* * * * *
La lettera, pubblicata in Marsiglia, entrò in Italia in piccolo numero
d'esemplari indirizzati, dacchè io non aveva allora altri modi, in via
epistolare e per posta a uomini ch'io non conosceva se non di nome, in
diverse città dello Stato Sardo. La violazione delle lettere non v'era
ancora, come fu poi, ridotta a sistema. Ma tre o quattro ristampe
clandestine la diffusero poco dopo per ogni dove. Il re l'ebbe e la
lesse. Non andò molto che una Circolare governativa spedita a tutte le
autorità di frontiera dava i miei connotati, perchè, s'io mai tentassi
introdurmi, fossi imprigionato senz'altro. S'avveravano le previsioni
del Libri.
Lo scritto intanto era accolto dai giovani con favore, indizio ch'io
parlando dichiaratamente d'Unità di Patria trovava un'eco nell'anime
incerte, inconscie fin allora delle loro tendenze ingenite. Raccolsi
quell'indizio con vera gioja. Era il primo conforto ad osare. L'Unità,
comechè presentita di secolo in secolo da taluni fra i nostri Grandi,
era, era sul campo della politica _pratica_, ciò che gli uomini
battezzano, sorridendo, del nome _utopia_. Nessuno la sospettava
possibile. La parte più illuminata della vecchia emigrazione era
universalmente _federalista_. Nè credo che da Melchiorre Gioja in fuori
in un libriccino dimenticato, un solo degli scrittori politici sorti in
Italia nel periodo dell'invasione francese contemplasse l'unità politica
della patria comune. Miravano a una lega di Stati. E d'altra parte la
questione di _libertà_ preoccupava più assai le menti che non quella
della Nazione. Or dove mai può essere libertà dove la forza non
l'assecura? E da qual principio può scendere un'associazione di liberi
se non dai _diritti_ dell'individuo o dal principio d'una comune
missione fidata da Dio a tutti quanti i figli d'una stessa terra? A me
la dottrina dei _diritti_, dottrina americana, inglese, francese del
XVIII secolo, pareva fin d'allora metà del problema, e impotente tanto a
fondare Governo vero quanto a promovere l'Educazione progressiva dei
Popoli.
Le illusioni fondate su Carlo Alberto sfumavano rapidamente davanti a'
primi suoi atti. E' non aveva neppure decretato il richiamo degli esuli
che avevano giurato con lui, molti de' quali erano stati trascinati
nella congiura del 1821 dal solo suo nome e parecchi gli erano stati
ajutanti, compagni, amici. Ripensai, interrogai prima di decidere. Carlo
Bianco, col quale io viveva allora in Marsiglia, mi comunicò l'esistenza
d'una società segreta capitanata da lui sotto l'alta direzione di
Buonarroti chiamata degli _Apofasimèni_. Era un ordinamento militare
complesso di simbolismo, giuramenti e gradi molteplici che uccidevano
colla disciplina l'entusiasmo del core, sorgente d'ogni grande impresa;
e mancava inoltre d'un principio _morale_ predominante. Ora, io non
concepiva una Associazione se non come _educatrice_ a un tempo e
insurrezionale. L'armonia fra il _pensiero_ e l'_azione_ signoreggiava
in me ogni concetto. E finalmente i moti del Centro erano, nel mio modo
di vedere, un colpo mortale alla supposta vitalità dell'Associazione. O
gli _Apofasimèni_, io diceva a Bianco, si frammisero ad essi, e sono a
quest'ora esuli, dispersi o noti; o si tennero in disparte, ed è prova
che non erano forti. Più dopo, conobbi alcuni dei capi, un Berardi,
parmi, di Bagnacavallo tra gli altri: erano inetti o, come quest'ultimo,
spie.
L'esistenza o no d'altra società non era del resto cagione di dubbiezze
per me: m'era chiaro che dopo una disfatta come quella dell'insurrezione
del Centro d'Italia, non esisteva possibilità di successo se non per un
lavoro rifatto di pianta con elementi non noti e giovani. Ma si trattava
di ben altro. Si trattava di tentar d'avviare l'educazione morale d'un
popolo: si trattava di cercare non solamente che l'Italia fosse, ma che
sorgesse grande, forte, degna delle sue glorie passate e colla coscienza
della sua missione futura. E tutte le mie convinzioni erano
diametralmente opposte alle tendenze predominanti. L'Italia era
materialista, machiavellizzante, credente nella iniziativa francese,
tendente a emanciparsi e migliorare le proprie condizioni nei diversi
suoi Stati più che a ricomporsi in Nazione, poco curante dei principî
supremi e presta ad accettare ogni forma di reggimento, ogni ajuto, ogni
uomo che promettesse sottrarla ai suoi patimenti immediati. Io credeva,
allora più per istinti che per dottrina, che il problema dell'oggi fosse
problema religioso e tutti gli altri gli fossero secondi. Ciò ch'altri
chiamava _teorica_ di Machiavelli non era per me che Storia e Storia
d'un periodo di corruttela e decadimento che bisognava sotterrar col
passato. Mi fremeva dentro il pensiero dell'_iniziativa_ Italiana e a
ogni modo io sentiva che non si risorge senza fede in sè, e che quindi
bisognava prima d'ogni altra cosa distruggere la servile soggezione
all'influenza francese. E per questo era mestieri mover guerra
all'idolatria degli _interessi_ immediati e sostituirle il culto dei
principî, del Giusto, del Vero, e convincer l'Italia che il sagrificio e
la costanza nel sagrificio erano le sole vie per le quali conseguirebbe,
quando che fosse, vittoria.
