Se no, no!
_Sire_,
S'io vi credessi re volgare, d'anima inetta o tirannica, non
v'indirizzerei la parola dell'uomo libero. I re di tal tempra non
lasciano al cittadino che la scelta fra l'armi e il silenzio. Ma voi,
Sire, non siete tale. La natura, creandovi al trono, v'ha creato anche
ad alti concetti ed a forti pensieri; e l'Italia sa che voi avete di
regio più che la porpora. I re volgari infamano il trono su cui si
assidono, e voi, Sire, per rapirlo all'infamia, per distruggere la nube
di maledizioni di che lo aggravano i secoli, per circondarlo d'amore,
non avete forse bisogno che d'udire la verità; però, io ardisco
dirvela, perchè voi solo degno estimo di udirla, e perchè nessuno tra
quanti vi stanno attorno può dirvela intera. La verità non è linguaggio
di cortigiano: non suona che sul labbro di chi nè spera, nè teme
dell'altrui potenza.
Voi non giungete oscuro sul trono. E vi fu un momento in Italia, Sire,
in cui gli schiavi guardarono in voi siccome in loro liberatore; un
momento che il tempo v'aveva posto dinanzi, e che, afferrato, dovea
fruttarvi la gloria di molti secoli. E vi fu un altro momento in cui le
madri maledissero al vostro nome, e le migliaja vi salutarono traditore,
perchè voi avevate divorata la speranza e seminato il terrore. Certo,
furono momenti solenni, e voi ne serberete ancora gran tempo la memoria.
Noi abbiamo cercato sul vostro volto i lineamenti del tiranno; e non
v'erano; nè l'uomo che avea potuto formare un voto santo e sublime potea
discendere a un tratto fino alla viltà della calcolata perfidia. Però
abbiamo detto: nessuno fu traditore fuorchè il destino. Il principe lo
intravide da lunge, e non volle affidare all'ostinazione la somma delle
speranze italiane. Forse anche, l'alto animo suo rifuggì dall'idea che
la calunnia potesse sfrondare il serto più immacolato, e mormorare: il
principe congiurò la libertà della patria per anticiparsi d'alcuni anni
quel trono che nessuno potea rapirgli.
Così dicemmo: ora vedremo, se c'ingannammo: vedremo se il re manterrà le
promesse del principe.
Intanto le moltitudini non s'addentrano nelle intenzioni: afferrano
l'apparenza delle cose, e insistono sulle prime credenze. Ora quel tempo
è passato; ma le speranze, i rancori, i sospetti e le simpatie vivono
tuttavia. Non v'è cuore in Italia, che non abbia battuto più rapido
all'udirvi re. Non v'è occhio in Europa che non guardi ai vostri primi
passi nella carriera che vi s'apre davanti.
Sire, è forza dirlo: questa carriera è difficile. Voi salite sul trono
in un'epoca, della quale non saprei scorgere la più perigliosa pei troni
negli annali del mondo.
Al di fuori, l'Europa divisa in due campi. Dappertutto il diritto e la
forza, il moto e l'inerzia, la libertà e il dispotismo a contrasto.
Dappertutto gli elementi del vecchio mondo, e quei d'un nuovo mondo
serrati a battaglia ultima, disperata, tremenda. I popoli e i re han
rinnegato i calcoli della prudenza: han gettata la spada nelle bilancie
dell'umanità: han cacciata via la guaina. Quarant'anni addietro i re
dominavano i popoli col solo terrore delle bajonette, e i popoli non
guerreggiavano i re se non coll'armi del pensiero e della parola. Ora
siamo a tempi nei quali la parola s'è fatta potenza, il pensiero e
l'azione son uno, e le bajonette non valgono, se non son tinte di
sangue. Da entrambe le parti è forza e immutabilità di proposito; ma i
re combattono per conservare le usurpazioni puntellate dagli anni, i
popoli combattono per rivendicare i diritti voluti dalla natura. Per gli
uni stanno le arti politiche, le abitudini, la ferocia, e, per ora, gli
eserciti. Per gli altri, l'entusiasmo, la coscienza, una costanza a
tutta prova, la potenza delle memorie, dieci secoli di tormenti e la
santità del martirio. I gabinetti diffidano l'uno dell'altro, i popoli
si affidano ciecamente, perchè i primi vincola l'interesse, i secondi
affratella la simpatia. Al fondo del quadro una guerra inevitabile,
perchè tutti gli altri modi di controversia sono oggimai esauriti:
universale, perchè ai popoli e ai re la causa è una sola: decisiva e
d'estinzione, perchè guerra non d'uomini ma di principî.
