesi. Ed ei m'andava, con un guardo mefistofelico, rassicurando,

promettendo, affermando che i polacchi del lago s'aspettavano di minuto

in minuto.

Ricordo che a mezzo dell'ultimo abboccamento, mentr'ei più

deliberatamente mi resisteva, un fuoco di moschetteria partito dal

piccolo nostro antiguardo mi fece correre al fascio delle carabine, con

un senso di profonda riconoscenza a Dio che ci mandava finalmente,

qualunque si fosse, la decisione. Poi, non vidi più cosa alcuna. Gli

occhi mi s'appannarono; caddi, e in preda al delirio.

Fra un accesso e l'altro, in quel barlume di coscienza che si racquista

a balzi per ricadere subito dopo nelle tenebre, io sentiva la voce di

Giuseppe Lamberti a gridarmi: _che cosa hai preso?_ Egli e pochi altri

amici sapevano ch'io temendo d'esser fatto prigione e tormentato per

rivelazioni, aveva preso con me un veleno potente. E affaticato pur

sempre dal pensiero delle diffidenze che s'erano, o mi pareva, suscitate

in taluni, io interpretava quelle parole come s'ei mi chiedesse quale

somma io avessi preso dai nemici per tradire i fratelli. E ricadeva,

smaniando, nelle convulsioni. Tutti quei che fecero parte della

spedizione e sopravvivono, sanno il vero delle cose ch'io dico. Quella

notte fu la più tremenda della mia vita. Dio perdoni agli uomini che,

spronati da cieca ira di parte, seppero trovarvi argomento di tristi

epigrammi.

Appena Ramorino seppe di me, sentì sparito l'ostacolo: salì a cavallo,

lesse un ordine del giorno che scioglieva la colonna dichiarando

l'impresa impossibile, e l'abbandonò. Supplicarono Carlo Bianco perchè

li guidasse: egli s'arretrò davanti alla nuova responsabilità e al

disfacimento visibile tra gli elementi. La colonna si sciolse.

Quando mi destai, mi vidi in una caserma, ricinto di soldati stranieri.

Vicino a me stava l'amico mio Angelo Usiglio. Gli chiesi ove fossimo. Mi

disse con volto di profondo dolore: _In Isvizzera._ E la colonna? _in

Isvizzera_ (1861).

* * * * *

Il primo periodo della GIOVINE ITALIA era conchiuso e conchiuso con una

disfatta. Doveva io ritirarmi dall'arena e rinunziando a ogni vita

politica, aspettando paziente che il tempo o altri più capace o più

avventuroso di me maturasse i fati italiani, seguire nel silenzio una

via di sviluppo individuale e riconcentrarmi negli studî che più

sorridevano all'anima mia?

Molti mi diedero quel consiglio: gli uni convinti che l'Italia, guasta

fino al midollo dal lungo servaggio e dall'educazione gesuitica, non

avrebbe mai potuto far suo il nostro ideale e conquistarne colle proprie

forze il trionfo; gli altri già stanchi sul cominciar della lotta,

bramosi di vivere della vita dell'individuo e impauriti dalla tempesta

di persecuzioni che s'addensava visibilmente sulle nostre teste. E i

fatti che seguirono l'infausta spedizione convalidavano i loro

argomenti. Un immenso clamore di biasimo s'era levato, da quanti in

tutti i tempi non adorano che la vittoria, contro di noi. L'onda, rotta

agli scogli, retrocedeva. Dall'Italia non venivano che voci di

sconforto, nuove di fughe, diserzioni, imprigionamenti e dissolvimento.

Intorno a noi, nella Svizzera, il favore col quale erano stati accolti i

nostri disegni si convertiva rapidamente in irritazione. Ginevra era

tormentata di note diplomatiche, richieste imperiose di liberarsi di noi

e minaccie; e i più cominciavano a imprecare a noi caduti come a

stranieri che mettevano a pericolo la pace del paese e rompevano la

buona armonia della Svizzera coi governi europei. L'autorità federale

mandava commissarî, iniziava inquisizioni e processi. Il nostro

materiale di guerra era sequestrato: i nostri mezzi finanziarî erano

quasi esauriti di fronte alla tristissima condizione degli esuli,

sprovveduti i più d'ogni cosa. E anche tra i nostri la miseria e

l'amarezza della delusione seminavano recriminazioni e dissidî. Tutto

era bujo all'intorno. Ben promettevano dalla Francia battaglia imminente

e vittoria in nome della repubblica; ma io credeva spenta per allora

l'_iniziativa_ francese, e quelle uniche promesse di meglio mi trovavano

incredulo. E più potente d'ogni consiglio e d'ogni minaccia mi suonava

all'orecchio il grido di dolore e di suprema inquietudine della povera

mia madre. Avrei ceduto a quello se avessi potuto.

Ma era tal cosa in me che le circostanze esterne non valevano a domare.

La mia natura era profondamente subbiettiva e signora de' proprî moti.

L'_io_ era fin d'allora per me una _attività_ chiamata a modificare il

_mezzo_ in cui vive, non a soggiacergli passivo. La vita raggiava dal

centro alla circonferenza, non dalla circonferenza al centro.