La Carboneria--traduco qui alcune pagine[5] ch'io scrissi per gli
Inglesi nel 1839, perchè compendiano lo idee che mi s'affaccendavano
nella mente allora e mi determinarono a fondare la _Giovine Italia_--la
Carboneria m'appariva come una vasta associazione _liberale_, nel senso
attribuito a quel vocabolo in Francia sotto la monarchia di Luigi XVIII
e di Carlo X, efficace a diffondere lo spirito d'emancipazione, ma
condannata dall'assenza d'una fede positiva, determinata a mancare di
quella potente unità, senza la quale riesce impossibile il trionfo
pratico d'ogni difficile impresa. Sorta, in sul maturarsi della caduta
d'una gigantesca ma tirannica unità, l'unità napoleonica, tra i
frammenti d'un mondo, tra giovani speranze e vecchie pretese a
contrasto, tra presentimenti tuttavia mal definiti di popolo opposto ai
ricordi d'un passato che i Governi si preparavano a dissotterrare, la
Carboneria aveva portato l'impronta di tutti quei diversi elementi e si
era affacciata in dubbia attitudine nel crepuscolo diffuso in quel
periodo di crisi su tutta Europa. La protezione regia incontrata al suo
nascere e finchè s'era sperato in essa uno stromento di guerra contro la
Francia Imperiale, aveva più sempre contribuito a comunicare
all'Istituzione quella incertezza di moti che sviava gli animi dalla
vera idea nazionale[6]. Vero è ch'essa aveva, tradita, respinto poi quel
giogo da sè; ma serbando inconscia taluna fra le antiche abitudini e
segnatamente una fatale tendenza a cercar capi nell'alte sfere sociali e
a considerare la rigenerazione Italiana come parte più degli ordini
superiori che non del popolo, principale operatore delle grandi
rivoluzioni. Ed era errore vitale, inevitabile bensì ad ogni consorteria
politica alla quale manchi una salda religiosa credenza in un vasto e
fecondo principio, bandiera suprema su tutti eventi. Or siffatto
principio mancava alla Carboneria. Essa non aveva per arme che una
semplice negazione: chiamava gli uomini a rovesciare, non insegnava il
come s'inalzerebbe sulle rovine dell'antico il nuovo edifizio.
Esaminando il problema, i Capi dell'Ordine avevano trovati tutti gli
Italiani concordi sulla questione d'Indipendenza, non su quella
dell'Unità Nazionale o sul modo d'intendere la Libertà. Impauriti dalle
difficoltà e incapaci di scegliere risolutamente tra i diversi partiti,
s'appigliarono a una via di mezzo e scrissero sulla bandiera
_Indipendenza e Libertà_; di definire il come dovesse intendersi e
provocarsi la Libertà non curarono: il paese, dicevano--e il paese era
per essi nell'alte classi della società--deciderebbe più tardi. La
parola _unione_ fu similmente sostituita alla parola _Unità_, e il campo
lasciato aperto ad ogni possibile ipotesi. D'eguaglianza non facevano
motto o richiesti ne parlavano con modi sì incerti che ogni uomo poteva
a seconda delle proprie tendenze interpretarla politica, civile, o
semplicemente cristiana. Così senza porgere soddisfacimento ai dubbî che
agitavano le menti, senza dire a quei ch'essa chiamava a combattere
quale programma potrebbero offrire al popolo che doveva secondarli, la
Carboneria s'era data ad affratellare. E aveva trovato in tutte le
classi copia d'adepti, perchè in tutte era copia di malcontenti ai quali
non si chiedeva se non di prepararsi a distruggere la condizione di cose
esistenti e perchè il profondo mistero ond'erano ravvolti i menomi Atti
della Setta affascinava la fantasia oltremodo mobile degli Italiani. Il
presentimento delle esigenze di quella moltitudine d'affratellati
ripartiti fra le spire della intricata molteplice gerarchia suggeriva
l'adozione di numerosi, strani, incomprensibili simboli che celassero il
vuoto delle dottrine; poi l'ingiunzione d'una cieca obbedienza ai cenni
di capi invisibili. Ma era difesa contro quelle esigenze, più che mezzo
d'azione; e però l'esecuzione delle prescrizioni procedeva fiacca e a
rilento. La severità della disciplina era men di fatti che di parole.