Al di dentro un fremito sordo, un'agitazione indistinta, un disagio in
tutte le classi, perchè la miseria dei molti non è che velata dalla
opulenza dei pochi; e i pochi si stanno anch'essi diffidenti del
presente, e incerti dell'avvenire. Le intraprese commerciali s'arrestano
davanti a un orizzonte che muta ad ogni istante: il commercio marittimo
vuol pace al di dentro, e securità al di fuori, e noi non abbiamo
certezza nè dell'una nè dell'altra. Quindi le sorgenti della
circolazione e della vita sociale interrotte, come la circolazione del
sangue si aggela per terrore nei corpi umani; quindi una forte tendenza
a mutamenti, perchè ogni mutamento cova sempre l'idea del meglio, e ai
popoli, come agl'individui, l'incertezza è morte continua: stato
violento da cui conviene uscire a qualunque patto. Tra noi, come tra gli
altri, l'ardore di nuove cose s'appoggia su bisogni innegabili;
l'aspettazione è rinforzata dalle antiche promesse. E le promesse son
dimenticate da' principi, non mai dai popoli. Poi la potenza degli
esempî, le fresche speranze, i rancori novissimi, e l'ira, stan presso a
ridurre il desiderio all'azione.
Per circostanze sì fatte, voi salite sul trono; sopra un trono che nè
prestigi di gloria, nè memorie solenni fanno venerato o temuto; sopra un
trono composto di due metà ostili l'una all'altra congiunte a forza, e
tendenti pur sempre a separazione.
Che farete voi, Sire?
Volete voi essere uno dei mille? Volete che il vostro nome passi fra i
molti che ogni secolo consacra all'esecrazione o al disprezzo?
Due vie vi si affacciano. Due vie fra le quali i re si dibattono da
quarant'anni. Due sistemi tra i quali oscilla tuttavia il dispotismo,
rappresentati da gran tempo in Europa da due potenze di primo rango,
l'Austria e la Francia, e che nel Piemonte importano anche oggidì
l'alleanza coll'una o coll'altra.
La prima è la via del _terrore_.
Terrore, Sire! Il vostro cuore l'ha già rinnegato. La è carriera di
delitto e di sangue; nè voi vorrete farvi il tormentatore dei vostri
sudditi. Dio vi ha posto al sommo grado della scala sociale, vi ha
cacciato al vertice della piramide. I milioni stanno d'intorno a voi,
invocandovi padre, liberatore. E voi! voi darete ferri? porrete il
carnefice accanto al trono? inalzerete la mannaja tra il presente e
l'avvenire, e ricaccerete l'umanità nel passato?
Sire! l'umanità non si respinge col palco e la scure. L'umanità si
arresta un istante, tanto che basti a pesare il sangue versato, poi
divora i satelliti, il tiranno e i carnefici.
Pure talvolta, nell'uomo che si mette per sì fatta via, i cortigiani
nutrono una speranza che il solo apparato del terrore basti a soffocare
i germi della resistenza: mostratevi forte, dicono, e gli altri saranno
vili.
Sire! Un tempo, quando l'ignoranza e la superstizione incatenavan le
menti e nessuno guardava al passato o nell'avvenire, e la causa dei
popoli non contava trionfi, il terrore agli occhi del volgo valeva
potenza. Ora, ognuno sa che il terrore, eretto in sistema, è una prova
di debolezza; un riflesso di paura, che rode l'anima a chi lo spiega;
una necessità di uomo disperatamente perduto, che non ha se non
quest'una via di dubbia salute. Oggimai la minaccia non basta. È d'uopo
essere e mostrarsi scellerato; vivere e morire tiranno, porsi la benda
sugli occhi, e inoltrarsi rotando la sciabola a destra e a sinistra. È
d'uopo cacciar la maschera d'uomo e tuffarsi nel sangue.
Sire, farete voi questo? e facendolo, riescirete? e per quanto? E' vi
son uomini, Sire, che han giurato di non riposarsi che nel sepolcro, o
nella vittoria. Li spegnerete voi tutti? Soffocherete colle bajonette i
moti popolari, ch'essi vi susciteranno?
Sire! il voto di Nerone tradiva l'impotenza della tirannide. Il sangue
vuol sangue. Ogni vittima frutta il vendicatore. Mozzerete dieci, venti,
cinquanta teste; insorgeranno a migliaja: l'idra della vendetta non si
spegne nei popoli, come negl'individui; e il ferro del congiurato non è
mai sì tremendo, come quando è aguzzato sulla pietra sepolcrale del
martire.
O tenterete ridurli all'impotenza coll'arte? Dura e difficile impresa.
