Se un Giornale a noi Italiani esuli raminghi, e sbattuti dalla fortuna
fra gente straniera, senza conforto fuorchè di speranza, senza pascolo
all'anima fuorchè d'ira e dolore, non dovesse riuscire che sfogo
sterile, noi taceremmo. Fra noi, finora, s'è speso anche troppo tempo in
parole: poco in opere; e se non guardassimo che a' suggerimenti
dell'indole propria, il silenzio ci parrebbe degna risposta alle accuse
non meditate, e alla prepotenza de' nostri destini; il silenzio che
freme e sollecita l'ora della giustificazione solenne; ma guardando alle
condizioni presenti, e al voto, che i nostri fratelli ci manifestano,
noi sentiamo la necessità di rinnegare ogni tendenza individuale a
fronte del vantaggio comune: noi sentiamo urgente il bisogno di alzare
una voce libera, franca e severa che parli la parola della verità ai
nostri concittadini, e ai popoli che contemplano la nostra sventura.
Le grandi rivoluzioni si compiono più coi principî, che colle bajonette:
dapprima nell'ordine morale, poi nel materiale. Le bajonette non valgono
se non quando rivendicano, o tutelano un diritto: e diritti e doveri
nella società emergono tutti da una coscienza profonda, radicata nei
più: la cieca forza può generare vittime e martiri e trionfatori; ma il
trionfo, collochi la sua corona sulla testa d'un re o d'un tribuno,
quand'osta al volere dei più, rovina pur sempre in tirannide.
I soli principî, diffusi e propagati per via di sviluppo intellettuale
nell'anime, manifestano nei popoli il diritto alla libertà, e creandone
il bisogno, danno vigore e giustizia di legge alla forza. Quindi
l'urgenza dell'istruzione.
La verità è una sola. I principî che la compongono sono pochi: enunciati
per la più parte. Bensì le applicazioni, le deduzioni, le conseguenze
de' principî sono molteplici; nè intelletto umano può afferrarle tutte
ad un tratto, nè afferrate, comprenderle intelligibili e coordinate, in
un quadro limitato e assoluto. I potenti d'ingegno e di core cacciano i
semi d'un grado di progresso nel mondo; ma non fruttano che per lavoro
di molti uomini ed anni. La umanità non si educa a slanci; ma per via
d'applicazioni lunghe e minute, scendendo a particolari e paragonando
fatti e cagioni, impara le sue credenze. Un Giornale, opera successiva,
progressiva e vasta di proporzioni, opera di molti che convengono a un
fine determinato, opera, che non rifiuta alcun fatto, bensì li segue
nell'ordine del tempo e li afferra, e ne trae, svolgendoli per ogni
lato, l'azione de' principî immutabili delle cose, sembra il genere più
efficace e più popolare d'insegnamento, che convenga alla moltiplicità
degli eventi, e alla impazienza dei nostri tempi.
In Italia come in ogni paese che aspira a ricrearsi v'è un urto di
elementi diversi, di passioni che assumono forme varie, d'affetti
tendenti in sostanza a uno stesso fine, ma con modificazioni presso che
all'infinito. Molti, anime alteramente sdegnose, abborrono lo straniero,
e gridano libertà soltanto perchè lo straniero la vieta. Ad altri la
idea della riunione d'Italia sorride unica, nè ad essi increscerebbe il
concentrarne le membra sotto l'impero d'una volontà forte, foss'anche di
tiranno cittadino, o straniero. Alcuni paurosi delle grandi scosse, e
diffidando di potere senza lunghi travagli soffocare ad un tratto tutti
quanti gl'interessi privati e le gare di provincia a provincia, si
arretrano davanti al grido d'unione assoluta, e accetterebbero una
divisione che minorasse non foss'altro il numero delle parti. Pochi
intendono, o pajono intendere la necessità prepotente, che contende il
progresso vero all'Italia, se i tentativi non s'avviino sulle tre basi
inseparabili dell'Indipendenza, della Unità, della Libertà. Pur questi
pochi aumentano ogni dì più, e assorbiranno rapidamente tutte l'altre
opinioni. L'abborrimento al Tedesco, la smania di scuotere il giogo, e
il furore di Patria sono passioni universalmente diffuse, e le
transazioni, che la paura, e i falsi calcoli diplomatici vorrebbero
persuaderci, sfumeranno davanti alla maestà del voto nazionale. Però la
questione sotto questo aspetto vive e s'agita fra l'ardire generoso che
tenta il moto, e la tirannide che fa l'ultime prove e le più tremende.
Non così sui mezzi, pei quali può conseguirsi l'intento, e tramutarsi la
insurrezione in vittoria stabile ed efficace. Una classe di uomini
influenti per autorità e per ingegno civile contende doversi procedere
nella rivoluzione colle cautele diplomatiche, anzichè colla energia
della fede, e d'una irrevocabile determinazione. Ammettono i principî,
rifiutano le conseguenze; deplorano i mali estremi, e proscrivono gli
estremi rimedî: vorrebbero condurre i popoli alla libertà coll'arti, non
colla ferocia della tirannide. Nati, cresciuti, educati a' tempi, nei
quali la coscienza degli uomini liberi era in Italia privilegio di
pochi, diffidano della potenza d'un popolo che sorge a rivendicare
gloria, diritti, esistenza; diffidano dell'entusiasmo, diffidano d'ogni
cosa, fuorchè dei calcoli de' gabinetti che ci hanno mille volte
venduti, e dell'armi straniere che ci hanno mille volte traditi. Non
sanno che gli elementi d'una rigenerazione fermentano in Italia da mezzo
secolo, e ch'oggi il desiderio del meglio è fremito di moltitudini. Non
sanno che un popolo schiavo da molti secoli non si rigenera se non colla
virtù, o colla morte. Non sanno che ventisei milioni d'uomini, forti di
giustizia, e di una volontà ferma, sono invincibili. Diffidano della
possibilità di riunirli tutti ad un solo voto; ma essi, tentarono forse
l'impresa? Si mostrarono decisi a sotterrarsi per essa? Bandirono la
crociata italiana? Insegnarono al popolo che non v'era se non una via di
salute; che il moto operato per esso dovea sostenersi da esso; che la
guerra era inevitabile, disperata, senza tregua fuorchè nel sepolcro, o
nella vittoria? No: ristettero quasi attoniti della grandezza
dell'opera, o camminarono tentennando, come se la via gloriosa che essi
calcavano fosse via d'illegalità, o di delitto. Illusero il popolo a
sperare nell'osservanza di principî ch'essi traevano dagli archivi de'
congressi o da' gabinetti: addormentarono l'anime bollenti, che
anelavano il sacrificio fecondo, nella fede degli ajuti stranieri:
consumarono nella inerzia, o in discussioni di leggi che non sapevano
come difendere, un tempo che doveva consecrarsi tutto a fatti magnanimi,
e all'armi. Poi, quando delusi nei loro calcoli, traditi dalla
diplomazia, col nemico alle porte, colla paura nel core, non videro che
una via d'ammenda generosa all'errore, la morte su' loro scanni,
rinnegarono anche quella, e fuggirono. Ora negano la fede nella nazione,
mentr'essi non tentarono mai suscitarla coll'esempio: deridono
l'entusiasmo, ch'essi hanno spento coll'incertezza e colla codardia. Sia
pace ad essi però che non traviarono per tristo animo; ma dovevano essi
assumere il freno d'una intrapresa, che non s'attentavano neppure di
concepire nella sua vasta unità?
Ma nelle rivoluzioni ogni errore è gradino alla verità. Gli ultimi fatti
hanno ammaestrato la crescente generazione più che non farebbero volumi
di teoriche, e noi lo affermiamo, coi moti Italiani del 1831, s'è
consumato il divorzio tra la Giovine Italia e gli uomini del passato.
Forse a convincere gl'Italiani, che Dio e la fortuna stanno coi forti e
che la vittoria sta sulla punta della spada, non nelle astuzie de'
protocolli, si volea quest'ultimo esempio, dove la fede giurata sui
cadaveri di sette mila cittadini fu convertita in patto d'infamia e di
delusione. Forse a insegnare che un popolo non deve aspettare libertà da
gente straniera, non bastava la vicenda di dieci secoli, nè il grido dei
padri caduti maledicendo: e si voleva lo spergiuro d'uomini liberi
insorti sei mesi prima contro ad uno spergiuro, poi l'esilio, le
persecuzioni, e lo scherno. Ora, l'Italia del XIX secolo sa che la unità
dell'impresa è condizione senza la quale non è via di salute: che una
rivoluzione è una dichiarazione di guerra a morte fra due principî: che
i destini dell'Italia hanno a decidersi sulle pianure Lombarde, e la
pace a fermarsi oltre l'Alpi: che non si combatte, nè si vince senza le
moltitudini, e che il segreto per concitarle sta nelle mani degli uomini
che sanno combattere e vincere alla loro testa: che a cose nuove si
richiedono uomini nuovi, non sottomessi all'impero di vecchie abitudini
o di antichi sistemi, vergini d'anima e d'interessi, potenti d'ira e
d'amore, e immedesimati in una idea: che il segreto della potenza sta
nella fede, la virtù vera nel sagrificio, la politica nell'essere e
mostrarsi forti.
Questo sa la Giovine Italia, e intende l'altezza della sua missione, e
l'adempirà, noi lo giuriamo per le mille vittime, che si succedono
instancabili da dieci anni a provare, che colle persecuzioni non si
spengono, bensì si ritemprano le opinioni: lo giuriamo per lo spirito
che insegna il progresso, pei giovani combattenti di Rimini, pel sangue
de' martiri Modenesi. V'è tutta una religione in quel sangue: nessuna
forza può soffocare la semenza di libertà, però ch'essa ha germogliato
nel sangue dei forti. Oggi ancora la nostra è la religione del martirio:
domani sarà la religione della vittoria.
E a noi giovani, e credenti nell'istessa fede, corre debito di
soccorrere alla santa causa in tutti i modi possibili. Poichè i tempi ci
vietano l'opre del braccio, noi scriveremo. La Giovine Italia ha bisogno
d'ordinare a sistema le idee che fremono sconnesse e isolate nelle sue
file: ha bisogno di purificare d'ogni abitudine di servaggio, d'ogni
affetto men che grande, questo elemento nuovo e potente di vita che la
spinge a rigenerarsi: e noi, fidando nell'ajuto Italiano, tenteremo di
farlo: tenteremo di farci interpreti di quanti bisogni, di quante
sciagure, di quante speranze costituiscono la Italia del secolo XIX.
Noi intendiamo di pubblicare, con forme e patti determinati, una serie
di scritti tendenti a cotesto scopo, e a norma de' principî che abbiamo
accennati.
Noi non rifiuteremo gli argomenti filosofici, e letterarî: l'unità è
prima legge dell'intelletto. La riforma d'un popolo non ha basi stabili
se non posa sull'accordo nelle credenze, sul complesso armonico delle
facoltà umane; e le lettere, contemplate come un sacerdozio morale, sono
espressione della verità dei principî, mezzo potente di incivilimento.