La forza numerica della Società aveva a ogni modo raggiunto un grado di
potenza ignoto a quante altre associazioni vennero dopo. Ma la
Carboneria non aveva saputo trarne partito. Diffusa nel popolo, non
aveva fede in esso: non lo cercava per condurlo dirittamente all'azione,
ma per attirare con quell'apparato di forze gli uomini d'alto rango nei
quali solamente essa riponeva fiducia. L'ardore dei giovani affratellati
che sognavano patria, repubblica, guerra e gloria davanti all'Europa era
fidato alla direzione d'uomini vecchi d'anni, imbevuti dell'idea
dell'Impero, freddi, minuziosi, diseredati d'avvenire e di fede, che lo
ammorzavano invece di suscitarlo. Più dopo, quando il numero gigantesco
degli affigliati e la impossibilità di serbare più a lungo il segreto la
convinsero che bisognava operare la Carboneria, aveva sentito il bisogno
d'una unità più potente, e non sapendo trovarla in un _principio_, s'era
data a cercarla in un _uomo_, in un principe. Ed era stata la sua
rovina..............
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Intellettualmente, i Carbonari erano machiavellici e materialisti.
Predicavano libertà politica, e dimenticando che l'uomo è _uno_, quei
tra loro che si occupavano di letteratura, predicavano sotto il nome di
_classicismo_ la servitù letteraria. Si dicevano nel loro linguaggio
simbolico Cristiani e intanto, confondendo superstizione e fede, papato
e religione, disseccavano il vergine entusiasmo dei giovani con uno
scetticismo rubato a Voltaire e negazioni rubate al secolo XVIII. Erano
_settarî_, non apostoli di una religione nazionale. Ed erano tali nella
sfera politica. Non avevano fede sincera nelle Costituzioni, ridevano
fra di loro della monarchia; e l'acclamavano nondimeno, dapprima perchè
s'illudevano a trovare in essa una forza della quale pensavano
abbisognare; poi perchè la monarchia li liberava dall'obbligo di guidare
le moltitudini ch'essi temevano e mal conoscevano; da ultimo perchè
speravano che il battesimo regio dato alla insurrezione avrebbe
ammansato l'Austria o conquistato l'ajuto di qualche grande potenza,
Francia o Inghilterra. Avevano dunque cacciato lo sguardo su Carlo
Alberto in Piemonte, sul principe Francesco in Napoli: d'indole
naturalmente tirannica il primo, ambizioso, ma incapace di grandezza;
ipocrita e traditore fin da' primi suoi passi il secondo; e avevano
commesso all'uno ed all'altro i fati d'Italia, lasciando al futuro di
porre in accordo le mire inconciliabili dei due pretendenti.
I fatti intanto avevano dimostrato quali siano le inevitabili
conseguenze del difetto di principî negli uomini che si pongono a capo
delle rivoluzioni, e come la forza spetti veramente non alla _cifra_, ma
alla _coesione_ degli elementi che si adoprano a raggiungere il fine. Le
insurrezioni avevano avuto luogo senza ostacoli gravi; ma rapidamente
seguite dalla interna discordia. Compita la loro promessa di
_rovesciare_, gli affigliati dei Carbonari erano tornati ciascuno alle
proprie tendenze, e s'erano divisi su ciò che importasse fondare. Gli
uni avevano creduto di cospirare per una unica monarchia, altri pel
federalismo; molti parteggiavano per la Costituzione francese, molti per
la Spagnola: taluni per la repubblica o per non so quante repubbliche; e
tutti lagnandosi d'essere stati ingannati. I Governi provvisorî s'erano
trovati indeboliti in sul nascere dall'opposizione aperta degli uni e
dalla inerzia calcolata degli altri. Quindi le diffidenze, l'incertezza
di quei Governi e i pretesti al non fare, cercati in una opposizione che
non potea vincersi se non facendo, e il popolo e i giovani volontarî
lasciati senza sprone, senza ordinamento, senza intento determinato.
Quindi l'assenza di libertà vera nella scelta dei mezzi, perchè la
monarchia scelta a capitanare le insurrezioni traeva seco vincoli e
tradizioni d'ogni genere ostili all'ardito sviluppo del principio
insurrezionale. La logica vuole in ogni tempo il suo dritto. I capi del
moto avevano dichiarato implicitamente incapace il popolo d'emanciparsi
e governarsi da sè: bisognava dunque astenersi dall'armarlo, dal
suscitarlo di soverchio a frammettersi nelle cose: bisognava
sostituirgli una forza, cercarla al di fuori ai gabinetti stranieri, e
ottenere promesse menzognere a patto di concessioni reali: bisognava
lasciare ai principi la libera scelta dei loro ministri e dei
condottieri degli eserciti, anche a rischio--avverato più dopo--di
vederli scelti traditori o incapaci e di vedere i principi stessi
sfuggire in un subito al campo nemico o andare a gittar l'anatema
sull'insurrezione da Laybach.