Or comprate la plebe coll'oro, la milizia coi gradi. Cacciate i delatori
nelle famiglie; addormentate col lusso e la corruttela le classi agiate
dei cittadini; tenete viva la dissenzione fra l'uomo d'arme e l'uomo del
popolo; esplorate i moti, le parole e i gesti; ma indefessamente, senza
rallentare un istante, senza arrestarvi d'un passo davanti all'ombra dei
traditi, perchè dove un minuto conceda agli schiavi d'intendersi, voi
siete perduto. Ma, e l'anime di ferro che non riconoscono despota
abbastanza potente per atterrirle, nè abbastanza ricco per comprarle;
l'anime che non respirano se non un'_idea_, che non si vendono se non
alla morte, non sono esse? Pochissime, è vero; pur sono, e consacrate
dalla sciagura ad una santa missione, e tremende d'influenza e di forza,
perchè la vera energia è magnetismo sulle moltitudini. Le bajonette che
oggi si appuntano al loro petto, domani si ritorcono al vostro; nè
dovete obliare che, sotto l'assisa del soldato, battono cuori di figlio,
di fratello, d'amico. Pur conterrete le masse, struggerete le
rivoluzioni nei loro principî! Ma, Sire! è parola dura a udirsi, e
durissima a pronunciarsi da chi abborre, il delitto. Pure soffrite ch'io
la pronunci questa parola: chi vi salverà dal pugnale?--Deludete anche
questo; siate immortale, Sire! e la esecrazione delle generazioni? e la
infamia ne' secoli? Chi vi salverà dal pugnale dell'anima? Le censure,
le proscrizioni, gli esilî? Ma il mondo è troppo vasto perchè non
rimanga un angolo allo scrittore; ma nè potenza di tirannide, nè viltà
di servaggio, può spegnere la memoria, o sotterrar sotto le ruine del
presente la voce dell'avvenire. Il senato mandava al rogo le storie di
Cremuzio Cordo, e la grand'anima di Tacito raccoglieva da quelle fiamme
la scintilla che fe' viva ne' suoi annali l'infamia dei tiranni di Roma.
O è essa l'infamia un peso divenuto così leggiero per la testa dei re,
che non degnino di metterla a calcolo?
La seconda via che i cortigiani vi proporranno è quella delle
concessioni.
Mutamenti nelle amministrazioni, riduzioni economiche, miglioramenti nei
codici, distruzioni d'alcuni abusi, allentamento di freno; una riforma,
insomma, lenta, temperata, insensibile; ma senza guarentigia
d'istituzioni, senza patto fondamentale, senza dichiarazioni politiche,
senza una parola che riconosca nella nazione un diritto, una sovranità,
una potenza.
Così voi non vi appoggiate sopra alcun dei partiti che dividono la
nazione, nè sopra i tristi che speculano sul re tiranno, nè sui buoni
che invocano il re cittadino. Così voi vi inimicate il Tedesco senza
riconciliarvi l'Italiano. Così voi mostrate che non avete nè l'energia
del delitto, nè la coscienza della virtù.
Sire! non basta: voi differite forse di alcuni momenti la vostra ruina,
ma la fate più certa, isolandovi.
E vi conviene, seguendo cotesta via, conciliare a un tempo colla
illimitata potenza del trono i diritti del popolo e le pretese
dell'aristocrazia, perchè voi avete bisogno del concorso di tutte le
volontà, e un solo de' grandi elementi sociali non può mancarvi
all'impresa, che non vi si attraversi nemico. Vi conviene trovar mezzo
di far rivivere la confidenza nei governati senza dar pegni di
stabilità. Vi conviene procedere per mezzo a minuzie infinite, a
interminabili particolari, a ostacoli speciali e di mille generi senza
poter ricorrere a regole generali, e pur costretto a spendervi tanta
somma di attenzione e di forze, che basterebbe a gettar le basi d'un
edifizio immortale. Vi conviene far guerra minuta, eterna, individuale,
a molti abusi introdotti nelle amministrazioni, e nei modi governativi,
e rinascenti sempre sotto altre forme, senza troncarli tutti, e d'un
colpo, alla sorgente. Vi conviene illudere i popoli a stimarsi liberi
senza fondar libertà, far sentire gli effetti senza dar vigore di legge
alle cause, sciogliere insomma il problema difficile di appoggiarsi
sovra tutte quante le molle sociali, di giovarsi d'ognuna d'esse, di
concentrarle a uno scopo senza che alcuna preponderi un sol momento
sull'altra, senza che alcuna acquisti attività per sè stessa, e
coscienza di attività.
E tutto questo perchè? perchè un incidente non preveduto, una
imprudenza, un grido proferito da un'anima fervida e intraprendente vi
sconvolga l'edifizio, che avrete penosamente inalzato? perchè un colpo
di fucile tirato imprudentemente sul Reno o sull'Alpi, rovini i vostri
progetti, precipitando le cose e gli uomini a circostanze violenti, a
condizioni di rapidità incalcolabile? Sire, il tempo mancò a Bonaparte.
Chi può afferrare il tempo ed imporgli: _Tien dietro a me?_ Questa
vostra, Sire, è opera di pace; e v'è potenza umana o divina in Europa,
che possa oggimai decretar pace d'un anno, d'un mese, d'un giorno solo?
Sire, non vi lasciate illudere dai cortigiani. Essi vi dipingeranno lo
stato queto al di dentro, sicuro al di fuori. Essi mentono al re; voi
passeggiate sopra un vulcano. Guardatevi intorno; scendete nel vostro
cuore. Voi non potete fidar nel presente; voi siete incerto
dell'avvenire. Voi avete a temer di tutto e da tutti; non avete speranza
che in voi medesimo; non potete aver salute che in una forza fisica e
morale dipendente dall'opinione.