Rivolti principalmente all'Italia, noi non ci allargheremo nella
politica forestiera e negli eventi europei, se non quanto giovi a
promuovere la educazione e l'esperienza italiana, se non quanto giovi ad
accrescere infamia agli oppressori del mondo, o a stringer più fermo il
vincolo di simpatia che deve raccogliere in una fratellanza di voti e
d'opere gli uomini liberi di tutte le contrade.
Una voce ci grida: la religione della umanità è l'Amore. Dove due cori
battono sotto lo stesso impulso, dove due anime s'intendono nella virtù,
ivi è patria. E noi non rinnegheremo il più bel voto dell'epoca, il voto
dell'associazione universale tra' buoni; ma un sangue gronda dalle
piaghe, aperte dalla fede nello straniero, che noi non possiamo
dimenticare ad un tratto. L'ultima voce dei traditi si frappone tra noi
e le nazioni che ci hanno finora venduti, negletti, o sprezzati. Il
perdono è la virtù della vittoria. L'amore vuole equilibrio di potenza e
di stima. Però, noi, rifiutando pur sempre l'ajuto e la compassione
dello straniero, gioveremo allo sviluppo del sentimento europeo col
mostrarci, non foss'altro, quali noi siamo, nè ciechi nè vili, ma
sfortunati; e cacciando sulla mutua stima le basi della futura amicizia.
L'Italia non è conosciuta. La vanità, la leggerezza, la necessità di
crear discolpe ai delitti han fatto a gara per travisare fatti,
passioni, costumanze e abitudini. Noi snuderemo le nostre ferite:
mostreremo allo straniero di qual sangue grondi quella pace alla quale
ci sacrificarono le codardie diplomatiche: diremo gli obblighi che
correvano a' popoli verso di noi, e gl'inganni che ci han posto in
fondo: trarremo dalle carceri e dalle tenebre del dispotismo i documenti
della nostra condizione, delle nostre passioni, e delle nostre virtù:
scenderemo nelle fosse riempiute dell'ossa de' nostri martiri, e
scompiglieremo quell'ossa, ed evocheremo que' grandi sconosciuti,
ponendoli davanti alle nazioni, come testimonî muti dei nostri
infortunî, della nostra costanza, e della loro colpevole indifferenza.
Un gemito tremendo di dolore, e d'illusioni tradite sorge da quella
rovina, che l'Europa contempla fredda, e dimentica che da quella rovina
si diffondeva ad essa due volte il raggio dell'incivilimento, e della
libertà. E noi lo raccorremo quel gemito, e lo ripeteremo alla Europa,
ond'essa v'impari tutta l'ampiezza del suo misfatto, e diremo a' popoli:
queste son l'anime che voi avete trafficate sinora: questa è la terra
che avete condannata alla solitudine e all'eternità del servaggio!
(1831).
* * * * *
Le obbiezioni a noi più frequenti movevano, singolare a dirsi, dalla
credenza radicata nei più tra gli uomini delle insurrezioni passate e
nei mezzi ingegni della Penisola, che l'Unità fosse utopia ineseguibile
e avversa alle tendenze storiche degli Italiani. Tra gli oppositori e me
il fatto ha deciso. Ma allora, quando il dissenso era nelle classi dette
educate, pressochè universale--quando i Governi di tutta Europa
mantenevano la teoria di Metternich che facea dell'Italia una
espressione puramente _geografica_, e gli uomini più noti in Francia ed
altrove per tendenze repubblicane ostili ai Trattati e invocanti
rivoluzione parteggiavano pel _federalismo_ come solo possibile tra
noi--le cagioni di dubbio erano molte davvero. Armand Carrel e gli
uomini del _National_ insinuavano i vantaggi delle confederazioni in
Italia, nella Spagna, in Germania. Buonarroti e gli uomini che
cospiravano intorno a lui erano teoricamente favorevoli alle Unità
Nazionali; ma la loro decisione irrevocabile, intollerante, che nessun
popolo dovesse mai movere se non dopo la Francia, rendeva illusoria
l'idea e minacciava spegnerla in germe. Il vero è che mancava a tutti in
quel periodo di concitamento europeo l'intuizione dell'avvenire. Il moto
era, più che d'altro, di libertà. Pochi intendevano che libertà vera e
durevole non può conquistarsi all'Europa se non da popoli compatti,
forti, equilibrati di potenza e non ridotti dal terrore d'una invasione
a mendicare con turpi concessioni un'alleanza proteggitrice o sviati da
speranze d'ajuti per lo scioglimento d'una od altra questione
territoriale a imparentare la libertà propria coll'altrui dispotismo:
pochissimi intendevano che l'invocata associazione dei popoli pel
progresso ordinato e pacifico dell'Umanità tutta quanta esigeva prima
condizione _che i popoli fossero_. E popoli non sono dove pel
congiungimento forzato di razze o famiglie diverse manca l'unità della
fede e dell'intento morale che soli costituiscono le nazioni. Il riparto
d'Europa, come i Trattati del 1815 l'avevano sancito, frapponeva, colla
eccessiva potenza degli uni e la debolezza degli altri, colla necessità
d'appoggiarsi a ogni patto su qualunque grande Potenza s'offrisse creata
ai piccoli Popoli e col germe delle divisioni interne lasciato vivo in
seno a quasi ciascuna Nazione, un ostacolo insormontabile a ogni
sviluppo normale e securo di libertà. Rifare la Carta d'Europa e
riordinare i popoli a seconda della missione speciale assegnata a ognun
d'essi dalle condizioni geografiche, etnografiche, storiche, era dunque
il primo passo essenziale per tutti. A me la questione delle Nazionalità
pareva chiamata a dare il suo nome al secolo e restituire all'Europa una
potenza d'_iniziativa_ pel bene che non esisteva più da quando Napoleone
aveva, cadendo, conchiuso un'epoca intera. Ma quei presentimenti non
erano se non di pochissimi. Quindi la questione d'Unità che stava in
cima de' miei pensieri non era guardata siccome importante, e gli
ostacoli apparenti inducevano facilmente i nostri a sagrificarla. In
Francia l'istinto, inconsciamente dominatore non delle moltitudini, ma
degli ingegni, accarezzava allora, come sempre, teorie e disegni che
miravano a ordinare intorno alla Francia Una e forte, libere, ma deboli
confederazioni.
Bensì, a me per verificare le probabilità del mio concetto importava,
più assai che non il voto dei mezzi ingegni stranieri e nostri,
l'istinto delle moltitudini e dei giovani ignoti a contatto con esse in
Italia. Mi diedi dunque, tra un articolo e l'altro, a impiantare
l'Associazione segreta. Mandai Statuti, Istruzioni, avvertenze d'ogni
genere ai giovani amici lasciati in Genova e in Livorno. Là, mercè i
Ruffini in Genova, Bini e Guerrazzi in Livorno, s'impiantarono le prime
_Congreghe_. Così chiamavamo con nome desunto dai ricordi di Pontida i
nostri nuclei di direzione.
L'ordinamento era, quanto più si poteva, semplice e schietto di
simbolismo. Respinta l'interminabile gerarchia del Carbonarismo,
l'associazione non avea che due gradi: _Iniziatori_ e _Iniziati_: erano
_iniziatori_ quanti, oltre la devozione ai principî, avevano intelletto
abbastanza prudente per scegliere nuovi membri da affratellarsi;
_iniziati_ semplici gli uomini ai quali era sottratta la facoltà di
affigliare. Un Comitato Centrale all'estero, destinato a tenere
sollevata in alto la bandiera dell'Associazione, a stringere quanti più
vincoli fosse possibile tra l'Italia e gli elementi democratici
stranieri, e a dirigere generalmente l'impresa:--Comitati interni,
dirigenti la cospirazione pratica nei particolari, impiantati nei
capoluoghi delle provincie importanti:--un Ordinatore in ogni città
posto a centro degli _Iniziatori_:--poi gli affratellati divisi in
drappelli ineguali di numero capitanati dagli Iniziatori;--era questa
l'ossatura della _Giovine Italia_. La corrispondenza correva quindi
dagli Iniziati agli Iniziatori, da questi, separatamente per ciascuno,
all'Ordinatore; dagli Ordinatori alla Congrega della loro
circoscrizione, dalle Congreghe al Comitato Centrale. Eliminati come
soverchiamente pericolosi i segni di conoscimento tra gli affratellati,
una parola convenuta, una carta tagliuzzata, un tocco speciale di mano
accreditavano i viaggiatori dal Comitato Centrale ai Comitati
provinciali e da questi a quello: mutabili per trimestre. Le
contribuzioni mensili, alle quali ogni affratellato s'astringeva a
seconda dei mezzi, rimanevano pei due terzi nelle Casse dell'interno: un
terzo rifluiva, o più esattamente dovea rifluire nella Cassa Centrale
per supplire alle spese d'ordine generale. La stampa doveva alimentarsi
da sè colla vendita degli scritti. Un ramoscello di cipresso era, in
memoria dei Martiri, il simbolo dell'Associazione. Il motto generale ORA
E SEMPRE accennava alla costanza necessaria all'impresa. La bandiera
della _Giovine Italia_ portava da un lato, scritte sui tre colori
italiani, le parole: LIBERTÀ, EGUAGLIANZA, UMANITÀ e dall'altro: UNITÀ e
INDIPENDENZA: indicatrici le prime della missione internazionale
Italiana, le seconde della nazionale. DIO e l'UMANITÀ fu fin dai primi
giorni dell'Associazione la formola da essa adottata in tutte le sue
relazioni esterne: DIO E IL POPOLO la formola per tutti i lavori
risguardanti la Patria. Da questi due principî, applicazioni a due sfere
diverse d'un solo, l'Associazione deduceva tutte le sue credenze
religiose, sociali, politiche, individuali. Prima fra tutte le
Associazioni politiche di quel tempo, la _Giovine Italia_ mirava a
comprendere in un solo concetto tutte le manifestazioni della vita
Nazionale e a dirigerle tutte, dall'alto d'un principio religioso: _la
missione fidata alla creatura_, verso un unico fine, l'emancipazione
della Patria, e il suo affratellamento coi Popoli liberi.
* * * * *
Le istruzioni che io in quel primo periodo dell'Associazione andava
inculcando ai Comitati, agli Ordinatori e a quanti giovani venivano a
contatto con me, erano in parte morali, in parte politiche.