La nostra non era impresa di semplice riazione, moto d'infermo che muta

lato ad alleviare il dolore. Noi non tendevamo alla libertà come a

_fine_, ma come a mezzo per potere raggiungere un fine più positivo e

più alto. Avevamo scritto Unità repubblicana sulla nostra bandiera.

Volevamo fondare una Nazione, creare un Popolo. Cos'era, per uomini che

s'erano proposto intento sì vasto una disfatta? Non era appunto parte

dell'opera educatrice quella d'insegnare ai nostri l'imperturbabilità

negli avversi eventi? Potevamo insegnarla senza darne l'esempio noi? E

non avrebbe la nostra abdicazione somministrato un argomento a quanti

ritenevano impossibile l'Unità? Il guasto radicale in Italia, ciò che la

condannava all'impotenza, era visibilmente non una mancanza di

desiderio, ma una diffidenza delle proprie forze, una tendenza ai facili

sconforti, un difetto di quella costanza, senza la quale nessuna virtù

può fruttare, uno squilibrio fatale tra il _pensiero_ e l'_azione_.

L'insegnamento morale che dovea porre rimedio a quel guasto non era

possibile in Italia, sotto il flagello persecutore delle polizie, per

via di scritti o discorsi, su larga scala, in proporzioni eguali al

bisogno. Era necessario un apostolato vivente: un nucleo d'uomini

italiani forti di costanza, inaccessibili allo sconforto, i quali si

mostrassero, in nome d'una Idea, capaci di affrontare col sorriso della

fede persecuzioni e sconfitte, cadenti un giorno, risorgenti il dì dopo,

e presti sempre a combattere e credenti sempre, senza calcolo di tempo o

di circostanze, nella vittoria finale. La nostra era, non setta, ma

religione di patria. E le sette possono morire sotto la violenza: le

religioni non mai.

Scossi da me ogni dubbiezza, e deliberai proseguir sulla via.

In Italia, il lavoro doveva inevitabilmente rallentarsi. Bisognava dar

tempo agli animi di riaversi, ai padroni di credersi vincitori e

riaddormentarsi. Ma potevamo rifarci all'estero delle perdite

dell'interno e lavorare a risorgere un giorno e gittare una seconda

chiamata all'Italia, forti d'elementi stranieri alleati e dell'opinione

europea. Potevamo, nel disfacimento, ch'io vedeva lentamente compirsi,

d'ogni principio rigeneratore, d'ogni _iniziativa_ di moto europeo,

preparare il terreno alla sola idea che mi pareva chiamata a rifare la

vita dei popoli, quella della Nazionalità, e una influenza

_iniziatrice_, in quel moto futuro all'Italia. Nazionalità e possibilità

d'iniziativa italiana: fu questo il programma, questa la doppia idea

dominatrice d'ogni mio lavoro dal 1834 al 1837.

La nostra stampa aveva attirato su noi l'attenzione degli stranieri.

L'ardito tentativo sulla Savoja aveva raccolto intorno al nostro

comitato una moltitudine d'esuli di tutte contrade. Erano, i più,

Tedeschi e Polacchi; ma parecchi venivano di Spagna, di Francia e

d'altrove--e citerò ad esempio Harro Haring, scrittore di merito e vero

pellegrino della Libertà, dacch'egli avea combattuto e lavorato per essa

in Polonia, in Grecia, in Germania. Era nato sulle sponde del Mar

Glaciale e portava con sè l'aspirazione ignota allora a tutti fuorchè a

lui e a me, ma pur destinata a tradursi in fatto un dì o l'altro,

all'Unità della Scandinavia. Fra tutti quegli uomini, e prima che la

persecuzione ci balestrasse a diverse foci, intesi a cacciare i germi

della doppia idea e d'una alleanza universalmente invocata, non tentata

ordinatamente da alcuno.

La Carboneria diretta in Francia da Buonarroti, Teste e, credo, Voyer

d'Argenson, tentava naturalmente di stendere i suoi lavori in tutte le

contrade: e accoglieva nelle sue file uomini d'ogni terra. Ma era

Associazione _cosmopolita_ nel senso filosofico della parola: non vedeva

sulla terra che il _genere umano_ e l'_individuo_; e individui, non

altro, erano per essa i suoi membri. La Patria non aveva altare o

bandiera nelle Vendite: il Polacco, il Tedesco, il Russo non erano, dopo

iniziati, se non Carbonari. Figli idolatri della Rivoluzione Francese,

quelli uomini non oltrepassavano le sue dottrine. Cercavano per l'uomo,

per _ogni_ uomo la conquista di ciò ch'essi chiamavano suoi _diritti_:

diritti di libertà e d'eguaglianza, non altro. Ogni idea _collettiva_, e

quindi l'idea-Nazione, era per essi inutile o--quando la giudicavano dal

passato--pericolosa. Teoricamente, ignoravano che non esistono _diritti_

per l'individuo se non in conseguenza di _doveri_ compiti: dimenticavano

che la legge di vita dell'_individuo_ non può desumersi se non dalla

_specie_; e rinegavano il sentimento della vita _collettiva_ e il

concetto dell'opera trasformatrice che ogni _individuo_ deve tentare di

compiere sulla terra a pro dell'umanità. Praticamente, essi s'assumevano

d'agire con una leva alla quale sottraevano il punto d'appoggio, e si

condannavano all'impotenza.