Or, come conquisterete voi l'opinione? Come farete a non conculcare il
popolo inalzando d'un grado l'aristocrazia, e a non irritare l'orgoglio
dell'aristocrazia mescolando il popolo ne' suoi ranghi, e ne' suoi
favori? Come farete a sradicare gli abusi, e a non crearvi nemici
implacabili tutti coloro, e son molti, che ingrassano negli abusi?
Sperate compensar l'odio loro coll'amore delle moltitudini?--Gli amori
delle moltitudini sono brevi e mutabili, quando non poggian sopra
qualche cosa di determinato e di certo, che vegli perenne alla loro
tutela, che parli ai loro sensi ogni giorno. Le moltitudini vi
applaudiranno un momento, e nel secondo grideranno contro di voi, perchè
in fatto di riforme, l'universale ha nome di sapiente giustizia, il
particolare ha nome e carattere di _arbitrario_; perchè i mutamenti, le
riduzioni, le destituzioni d'impiegati prevaricatori che sotto libere
leggi arridono al popolo, assumono apparenza di parzialità e di
capriccio ogni qual volta mancano al popolo le sole vie di
verificazione, norme certe invariabili di giudizio a' casi particolari,
e pubblicità di processo.
Sire, i governi camminano sui principî, non sulle eccezioni.
Non v'è esistenza senza un modo certo d'esistenza. Non v'è sistema
durevole, se non poggia sopra una serie d'idee ordinate, e vincolate
l'una all'altra, atte a ridursi a dichiarazione. In altri termini, i
governi un tempo posavano sopra una volontà disordinata, ajutata da una
cieca potenza; ora vivono di logica.
Sapete voi qual suffragio otterrete? E' v'è una gente in Italia, come
in ogni contrada, che non sa, nè cura di libertà consacrata da
istituzioni. Una gente fredda, calcolatrice e paurosa, per avarizia, di
ogni rapido mutamento, che ama sovra ogni altra cosa la pace, fosse
anche pace di cimitero. Ne avrete il voto alla timida e lenta carriera
che forse imprendete. Ma, Sire, è voto che non pesa, nella bilancia
dello Stato; voto sterile, nudo, impotente all'azione. È classe inerte
per calcolo e per abitudine; non ha dottrine e non s'adopera a
sostenerle; non compie rivoluzioni, ma non le strugge, non contende con
esse. Voi ne avrete lodi e adulazioni, finchè le lodi non fruttan
pericoli; ma nè sacrifici nè devozione a fronte di una potenza
contraria. Una bandiera che sventoli all'aure, un grido che intimi:
_pronunciate: chi non è meco è contro di me_; e questa gente si ritrarrà
dall'arena ad aspettare il nome che la fortuna saluterà vincitore.
Sire! da gente sì fatta non pende il destino della cosa pubblica. Il
nerbo della società, l'azione, l'opera, la potenza vera sta altrove; nel
genio che pensa e dirige, nella gioventù che interpreta il pensiero e lo
commette all'azione, nella plebe che rovina gli ostacoli che si
attraversano.
Il genio, Sire, è scintilla di Dio, indipendente e fecondo com'esso; nè
si vende, nè si stringe a individui, ma provvede alle razze, e
interpreta la natura. La gioventù è bollente per istinto, irrequieta per
abbondanza di vita, costante ne' propositi per vigore di sensazioni,
sprezzatrice della morte per difetto di calcolo. La plebe è tumultuante
per abito, malcontenta per miseria, onnipotente per numero.
Or, genio, gioventù e plebe stanno contro di voi; non s'acquetano a
poche concessioni, dono d'uomo, a cui niuna legge vieta rivocarlo il dì
dopo; non s'appagano di riforme che fruttano ricchezza o potenza
all'individuo che le promuove; bensì voglion riforme che fruttino tutto
alla nazione e null'altro che amore a chi le propone. Vogliono
riconoscimento dei diritti dell'umanità manomessi ad arbitrio per tanti
secoli; vogliono uno stato ordinato per essi e con essi; uno stato la
cui forma corrisponda ai bisogni ed ai voti sviluppati dal tempo;
vogliono leggi, vogliono libertà. Il genio ne ha letto da gran tempo il
precetto nella natura delle cose e nei principj di universale progresso
sviluppati nella storia coi fatti; la gioventù nel proprio cuore, nella
coscienza di facoltà che la tirannide condanna a giacersi inoperose,
nella maestà degli esempli, sulla tomba dei padri: la plebe nella parola
dei buoni, nelle memorie, nell'istinto potente che la suscita a moto,
nella propria tristissima condizione, e in certo suo intimo senso,
davanti a cui impallidisce sovente l'intelletto del savio.
Vogliono libertà, indipendenza ed unione. Poichè il grido del 1789 ha
rotto il sonno dei popoli, hanno ricercato i titoli co' quali potevano
presentarsi alla grande famiglia europea, e non hanno trovato che ceppi;
divisi, oppressi, smembrati, non han nome nè patria; hanno inteso lo
straniero a chiamarli _iloti delle nazioni_, l'uomo libero a esclamare
visitando le loro contrade: non è che polvere! Han bevuto intero il
calice amaro della schiavitù; han giurato di non ricominciarlo.