Le morali sommavano, mutate le parole, a questo: «Noi siamo non
solamente cospiratori, ma credenti: aspiriamo ad essere, non solamente
rivoluzionarii ma per quanto è in noi rigeneratori. Il nostro è problema
d'_educazione nazionale_ anzi tutto: l'armi e l'insurrezione non sono se
non mezzi senza i quali, mercè le nostre condizioni, è impossibile
scioglierlo: ma noi non invochiamo le bajonette se non a patto ch'esse
portino sulla punta un'idea. Poco ci importerebbe distruggere, se non
avessimo speranza di fondare il meglio: poco di scrivere doveri e
diritti sopra un brano di carta se non avessimo intento e fiducia di
stamparli nell'anime. Questo neglessero i nostri padri; questo dobbiam
noi aver sempre davanti la mente. Determinare i diversi Stati d'Italia a
insorgere, non basta; si tratta di crear la Nazione. Noi crediamo
religiosamente che l'Italia non ha esaurito la propria vita nel mondo,
essa è chiamata a introdurre ancora nuovi elementi nello sviluppo
progressivo dell'Umanità e a vivere d'una terza vita; noi dobbiamo
mirare a iniziarla. Il materialismo non può generare in politica se non
la dottrina dell'_individuo_, buona forse ad assicurare--e appoggiandosi
sulla forza--l'esercizio di alcuni diritti personali, ma impotente a
fondare la nazionalità e l'associazione, ch'esigono fede in una unità
d'origine, di legge, di fine: lo respingiamo. Noi dobbiamo tendere a
rannodare la tradizione filosofica italiana dei secoli XVI e XVII,
tradizione di sintesi e spiritualismo; a ravvivare le forti credenze, e
risuscitare nel core degli italiani la coscienza dei fatti della
nazione; a dar loro con quella coscienza coraggio, potenza di
sagrificio, costanza, concordia d'opera.»
* * * * *
E le Istruzioni politiche ripetevano:
«Il partito più forte è il partito più logico. Non vi contentate d'un
semplice senso di ribellione nei vostri; o d'incerte, indefinite
dichiarazioni di liberalismo: chiedete a ciascuno la sua credenza e non
accettate se non gli uomini la credenza dei quali è concorde colla
vostra. Non fate assegnamento sul numero, ma sull'unità delle forze. Il
nostro è un esperimento sul nostro popolo: ci rassegniamo alla
possibilità di trovarci delusi nelle nostre speranze, ma non al pericolo
di vedere sorgere tra noi la discordia il dì dopo l'azione. La vostra è
bandiera nuova: cercatele sostenitori fra' giovani: è in essi
entusiasmo, capacità di sagrificio, energia. Dire loro tutta quanta la
verità, tutto ciò che vogliamo. Saremo certi d'essi s'accettano. Supremo
errore del passato fu quello di fidare le sorti del paese agli individui
più che ai principî: combattetelo: predicate fede, non nei nomi ma nelle
moltitudini, nel diritto, in Dio. Insegnate a scegliere i capi tra quei
che avranno attinto le inspirazioni nella rivoluzione, non nella
condizione di cose anteriori. Ponete a nudo gli errori del 1831: non
tacete alcuna delle colpe dei capi. Ripetete sempre che la salute
d'Italia sta nel suo popolo. E la leva del popolo sta nell'azione,
nell'azione continua, rinnovata sempre senza sconfortarsi o atterrirsi
delle prime disfatte. Fuggite le transazioni: sono quasi sempre immorali
e per giunta inutili. Non v'illudete a poter evitare guerra, guerra
inesorabile, feroce, dall'Austria: fate invece, quando vi sentirete
forti, di provocarla: l'offensiva è la guerra delle rivoluzioni;
assalendo, inspirerete paura al nemico, fiducia e ardore agli amici. Non
abbiate speranza nei Governi stranieri: se potrete mai averne un ajuto
non sarà se non a patto di convincerli prima che siete forti e capaci di
vincer senza essi. Non fidate nella diplomazia; sviatela lottando, e
pubblicando ogni cosa. Non insorgete mai se non in nome d'Italia e per
l'Italia tutta quanta è. Se vincerete la prima battaglia in nome d'un
principio e con forze vostre, sarete iniziatori tra i popoli e li avrete
compagni nella seconda. E se cadrete avrete almeno promosso l'educazione
del paese: lascerete sulla vostra tomba un programma per la generazione
che terrà dietro alla vostra.»
* * * * *
Vivono ancora molti degli uomini ch'ebbero in quel tempo contatto con
me; e possono dire se il mio linguaggio non era tale.
L'esperimento riuscì.--Il popolo confutò i mezzi ingegni.
* * * * *
I Comitati si costituirono rapidamente nelle principali città di
Toscana. In Genova, i Ruffini, Campanella, Benza ed altri pochi che
accettarono l'ufficio di diffondere l'associazione, erano pressochè
ignoti, giovani assai e senza mezzi di fortuna od altro che potesse
conquistare ad essi influenza. E nondimeno da studente a studente, da
giovine a giovine, l'affratellamento si diffuse più assai rapidamente
che non era da sperarsi. I primi nostri scritti supplirono all'influenza
personale. Quanti potevano leggerli, s'affratellavano. Era la vittoria
delle idee sostituita alla potenza dei nomi o al fascino del mistero. Le
nostre trovavano un'eco, rispondevano visibilmente a una aspirazione
fino allora inconscia e dormente nel core dei giovani. E bastava per
rinfrancarci, e segnarci doveri che in verità noi tutti, piccola falange
di precursori, per quanto concerne operosità instancabile e sagrificio,
compiemmo. Dall'associazione dei San Simoniani in fuori, alla quale la
semplice pretesa di religione inspirava appunto in quei tempi più assai
potenza di sagrificio e d'amore che non n'ebbero tutte le società
democratiche puramente politiche, io non vidi--e lo dico per debito ad
uomini che morirono o vivono noncuranti di fama e pressochè
ignoti--nucleo di giovani devoti con tanto affetto reciproco, con tanta
verginità d'entusiasmo, con tanta prontezza a fatiche d'ogni giorno,
d'ogni ora, come quello che s'adoprava allora con me. Eravamo, Lamberti,
Usiglio, un Lustrini, G. B. Ruffini ed altri cinque o sei modenesi quasi
tutti soli, senza ufficio, senza subalterni, immersi l'intero giorno e
gran parte della notte nella bisogna, scrivendo articoli e lettere,
interrogando viaggiatori, affratellando marinai, piegando fogli di
stampa, legando involti, alternando tra occupazioni intellettuali e
funzioni d'operai: La Cecilia, allora dirittamente buono, s'era fatto
compositore di stampa: Lamberti, correttore; tal altro letteralmente
facchino per economizzarci la spesa del trasporto dei fascicoli a casa.
Vivevamo eguali e fratelli davvero, d'un solo pensiero, d'una sola
speranza, d'un solo culto all'ideale dell'anima; amati, ammirati per
tenacità di proposito e facoltà di lavoro continuo dai repubblicani
stranieri: spesso--dacchè spendevamo, per ogni cosa, del nostro--fra le
strette della miseria, ma giulivi a un modo e sorridenti d'un sorriso di
fede nell'avvenire. Furono, dal 1831 al 1833, due anni di vita giovine,
pura e lietamente devota, com'io la desidero alla generazione che sorge.
Avevamo guerra accanita abbastanza e pericoli, com'ora dirò, ma da
nemici dai quali l'aspettavamo. La misera tristissima guerra d'invidie,
d'ingratitudini, di sospetti e calunnie da uomini di patria e spesso di
parte nostra, l'abbandono immeritato d'antichi amici, la diserzione
dalla bandiera, non per nuovo convincimento, ma per fiacchezza, vanità
offesa e peggio, di quasi una intera generazione che giurava in quelli
anni con noi, non aveva ancora non dirò sfrondato o disseccato l'anime
nostre, amorevoli oggi e credenti siccome allora, ma insegnato a noi
pochi
La violenta e disperata pace,
il lavoro senza conforto di speranza individuale, per sola riverenza al
freddo, inesorabile, scarno dovere.--E Dio ne salvi quei che verranno.
Il contrabbando delle nostre stampe in Italia era faccenda vitale per
l'Associazione e grave per noi. Un giovane Montanari che viaggiava sui
vapori di Napoli rappresentandone la Società, e morì poi di colèra nel
Mezzogiorno di Francia, altri, impiegati sui vapori francesi, ci
giovavano mirabilmente. E finchè l'ira dei Governi non fu convertita in
furore, affidavamo ad essi gli involti, contentandoci di scrivere
sull'involto destinato per Genova, un indirizzo di casa commerciale non
sospetta in Livorno, su quello che spettava a Livorno un indirizzo di
Civitavecchia e via così: sottratto in questo modo l'involto alla
giurisdizione doganale e poliziesca del primo punto toccato, l'involto
serbavasi dall'affratellato sul battello, finchè i nostri, avvertiti,
non si recavano a bordo dove si ripartivano le stampe celandole intorno
alla persona. Ma quando, svegliata l'attenzione, crebbe la vigilanza e
furono assegnate ricompense a chi sequestrasse, e pronunziato minacce
tremendo agli introduttori--quando la guerra inferocì per modo che Carlo
Alberto, con editti firmati dai ministri Caccia, Pensa, Barbaroux,
Lascaréne, intimò a chi non _denunzierebbe_, due anni di prigione e una
ammenda, promettendo al _delatore_ metà della somma e il
segreto--cominciò fra noi e i governucci d'Italia un duello che ci
costava sudori e spese, ma che proseguimmo con buona ventura. Mandammo i
fascicoli dentro barili di pietra pomice, poi nel centro di botti di
pece intorno alle quali lavoravamo, in un magazzinuccio affittato, la
notte: le botti, dieci o dodici, si spedivano numerate per mezzo
d'agenti commerciali ignari a commissionarî egualmente ignari nei luoghi
diversi, dove taluno dei nostri avvertito dell'arrivo, si presentava a
mercanteggiare la botte che indicava col numero il contenuto. Cito un
solo dei molti ripieghi che andavamo ideando.
Avevamo del resto ai contrabbandi l'ajuto di qualche repubblicano
francese e segnatamente della marineria dei legni mercantili italiani,
buona allora com'oggi, e verso la quale avevamo con attività grande
diretto il nostro lavoro. Primi fra i migliori erano gli uomini di
Lerici, e ricordo con affetto e ammirazione come ad esempio un tipo
mirabile di popolano, Ambrogio Giacopello, che perdè nave e ogni cosa
per averci contrabbandato sulle coste liguri duecento fucili, e mi
rimase amico devoto. Credo ch'ei viva tuttavia in Marsiglia, e vorrei
che potessero cadergli sott'occhio queste mie linee. So ch'egli sarebbe
lieto del mio ricordo. Non ho mai trovato ingratitudine e oblio nei
popolani d'Italia.