«Se per _cosmopolitismo_[33] intendiamo fratellanza di tutti, amore per

tutti, abbassamento delle ostili barriere che creano ai popoli,

separandoli, interessi contrarî, siamo noi tutti cosmopoliti. Ma

l'affermare quelle verità non basta: la vera questione sta per noi nel

_come_ ottenerne praticamente il trionfo contro la lega dei Governi

fondati sul privilegio. Or quel _come_ implica un _ordinamento_. E ogni

ordinamento richiede un punto determinato d'onde si mova, un _fine_

determinato al quale si miri. Perchè una leva operi, bisogna darle un

punto d'appoggio e un punto sul quale s'eserciti la sua potenza. Per

noi, quel primo punto è la Patria, il secondo è l'Umanità collettiva.

Per gli uomini che s'intitolano _cosmopoliti_, il _fine_ può essere

l'Umanità: ma il punto d'appoggio è l'uomo-_individuo_.

«La differenza è vitale; è la stessa a un dipresso che separa, in altri

problemi, i fautori dell'_Associazione_ da quei che non riconoscono come

strumento d'azione se non la _libertà_ sola e senza limitazione.

«Solo, in mezzo dell'immenso cerchio che si stende dinanzi a lui e i cui

confini gli sfuggono, senz'arme fuorchè la coscienza de' suoi diritti

fraintesi e le sue facoltà individuali, potenti forse, pur nondimeno

incapaci di spander la loro vita in tutta quanta la sfera d'applicazione

ch'è il _fine_, il cosmopolita non ha se non due vie tra le quali gli è

forza scegliere: l'inerzia o il dispotismo.

«Poniamolo dotato d'ingegno logico. Non potendo da per sè solo

emancipare il mondo, ei s'avvezza facilmente a credere che il lavoro

emancipatore non è suo debito: non potendo, col solo esercizio dei suoi

diritti individuali, raggiungere il _fine_, ei prende rifugio nella

dottrina che fa dei _diritti_ mezzo e fine ad un tempo. Dov'ei non trova

modo di liberamente esercitarli, ei non combatte, non muore per essi; si

rassegna e s'allontana. Ei fa suo l'assioma dell'egoista: _ubi bene, ibi

patria_; impara ad aspettare il bene dal corso naturale delle cose,

dalle circostanze, e convertito a poco a poco in paziente ottimista

limita la propria azione alla pratica della _carità_. Ora, qualunque,

nei tempi nostri, non esercita che la _carità_, merita taccia d'inerte e

tradisce il dovere. La _carità_ è virtù d'un'epoca oggimai consunta e

inferiore moralmente alla nostra.

«Poniamolo illogico e facile a contradire a sè stesso. Volendo a ogni

patto tradurre in fatti l'idea, e sentendo il bisogno d'un punto

d'appoggio, ei lo cerca ove può, o tenta supplire con una forza

artificiale, usurpata, alla forza reale e legittima che gli manca.

Quindi le teoriche d'ineguaglianza, le gerarchie arbitrariamente

ordinate dall'alto al basso, nelle quali noi vediamo rovinar fatalmente

i più tra i riformatori sistematici de' nostri giorni. Quindi--e in ambo

i casi--il _materialismo_, inevitabile presto o tardi in ogni dottrina

che noi, s'appoggia se non sul concetto dell'_individuo_.

«Io non dico che tutti i _cosmopoliti_ accettino conseguenze siffatte:

dico che dovrebbero, logicamente, accettarle. Seguono, se afferrano una

terza via, gli impulsi del core, non l'intelletto: son nostri,

incapricciati, per lunga abitudine o noncuranza del retto significato

delle parole, a serbarsi quel nome.

«La prima specie di _cosmopoliti_ occorre pur troppo frequente per ogni

dove, e fu spesso rappresentata in teatro: la seconda esiste fra gli

scrittori, segnatamente Francesi. Tutti quei pretesi _cosmopoliti_ che

negano la missione delle razze e guardano disdegnosi al concetto o

all'amore della Nazionalità, collocano--appena si tratti di fare, e

quindi della necessità d'un ordinamento--il centro del moto nella

propria Patria, nella propria città. Non distruggono le Nazionalità; le

confiscano a prò d'una sola. Un popolo eletto, un popolo-Napoleone è

l'ultima parola dei loro sistemi; e tutte le loro negazioni covano un

_nazionalismo_ invadente, se non coll'armi--ciò che è difficile in

oggi--con una _iniziativa_, morale e intellettuale, _permanente,

esclusiva_, che racchiuderebbe, pei popoli abbastanza deboli per

accettarla, gli stessi pericoli[34].

«Gli avversi all'idea _nazionale_ servono, inconscî, a un pregiudizio

ch'io intendo senza dividerlo. Essi derivano la definizione della parola

_nazionalità_ dalla storia del passato. Quindi le obbiezioni e i

sospetti.