La rivoluzione napoletana era caduta in Napoli dopo avere esaurito ad
una ad una le conseguenze fatali di un primo errore; dopo aver negato
sui primi giorni la tendenza nazionale col rifiuto di Pontecorvo e di
Benevento, città appartenenti allora agli Stati Romani ma circondate
dalle terre napoletane e che avevano, insorgendo esse pure, chiesto di
confondersi coi popoli emancipati; dopo aver decretato che la guerra
sarebbe puramente difensiva e che l'esercito austriaco spinto nel core
non dovea considerarsi nemico se non quando traverserebbe la frontiera
napoletana; dopo avere insomma spenta ogni fiamma d'insurrezione
nell'Italia Centrale. E l'insurrezione piemontese, sorta quando già
quelli errori erano stati commessi nel Sud e insegnavano il come
evitarli; mentre la fremente Lombardia, sguernita di forze Austriache
eguali all'incarico di reprimere, potea, con soli 25,000 uomini
sommoversi da un capo all'altro, e quei 25,000 uomini potevano avviarsi
una settimana dopo l'insurrezione, era caduta non tentando questo nè
altro, inceppata dagli stessi vincoli, condannata dalla stessa
influenza che avevano impedito il moto due mesi prima, quando il Sud era
libero e poteva ordinarsi la difesa comune[7].
Nè mai--anche limitandosi a scorrere la Storia onesta ma imperfetta del
moto scritta da Santarosa--erano state più visibili le tristissime
conseguenze d'un tristo programma. Un proclama di Carlo Alberto, capo
del Governo Rivoluzionario, aveva largito _amnistia_ alle truppe che lo
avevano fondato. La Giunta s'era avvilita in negoziati coll'ambasciatore
russo, conte Mocenigo, che offriva sfrontatamente perdono ai cospiratori
e _qualche speranza_ d'una Carta Costituzionale. Erano uomini
d'innegabile patriotismo e di core, e giurati tutti alla Carboneria; e
nondimeno tremanti fra le esigenze della rivoluzione e le forme
accettate della legalità monarchica, costretti a derivare ispirazioni da
un uomo che in fondo del core sprezzavano e temevano li tradirebbe un dì
o l'altro, consapevoli del diritto e non osando affermarlo, avevano
preteso di mutare le istituzioni del paese senza mutare gl'impiegati
della vecchia amministrazione o i capi dell'esercito stretti al
giuramento di mantener la tirannide; avevano lasciato il Governo di
Novara al conte di Latour e quello della Savoja al conte d'Andezene,
ambi nemici aperti della causa rivoluzionaria; avevano preveduto e
predetto la guerra e, per timore che il programma monarchico potesse
essere presto o tardi violato, negate l'armi al popolo che le chiedeva,
differito indefinitamente l'adunarsi delle assemblee elettorali, e
negletto ogni atto capace d'affratellare alla rivoluzione le
moltitudini, sino alla revoca del decreto col quale Genova insorta aveva
ridotto il prezzo del sale a metà. Erano caduti, fuggiti, non davanti
alla forza che poteva con onore combattersi, ma davanti a un sofisma
innestato nel programma rivoluzionario.
Tale m'appariva la carboneria: vasto e potente corpo, ma senza capo:
associazione alla quale non erano mancate generose intenzioni, ma idee,
e priva non del sentimento nazionale, ma di scienza e logica per ridurlo
in atto. Il _cosmopolitismo_ che una osservazione superficiale d'alcune
contrade straniere le avea suggerito, ne aveva ampliato la sfera, ma
sottraendole il punto d'appoggio. L'eroica educatrice costanza degli
affratellati e il martirio intrepidamente affrontato avevano grandemente
promosso quel senso d'eguaglianza ch'è ingenito in noi, preparato le vie
all'unione, iniziato a forti imprese con un solo battesimo uomini di
tutte provincie e di tutte classi sociali, sacerdoti, scrittori,
patrizî, soldati e figli del popolo[8]. Ma la mancanza d'un programma
determinato le aveva tolto sempre la vittoria di pugno.
Queste riflessioni m'erano suggerite dall'esame dei tentativi e delle
disfatte della Carboneria. E i fatti appena allora conchiusi dell'Italia
Centrale mi confermavano in esse, additandomi a un tempo altri pericoli
da combattersi: primi fra i quali erano quello di collocare le speranze
della vittoria nell'appoggio di governi stranieri e quello di fidare lo
sviluppo, il maneggio delle insurrezioni a uomini che non avevano saputo
iniziarle.
Nei fatti del 1831, il progresso delle tendenze s'era rilevato
innegabile. L'insurrezione non aveva invocato come necessità
indeclinabile l'iniziativa dell'alte classi o della milizia: era sorta
dalla gente senza nome, dalle viscere del paese. Dopo le tre giornate di
Parigi, il popolo in Bologna s'affollava all'Ufficio Postale. I giovani
salivano nei caffè sulle sedie e leggevano ad alta voce i giornali agli
astanti. Si preparavano armi, s'ordinavano compagnie di volontarî, si
sceglievano i capitani. I comandanti la truppa dichiaravano al prolegato
che non assalirebbero i cittadini. Lo stesso aveva luogo nell'altre
città. L'eco del cannone sparato, nella notte del 2 febbrajo in Modena,
contro la casa di Ciro Menotti aveva dato il segnale. Bologna s'era
levata il 4.--Il 5, il popolo di Modena, riavuto dallo stupore, aveva
cacciato in fuga duchi e duchisti; Imola, Faenza, Forlì, Cesena, Ravenna
s'erano emancipate. Il 7, Ferrara aveva seguito l'esempio: gli austriaci
s'erano ritratti. Pesaro, Fossombrone, Fano ed Urbino s'erano, l'8,
liberate dei loro Governatori. Il moto aveva trionfato il 13 in Parma:
poi in Macerata, Camerino, Ascoli, Perugia, Terni, Narni ed in altre
città. Ancona, dove il colonnello Sutterman s'era mostrato in sulle
prime disposto a resistere, aveva ceduto davanti ad alcune compagnie di
soldati e di guardie nazionali comandate da Sercognani. E tutto questo
s'era operato per impulso di popolo, per entusiasmo collettivo che si
stendeva alla donna e ai canuti; mentre le prime lavoravano coccarde e
bandiere, parecchi tra i veterani del Grande Esercito mostravano ai
giovani lievemente diffidenti le cicatrici delle antiche ferite, dicendo
loro: _noi le riportammo difendendo il nostro paese_. Così il 25
febbrajo due milioni e mezzo quasi d'Italiani avevano abbracciata la
Causa Nazionale, presti a difesa od offesa per l'emancipazione degli
altri loro fratelli.