Incapace d'impedire la circolazione dei nostri scritti all'interno, i
Governi d'Italia tentarono di soffocare la nostra voce in Marsiglia, e
si rivolsero al Governo Francese. E il Governo Francese che,
riconosciuto da tutti, non aveva più cagione d'impaurire il dispotismo
Europeo, annuì alle richieste. Ma quella persecuzione non impedì
menomamente il progresso del nostro lavoro. L'ordinamento si diffuse
rapidamente da Genova alle Riviere, a parecchie località del Piemonte e
a Milano, dalla Toscana alle Romagne. I Comitati si moltiplicarono. Le
comunicazioni segrete si stabilirono regolari e possibilmente sicure
fino alle frontiere napoletane. I viaggiatori da una provincia all'altra
corsero frequenti a infervorare gli animi e trasmettere le nostre
istruzioni. La sete di stampati fu tale che, non bastando i nostri,
stamperie clandestine s'impiantarono su due o tre punti d'Italia:
ristampavano cose nostre o diramavano brevi pubblicazioni inspirate
dalle circostanze locali. La _Giovine Italia_, accettata con entusiasmo,
diventava in meno d'un anno associazione dominatrice su tutte l'altre in
Italia.
* * * * *
Era il trionfo dei principî. Il nudo fatto che in così breve tempo pochi
giovani, ignoti, sprovveduti di mezzi, esciti dal popolo, avversi
pubblicamente nelle dottrine e nelle opere a quanti avevano, per voto di
popolo e influenza riconosciuta, capitanato fin allora il moto politico,
si trovassero capi d'una associazione potente tanto da concitarsi contro
la trepida persecuzione di sette Governi, bastava, parmi, a provare che
la bandiera inalzata era la bandiera del vero--(1861).
* * * * *
Il decreto ministeriale che, per compiacere ai governi dispotici
d'Italia, m'esiliava di Francia, mi colse nell'agosto del 1832.
Importava continuare in Marsiglia, dov'erano ordinate le vie di
comunicazione coll'Italia, la pubblicazione dei nostri scritti. Però
determinai di non ubbidire e mi celai, lasciando credere ch'io partiva.
Gli esuli di tutte le Nazioni erano allora accantonati con un misero
sussidio nei dipartimenti e sottomessi, in virtù di quel sussidio, a
leggi speciali che ricordavano i _sospetti_ dell'antica rivoluzione e
somigliavano a quelle che poi costituirono la classe degli
_attendibili_ nel Mezzogiorno d'Italia. Io non riceveva sussidio
governativo e mandai quindi alla _Tribune_, giornale repubblicano
d'allora, la protesta seguente:
«Quando vige un sistema fondato sulle eccezioni, quando diritti di
domicilio e di libertà individuale sono manomessi da una legge ingiusta
anche più ingiustamente applicata, quando accusa, giudizio e condanna
emanano da uno stesso potere, o senza possibilità di difesa, quando lo
sguardo cacciato intorno non s'abbatte che in esempî di tirannide e di
sommessione, è debito d'ogni uomo ch'abbia senso di dignità di
protestare altamente.
«E scopo della protesta non è un tentativo di difesa inutile e
impotente, nè un desiderio di movere a simpatia quei che soffrono essi
pure gli stessi mali, ma il bisogno d'infamare davanti agli uomini il
Potere che abusa della propria forza, di rivelare al paese, nel quale
l'ingiustizia è commessa, le turpitudini di chi governa, d'aggiungere un
documento a quelli sui quali un popolo presto o tardi condanna quei che
lo tradiscono e lo disonorano.
«Per queste ragioni io protesto.
«I Giornali parlarono dell'Ordine che m'è dato dal Ministero Francese e
dei motivi sui quali è fondato.
«Io sono accusato di cospirare per l'emancipazione del mio paese,
cercando di suscitarvi gli animi con lettere e stampati segretamente
introdotti: sono accusato di mantenere corrispondenza con un Comitato
repubblicano in Parigi, e d'avere avuto, io Italiano privo di relazioni
e di mezzi e risiedente in Marsiglia, contatto pericoloso allo stato coi
combattenti del chiostro di S. Mery.
«Non respingerò io di certo la responsabilità della prima accusa. Se
cercare di diffondere utili verità, per via di stampa, nella propria
patria ha nome di cospirazione, io cospiro. Se l'esortare i propri
concittadini a non addormentarsi nella servitù, a durare combattendola,
a vegliare e afferrare, appena s'affacci, il momento propizio per
conquistarsi nome di patria e Governo Nazionale, è cospirazione, io
cospiro. Ogni uomo ha debito di cospirare per l'onore e la salute de'
suoi fratelli. E nessun Governo che s'intitoli libero ha diritto di
trattare come colpevole l'uomo che compie quel sacro dovere. Soli gli
uomini dello _stato d'assedio_ possono rinnegare principî siffatti[13].
«Ma della seconda accusa ove stanno le prove?
«I dispacci ministeriali citano alcuni estratti di lettere che
s'affermano scritti da me agli amici dell'interno, e, a quanto dicesi,
sequestrate.
«Quelle lettere contengono, a detta del ministero, rivelazioni sulle
giornate del 5 e del 6 di giugno. Esse dichiarano che i fatti di quei
due giorni non hanno danneggiato in modo alcuno la parte repubblicana di
Francia; che il tentativo fallì unicamente _perchè i patrioti dei
Dipartimenti, che dovevano trovarsi in Parigi, mancarono alla promessa_;
che nondimeno si sta maturando un altro non remoto disegno
d'insurrezione; che il trono di Luigi Filippo è minato per ogni dove; e
finalmente che il _Comitato repubblicano di Parigi sta per mandare
cinque o sei emissari in Italia_ per coordinarvi i lavori degli uomini
della libertà.
«Ove sono quelle lettere? in Parigi? le sequestrava il Governo di
Francia? furono esse comunicate all'accusato? Somministrano la mia
condotta, i miei atti, le mie corrispondenze prove che convalidino
l'affermazione dell'essere le lettere scritte da me? No. Le citazioni
delle lettere spettano alla polizia Sarda; gli originali stanno, dicono,
ne' suoi archivî; il ministro di Francia non le cita che a brani,
sull'altrui fede. Soltanto, ei crede che le altrui relazioni meritino
fede da lui. Perchè? Come? esiste un solo ragguaglio di polizia francese
che mi dimostri cospiratore contro il Governo di Francia? Fui io mai
colpevole di ribellione? o sorpreso nelle file della sommossa?
«In condizione siffatta di cose, che mai posso io fare?
«È possibile dimostrare le falsità d'un fatto speciale, definito; non è
possibile dimostrar quella d'un fatto generale che può abbracciare gli
atti e i pensieri di tutta una vita: non è possibile difendersi da una
accusa che non s'appoggia su prova alcuna.
«Io chiesi che mi fossero comunicate le lettere ministeriali; ed ebbi
rifiuto. Non mi rimaneva che la facoltà di negare il fatto siccome
falso, e lo feci. Negai l'esistenza nelle mie lettere delle linee in
corsivo che sole accennerebbero a un intendimento comune tra me e il
partito repubblicano di Francia. Quelle linee sono una interpolazione.
Altro non esprimono che osservazioni e giudizî intorno a fatti recenti,
e non possono formare argomento d'accusa.
«Io dissi queste cose al Ministro in una mia lettera del 1.º agosto.
Smentii quelle linee, sfidando la polizia francese e la sarda a provarne
l'autenticità. Chiesi inchiesta, processo e giudizio. Il Ministro non
condiscese a rispondermi.
«Il prefetto di Marsiglia, che m'aveva promesso d'aspettare la risposta
del signor di Montalivet, m'intimò a un tratto un secondo ordine di
partenza. E mi fu forza cedere.
«Son questi i fatti.
«Uomini del Potere, che cosa sperate? che la vostra vergognosa
sommessione ai voleri della Santa Alleanza c'induca a tradire i nostri
doveri verso la Patria? o che le vostre insistenti persecuzioni possano
mai sconfortarci e stancarci di quella santa libertà che voi rinegaste
saliti appena al potere? Pensate di riuscire con una serie di atti
arbitrarî nella missione retrograda che v'assumeste di far germogliare
la diffidenza dove il vincolo di fratellanza va più sempre stringendosi?
o d'infondere un senso di riazione nei patrioti di tutte contrade contro
quella Francia alla quale voi soli contendete fati e missione?
«O credete, uomini abbiettamente codardi, cancellarvi di sulla fronte il
marchio meritato d'infamia, allontanando gli uomini che voi spingeste
sull'orlo dell'abisso per abbandonarli al pericolo, gli uomini la cui
presenza sul suolo francese è un sanguinoso rimprovero, un perenne
rimorso per voi? Non lo sperate. Quella macchia è incancellabile; ogni
giorno della vostra dominazione la fa più profonda; ogni giorno solleva
una voce di proscritto per maledirvi e gridarvi:
«Seguite, seguite! Voi ci rapiste libertà, patria, esistenza: rapiteci
or, se potete, anche la parola: rapiteci l'alito che ci reca un profumo
della nostra terra: rapite al proscritto la sola gioja ch'ei serbi sul
suolo straniero, quella d'affondare lontano sul mare lo sguardo dicendo
a sè stesso: _là è l'Italia!_ Seguite, seguite! D'una in altra
umiliazione trascinatevi ai piedi dello Czar, del Papa o di Metternich;
supplicate perchè vi si concedano ancora alcuni giorni d'esistenza,
offrendo in ricambio oggi la libertà d'un patriota, domani la di lui
testa. Seguite, seguite! Spingetevi più sempre innanzi sulla via che
attraverso il disonore conduce a rovina. È necessario, perchè i popoli
raggiungano salute, che voi possiate rivelarvi in tutta la nudità d'un
sistema d'inganno e di bassezza nuovo in Europa. È necessario, perchè la
santa causa trionfi, che si dimostri innegabilmente per voi
l'impossibilità d'una alleanza tra la causa dei re e quella dei popoli.
«Ma quando la misura sarà colma, quando la campana a stormo dei popoli
suonerà l'ora della libertà, e la Francia in armi vi chiederà: _come
usaste il potere ch'io v'affidai?_ guai a voi! popoli e re vi
respingeranno ad un'ora. Voi consegnaste la patria senza difesa alle
insidie dei despoti; cacciaste a piene mani il disonore sovr'essa;
faceste quasi retrocedere d'un passo l'associazione universale; per voi
la libertà delle nazioni fu data in pasto alla Santa Alleanza; per voi
s'invelenirono l'anime, s'annebbiarono di diffidenza i generosi
pensieri, s'interruppe il nobile moto di fratellanza che le giornate del
Luglio avevano iniziato. Poi, quando le vittime della vostra diplomazia,
dei vostri perfidi protocolli, vennero, siccome spettri, a chiedervi
asilo, voi le respingeste, le abbeveraste d'oltraggi, e cancellaste dai
vostri codici i diritti inviolabili della sciagura e il dovere ospitale.
«Quanto a noi, uomini d'azione, minorità sacra alla sventura, sentinelle
perdute della rivoluzione, diemmo, il dì che giurammo alla causa degli
oppressi, un addio solenne alla vita, alle sue gioje, a' suoi conforti.
Non entri in noi ira ingiusta o diffidenza fatale. La fazione ch'oggi
governa nulla ha di comune coi popoli che gemono conculcati come noi
gemiamo. Serbiamoci uniti, e stringiamo le file. L'ora della giustizia
verrà per noi tutti[14].»