«Or noi, credenti nella vita collettiva dell'Umanità, respingiamo il

passato. Parlando di _nazionalità_, parliamo di quella che soli i popoli

liberi, fratelli, associati, definiranno. La Nazionalità dei Popoli non

ha finora esistenza: spetta al futuro. Nel passato, noi non troviamo

nazionalità fuorchè definita dai re e da trattati tra famiglie

privilegiate. Quei re non guardavano che ai loro interessi personali;

quei trattati furono stesi da individui senza missione, nel segreto

delle Cancellerie, senza il menomo intervento popolare, senza la menoma

inspirazione d'Umanità. Che poteva escirne di santo?

«Patria dei re era la loro famiglia, la loro razza, la dinastia. Il loro

_fine_ era il proprio ingrandimento a spese d'altrui, l'usurpazione

sugli altrui diritti. Tutta la loro dottrina si compendiava in una

proposizione: _indebolimento di tutti per securità o giovamento dei

proprî interessi_. I loro Trattati non erano se non transazioni concesse

alla necessità: le loro paci erano semplici tregue: il loro _equilibrio_

era un tentativo diretto unicamente dall'antiveggenza di combattimenti

possibili, da una diffidenza ostile e perenne. Quella diffidenza trapela

attraverso tutte le mene diplomatiche di quel tempo, determina le

alleanze, regna sovrana in quel Trattato di Vestfalia, ch'è parte anche

oggi del diritto pubblico Europeo e il cui pensiero fondamentale è la

legittimità delle _razze regali_ dichiarata e tutelata. Come mai

l'Europa dei re avrebbe potuto concepire e verificare un pensiero

d'_associazione_ e un ordinamento pacifico delle Nazioni? Essa non

riconosceva principio superiore agli interessi secondarî e parziali nè

credenza comune che potesse essere base e pegno di stabilità a' suoi

atti. La dottrina delle razze regali legittime consacrava solo arbitro

del futuro il diritto degli _individui_. E ne usciva un misero

_nazionalismo_, che non è se non parodìa di ciò che il santo nome di

Nazionalità suona oggi per noi.

«E allora, conseguenza dello spirito del Cristianesimo che non voleva

sulla terra nemici, conseguenza pure della legge del Progresso che

preparava le vie all'_associazione_, cominciò una grande inevitabile

opposizione all'idea travisata della Nazione. La filosofia e l'economia

politica introdussero il _cosmopolitismo_ tra noi. Il _cosmopolitismo_

predicò l'eguaglianza dei _diritti_ per ogni uomo, qualunque ne fosse la

patria: predicò la _libertà_ del commercio: ebbe interpreti politici in

Anacarsi Clootz e altri oratori nella Convenzione: creò una Letteratura

col _romanticismo_; e fece in ogni cosa ciò che fanno generalmente le

opposizioni: esagerò le conseguenze d'un principio giusto in sè, e non

vedendosi intorno che nazionalità regie e patrie senza popoli, negò

Patria e Nazione: non ammise che la terra e l'uomo.

«D'allora in poi, il popolo entrò sull'arena.

«Oggi, di fronte a quel nuovo elemento di vita, tutto è mutato. Il

romanticismo, il mercantilismo, il cosmopolitismo, sono passati, come

ogni cosa che ha compito la propria missione. La _nazionalità_ dei re

non ha più sostegno che nella cieca forza e rovinerà inevitabilmente un

dì o l'altro. Il _nazionalismo_ dei popoli va rapidamente spegnendosi

condannato dall'esperienza e dalle severe lezioni che i tentativi di

rigenerazione, impresi isolatamente e governati dall'egoismo locale,

fruttarono. Il primo popolo che si leverà, in nome della nuova vita, non

ammetterà conquista fuorchè dell'esempio e dell'apostolato del vero. Il

periodo del _cosmopolitismo_ è ovunque compito: comincia il periodo

dell'UMANITÀ.

«Or l'Umanità è l'associazione delle Patrie: l'Umanità è l'alleanza

delle Nazioni per compire, in pace e amore, la loro missione sulla

terra: l'ordinamento dei Popoli, liberi ed uguali, per movere senza

inciampi, porgendosi ajuto reciproco e giovandosi ciascuno del lavoro

degli altri, allo sviluppo progressivo di quella linea del pensiero di

Dio ch'egli scrisse sulla loro culla, nel loro passato, nei loro idiomi

nazionali e sul loro volto. E in questo progresso, in questo

pellegrinaggio che Dio governa, non avrà luogo nimicizia o conquista,

perchè non esisterà uomo-re o popolo-re, ma solamente una associazione

di popoli fratelli con fini e interessi omogenei. La legge del Dovere

accettata e confessata sottentrerà a quella tendenza usurpatrice

dell'altrui diritto che signoreggiò finora le relazioni fra popolo e

popolo e non è se non l'antiveggenza della paura. Il principio

dominatore del diritto pubblico non sarà più _indebolimento d'altrui, ma

miglioramento di tutti per opera di tutti, progresso di ciascuno a pro'

d'altri_. È questo il futuro probabile e a questo devono ormai tendere

tutti i nostri lavori.