Ed era infatti la Causa Nazionale che gli istinti avevano in quei moti
universalmente additato alle moltitudini. Italiana era la coccarda
adottata per ogni dove in onta alle preghiere d'Orioli ed altri
appartenenti più tardi al Governo. Dai primi giorni la gioventù
Bolognese aveva tentato d'invadere la Toscana; quella di Modena e Reggio
d'inoltrare su Massa. Più dopo, le Guardie Nazionali chiedevano d'esser
condotte per la via del Furlo sul Regno.
Di quel moto tutto Italiano nell'origine e nell'intento, i Capi intanto
avevano fatto un moto puramente provinciale. Sua legge naturale era
stendersi, allargare la propria base, quanto era possibile; essi
l'avevano limitata nei più angusti confini; avevano proscritto ogni
tentativo di propaganda: avevano accumulato ostacoli alla rivoluzione
invece di lavorare a spianarli. La nazionalità era l'anima dell'impresa;
ed essi avevano cercato sostegni alla rivoluzione fuori d'Italia. La
guerra coll'Austria era inevitabile; bisognava dunque preparare la
vittoria; ed essi avevano dichiarato che il trionfo della rivoluzione
consisteva nel conservarsi pacifici; che la pace non era solamente
possibile, ma probabile e quasi certa; e che in conseguenza era
necessario astenersi da ogni dimostrazione tendente a turbarla. La
rivoluzione s'incamminava necessariamente, per natura d'elementi e per
condizioni speciali delle terre insorte, a repubblica: i Governi non
potevano esserle favorevoli: urgeva cercarle alleati in elementi
omogenei, nei popoli; ora, solo pegno d'alleanza tra i popoli sono le
dichiarazioni di principî, ed essi non ne avevano fatta alcuna; avevano
calcolato sull'ajuto dei re, e prostrato un moto di popolo appiedi della
Diplomazia. Bisognava suscitare l'azione coll'azione, l'energia
coll'energia, la fede colla fede; ed essi, deboli, tentennanti, avevano
in ogni loro atto rivelato il terrore dell'anima. Quindi la diffidenza
cresciuta in seno ai paesi insorti, lo sconforto nell'altre provincie
d'Italia, le delusioni diplomatiche e la ineluttabile rovina del moto.
Appoggiato unicamente sul principio del non intervento, era caduto con
esso.
Il principio del non-intervento era stato, a dir vero, proclamato
esplicitamente, solennemente, dal Governo di Francia. Già prima del moto
una memoria stesa da parecchi Italiani influenti aveva chiesto
all'ambasciatore francese in Napoli, Latour Maubourg, quale sarebbe
stata la condotta della Francia se una rivoluzione in Italia provocasse
l'intervento armato dell'Austria; e l'ambasciatore aveva scritto in
calce di proprio pugno che «La Francia avrebbe difeso la rivoluzione
purchè il nuovo Governo non assumesse forme anarchiche e riconoscesse i
principî d'ordine generalmente adottati in Europa.»
Latour Maubourg negò nel seguito quella nota; ma, consegnata nei primi
giorni del moto al Governo Provvisorio, fu veduta e attestata da un de'
suoi membri, Francesco Orioli, nel suo libro stampato nel 1834-35 in
Parigi sulla _Révolution d'Italie_. Poi Lafitte, presidente della Camera
dei Deputati, aveva il 1º dicembre 1830, proferito le seguenti parole:
«La Francia non permetterà violazione alcuna del principio del
non-intervento.... La Santa Alleanza aveva per base di soffocare
collettivamente la libertà dei popoli dovunque ne fosse sollevato lo
stendardo; il nuovo principio proclamato dalla Francia è quello di
concedere incontrastato sviluppo alla libertà ovunque essa sorga
spontanea.» Il 15 gennajo, Guizot aveva detto: «Il principio del
non-intervento è identico col principio della libertà dei popoli.» Il 22
dello stesso mese, il Ministro degli Esteri aveva dichiarato: «La Santa
Alleanza era fondata sul principio d'intervento sovvertitore
dell'indipendenza di tutti gli Stati secondarj: il principio opposto che
noi abbiamo consecrato e che faremo rispettare, assicura a tutti libertà
e indipendenza.» Il 28, le stesse cose erano state ripetute dal Duca di
Dalmazia: il 29 da Sebastiani.