_24 agosto 1832._ GIUSEPPE MAZZINI.
Dopo la Protesta, rincrudirono, com'era da aspettarsi, le persecuzioni.
Irritato della nostra ostinazione e sollecitato senza posa dagli agenti
dei nostri Governi, il Ministro Francese tentò tutte le vie per
sopprimere la _Giovine Italia_: intimò lo sfratto a parecchi tra i
nostri operai compositori e a taluni fra quei ch'egli supponeva
collaboratori: s'adoprò a impaurire il pubblicatore: minacciò di
sequestri: moltiplicò le ricerche per avermi in mano. Noi sostenemmo
virilmente la lotta: agli operai cacciati sostituimmo operai francesi:
un cittadino di Marsiglia, Vittore Vian, si fece _gerente_: i nostri si
dispersero nei piccoli paesi vicini al centro del nostro lavoro:
provvedemmo a trafugare le copie degli scritti appena escite dal nostro
torchio; e quanto a me, cominciai allora quel modo di vita che mi tenne
ventidue anni su trenta prigioniero volontario, fra le quattro pareti
d'una stanzuccia. Non mi rinvennero. Gli accorgimenti coi quali mi
sottrassi--le doppie spie che servivano, a un tempo, per poco danaro, al
prefetto e a me, inviandomi lo stesso giorno copia delle informazioni
date sul mio conto alle Autorità--il comico modo col quale, scoperto un
giorno il mio asilo, persuasi al Prefetto di lasciarmi partire,
invigilato da' suoi agenti, senza scandali e chiassi, poi mandai in mia
vece a Ginevra un amico che m'era somigliante della persona, mentr'io
passava tra i birri in uniforme di guardia nazionale--non entrano in
questo racconto che non mira a pascere la curiosità dei lettori
sfaccendati, ma a giovare d'indicazioni storiche e d'esempî il paese.
Basti ch'io rimasi per tutto un anno in Marsiglia, scrivendo,
correggendo prove, corrispondendo, abboccandomi a mezzo la notte con
uomini del Partito che venivano d'Italia e con taluni fra i capi
repubblicani di Francia.
Ed ebbe allora cominciamento, da una atroce calunnia, quella turpe
guerra sleale d'accuse non provate mai nè fondate, d'insinuazioni
impossibili a confutarsi, di sospetti introdotti in una pubblicazione
per giovarsene poi in un'altra, di congetture gesuitiche sulle
intenzioni, di frasi strappate all'insieme d'uno scritto e mutilate e
isolate e tormentate a farne escire un senso contrario alla mente dello
scrittore, che la polizia francese dei tempi di Luigi Filippo insegnò
alle polizie dei tirannucci italiani e che, continuata con insistenza
sistematica da storici, uomini in ufficio, gazzettieri anonimi,
scribacchiatori d'opuscoli e aspiranti a impieghi o sussidî, e spie e
trafficatori di parte _moderata_ per tutta Italia, ci seguì, come i
corvi gli eserciti, per oltre a trent'anni di vita; m'assalì sui
fianchi, alle spalle, raro o senza nome di fronte, latra anch'oggi e
ringhia e urla contro ogni mio atto vero o inventato di pianta, e
riuscì, colla plebe dei creduli e di quanti, irati nel segreto
dell'anima alla propria impotenza, abborrono, come i gufi la luce, chi
_fa_ o tenta di _fare_, ad accumulare nella mia patria, e qui dov'io
scrivo, le taccie di _comunista_, e _socialista settario_, d'uom di
sangue e di _terrorista_, d'ambizioso intollerante esclusivo e di
cospiratore codardo contro me che confutai stampando le sette
_socialistiche_ a una a una, chiamai il _terrorismo_ francese delitto
d'uomini tremanti per sè, sagrificai, non curando il biasimo de' miei
più cari, la predicazione delle mie credenze a ogni probabilità che si
facesse l'Italia per altra via, diedi lietamente l'opera mia nel
silenzio anche a uomini di parte avversa purchè giovassero, strinsi,
immemore di me stesso, la mano che avea scritto mortali e false accuse
sul conto mio quando m'apparve liberatrice, e affrontai con indifferenza
serena ogni sorta di pericoli, mentre gli accusatori non sognarono mai
di pericolo nella vita fuorchè di spiacere ai padroni. Guerra di tristi
bassamente e crudeli, perchè non paga di perseguitare colla forza chi
dissente da essi, tenta d'uccidere l'anima e l'onore dell'avversario:
guerra di vili, perchè combatte senza rischio e di sotto allo scudo del
potente, sopprime le difese colla violenza e si giova financo del
silenzio sdegnoso del calunniato a convalidar la calunnia: guerra fatale
ai popoli che non le impongono fine, perchè mette nella loro vita il
tarlo d'una immoralità che ne rode la fama al di fuori e la maschia
energia dell'azione al di dentro. E per questo ne parlo e mi toccherà
riparlarne.
L'accusa alla quale io alludo m'apponeva un assassinio e peggio, dacchè
un decreto d'assassinio è colpa peggiore. Il Governo Francese, irritato
del non potere trovarmi, pensò che infamandomi reo di delitto volgare,
avrebbe allontanato da me la stima e l'affetto che mi procacciavano
asilo. Però, raccolse dalle mani d'un agente di polizia un documento
storico al quale l'impostore aveva apposto il mio nome, e lo inserì, pur
sapendolo opera di falsario, nel _Monitore_.
Il 20 ottobre 1832 un Emiliani era stato assalito sulla strada e ferito
non mortalmente in Rodez, dipartimento delle Aveyron, da parecchi esuli
italiani. Il 31 maggio 1833, poco dopo pronunciata sentenza di cinque
anni di prigione contro i feritori, l'Emiliani e un Lazzareschi di lui
compagno, furono, in un caffè, mortalmente feriti da un giovine Gavioli,
esule del 1831. Ambi erano, a quanto poi seppi, spie del duca di Modena
e tenuti per tali dai loro compagni di proscrizione. Al tempo dei tristi
fatti io non sapea che esistessero; e m'erano egualmente ignoti i loro
aggressori.
Già pochi giorni dopo il primo ferimento, il Giornale dell'Aveyron avea
preparato il terreno all'accusa, e m'avea suggerito la protesta
seguente:
Al Direttore della _Tribune_.
«_Signore_,
«Il Giornale dell'_Aveyron_ nel suo numero del 27 ottobre, parlando del
triste fatto accaduto recentemente in Rodez e nel quale un Emiliani,
antico stalliere del Duca di Modena, fu ferito, s'esprime così:
«Le informazioni raccolte dal Prefetto lo conducono a credere che gli
assalitori italiani dello sventurato Emiliani non sono che strumenti dei
quali si giovano i capi del Partito detto della _Giovine Italia_ per
liberarsi di quei fra i loro compatrioti che non vogliono sottomettersi
ai loro Statuti.»
«Se il gazzettiere intende parlare degli uomini stretti a una fede
politica ch'essi credono sola capace di rigenerare la loro patria e i
principî della quale si svolgono nella pubblicazione mensile la _Giovine
Italia_, io sono, come Direttore di quella pubblicazione, uno fra i capi
di quel Partito. Credo quindi aver facoltà di rispondere per tutti
all'accusa.
«Io do la più solenne mentita al gazzettiere e a quanti si compiacessero
di ripeterne le affermazioni.
«Io sfido chicchessia a portare in campo la menoma prova di ciò che così
avventatamente s'afferma a danno d'uomini onorevoli per lo meno quanto
il gazzettiere dell'Aveyron, a danno d'uomini che la sventura non
foss'altro dovrebbe proteggere contro la calunnia.
«Aggiungo che l'idea d'un partito il quale si proporrebbe di spegnere
quanti non abbracciano i suoi Statuti è siffattamente assurda che solo
forse in Francia il gazzettiere dell'Aveyron può profferirla.
«La _Giovine Italia_ non ha stromenti: non accoglie se non uomini liberi
che liberamente abbracciano i suoi principî e non giurano se non di
sperdere, appena potranno, gli Austriaci.
«Ed è questa la mia risposta.
«Quanto a ciò che il gazzettiere si compiace d'aggiungere intorno _a
scene che i costumi francesi rispingono e che non potranno mai
nazionalizzarsi in Francia_, non monta occuparsene. Ogni Francese che
pensa prima di scrivere sa che gli agguati non appartengono specialmente
ad alcuna nazione e che si commettono in ogni luogo delitti respinti dai
costumi dei popoli. Gli assassini di Ramus e Delpech valgono di certo
quei che ferirono l'Emiliani.
«Credetemi, Signore, vostro
_30 ottobre 1832_[15]. «MAZZINI.»
Ma nel giugno 1833 comparve, come dissi, nel _Monitore_ una Sentenza
pronunziata da un Tribunale Segreto che condannava Emiliani e
Lazzareschi a morte, altri a diverse pene, col nome mio e quello di La
Cecilia come Preside e Segretario del Tribunale. L'artificio era
grossolano. Le date non corrispondevano alla possibile realtà.
L'italiano era pieno zeppo di errori grammaticali[16] ch'io non era uso
veramente a commettere. Protestai nuovamente, nei termini seguenti, nel
_National_.
«_Signore._
«Il _Monitore_ del 7 giugno contiene, a proposito d'un assassinio
commesso in Rodez, una pretesa esposizione dei fatti che precedettero e
accompagnarono quel triste evento; s'afferma in quella che la morte
d'Emiliani e di Lazzareschi è dovuta a una sentenza pronunziata
contr'essi da un tribunale segreto siedente in Marsiglia e appartenente
alla _Giovine Italia_. Il Monitore cita la sentenza in esteso e v'appone
il mio nome colla qualità di Preside del Tribunale.
«Ch'io sia stato cacciato di Francia senza cagione, senza difesa, per
solo arbitrio ministeriale e bench'io vivessi indipendente, fuori d'ogni
_deposito_ e di mezzi miei, non ha di che sorprendere alcuno come fatto
d'un Governo corrotto e corrompitore, che fu successivamente spergiuro
sui Pirenei, birro in Ancona, denunziatore in Frankfort, e persecutore,
in nome e a pro della Santa Alleanza, dovunque spuntava un raggio
d'indipendenza, dovunque s'incontrarono anime generosamente altere in
preda a sciagure virilmente durate. È tra noi, patrioti, ed esso guerra
mortale.
«Ma che dopo d'aver ferito s'infonda veleno nella piaga, dopo di aver
vibrato contro un nemico ogni saetta di persecuzione si vibri anche
quella della calunnia, dopo d'avergli tolto libertà, conforto, riposo,
si tenti togliergli anche l'onore, è cosa sì bassa che non vorremmo
trovarne colpevoli gli uomini stessi dello _stato d'assedio_.