«Ma pretendere di cancellare il sentimento della Patria nel core dei

popoli--di sopprimere in un subito le nazionalità--di confondere le

missioni speciali assegnate da Dio alle diverse tribù dell'umana

famiglia--di curvare sotto il livello di non so quale cosmopolitismo le

varie associazioni schierate a gerarchia nel disegno provvidenziale, e

romper la scala per la quale l'Umanità va salendo all'Ideale--è un

pretendere l'impossibile. I lavori diretti a quel fine sarebbero lavori

perduti; non riuscirebbero a falsare il carattere dell'Epoca che ha per

missione d'_armonizzare_ la Patria coll'Umanità, ma ritarderebbero la

vittoria. Il patto dell'Umanità non può essere segnato da individui, ma

da popoli liberi, eguali, con nome, coscienza di vita propria e

bandiera. Parlate loro di Patria, se volete ch'essi diventino tali, e

stampate a caratteri splendidi sulla loro fronte il segno della loro

esistenza, il battesimo della Nazione. I popoli non entrano sull'arena

dell'_iniziativa_ se non con una parte definita, assegnata a ciascun

d'essi. Voi non potete compire il lavoro e rompere lo stromento: non

potete usare con efficacia la leva sottraendole il punto d'appoggio. Le

nazioni non muojono prima d'aver compita la loro missione. Voi non le

uccidete negandola, ma ne ritardate l'ordinamento e l'attività.»

Erano queste le idee che dovevano, a quanto parevami, dirigere il nostro

lavoro. E il mio modo d'intender la Storia le convalidava. Io vedeva la

serie delle Epoche, attraverso le quali si compie lentamente il

progresso dell'Umanità, quasi equazione a più incognite, e ogni Epoca

_svincolarne_, come dicono gli algebristi, una, per aggiungerla alle

quantità cognite collocate nell'altro membro dell'equazione.

L'_incognita_ dell'Epoca Cristiana conchiusa dalla Rivoluzione Francese

era per me l'_individuo_; l'_incognita_ dell'Epoca nuova era l'Umanità

_collettiva_; e quindi l'_associazione_. La leva era l'Europa.

L'ordinamento politico Europeo doveva necessariamente precedere ogni

altro lavoro. E quell'ordinamento non poteva farsi che per popoli: per

popoli che liberamente affratellati in una fede, credenti tutti in un

_fine_ comune, avessero ciascuno una parte definita, una missione

speciale nell'impresa. Perchè l'Europa potesse inoltrare davvero,

raggiungere una nuova sintesi e consecrare a svolgerla tutte le forze

ch'oggi si consumano in lotte interne, bisognava rifarne la Carta. La

questione delle Nazionalità era ed è per me, e dovrebb'essere per tutti

noi, ben altra cosa che non un tributo pagato al diritto o all'orgoglio

locale: dovrebbe essere la _divisione del lavoro_ Europeo.

In ogni modo, la questione delle Nazionalità era per me la questione che

avrebbe dato il suo nome al Secolo. L'Italia, com'io l'intravvedeva e

amava, poteva esserne iniziatrice, e lo sarà, se liberandosi dalla turba

codarda e immorale ch'oggi la domina, intenderà un giorno il proprio

dovere e la propria potenza.

Pensai che il lavoro doveva stendersi tra i popoli che non erano ancora

e tendevano ad esser Nazioni. La Francia _era_ Nazione: avea conquistata

prima d'ogni altro popolo la propria Unità: e i problemi che s'agitavano

in essa erano d'altra natura.

Sono in Europa tre famiglie di popoli, l'Elléno-Latina, la Germanica, la

Slava. L'Italia, la Germania, la Polonia le rappresentavano. La Grecia,

santa di ricordi e speranze, e chiamata a grandi fati nell'Oriente

Europeo, è or troppo piccola per essere iniziatrice. La Russia dormiva

allora un sonno di morte: mancava d'un centro visibile in cui la vita

potesse assumere potenza praticamente direttiva, nè a me pareva ch'essa

potesse sorgere così presto a coscienza di sè[35]. Il nostro patto

d'alleanza doveva dunque stringersi dapprima fra i tre popoli

iniziatori. La Grecia, la Svizzera, la Romania, i paesi Slavi del

Mezzogiorno Europeo, la Spagna si sarebbero a poco a poco raggruppati

ciascuno intorno al popolo più affine ad essi fra i tre.

Da questi pensieri nacque l'Associazione che chiamammo GIOVINE EUROPA.

* * * * *

Ma intanto, la persecuzione infieriva. Moltissimi fra i nostri erano

condotti, a guisa di malfattori, alla frontiera, e spinti in Inghilterra

o in America: altri si disperdevano collocandosi ad uno ad uno, sotto

nomi mentiti, qua e là ne' paesetti dei Cantoni di Vaud, Zurigo, Berna,

Basilea, Campagna. Cercati più ch'altri, riescimmo, noi Italiani a

sottrarci. Lasciai, insieme ai due Ruffini e a Melegari, Ginevra.

Rimanemmo celati per un po' di tempo in Losanna; poi prendemmo,

tollerati, soggiorno in Berna.