Vogliono libertà, indipendenza ed unione; e le avranno, perchè han fermo
di averle. Dieci secoli di servaggio pesavano sulle lor teste e non han
disperato. Han guardato indietro ne' tempi che furono, hanno rimescolata
la polvere delle sepolture, e ne hanno dissotterrato memorie di
grandezza da lungo tempo obliate, memorie d'antiche imprese, di leghe
terribili, alle quali non mancò che costanza. I bandi di Giovanni
d'Austria e di Nugent, le bandiere di Bentink, 1809 e 1814, insegnarono
ad essi il sentimento della loro potenza. Poi il cannone di Parigi, di
Brusselle e di Varsavia ha mostrato che questa è potenza invincibile.
Ora ad un popolo che ha fede e potenza che cosa manca per rigenerarsi
fuorchè l'occasione?
E pensate voi che poche concessioni addormentino i popoli, o non
piuttosto ch'esse svelino la debolezza dei dominatori? Pensate che
rimovano per lungo tempo quell'occasione o non piuttosto l'affrettino?
Siete cinto da tutte parti di paesi italiani, che anelano al momento di
ritentare le vie fallite una volta per inesperienza di cose, per
tradimento straniero; e sperate che manchino occasioni? Ponete che essi
afferrino il tempo; e, o le armi tedesche non verranno a combatterli e
il contatto di terre libere sommoverà i vostri sudditi, o verranno, e
chi vi assicura che i fratelli contempleranno inerti due volte la ruina
de' loro fratelli?
Sire! le vostre forze si logoreranno in una lunga e penosa guerra contro
la vostra situazione, ma non farete retrocedere il secolo, non
ispegnerete un partito, che niuna cosa al mondo può spegnere.
Trascinandovi tra l'odio e l'entusiasmo, procederete in mezzo
all'universale freddezza, nojoso agli uni come riformatore imprudente,
sospetto agli altri come perfidamente politico; e gli uni e gli altri vi
accuseranno di debolezza; accusa mortale ai re, che non posson vivere se
non di potenza o d'amore. Ogni concessione dà campo all'opre, speranza
di meglio, coscienza delle proprie forze e del proprio diritto. Il
popolo si avvezza a vedersi esaudito, e le espressioni dei bisogni e dei
desiderî si fa più imperiosa ogni giorno. Intanto gli uomini della
libertà spiano le circostanze, profittano d'ogni errore, di ogni
incertezza a screditarvi nelle moltitudini e trarvi a partiti estremi.
Lasciateli fare, voi siete perduto. Opponetevi, siete tiranno, e tiranno
tanto più increscioso ed esoso, quanto più le prime concessioni
presagivano ai cittadini moderazione. A qualunque via vi atteniate vi
concitate addosso l'ira o il disprezzo, perchè non potete concedere più
che non vorreste senza debolezza, nè retrocedere senza delitto; perchè o
vi abbandonate al torrente, o smarrite lo scopo senza neppur raccogliere
il merito dell'iniziativa; o tentate arrestarlo, e Dio ha dato il moto
alle cose, ma nè Dio stesso potrebbe forse sospenderlo. Davanti alle
esigenze e ai pericoli, nella impossibilità di adottare determinazioni
energiche e decisive, voi siete forzato a ordinare una lotta coperta
contro l'opere vostre, contro le speranze suscitate da voi; ritorre
coll'arte ciò che avete dato con vigore di volontà; contendere le
conseguenze dei principî sanciti tacitamente ne' primi giorni del regno
vostro. Ed è sistema in cui ricaddero necessariamente i re ogni qual
volta non seppero esser tiranni, nè liberatori; ma fruttò sciagure
irreparabili a tutti, esilio ad alcuni;--a due il patibolo.
E allora, quando minacciato da ogni parte e spaventato dall'isolamento,
in cui v'ha messo una politica incerta, vorrete salvarvi e null'altro,
cercherete voi un rifugio nell'ajuto straniero? Invocherete le baionette
tedesche a puntellarvi il trono vacillante? Fatelo: giurate sommessione
ad un nemico che avete sul principio sprezzato; fatevi schiavo
dell'estero; ma badate, Sire! non tutte le provincie italiane son prive
di mezzi per difendersi dalle aggressioni, come le popolazioni della
Romagna; non tutte le occasioni troveranno il popolo inerte, e sviato
da' preparativi di guerra per fede cieca in un principio che i governi
han mille volte violato; badate che i popoli imparano più da una
sconfitta, che non i re dal trionfo; badate che quando la lotta è da
nazioni ad eserciti, due vittorie non bastano al assicurare la terza.
O forse cercherete una condizione di vita ne' trattati che avrete
stretti colla Francia? Sire, un'ora crea i patti, un'ora li rompe,
dacchè fra i calcoli diplomatici e le risultanze, fra i trattati e la
loro durata si è frapposto gigante l'arbitrio d'un terzo elemento
sociale, che giacque inerte per molti secoli, contro il quale le
alleanze, le convenzioni hanno perduta ogni realità di vigore.