Ma se i Capi del moto avevano diritto di credere che non sarebbero stati
traditi, avevano pure debito di considerare che nel 1831 una guerra tra
l'Austria e la Francia doveva risolversi in guerra generale Europea tra
i due principî dell'immobilità e del progresso per mezzo della sovranità
nazionale. E in guerra siffatta, se la Francia non aveva che trionfi da
mietere, Luigi Filippo correva rischio di perdere ogni cosa, affogato
nel moto. L'impulso rivoluzionario dato alla Francia avrebbe travolto la
monarchia nel vortice d'una guerra alla quale la natura degli elementi
chiamati in azione avrebbe impartito rapidamente il carattere d'una
crociata repubblicana; e la monarchia d'allora era debole e senza radici
di simpatia popolare in paese. La pace era dunque pegno d'esistenza alla
dinastia. Non v'era dunque che un mezzo per costringerlo ad attener le
promesse: preparare la resistenza tanto da prolungare una lotta quanto
bastasse a sommovere in Francia l'opinione; e adoprarsi a estendere il
moto per ogni dove e segnatamente in Piemonte dove l'intervento
dell'Austria è inconciliabile, come quello della Prussia nel Belgio,
colla tradizione politica della Francia. Pretender di vincere la
ripugnanza di Luigi Filippo mostrandosi deboli, era follia; e follia
illudersi a credere che il principio del non-intervento avrebbe impedito
l'innoltrarsi all'Austria. Anche a rischio di guerra, l'Austria non
poteva tollerare che di fronte a' suoi possedimenti Lombardo-Veneti si
stabilisse un Governo di libertà. Il Governo dell'insurrezione non
preparando la guerra, dava tempo all'Austria per distruggere rapidamente
la cagione di lite colla Francia e lo toglieva all'agitazione francese.
L'importanza del tempo era stata intesa così bene da Luigi Filippo che
sperando repressa l'insurrezione prima che gli si chiedesse conto delle
promesse, ei nascose per cinque giorni al Presidente del Consiglio,
Lafitte, inetto ma onesto, il dispaccio col quale l'ambasciatore
francese in Vienna annunziava l'invasione dell'Austria nell'Italia
Centrale.
E nondimeno, i Governi Provvisorî delle provincie insorte avevano
adottato l'ipotesi che l'Austria non invaderebbe, ch'essa concederebbe
alla rivoluzione d'impiantarsi stabilmente nel core d'Italia; e che
tutta la politica della rivoluzione dovea consistere nel non
somministrare motivo legittimo all'invasione. Non un atto quindi aveva
proclamato la sovranità nazionale, non uno aveva chiamato il popolo
all'armi: non uno aveva ordinato il principio d'elezione: non uno aveva
confortato ad agire l'altre provincie italiane. La paura trapelava in
ogni loro decreto. La rivoluzione v'appariva accettata anzichè
proclamata. I Governi Provvisorî di Parma e di Modena avevano dichiarato
che avendo i principi abbandonato i loro Stati senza lasciare governo
ordinato, il popolo s'era veduto nella necessità di fondarne uno nuovo.
Quel di Bologna affermava d'essersi costituito perchè la dichiarazione
di Monsignor Clarelli, prolegato, annunziando la di lui intenzione di
abbandonare interamente l'amministrazione politica della provincia, era
urgente d'evitar l'anarchia. E anche quando la rivoluzione trionfante,
secura all'interno, avea suggerito stile più ardito, quel Governo che
concentrò in sè a poco a poco la direzione generale del moto, non aveva
osato richiamarsi al diritto che vive eterno in ogni popolo, ma s'era
affaccendato a desumere la libertà di Bologna dalla tradizione locale,
dalla convenzione stretta nel 1447 tra Bologna e il Papa Nicolò V; e un
lungo, pedantesco e poco degno scritto del Presidente Vicini, in data
del 25 febbrajo[9] commentava da legulejo la tradizione. In Parma, a un
Fedeli che, scelto a capo della Guardia Nazionale, ricusava, a meno d'un
permesso della Duchessa, il Governo aveva concesso lo richiedesse e
n'era stato rimeritato da lui poco dopo con una congiura retrograda:
poi, nello stremo delle finanze, ordinava si continuassero gli stipendî
agli impiegati della Corte scacciata.
Mentre il sorgere dell'Italia Centrale aveva messo in fermento gli
spiriti in Napoli, nel Piemonte e per ogni dove tutti aspettavano con
ansia che dal centro iniziatore dell'impresa giungesse l'ispirazione del
da farsi, il decreto dell'11 febbrajo aveva freddamente annunziato che
«Bologna non avrebbe interrotte le antiche relazioni d'amicizia
coll'altre contrade, nè concederebbe la menoma violazione dei loro
territorî, sperando che in ricambio nessun intervento avrebbe luogo a
suo danno: il solo obbligo della difesa potrebbe trascinarla
all'azione.» Il Centro aveva con quell'atto rinunziato ad ogni
iniziativa, e separato la propria causa da quella d'Italia. E gli uomini
di pura ribellione, troppo numerosi tra noi, avevano, sdegnati,
abbandonato ogni pensiero d'azione altrove: la gente diplomatizzante
anche sull'orlo della sepoltura e cospiratrice all'antica aveva in quel
codardo abbandono intraveduto un grande mistero di politica calcolatrice
e aveva susurrato per ogni dove: «rimanetevi inerti; perchè, se quei
Governi non fossero _certi_ dell'ajuto francese, non agirebbero come
fanno.»