«Non erano»--io diceva in alcune pagine pubblicate in Losanna col titolo

_Sono partiti!_ parlando della persecuzione ai proscritti--«non erano

che duecento; e nondimeno, al solo vederli, la vecchia Europa aveva,

côlta d'odio e terrore, indossato l'antica armatura di note e protocolli

per dar loro battaglia mortale e avea posto in moto contr'essi tutta

quanta la turba de' suoi diplomatici, birri, sgherri d'aristocrazia,

prefetti, uomini d'armi e spie sotto ogni guisa di travestimento. Da un

punto all'altro d'Europa, tutta quella ciurma bifronte, diseredata di

cose, che Dio tollera quaggiù come prova ai buoni, s'era raccolta alle

porte delle ambasciate a riceverne gli ordini, poi s'era diffusa per

ogni angolo della Svizzera, denunziando, calunniando, frugando. Era

cominciata la _caccia ai proscritti_.

«Per quattro mesi, le _note_ piovvero, come grandine, come locuste, come

mosche sopra un cadavere, sulla povera Svizzera. Vennero da Napoli,

dalla Russia, dai quattro punti cardinali; e intimavano tutte, con

linguaggio più o meno acerbo d'ira e minaccia: _scacciate i proscritti_.

«Pur fingevano talora di disprezzarli. Erano, scrivevano i loro

giornali, giovanetti inesperti, esciti di fresco dalla scuola,

cospiratori in aborto. S'erano inebbriati di sogni e cercavano

l'impossibile. Era giusto s'educassero, espiando le stolte illusioni; ma

in verità non erano da temersi.

«Sì; erano, i più, giovanetti, benchè solcata prematuramente la candida

aperta fronte dall'orme di mesti e solenni pensieri; benchè deserti

d'ogni carezza di madre, d'ogni gioja d'affetti domestici: fanciulli

d'un nuovo mondo, figli d'una nuova fede; e l'Angelo dell'esilio

mormorava ad essi, sui primi passi del loro pellegrinaggio, non so quale

dolce e santa parola d'amore, di fratellanza universale, di religione

dell'anima, che li aveva inalzati al di sopra degli uomini del loro

secolo, perchè li aveva trovati puri d'egoismo come la gioventù, presti

al sacrificio come l'entusiasmo. Al tocco dell'ala dell'Angelo, il loro

occhio aveva intravveduto cose ignote alla tarda età; un nuovo _verbo_

fremente sotto le rovine della vecchia feudale Europa; un nuovo mondo

ansioso di vederlo emergere dalle rovine alla luce della vittoria; e

nazioni ringiovanite; e razze, per lungo tempo divise, moventi, come

sorelle, alla danza, nella gioja della fiducia; e le bianche ali degli

angeli della libertà, dell'eguaglianza, dell'Umanità ad agitarsi sulle

loro teste. E innamorati dello spettacolo, avevano richiesto il loro

Angelo che mai dovessero fare; e l'Angelo avea risposto: _seguitemi; io

vi guiderò attraverso i popoli addormentati e voi predicherete

coll'esempio la mia parola e conforterete a levarsi quanti giacciono e

gemono. Nessuno conforterà voi; e sarete respinti dall'indifferenza e

perseguitati dalla calunnia: ma io vi serberò una ricompensa al di là

del sepolcro._ Ed essi s'erano posti in viaggio tra i popoli e

predicavano per ogni dove la santa parola; e ovunque un fremito di

popolo oppresso e prode giungeva al loro orecchio, accorrevano, ovunque

udivano un lamento di popolo oppresso e avvilito, s'affrettavano e

dicevano a quel popolo: _levati, e impara la forza ch'è in te_. E

spesso, com'era stato loro predetto, incontravano sulla via la calunnia

e l'ingratitudine: ma un'orma del loro pellegrinaggio rimaneva pur

sempre e i popoli stessi che li avevano respinti sentivano con

maraviglia non so quale mutamento in sè stessi che li migliorava.

«E queste cose erano state intravvedute anche dai re, perchè anche lo

Spirito del Male intravvede il futuro; soltanto è condannato a

combatterlo. Tutti gli oppressori odiavano i proscritti perchè li

temevano. L'Italia si cingeva di patiboli per respingerli dalla

frontiera; la Germania guardava con terrore a vedere se taluno di quei

giovani erranti non si celasse nel folto della Foresta Nera; la Francia,

la Francia, dei _dottrinari_ e degli elettori privilegiati, consentiva

loro la via attraverso le proprie terre, ma faceva di quella via un

_ponte dei sospiri_ pel quale andavano a morire di stenti e miseria in

altre terre lontane e diffalcava dai _soccorsi di via_ ch'essa loro

accordava il soldo dei _gendarmi_ che li trascinavano alla coda dei loro

cavalli, e il valore della catena ch'essa poneva talora al collo di quei

nobili perseguitati.