Stringetevi a lega cogli uomini che governano oggi la Francia; chi vi
assicura che l'intervento popolare non rovescierà quegli uomini, e la
vostra sicurezza con essi? Credete voi che i cadaveri di diecimila
martiri non abbiano a servire che a sorreggere lo sgabello di sette
ministri? Il ministro Perier, Sire, ha stretto un patto coll'infamia,
non coll'eternità. Ma la nazione francese non ha segnato quel patto; la
nazione francese ha suggellato col proprio sangue l'alleanza de' popoli.
Iddio creò in sei giorni l'universo fisico; la Francia in tre ha creato
l'universo morale. Come Dio, essa si è riposata e riposa, perchè
l'immensa azione esaurisce per un tempo le forze; ma credete voi che il
leone sia spento perchè non n'udite il ruggito? Attendete un mese e
l'udrete: attendete un anno, e le associazioni che or passano
inosservate avranno generata la grande federazione nazionale; le società
popolari che or procedono mute, formeranno la _montagna_ del secolo
decimonono; la Francia avrà avuto il suo 10 agosto. La rivoluzione
francese, Sire, non è che incominciata. Dal terrore, e da Napoleone in
fuori, la rivoluzione del 1830 è destinata a riprodurre, su basi più
larghe, tutti i periodi di quella del 1789.
Sire! a voler vivere una vita potente e sicura, voi dovete edificare,
anzichè sul presente, sull'avvenire; e l'avvenire è prima d'ogni altra
cosa la guerra. Or sapete voi che cos'è per la Francia la guerra? È
guerra di propaganda, guerra altamente rivoluzionaria, guerra europea,
lunga, feroce; guerra dei due principî che da secoli si contendono
l'universo; non v'è guerra possibile per la Francia ove non sia
nazionale, ove non s'appoggi alle passioni delle moltitudini, ove non si
alimenti d'uno slancio comunicato ai trentadue milioni che la
compongono. Non v'è slancio possibile per la Francia se non si
rinnovellano gli uomini, i sistemi e le cose; se non si commuove la
gioventù con la gloria, e il popolo con una vasta idea d'incremento e
d'utile gigantesco. Ma la gloria de' giovani sta nel grido che i loro
padri bandirono al mondo: _guerra ai re! libertà e pace ai popoli!_ E
l'incremento che può sommuovere la nazione è riposto nella fratellanza
colle nazioni confinanti, nell'unità d'interessi collocata su basi
perpetue, nel predominio politico consecrato dalla vittoria e dalla
riconoscenza dei beneficî prestati. Quindi la necessità di chiamare il
popolo e la gioventù ad una parte più attiva nella somma delle cose;
quindi inevitabilmente un ritorno, se non alle forme, almeno allo
spirito repubblicano. E quando, spinti dall'impulso di diffusione
inerente allo spirito repubblicano, costretti dal prepotente interesse
di guerra, gli eserciti francesi varcheranno l'Alpi ed il Reno; quando
lo stendardo tricolore s'affaccierà alle vostre contrade promettendo
rapida e intera quella libertà che voi avrete lasciato intravvedere
soltanto da lungi, che farete voi, Sire? Darete voi allora come dono
regale ciò che i popoli insorti potranno ritorvi coll'armi? O condurrete
gli schiavi a combatter co' popoli, colla Francia, col secolo? Sire,
guardate al 1798; e la libertà era allora in Italia opinione
d'individui; ora è passione di moltitudini; la libertà sorgeva nuova a
tutti, incognita a molti, sospetta a quanti, nati, educati sotto
condizioni contrarie, aborrivano da un mutamento, a cui non potevano nè
sapevano partecipare: ora è sospiro di mezzo secolo, idea famigliare,
cresciuta, radicata negli animi per studî, per educazione paterna, e
memorie dei primi anni, pensiero rinfiammato dalla vendetta, santificato
dal martirio di mille forti, dal gemito di mille madri.
Riassumete, Sire! voi siete a tale, che il sistema del _terrore_ vi
uccide, dichiarandovi infame; ed il sistema delle _concessioni_
v'uccide, svelandovi debole; siete a tale, che non potete durare
esecrato, nè cader grande.
Sire! sono queste le sole vie che vi avanzano? Siete voi tale da non
poter mietere che l'odio o il disprezzo?
E' v'ha una terza via, Sire, che conduce alla vera potenza e alla
immortalità della gloria. V'ha un terzo alleato più sicuro e più forte
per voi che non sono l'Austria e la Francia. E v'ha una corona più
brillante e sublime che non è quella del Piemonte, una corona che non
aspetta se non l'uomo abbastanza ardito per concepire il pensiero di
cingerla, abbastanza fermo per consecrarsi tutto alla esecuzione di
siffatto pensiero, abbastanza virtuoso per non insozzarne lo splendore
con intenzioni di bassa tirannide.