«Io non ispenderò tempo a notare tutte le contradizioni che abbondano in
quella esposizione, lavoro perfido e assurdo, nel quale ogni cosa è
falsa dalla data della mia proscrizione ch'ebbe luogo nell'agosto, e non
dopo il novembre 1832, fino a quella della pretesa sentenza attribuita a
Marsiglia, mentre è citata nell'atto stesso una lettera indirizzata da
Marsiglia a non so qual punto: dall'asserzione che pone a risultato dei
procedimenti, iniziati in ottobre contro i supposti autori delle prime
ferite inflitte a Emiliani cinque anni di reclusione, mentre quei
procedimenti furono conchiusi da una assoluzione senza restrizioni fino
alla comunicazione della sentenza che il Ministero dichiara fattagli nel
gennajo 1833, mentre l'istruzione cominciata in ottobre, e proseguita
oltre il gennaio, non ne fa cenno.
«L'accusa parte da troppo basse sfere perch'io m'avvilisca a difendermi.
Ma davanti ai tribunali io chiederò conto al _Monitore_ dell'audacia
colla quale ei s'attentava di sottoscrivere quel documento col nome d'un
onesto, straniero financo a un pensiero di colpa. Chiederò come,
senz'altro indizio che una semplice copia della quale non fu provata
l'autenticità, s'osi chiamarmi assassino.
«Intanto i molti, che s'assunsero spontanei la mia difesa, hanno diritto
di esigere che io smentisca l'accusa.
«Però, la smentisco.
«Smentisco formalmente esposizione, sentenza, ogni cosa.
«Smentisco _Monitore_, gazzette semi-officiali e Governo.
«E sfido il Governo, gli agenti suoi, e le polizie straniere che
architettarono la calunnia, a provare una sola delle cose affermate a
mio danno; a mostrare l'originale della sentenza e la firma mia, a
scoprire una sola linea proveniente da me che possa far credere alla
possibilità d'un tale atto da parte mia.
«Vogliate, Signore, inserire ecc.
«GIUSEPPE MAZZINI.»
* * * * *
Il _Monitore_ tacque. L'originale non fu mostrato. Io non poteva allora,
celato in Marsiglia com'io era e non potendo quindi nè presentarmi nè
dar mandato legale a chi facesse le parti mie, iniziare il processo di
diffamazione. Se non che l'Autorità giuridica sciolse senz'altro il
problema. La Corte Suprema dell'Aveyron[17] decise che il delitto,
conseguenza di rissa, s'era commesso _senza premeditazione_. Più dopo,
credo nel 1840, Gisquet, Prefetto di Polizia nel 1833, scrivendo le sue
_Memorie_ e speculando, per far denaro, sugli aneddoti melodrammatici,
riprodusse l'accusa: poi, chiamato in giudizio da me, dichiarò stimarmi
onesto e incapace di misfatti e il tribunale pronunziò sentenza in quel
senso[18]. Più dopo ancora, nel 1845, un Ministro Inglese, Sir James
Graham, che aveva osato far rivivere la calunnia, fu costretto, da
informazioni attinte presso i Magistrati dell'Aveyron, a chiedermi scusa
in pubblica seduta di Parlamento. E nondimeno, da quella prima calunnia
ripetuta per più anni da gazzette e da libelli anonimi a uomini che non
avevano letto e non potevano, sotto la tirannide, leggere i documenti
officiali che la distruggevano, scese e si radicò lentamente nell'animo
di molti l'opinione ch'io mi fossi uomo di vendette tenebrose e di
sangue e che la _Giovine Italia_ avesse Statuti tremendi ai violatori
del giuramento e a quanti dissentissero dalle sue dottrine.
Io abborro--e quanti mi conoscono dappresso lo sanno--dal sangue e
da ogni terrore eretto in sistema, come da rimedî feroci, ingiusti
ed inefficaci contro mali che vogliono essere curati dalla
diffusione libera delle idee: credo la vendetta, l'espiazione e
altri simili concetti, posti finora a base del diritto penale,
tristissimi e sterili, sia che l'applicazione mova dalla _Società_
o dall'_individuo_; e non accetto guerra, lamentandone la necessità,
contro la forza materiale violatrice del dovere e del diritto umano,
se non aperta e leale, fuorchè in un caso--e avrò campo di dire qual
sia. Ma la _Giovine Italia_ che, separandosi dalle formole e dalle
abitudini vendicatrici dell'antica Carboneria, aveva abolito fin la
minaccia di morte contro il traditore spergiuro, non ebbe mai, dal
Centro che la dirigeva, se non uno Statuto, ed è quello che i
lettori possono vedere in questo volume. Soltanto, gli furono,
appunto nel tempo al quale si riferisce questo volume, aggiunte
alcune dilucidazioni morali che inserisco qui appresso. Nè mai ci
dipartimmo da quelle norme. A chi ci proponeva di spegnere traditori
o spie, rispondevamo: _additate i Giuda a tutti e basti per essi
l'infamia_. Quanto fu affermato o citato sul conto nostro da
scrittori infermi d'insania come d'Arlincourt e Cretineau Joly, o da
libellatori venduti come Bréval e Lahodde, è falso e apocrifo. Ben
possono a insaputa nostra essersi improvvisate modificazioni locali
al nostro Statuto da frazioni menome dell'Associazione; ma chi tra
gli onesti vorrebbe giudicare il Cattolicesimo sui giuramenti
orribili del Sanfedismo? È possibile che uno o altro nucleo
dell'Associazione abbia, nelle Romagne segnatamente, decretato il
pugnale contro disertori o denunziatori; ma chi tra gli onesti
vorrebbe apporre all'istituzione monarchica l'assassinio di Prina?
Le dilucidazioni date nel 1833 al nostro Statuto erano le seguenti:
«. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
«La _Giovine Italia_ ha per doppio scopo di riunire la gioventù nella
quale sta il nervo delle forze italiane sotto l'influenza d'uomini
veramente rivoluzionari, onde, allo scoppiare del moto, non ricada sotto
i primi che si presentano a impadronirsene, e di riunire in accordo per
capi o rappresentanti tutte le diverse società che in Italia s'adoprano,
sotto forme diverse, a ottenere Unità, Indipendenza, Libertà vera alla
Patria.
«Il primo intento è affidato, proporzionatamente ai loro gradi e alla
loro situazione, a tutti i membri della _Giovine Italia_. Il secondo è
serbato alla Centrale, e alle Congreghe Provinciali, sotto la direzione
della Centrale.
«_Principii politici e morali dell'Associazione:_
«Una Legge morale governa il mondo: è la Legge del PROGRESSO.
«L'uomo è creato a grandi destini. Il fine pel quale è creato è lo
sviluppo pieno, ordinato e libero di tutte le sue facoltà.
«Il mezzo per cui l'uomo può giungere a questo intento è
l'_Associazione_ co' suoi simili.
«I popoli non toccheranno il più alto punto di sviluppo sociale al quale
possono mirare, se non quando saranno legati in un vincolo unico sotto
una direzione uniforme regolata dagli stessi principî.
«La _Giovine Italia_ riconosce in conseguenza l'_Associazione universale
dei Popoli_ come l'ultimo fine dei lavori degli uomini liberi. Essa
riconosce e inculca con ogni mezzo la Fratellanza dei Popoli.
«Bensì, perchè i popoli possano procedere uniti sulla via del
perfezionamento comune, è necessario ch'essi camminino sulle basi
dell'Eguaglianza. Per essere membri della grande Associazione conviene
esistere, avere nome, e potenza propria.
«Ogni popolo, in conseguenza, deve, prima d'occuparsi dell'Umanità,
costituirsi in Nazione.
«Non esiste veramente Nazione senza Unità.
«Non esiste Unità stabile senza Indipendenza: i despoti, a diminuire la
forza dei popoli, tendono sempre a smembrarli.
«Non esiste Indipendenza possibile senza Libertà. Per provvedere alla
propria indipendenza è d'uopo che i popoli siano liberi, perchè essi
soli possono conoscere i mezzi per serbarsi indipendenti, essi soli
hanno a sagrificarsi per esserlo, e senza libertà non esistono interessi
che spingano i popoli al sagrifizio.
«La _Giovine Italia_ tende in conseguenza a conquistare all'Italia
l'Unità, l'Indipendenza, la Libertà.
«Quando il potere è ereditario e nelle mani d'un solo, non v'è libertà
durevole mai.
«Il potere tende sempre ad aumentare e concentrarsi.
«Quando il potere è ereditario, gli acquisti del primo fruttano al
secondo. L'eredità del potere toglie a chi ne è rivestito la coscienza
della sua origine popolare. Sottentrano per conseguenza nei Capi
ereditarî interessi particolari a quelli della Nazione; e inducono una
lotta che, presto o tardi, trascina la necessità d'una Rivoluzione. Ora
quando una nazione compie una Rivoluzione, essa deve cercare d'imporle
fine il più presto possibile, e non ha altro mezzo per questo che
troncare radicalmente ogni via per la quale si possa ricadere nella
lotta.
«Le Rivoluzioni si fanno col Popolo pel Popolo. Per produrre vivissimo
nel Popolo il desiderio della Rivoluzione conviene infondergli la
certezza che la Rivoluzione si tenta per esso. Per infondergli questa
certezza, è necessario convincerlo de' suoi diritti, e proporgli la
Rivoluzione come il mezzo d'ottenerne il libero esercizio. È necessario
per conseguenza proporre come scopo alla Rivoluzione un sistema
popolare, un sistema che enunzi nel suo programma il miglioramento delle
classi più numerose e più povere, un sistema che chiami tutti i
cittadini all'esercizio delle loro facoltà e perciò al maneggio delle
cose loro, un sistema che s'appoggi sull'eguaglianza, un sistema che
impianti il Governo sul principio dell'elezione largamente inteso e
applicato, ordinato nel modo meno dispendioso e più semplice.
«Questo sistema è il Repubblicano.
«La _Giovine Italia_ è repubblicana unitaria.
«Essa tende, in religione, a stabilire un buon sistema parrocchiale,
sopprimendo l'alta aristocrazia del clero.
«Essa tende, in generale, all'abolizione di tutti i privilegi che non
derivino dalla legge eterna della capacità applicata al bene; a
diminuire gradatamente la classe degli uomini che si vendono e di quelli
che si comprano; in altri termini a ravvicinare le classi, costituire il
Popolo, ottenere lo sviluppo maggiore possibile delle facoltà
individuali; a ottenere un sistema di legislazione accomodata ai
bisogni; a promovere illimitatamente l'educazione nazionale.