«E ora, essi sono partiti. Gli ultimi, giovani Tedeschi, colpevoli

d'aver pubblicato alcune pagine energiche indirizzate ai loro

compatrioti, furono, or son pochi giorni, consegnati dai gendarmi di

Berna ai gendarmi Francesi a Béfort, per essere avviati a Calais. Sono

partiti, salutando d'un lungo sguardo di dolore e rimprovero questa

terra Elvetica che aveva dato ai proscritti d'Europa solenne promessa

d'asilo e per paura la rompe, questi monti che Dio inalzava perchè

fossero la casa della Libertà e che il materialismo dei diplomatici

converte in uno sgabello della tirannide straniera, questi uomini che li

avevano circondati d'affetto e di plausi nei giorni della speranza e

ch'oggi ritirano la loro mano dalla mano dei vinti. Essi avevano inteso

a combattere per la Libertà non solamente del loro paese, ma di tutti,

per la Libertà come Dio la stampava nel core dei buoni, pei diritti di

tutti, per la luce su tutti; e uomini che s'intitolano repubblicani li

rinegano nella sventura e non una voce ha osato qui, tra l'Alpi, levarsi

e rispondere agli scribacchiatori di Note: _no; noi non violeremo la

religione della sventura; non cacceremo questi esuli; e se mai vorrete

strapparli da noi colla forza, Dio, le nostre Alpi e le nostre armi ci

difenderanno da voi_.

«E l'ardita parola avrebbe fatto retrocedere i persecutori. L'Europa

diplomatica, turbata, sommossa per quattro mesi dai duecento giovani

proscritti, non avrebbe osato affrontare il grido di resistenza d'un

popolo che ricorda Sempach e Morgarten.

«Perchè--non lo dimenticate, uomini deboli ch'esciste dalla rivoluzione

e la rinegate--non s'arretrarono essi, quei re stranieri ch'oggi

minacciano perchè vi vedono tremanti, davanti alla guerra nel 1831? Non

videro, impotenti ed immobili, l'elemento democratico, il principio

popolare, a invadere ad una ad una le costituzioni dei vostri Cantoni?

Allora, eravate fermi e guardavate con fiducia al popolo: allora i

vostri contingenti federali s'incamminavano lietamente alla frontiera

minacciata dall'Austria; e voci energiche gridavano ad essi: _voi

difenderete contro qualunque l'assalga la terra dei vostri padri_. E

s'arretrarono quei re terribili. Siate oggi quali foste allora: come

allora s'arretreranno. Fra il primo colpo di cannone dei re e l'ultimo

d'un popolo che combatte una guerra d'indipendenza, sanno essi quanti

troni possano rovinare, quanti popoli insorgere? Voi tenete in mano le

due estremità della leva rivoluzionaria, la Germania e l'Italia.

«. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

«Voi non avete saputo osare. Vi siete fatti stromento ignobile delle

persecuzioni monarchiche. Avete violato i diritti della sventura. Avete

scacciato quei che abbracciavano, invocando, i vostri focolari. Avete

rinegato il vincolo più sacro che unisca l'uomo a Dio, la pietà.

«. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

«Quando i depositari del Dovere d'una Nazione si mostrano incapaci di

serbare intatto quel sacro deposito, spetta, o giovani Svizzeri, alla

Nazione levarsi, dapprima per avvertire i mandatari infedeli di mutar

via, poi per rovesciarli nel fango e fare da sè[36].

«. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

«Sono partiti! Dio li scorga e versi la pace sull'anima loro nel lungo

pellegrinaggio al quale li condanna inospitale l'Europa. Non disperate,

giovani proscritti, dell'avvenire che portate nel core; inalzate il

vostro pellegrinaggio all'altezza d'una missione religiosa; soffrite

tranquilli. La nuova fede della quale voi siete apostoli ha bisogno, per

trionfare, di martiri; e i patimenti nobilmente sopportati sono la più

bella gemma della corona che l'angelo dei fati Europei posa sulla testa

de' suoi combattenti. I giorni intravveduti da voi sorgeranno. È tal

cosa in cielo che nè decreti di Consigli, nè Diete, nè ukasi di Czar

valgono a cancellare, come le nuvole addensate dalla tempesta non

possono cancellare il sole dalla vôlta azzurra: la Legge morale

universale; il progresso di tutti per opera di tutti. Ed è tal cosa in

terra che nessuna tirannide può soffocare lungamente: il popolo, la

potenza e l'avvenire del popolo. I fati si compiranno. E un giorno,

quando appunto s'illuderanno più fortemente a crederlo acciecato,

incatenato, sepolto per sempre, il popolo alzerà gli occhi al cielo, e,

Sansone dell'Umanità, con un solo sforzo di quella mano che stritola i

troni, romperà ceppi, bende e barriere, e apparirà libero e padrone di

sè.

«....Apparirà, apparirà! E la santa legge dell'Umanità, la santa

parola di Gesù, _amatevi gli uni cogli altri_, la libertà,

l'eguaglianza, la fratellanza, l'associazione, avranno il compimento che

Dio decretava. I popoli confonderanno in un abbraccio fraterno dolori

passati e speranze dell'avvenire.

«E allora, se alcuni di quei proscritti, di quei pellegrini sublimi,

messi al bando dell'Umanità per averla troppo ardentemente amata,

rimarranno tuttavia in vita, saranno benedetti. E se tutti, a eccezione

d'un solo, saranno caduti nella battaglia, quell'uno s'incurverà sulla

pietra che coprirà le bianche ossa de' suoi fratelli e mormorerà ad essi

attraverso l'alta e folta erba cresciuta su quella: _fratelli, gioite,

però che l'Angelo ha detto il Vero e noi abbiamo vinto il vecchio

mondo_.