Sire! non avete mai cacciato uno sguardo, uno di quegli sguardi d'aquila
che rivelano un mondo, su questa Italia, bella del sorriso della natura,
incoronata da venti secoli di memorie sublimi, patria del genio, potente
per mezzi infiniti, ai quali non manca che unione, ricinta di tali
difese che un forte volere e pochi petti animosi basterebbero a
proteggerla dall'insulto straniero? E non avete mai detto: la è creata a
grandi destini? non avete contemplato mai quel popolo che la ricopre,
splendido tuttavia malgrado l'ombra che il servaggio stende sulla sua
testa, grande per istinto di vita, per luce d'intelletto, per energia di
passioni, feroci o stolte, poichè i tempi contendono l'altre, ma che
sono pur elementi dai quali si creano le nazioni; grande davvero, poichè
la sciagura non ha potuto abbatterlo e togliergli la speranza? Non v'è
sorto dentro un pensiero: traggi, come Dio dal caos, un mondo da questi
elementi dispersi; riunisci le membra sparte e pronuncia: _È mia tutta e
felice_; tu sarai grande siccome è Dio creatore e venti milioni d'uomini
esclameranno: Dio è nel cielo e Carlo Alberto sulla terra?
Sire! voi la nutriste cotesta idea; il sangue vi fermentò nelle vene
quando essa vi si affacciò raggiante di vaste speranze e di gloria; voi
divoraste i sonni di molte notti dietro a quell'unica idea; voi vi
faceste cospiratore per essa. E badate a non arrossirne, Sire! Non v'è
carriera più santa al mondo di quella del cospiratore che si costituisce
vindice dell'umanità, interprete delle leggi eterne della natura. I
tempi allora furono avversi; ma perchè dieci anni e una corona precaria
avrebbero distrutto il pensiero della vostra gioventù, il sogno delle
vostre notti? Dieci anni e una corona avrebbero ricacciata nel fango
l'anima che passeggiava sui re dell'Europa? Onta a voi! La posterità
perdona ogni cosa a un re fuorchè la viltà; e che cosa è l'uomo che può
esser grande e non è? Quel concetto, Sire, è pur sempre il maggior
titolo, l'unico forse che voi abbiate alla stima degli uomini italiani;
e voi rinneghereste la parte che aveste in esso? Tutta l'Italia non
sarebbe che illusa? E mentre ognuno crede che Carlo Alberto ambisce
d'essere da più degli altri uomini, non avrebbe egli ambito che pochi
anni di trono prima del tempo? Per Dio, Sire, che i dominatori de'
popoli abbiano ad esser diseredati dalla natura di tutte quante le
generose passioni? Che un cuore di re non abbia a battere mai per quanto
fa battere i cuori delle migliaja? Che il sole d'Italia non abbia a
fecondare di affetti magnanimi che petti di cittadini! Che i tiranni
stranieri abbiano soli accarezzata per secoli quest'idea e l'accarezzino
tuttavia, un principe italiano non mai!
Sire! se veramente l'anima vostra è morta a' forti pensieri, se non
avete, regnando, altro scopo che di trascinarvi nel cerchio meschino de'
re che vi han preceduto, se avete anima di vassallo, allora rimanetevi:
curvate il collo sotto il bastone tedesco e siate tiranno; ma tiranno
vero, perchè un sol passo che accenniate di muovere al di là dell'orma
segnata, vi fa nemica quell'Austria che voi temete. L'Austriaco diffida
di voi; ma cacciategli ai piedi dieci, venti teste di vittime; aggravate
le catene sugli altri; pagategli colla sommissione illimitata il
disprezzo di che dieci anni addietro vi abbeverò! Forse il tiranno
d'Italia dimenticherà che avete congiurato contro di lui: forse
concederà che gli serbiate per alcuni anni la conquista, ch'ei medita
dal 1814 in poi.
Che se leggendo queste parole, vi trascorre l'anima a quei momenti, nei
quali osaste guardare oltre la signoria di un feudo tedesco; se vi
sentite sorger dentro una voce che grida: _tu eri nato a qualche cosa di
grande_; oh! seguitela quella voce; è la voce del genio; è la voce del
tempo che v'offre il suo braccio a salire di secolo in secolo alla
eternità; è la voce di tutta Italia, che non aspetta se non una parola,
una sola parola, per farsi vostra.
Proferitela questa parola!
L'Austria vi minaccia i dominî, minaccia Italia intera colle pretese,
colle congiure e cogli eserciti accumulati; a ingojarvi essa non attende
che un'occasione.
La Francia vi minaccia coll'energia delle moltitudini, colla diffusione
dei principî, coll'azione delle sue società, colla necessità prepotente
che, spingendola un dì o l'altro alla guerra, la caccierà nel bivio o di
perire o di eccitare i popoli alle insurrezioni, ed appoggiarle
coll'armi.
L'Italia vi minaccia col furore di libertà che la investe, col grido
delle infinite vittime, coll'ira delle promesse tradite, colle
associazioni segrete che han due volte tentata la libertà della patria,
che proseguono all'ombra, che nessuna forza può spegnere.
Sire! respingete l'Austria,--lasciate addietro la Francia,--stringetevi
a lega l'Italia.
Ponetevi alla testa della nazione e scrivete sulla vostra bandiera:
_Unione, Libertà, Indipendenza!_ Proclamate la santità del pensiero!