Questa illimitata fiducia, in quanto ha sembianza di calcolo o tattica,
e la diffidenza perenne dell'entusiasmo, dell'azione e della
simultaneità dell'opere, tre cose che racchiudono in sè tutta quanta la
scienza della rivoluzione, furono e sono tuttavia piaga mortale alla
Italia. Noi seguiamo, aspettiamo, studiamo gli eventi, non ci adopriamo
a crearli e padroneggiarli. Onoriamo del nome di prudenza ciò che in
sostanza non è se non mediocrità insopportabile di concetto. Lo
sconforto che i deputati lombardi avevano, nel 1821, trovato a Torino,
li aveva indotti a rinunciare all'azione: operando, avrebbero distrutto
quello sconforto.
Il Governo di Bologna, fidando unicamente nelle promesse dell'estero,
aveva rinunziato, non all'offesa soltanto, ma alla difesa. La proposta
d'ordinare una milizia era stata rigettata. Le fortificazioni d'Ancona
non erano state riattate. Il progetto di Zucchi che, giunto a Bologna,
aveva ordinato la formazione di sei reggimenti di fanteria e di due di
cavalleria era stato attraversato. L'idea, proposta più volte da
Sercognani, d'una decisiva impresa su Roma, dove il 12 febbrajo s'erano
mostrati sintomi d'insurrezione, era sempre stata respinta. Nè il
ministro Armandi[10] nè altri aveva saputo intendere l'importanza d'una
bandiera di Patria sventolante dal Campidoglio. Il mormorare de' giovani
era stato acquetato da promesse continue, non attese mai: il linguaggio
severo della stampa, represso da un editto del 12 febbrajo «minacciante
condanna finanziaria o di prigione ai venditori di scritti capaci di
nuocere alle relazioni di pace e amicizia esistenti coi Governi
stranieri.»
E, conseguenza inevitabile del codardo operare, il meschino Governo era
stato abbandonato, tradito da tutti. Al conte Bianchetti, mandato a
Firenze a interrogare gli ambasciatori di Francia e d'Austria, il
Governo Francese non aveva pur degnato rispondere, e corrispondeva
amichevolmente col Papa. Il conte di Saint'Aulaire, inviato di Francia a
Roma nel marzo, aveva evitato la via di Bologna sfuggendo ad ogni
contatto col Governo Provvisorio. L'Austria aveva, aggiungendo l'ironia
all'oltraggio, dichiarato che avrebbe invaso Modena e Parma, ma soltanto
in virtù di non so qual patto di riversione, e Bologna, purchè si
mantenesse saggia, sarebbe stata rispettata. La invasione di Parma,
Modena e Reggio aveva avuto luogo: e il 6 marzo il Governo Provvisorio
aveva detto: «le cose dei Modenesi non sono le nostre; il non intervento
è legge per noi come pei nostri vicini; e nessuno di noi dove
immischiarsi nella contesa degli Stati finitimi;» aveva decretato che
«quanti _stranieri_ si fossero presentati alle frontiere, si
disarmassero e s'internassero;» e i 700 _stranieri_ modenesi, guidati
dal Zucchi, avevano dovuto traversare Bologna in sembianza di
prigionieri. L'occupazione di Ferrara aveva tenuto dietro a quella di
Modena e Parma: Ferrara era parte delle Provincie Unite e aveva sette
deputati in Bologna, e nondimeno il governo aveva annunciato, l'8 marzo,
il fatto senza commento; il _Precursore_, organo governativo, aveva il
12 sostenuto la tesi che il principio del non-intervento non era
violato, dacchè i trattati di Vienna concedevano all'Austria diritto di
guarnigione in Ferrara: due inviati del Governo, Conti e Brunetti,
avevano riportato da Ferrara assicurazione verbale di Bentheim che gli
Austriaci non si sarebbero inoltrati. Una reggenza pontificia s'era
istituita intanto in Ferrara; e il Governo Bolognese aveva sostenuto che
tra le operazioni papali e le austriache non era vincolo necessario. Gli
Austriaci s'erano presentati alle porte di Bologna il 20; il Governo
aveva intimato stessero tutti quieti, la Guardia Nazionale mantenesse
l'ordine, _solo suo intento_; e s'era ritirato in Ancona, dove il 25
marzo, due soli giorni dopo eletto un triumvirato e abdicato quindi ogni
potere, aveva capitolato col cardinale Benvenuti, chiedendo amnistia:
firmati tutti, fuorchè Carlo Pepoli ch'era assente[11]. I patti della
Capitolazione erano stati, come di ragione, violati, annullati il 5
aprile dal Papa. Gli editti del 14 e del 30 condannavano capi, complici,
sostenitori. E dacchè i Governi insultano sempre ai caduti, il 23 giugno
Luigi Filippo annunziava nel suo discorso alle Camere ch'egli aveva
ottenuto dal Papa piena amnistia per gli insorti. E il 9 luglio una
circolare fatta pubblica dalla Francia, dalla Prussia, dal Piemonte e
dall'Inghilterra, chiamava altamente colpevoli gli insorti e il loro
Governo. Intanto i padroni _legittimi_ degli Italiani violavano la
libertà dei mari, catturando la nave che portava in esilio Zucchi e da
circa settanta insorti e conducevali nelle prigioni di Venezia; e
pubblicavano decreti come il seguente: «qualunque volta, in virtù _di
denunzie_ o _testimonianze segrete_ (gli autori delle quali non verranno
mai compromessi da confronti o altrimenti) noi otterremo certezza
_morale_ di un delitto commesso, noi, invece d'esporre l'individuo
rivelatore, ci contenteremo di condannare, per misura di polizia, il
colpevole a un castigo straordinario, più mite dell'ordinario, ma _al
quale sarà sempre aggiunta la pena dell'esilio_.» Editto del duca di
Modena dell'8 aprile 1832.»