«E quegli sarà l'ultimo proscritto, perchè i soli popoli regneranno.»

* * * * *

In Berna, tra le incertezze del futuro, le noje del presente e i

frequenti richiami della polizia che a ogni nuova Nota diplomatica ci

tormentava, stesi e stringemmo congregati--se la memoria non mi

tradisce--in diciasette fra Tedeschi, Polacchi e Italiani, il Patto di

Fratellanza che doveva avviare il lavoro dei tre popoli a un unico fine.

E fu questo:

«Noi sottoscritti, uomini di progresso e di libertà:

«Credendo:

«Nell'eguaglianza e nella fratellanza degli uomini,

«Nell'eguaglianza e nella fratellanza dei Popoli;

«Credendo:

«Che l'Umanità è chiamata a inoltrare, per un continuo progresso e sotto

l'impero della Legge morale universale, verso il libero e armonico

sviluppo delle sue facoltà e verso il compimento della sua missione

nell'Universo;

«Ch'essa nol può se non coll'attiva cooperazione di tutti i suoi membri

liberamente associati;

«Che l'associazione non può costituirsi veramente e liberamente se non

tra _eguali_, dacchè ogni ineguaglianza racchiude una violazione

d'indipendenza e ogni violazione d'indipendenza annienta la libertà del

consenso;

«Che la Libertà, l'Eguaglianza, l'Umanità sono egualmente sacre--ch'esse

costituiscono tre elementi inviolabili in ogni soluzione positiva del

problema sociale--e che qualunque volta uno di questi elementi è

sagrificato agli altri due, l'ordinamento dei lavori umani per

raggiungere quella soluzione è radicalmente difettivo;

«Convinti:

«Che se il _fine_ ultimo al quale tende l'Umanità è essenzialmente uno,

e i principî generali che devono dirigere le famiglie umane nel loro

moto verso quel _fine_ sociale sono gli stessi, molte vie sono nondimeno

schiuse al progresso;

«Convinti:

«Che ogni uomo e ogni popolo ha la sua missione speciale, il cui

compimento determina l'_individualità_ di quell'uomo o di quel popolo e

ajuta a un tempo il compimento della missione generale dell'Umanità;

«Convinti finalmente:

«Che l'associazione degli uomini e dei popoli deve congiungere la

certezza del libero esercizio della missione _individuale_ alla certezza

della direzione verso lo sviluppo della missione _generale_;

«Forti dei nostri diritti d'uomini e di cittadini, forti della nostra

coscienza e del mandato che Dio e l'Umanità affidano a tutti coloro i

quali vogliono consecrare braccio, intelletto, esistenza alla santa

causa del progresso dei popoli;

«Dopo d'esserci costituiti in associazioni Nazionali libere e

indipendenti, nuclei primitivi della Giovine Polonia, della Giovine

Germania e della Giovine Italia;

«Uniti in accordo comune pel bene di tutti, il 15 aprile dell'anno 1834

abbiamo, mallevadori, per quanto riguarda l'opera nostra, dell'avvenire,

determinato ciò che segue:

«I. La Giovine Germania, la Giovine Polonia e la Giovine Italia,

associazioni repubblicane tendenti allo stesso fine umanitario e dirette

da una stessa fede di libertà, d'eguaglianza e di progresso, si

collegano fraternamente, ora e sempre, per tutto ciò che riguarda il

fine generale.

«II. Una dichiarazione dei principî che costituiscono la legge morale

universale applicata alle società umane, sarà stesa e firmata dai tre

Comitati Nazionali. Essa definirà la credenza, il fine e la direzione

generale delle tre Associazioni.

«Nessuna potrà staccarsene nei suoi lavori senza violazione colpevole

dell'Atto di Fratellanza e senza soggiacere a tutte le conseguenze di

quella violazione.

«III. Per tutto ciò che non è compreso nella dichiarazione dei principî

ed esce dalla sfera degli interessi generali, ciascuna delle tre

Associazioni è libera e indipendente.

«IV. L'alleanza difensiva e offensiva, espressione della solidarietà dei

popoli, è stabilita fra le tre Associazioni. Tutte lavorano

concordemente alla loro emancipazione. Ciascuna d'esse avrà diritto al

soccorso dell'altre per ogni solenne e importante manifestazione, che

avrà luogo in seno ad esse.

«V. La riunione dei Comitati Nazionali o dei loro delegati costituirà il

comitato della Giovine Europa.

«VI. È fratellanza tra gli individui che compongono le tre Associazioni.

Ciascun d'essi compirà verso gli altri i doveri che ne derivano.

«VII. Un simbolo comune a tutti i membri delle tre Associazioni sarà

determinato dal Comitato della Giovine Europa. Un motto comune indicherà

le pubblicazioni delle Associazioni.

«VIII. Ogni popolo che vorrà esser partecipe dei diritti e doveri

stabiliti da questa alleanza, aderirà formalmente all'Atto di

Fratellanza, per mezzo dei proprî rappresentanti.

«_Berna, 15 aprile 1834._»

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I · 第 21 / 125 题