«Bensì, finchè il primo perno della Rivoluzione, ossia l'Indipendenza,
non sia ottenuto, essa riconosce che tutto deve essere rivolto a quello
scopo. Finchè quindi il territorio Italiano non sia sgombro dal nemico,
essa non riconosce che armi e guerra con tutti i mezzi. Una
dichiarazione di doveri, una di diritti, ma l'effetto sospeso fino
all'emancipazione del territorio: un Potere dittatoriale, fortemente
accentrato, composto d'_un individuo deputato per ciascuna
provincia_[19], riunito a consesso permanente, responsabile allo spirar
del mandato, vegliato nell'esercizio del suo potere dall'opinione
pubblica e dalla _Giovine Italia_ convertita in Associazione Nazionale:
primi provvedimenti intorno alla stampa, intorno ai giudizî criminali,
intorno alle annone, intorno all'amministrazione, e null'altro: creato
intanto Commissioni che maturino progetti di legislazione politica e
civile da presentarsi al Congresso Nazionale raccolto, libero il
territorio, in Roma: vietati gli accordi col nemico sul territorio: i
cittadini armati chiamati a guardar la città, a mobilizzarsi all'uopo e
recarsi in bande a infestare il nemico e servire d'ausiliarie
all'esercito Nazionale. Prima armi e vittoria, poi leggi e Costituzione.
«La _Giovine Italia_ predica questi principî. I mezzi coi quali essa si
propone d'ottenere l'intento sono l'armi e l'incivilimento morale.
«Pel primo, essa congiura, pel secondo, essa diffonde gli scritti
liberi, pubblica giornali, ecc.
«Congiurando e scrivendo, essa sa che la rigenerazione Italiana non può
compirsi che per mezzo d'una Rivoluzione Italiana davvero. Essa biasima
in conseguenza i movimenti parziali: essi non possono che aggravare la
nostra condizione. L'insurrezione d'un Popolo deve compiersi con forze
proprie. Dallo straniero non scendè mai libertà vera o durevole. La
_Giovine Italia_ s'ajuterà degli eventi stranieri, ma non fonderà su
quelli le proprie speranze.
«Tutti i suoi membri sono incaricati di diffondere queste norme
generali.
«_Ordinamento dell'Associazione:_
«Una Congrega Centrale:
«Una Congrega Provinciale per ogni Provincia Italiana composta di tre
membri:
«Un Ordinatore per ogni città:
«Federati propagatori:
«Federati semplici.
«La Congrega Centrale elegge le Congreghe Provinciali, trasmette le
istruzioni Generali, crea e mantiene l'accordo fra le Congreghe
Provinciali, comunica i segnali di riconoscimento necessarî alle
Congreghe, provvede alla stampa e alla sua diffusione, forma un disegno
generale d'operazioni, riassume i lavori dell'Associazione, accentra,
non tiranneggia.
«Ogni Congrega Provinciale tiene la somma delle cose della Provincia che
le è affidata e dirige il lavoro: crea i segnali per gli affratellati
della Provincia, trasmette le istruzioni della Centrale, inviando ad
essa di mese in mese relazione dei progressi dell'Associazione nella
Provincia, dei mezzi materiali raccolti, delle condizioni dell'opinione
nelle diverse località: osserva i bisogni e ne trasmette l'espressione
alla Centrale.
«L'ordinatore in ogni città, scelto dalla Congrega Provinciale, riassume
i lavori della città e ne trasmette il quadro di mese in mese alla
Congrega Provinciale. Gli elementi della sua corrispondenza con quella
sono a un dipresso gli stessi dei quali si compone la corrispondenza
della Congrega Provinciale colla Centrale.
«I Propagatori vengono eletti dall'Ordinatore e dalla Provinciale tra
gli uomini che hanno _core_ e _mente_: iniziano i semplici affratellati
e li dirigono secondo le loro istruzioni. Corrispondono ciascuno
coll'Ordinatore della loro città, e gli elementi della loro
corrispondenza sono a un dipresso gli stessi che formano la
corrispondenza dell'Ordinatore colla Provinciale. Trasmettono di mese in
mese all'Ordinatore il quadro del loro lavoro, e comunicano ai loro
subalterni le istruzioni che da lui ricevono.
«I semplici affratellati scelti dai Propagatori tra gli uomini che hanno
core, ma non mente bastevole a scegliere gli individui idonei, dipendono
dal loro Propagatore, a lui comunicano informazioni, osservazioni,
conoscenze, diffondono i principî della _Giovine Italia_, e aspettano la
chiamata.
«Ogni affratellato ha un nome di guerra.
«L'Associazione deve diffondersi, per ciò _segnatamente_ che riguarda le
classi popolari[20], nella gioventù, negli uomini che hanno succhiato le
aspirazioni del secolo.
«Gli affratellati devono, possibilmente, provvedersi d'un fucile e di
cinquanta cartucce. A quei che non possono, provvederanno le Congreghe
Provinciali.
«Gli affratellati versano all'atto dell'iniziazione una contribuzione
che continuerà mensilmente, quando nol vieti la loro condizione.
L'ammontare delle contribuzioni, trasmesso di mano in mano sino alla
Congrega Provinciale, sarà consacrato ai bisogni dell'Associazione,
nella Provincia, salva una quota serbata alla Centrale per viaggiatori,
stampe, compra d'armi, ecc.
«Determinazione di contribuzione e di riparto, esenzioni, forme di
iniziazione, e tutte le disposizioni d'ordine secondario, si lasciano
alle Congreghe Provinciali. La Centrale abborre da ogni tendenza
soverchiamente dominatrice e non impone se non quel tanto ch'è
strettamente necessario all'unità del moto e all'accordo comune.
«L'Associazione ha due ordini di segnali: gli uni, che non giovano se
non alle Congreghe Provinciali e ai viaggiatori che vanno dall'una
all'altra e da esse alla Centrale, e reciprocamente--e sono ideati e
trasmessi dalla Centrale: gli altri, che servono per gli affratellati
delle Provincie, sono scelti da ciascuna Congrega Provinciale,
comunicati alla Centrale, e variati ad ogni tre mesi, più frequentemente
se il bisogno lo esiga. S'anche quindi i segni d'una Provincia fossero
scoperti dalle polizie, l'altre provincie, avendoli diversi,
rimarrebbero fuor d'ogni rischio.»
Il nostro lavoro era coronato di successo. L'istinto Nazionale s'era
ridesto. La formola _Unità Repubblicana_ s'accettava con entusiasmo
dalla gioventù in tutte le provincie d'Italia. Gli uomini della
tirannide, il principe di Canosa, Samminiatelli, gli editori della _Voce
della Verità_ scrivevano contro noi, ma con sì pazza ferocia ch'ogni
loro assalto ci fruttava amici. Metternich presentiva l'importanza del
nostro lavoro e scriveva al Menz in Milano: _J'ai besoin de deux
éxemplaires complets de la_ Giovine Italia, _dont cinq volumes ont paru
jusq'ici. J'attends aussi toujours les deux exemplaires de la_ Guerra
per Bande[21]. La Società degli _Apofasiméni_ coi suoi affiliati delle
Romagne, diretta da Carlo Bianco si versava nelle nostre file; Carlo
Bianco entrava membro del nostro Comitato. La Società dei _Veri
Italiani_, che non s'era ancora, in quell'epoca, fatta regia, stringeva
alleanza con noi. E le reliquie della Carboneria che s'agitavano
tuttavia, _membra disjecta_, in alcune provincie Italiane, accettavano
la nostra fede, e la nostra direzione. In Francia, capo supremo di
quanti avevano, anteriormente a Luigi Filippo, dato il nome alla
Carboneria, e corrispondente venerato delle fratellanze segrete in
Germania e altrove, era il Buonarroti; e si poneva con me in contatto
regolare e fraterno. E in contatto con me stavano gl'influenti delle
nuove Associazioni repubblicane francesi, Goffredo Cavaignac, Armand
Marrast e gli arditi uomini della _Tribune_, Armand Carrel e i tattici
del _National_. Parole d'incoraggiamento ci venivano da Lafayette. Con
noi erano i capi dell'emigrazione Polacca. L'elemento Italiano
cominciava, mercè nostra, ad essere riconosciuto da quanti uomini di
progresso lavoravano uniti o indipendenti in Europa elemento importante
dell'avvenire. E in Italia erano uomini avversi, per istinto o paura, a
ogni cosa che fosse moto: non _moderati_. Gioberti, padre e pontefice
anni dopo della malaugurata consorteria e insultatore sistematico di me
e di tutti noi, accettava in Torino gli ordini del nostro lavoro e ci
scriveva inneggiando: _Io vi saluto, precursori della nuova Legge
politica, primi apostoli del rinovato Evangelo:... io vi prenunzio un
buon successo nella vostra impresa, poichè la vostra causa è giusta e
pietosa, essendo quella del popolo, la vostra causa è santa, essendo
quella di Dio... Ella è eterna e però più duratura della forma antica di
quello, il quale diceva: Dio e il prossimo; ma ora dice per vostra bocca
e del secolo: Dio e il Popolo... Noi ci stringeremo alla vostra bandiera
e grideremo Dio e il Popolo, e studieremo di propagar questo grido...
Combatteremo eziandio certi falsi amatori di libertà, che vogliono
questa senza il popolo o contro il popolo, malaccorti od ingiusti; certi
odiatori delle antiche aristocrazie... che, facendo rivoluzioni,
intendono a traslocare il potere in sè stessi divisi dal popolo, anzi
che farsi popolo e restituirgli i diritti rapiti: certi che vilipendono
e bistrattano il popolo con nomi spregevoli ed abborriti, con angherie,
con soprusi, ed aggravano il suo giogo colla stessa mano, con cui
tentano schermirsi da quello dei nobili e dei tiranni... Io vi prometto
francamente una costante disposizione e un vivo desiderio di morire con
voi, se v'è d'uopo, per la comune patria_[22].
L'ordinamento dell'Associazione era, a mezzo il 1833, potente davvero e
segnatamente in Lombardia, nel Genovesato, in Toscana, negli Stati
Pontificî. L'anima dell'Associazione Toscana era in Livorno, dove
Guerrazzi, Bini ed Enrico Mayer eran operosissimi e inspiravano Pisa,
Siena, Lucca, Firenze. Pietro Bastogi, oggi Ministro, era Cassiere del
Comitato. Enrico Mayer viaggiava a Roma, dov'ei fu per sospetti
imprigionato, poi, tornato in libertà, a Marsiglia per intendersi meco:
egli era uno dei migliori, più sinceri e devoti uomini, che mi sia stato
dato conoscere. Il Professore Paolo Corsini, Montanelli, Francesco
Franchini, Enrico Montucci, Carlo Matteucci, oggi Senatore del Regno, un
Cempini, figlio del Ministro, oggi, a quanto odo, calunniatore nostro
nella _Nazione_, insieme a Carlo Fenzi, cospiratore egli pure con me, un
Maffei ora avversissimo, e altri molti ch'or non importa nominare,
secondavano nelle varie città toscane l'inspirazione livornese.