Così gl'infausti moti del 1820, del 1821, del 1831, m'insegnavano gli
errori che bisognava a ogni patto evitare. I più, confondendo individui
e cose, traevano, dal mal esito, cagione di profondo sconforto. Per me,
non ne esciva se non il convincimento che il _successo era un problema
di direzione_ e non altro. Il biasimo meritato dagli uomini che avevano
diretto ricadeva, dicevano, sul paese: il solo fatto dell'essere essi e
non altri saliti al potere, rappresentava per tutti quasi un vizio
inerente alle condizioni d'Italia: la media, per così dire, della
potenza rivoluzionaria italiana. Io non vedeva in quella scelta se non
un errore di logica capace di rimedio. Ed era quello, prevalente anche
oggi pur troppo, di _fidare la scelta dei capi delle insurrezioni a quei
che non le hanno operate_. In virtù d'un senso di legalità buono in sè,
ma spinto oltre i termini del dovere; per un timore, onorevole
nell'origine ma esagerato e improvvido, di soggiacere all'accusa di
anarchia o d'ambizione; per un'abitudine tradizionale di fiducia, giusta
solamente in condizioni normali, negli uomini provetti d'anni e di nome
più o meno illustre nelle loro località; finalmente per una assoluta
inesperienza della natura e dello sviluppo dei grandi fatti
rivoluzionarî, il popolo e la gioventù avevano ceduto sempre il diritto
di dirigere ai primi che, con un'apparenza di legalità, si erano
presentati ad esercitarlo. La cospirazione e la rivoluzione erano state
sempre rappresentate da due ordini diversi d'uomini: gli uni messi da
banda dopo d'avere rovesciato gli ostacoli, gli altri sottentrati il dì
dopo a dirigere lo sviluppo d'una idea che non era la loro, d'un disegno
che non avevano maturato, d'un'impresa della quale non avevano studiato
mai le difficoltà o gli elementi e colla quale non si erano, nè per
sacrificio nè per entusiasmo, immedesimati. Quindi l'andamento del moto
trasformato in un subito. Così, nel 1821, in Piemonte, lo sviluppo del
concetto rivoluzionario era stato affidato ad uomini i quali, come Dal
Pozzo[12], Villamarina, Gubernatis, erano rimasti stranieri alla
cospirazione. Così in Bologna s'erano accettati a membri del governo
provvisorio uomini approvati dal governo stesso che si rovesciava: il
loro titolo era un editto di monsignore Paracciani Clarelli. Così
generalmente, i consigli d'amministrazione comunale, assunto il nome di
consessi civici, s'erano dichiarati rappresentanti legali del popolo e
avevano eletto, senza dritto alcuno, le autorità provvisorie. Ora
predominavano in questi Consigli gli uomini di età canuta, nudriti di
vecchie idee, sospettosi della gioventù e atterriti ancora degli eccessi
della Rivoluzione Francese; il loro liberalismo era quello ch'oggi
chiamano _moderato_, fiacco, pauroso, capace d'una timida, legale
opposizione su particolari, non risalente mai a principî. E sceglievano
naturalmente uomini di tendenze affini, discendenti di vecchie famiglie,
professori, avvocati di molti clienti, diseredati dell'intelletto,
dell'entusiasmo, dell'energia che compiono le rivoluzioni. I giovani,
fidenti, inesperti, cedevano: dimenticavano l'immensa diversità che
corre tra i bisogni d'un popolo servo e d'un popolo libero e che
difficilmente gli uomini, i quali rappresentarono gli interessi
individuali o municipali del primo sono atti a rappresentare gli
interessi politici o nazionali dell'ultimo.
Per riflessioni siffatte, deliberai finalmente di seguire l'istinto mio
e fondai la GIOVINE ITALIA, dandole per base il seguente Statuto