Nell'Umbria, Guardabassi era capo del Comitato. Nelle Romagne, pressochè
tutti gli uomini che oggi, insigniti d'onori, impieghi e pensioni, ci
gridano la croce addosso, si agitavano irrequieti nelle nostre file; e
vivono ancora i popolani Bolognesi, che ricordano il Farini,
vociferatore di stragi nei loro convegni, e uso ad alzare la manica
dell'abito sino al gomito e dire: _ragazzi, bisognerà tuffare il braccio
nel sangue_. In Roma, avevamo un Comitato. In Napoli, Carlo Poerio,
Bellelli, Leopardi e gli amici loro facevano, quanto ai metodi, parte da
sè, ma si dichiaravano ai nostri viaggiatori, che tuttavia vivono, capi
d'un ordinamento potente, alleati, presti a fare collo stesso nostro
programma, e corrispondevano stenograficamente con me. In Genova, non
solamente i giovani della classe commerciale e gli influenti fra i
popolani, ma s'accostavano a noi, convinti della nostra potenza, gli
uomini del patriziato; i fratelli Mari, il Marchese Rovereto, i due
Cambiasi e Lorenzo Pareto, che fu poi Ministro, fra gli altri. In
Piemonte il lavoro procedeva più lento: nondimeno le nostre fila
toccavano tutti i punti importanti e si stendevano fino alle terre,
popolate d'arditi uomini, del Canavese: l'avvocato Azario, Allegra esule
ripatriato del 1821, Sciandra commerciante, Romualdo Cantara, Ranco,
Moia, Barberis, Vochieri, Parola, Maotino Massimo, Depretis, un ex
militare Panietti d'Ivrea, un Re di Voghera, Stara e altri parecchi
s'adopravano alacremente. E uomini collocati più in alto, e ch'or non
giova additare, non s'affratellavano regolarmente all'Associazione, ma
lasciavano sapere che dove l'impresa s'iniziasse potente,
l'ajuterebbero. Con copia d'elementi siffatti e coi pericoli che la
duplice parte, di congiura e d'apostolato, alla quale si era astretta
l'Associazione, trascinava con sè, bisognava giovarsi dell'entusiasmo
crescente prima che le persecuzioni venissero ad ammazzarlo, e pensare
seriamente all'_azione_.
Così facemmo.
Base dell'azione dovevano essere le provincie Sarde. Forti di mezzi,
d'armi ordinate, d'influenza morale e d'abitudini di disciplina che
avrebbero fruttato a qualunque riuscisse a impadronirsene, gli Stati
Sardi avevano due punti strategici d'alta importanza, Alessandria e
Genova; ed erano appunto quelli pei quali eravamo più potenti
d'affiliazioni. Un moto nel Centro, più agevole forse, non offriva
appoggio di forze reali e non avrebbe suscitato l'entusiasmo di tutta
l'Italia. D'altra parte, io era certo che al primo annunzio del moto,
l'Austria avrebbe occupato, coll'assenso di Carlo Alberto, il Piemonte e
resa quindi impossibile ogni azione diretta o rapida sulla Lombardia,
nella quale io aveva fin d'allora fede grandissima. D'un moto in Napoli
e delle norme colle quali procederebbe non potevamo, mercè la
semi-indipendenza nella quale si stavano gli elementi coi quali eravamo
in contatto, non potevamo starci mallevadori. E inoltre, il convertire
ciò che deve essere _riserva_ in _centro_ del moto, non mi sembrava,
checchè dicessero i militari, buona strategìa di rivoluzione. Movendo in
Napoli, noi non eravamo certi che per invasione degli insorti o per
altra via, il moto si sarebbe diffuso rapidamente all'altre parti
d'Italia; e io temeva la tendenza pur troppo naturale in tutti i paesi
ad aspettare lo sviluppo d'ogni moto che s'operi dietro ad essi, e
sognare disegni dottamente complessi d'insurrezione quando il nemico
assalitore e respinto può collocarsi tra due forze ostili e vedersi
staccato dalla sua base. Di pretesti siffatti all'inerzia, suggeriti ed
accettati con arte profonda e sempre fatale alle insurrezioni, erano
frequenti nel passato gli esempî. Una insurrezione nel Mezzogiorno non
scemava un solo dei pericoli che le insurrezioni del Centro e del
Settentrione avrebbero dovuto affrontare; un moto in Piemonte salvava
invece dal primo urto dell'armi straniere Mezzogiorno e Centro ad un
tempo. Battuti in Piemonte potevamo appoggiarci su quel terreno come su
potente riserva. Poi--e questa è ragione ch'io riteneva importante,
comechè poco intelligibile a quanti non vedono in una rivoluzione che un
problema di strategia regolare--ogni rivoluzione operata in un popolo
addormentato da secoli sviluppa vulcanicamente tremende le forze latenti
ch'essa possiede se provocata e sollecitata da pericoli che possono
riescirle mortali, intorpidisce e si consuma nel sonno e nelle illusioni
se abbandonata a sè stessa e secura. Il nostro nemico era l'Austria.
Bisognava cacciarle il guanto dai primi giorni, fidare nella Lombardia e
assalirla invece di aspettarne gli assalti. L'entusiasmo della guerra
allo straniero, abborrito da tutti com'era, avrebbe sopito ogni interno
dissidio e fondato l'Unità nell'azione comune.
Per queste e altre ragioni determinai che l'iniziativa dell'insurrezione
Nazionale si tenterebbe nelle terre Sarde, perni Genova e Alessandria;
noi esuli invaderemmo, appena dato il segnale dall'interno, la Savoja,
non solamente per dividere le forze ostili e per aprire un varco sino al
centro del moto agli uomini che l'esperienza acquistata al di fuori
chiamava a capitanarla civilmente e militarmente, ma per cacciare un
anello tra i nostri e i repubblicani di Francia, che allora accennavano
a diventare potenti e preparavano, tra gli operai, elementi numerosi di
riscossa in Lione.
Tentammo l'esercito. Trovammo gli alti ufficiali renitenti, i bassi
vogliosi di mutamento e arrendevoli al concetto dell'Italia Una e
Repubblicana. Riuscimmo a impiantare relazioni con quasi tutti i
reggimenti: nuclei d'attivi in alcuni e fila più numerose
nell'artiglieria in Genova e in Alessandria, dove stava a guardia degli
arsenali. Affratellammo caporali, sergenti e capitani; a contatto
continuo coi loro soldati son essi più influenti dei capi; e ricordavamo
i Cavalleggeri che disubbedienti, nel 1821, alla chiamata del loro
colonnello Sammarzano, s'erano poco dopo lasciati trascinare
all'insurrezione da un semplice capitano, l'adesione della legione
procacciata dal sergente Gismondi e altri fatti consimili. Taluno fra i
generali, presti sempre a seguire chi vince--Giflenga tra gli
altri--promise cooperazione a patto che ci mostreremmo forti.
Acquistammo in sostanza convincimento che l'esercito osteggerebbe o no a
seconda del carattere che la prima mossa assumerebbe; e sarebbe in ogni
modo tiepido nel resistere.
Proposi il moto e chiesi ajuti pecuniari alle Congreghe. La proposta fu
accolta. Gli ajuti furono dati, benchè al solito inferiori al bisogno e
al dovere. Strana cosa, ma vera: gli uomini della libertà danno,
occorrendo, il sangue, restii a dare il danaro che potrebbe risparmiarlo
sovente.
Comunicato il disegno generale del moto ai nostri di Genova, di
Alessandria, di Vercelli, di Torino, della Lomellina, io mi preparai a
trasferirmi da Marsiglia a Ginevra, da dove io dovea preparar gli
elementi per l'insurrezione nella Savoja. Ma prima, volli intendermi coi
repubblicani di Francia.
Cavaignac e gli uomini della _Tribune_ non avevano bisogno
d'eccitamenti; fremevano azione. Non così gli uomini del _National_,
diffidenti dell'elemento operajo sul quale i primi appoggiavano tutte le
loro speranze in Lione. Pregai Carrel di recarsi in Marsiglia e venne.
Cavaignac si recava intanto a Lione.
Armand Carrel, ch'io vidi in casa di Demostene Ollivier, membro nel 1848
dell'Assemblea, era uomo signorile nei modi, freddo in apparenza, ma
capace d'energia quando lo esigessero le circostanze, chiaramente onesto
e tale da provocar fede assoluta nelle sue promesse, più amico della
repubblica che non dei repubblicani, e poco disposto a fiducia negli
operai dai quali lo tenevano discosto le abitudini della vita e certe
tendenze militari rimastegli dal primo periodo della gioventù e
accarezzate da lui. Intelletto acuto, non vasto, analitico più ch'altro,
educato a scuole di materialismo e veneratore del secolo XVIII, credente
nella teorica dei _diritti_ e presto a dare fatiche e vita al suo
trionfo più per senso d'onore e generosità d'indole che non per dovere
religiosamente supremo, _intendeva_ molte delle aspirazioni del secolo,
ma non _sentiva_ profondamente che quelle di libertà. E il suo ideale
era la repubblica come s'intende in America, dove l'_individuo_ è
sovrano, la missione sociale di chi regge fraintesa e il diritto
personale ogni cosa. Più in là non andava o a disagio, e le questioni
sociali lo impaurivano. Logico per natura, si sentiva tratto a desumere
le ultime conseguenze della dottrina che ha per base l'_individuo_ e tra
queste il _federalismo_; insinuava infatti a ogni tanto il _federalismo_
per l'Italia, per la Spagna, per la Germania, unitario per la Francia,
tra perchè l'Unità era fatto compiuto, tra perchè l'istinto dominatore
francese potentissimo in lui gli mostrava perpetua la supremazia della
sua Nazione nella debolezza delle confederazioni all'intorno. Le sue
idee andavano nondimeno migliorando e allargandosi a più vasto
orizzonte, quand'egli morì; e ne fanno fede i suoi ultimi articoli. Morì
sulla breccia, repubblicano com'era vissuto, puro d'ogni basso affetto,
d'ogni immoralità, d'ogni servile tendenza alla ricchezza o al potere,
amato da chi lo conobbe dappresso, rispettato da' suoi nemici.
Fermammo accordo tra noi che se l'Italia avesse iniziato il moto
repubblicano, ei si sarebbe unito a Cavaignac per affrettare
l'insurrezione Lionese e l'avrebbe secondata in Parigi.
Intanto, un incidente, irrilevante per sè, sperdeva tutto il disegno.
La diffusione non foss'altro dei nostri scritti, malgrado lo zelo posto
dalla Polizia a impedirla, avvertiva il Governo che un lavoro segreto,
potente esisteva nelle Provincie Sarde; e da più mesi era posta in opera
ogni arte per discoprirne le fila e il centro, ma senza successo.
Cercavano quel centro dove non era, nell'alte sfere sociali e tra gli
antichi cospiratori del 1821; non ideavano neppure che una Associazione,
visibilmente numerosa e capace d'eludere le instancabili inquisizioni
della polizia mettesse capo a pochi giovani di nome ignoto e ricchi non
d'altro che d'energia di volere e d'attività senza pari.
Però temendo di porre sull'avviso, col vibrar colpi in fallo, i veri
cospiratori, spiavano gli indizî senza procedere. E l'insurrezione
avrebbe potuto coglierli all'impensata.