Dichiaratevi vindice, interprete de' diritti popolari, rigeneratore di
tutta l'Italia. Liberate l'Italia dai barbari! Edificate l'avvenire!
Date il vostro nome ad un secolo! Incominciate un'era da voi: siate il
Napoleone della libertà italiana! L'umanità tutta intera ha pronunciato:
_i re non mi appartengono_; la storia ha consecrato questa sentenza coi
fatti. Date una mentita alla storia e all'umanità: costringetela a
scrivere sotto i nomi di Washington, e di Kosciusko, nati cittadini:
_v'è un nome più grande di questi; vi fu un trono eretto da venti
milioni di uomini liberi che scrissero sulla base_: A Carlo Alberto,
nato re, l'Italia rinata per lui!
Sire! La impresa può riescir gigantesca per uomini che non conoscono
calcolo se non di forze numeriche, per uomini che, a mutar gl'imperi,
non sanno altra via, che quella di negoziati e d'ambascerie. È via di
trionfo sicuro, se voi sapete comprendere tutta intera la posizione
vostra, convincervi fortemente d'esser consecrato ad un'alta missione,
procedere per determinazioni franche, decise ed energiche. L'opinione,
Sire, è potenza che equilibra tutte le altre. Le grandi cose non si
compiono coi protocolli, bensì indovinando il proprio secolo. Il segreto
della potenza è nella volontà. Scegliete una via, che concordi col
pensiero della nazione, mantenetevi in quella inalterabilmente; siate
fermo e cogliete il tempo: voi avete la vittoria in pugno.
I Polacchi, Sire, hanno insegnato al mondo la potenza d'un popolo che
combatte per l'esistenza politica e la libertà. Suscitate l'entusiasmo,
e anche i sudditi vostri diverranno Polacchi. Cacciate il guanto
all'Austriaco, e il nome d'Italia nel campo: quel vecchio nome d'Italia
farà prodigi. Fate un appello a quanto di generoso e di grande è nella
contrada. Una gioventù ardente, animosa, sollecitata da due passioni
onnipotenti, l'odio e la gloria, non vive da gran tempo che in un solo
pensiero, non anela che al momento di tradurlo in azione: chiamatela
all'armi. Ponete i cittadini a custodia delle città, delle campagne,
delle vostre fortezze. Liberato in tal guisa l'esercito, dategli il
moto. Riunite intorno a voi tutti coloro che il suffragio pubblico ha
proclamati grandi d'intelletto, forti di coraggio; incontaminati
d'avarizia e di basse ambizioni. Ispirate la confidenza nelle
moltitudini, rimovendo ogni dubbiezza intorno alle vostre intenzioni, e
invocando l'ajuto di tutti gli uomini liberi.
Gli uomini liberi, Sire, in Italia son molti; hanno pur potenza,
confessatelo, di farvi tremare sul trono; hanno potenza di rovesciare
tutti quei troni che non s'appoggiano sulle bajonette straniere.
Caddero, Sire, ma voi sapete il perchè: caddero traditi, venduti, perchè
lottavano coi governi, e combattevano coll'armi de' generosi, e colla
innocenza della virtù, mentre i governi pugnavano coll'oro, colle
seduzioni, colla perfidia, coll'arti inique del delitto nascosto.
Caddero perchè mancanti di capi che reggessero coll'influenza d'un nome
l'impresa, e la facessero legittima agli occhi del volgo. Or che sarebbe
quando tutti gli ostacoli si mostrassero calcolati ed aperti, quando
essi non avessero a contrastar col potere, bensì a riunirsi con esso?
Che sarebbe quando tutti vi si annodassero intorno, quando tutti
usassero la loro influenza a pro vostro, quando tutti vi cacciassero ai
piedi le loro vite per pagarvi del beneficio d'aver creata un'idea
sublime, d'aver somministrato all'universo un nuovo tipo di grandezza,
la virtù sul trono? Sire! a quel patto noi ci annoderemo d'intorno a
voi: noi vi profferiremo le nostre vite: noi condurremo sotto le vostre
bandiere i piccoli Stati d'Italia. Dipingeremo ai nostri fratelli i
vantaggi che nascono dall'unione: provocheremo le sottoscrizioni
nazionali, i doni patriotici: predicheremo la parola che crea gli
eserciti, e, dissotterrate le ossa de' padri scannati dallo straniero,
condurremo le masse alla guerra contro i barbari come a una santa
crociata. Uniteci, Sire, e noi vinceremo, perocchè noi siam di quel
popolo, che Bonaparte ricusava di unire perchè lo temeva conquistatore
di Francia e d'Europa.
Questo faremo; ma voi, Sire, non ci mancate all'impresa: nel sapere
scegliere il momento è riposta la somma delle cose; ed ora è il momento:
ora che la Russia spossata da una lotta sanguinosa, travagliata negli
eserciti dalle opinioni e da' morbi, screditata in faccia all'Europa, ha
d'uopo rifarsi col riposo e riordinarsi:--ora che la Prussia è agitata
da terrori di sommosse all'interno, e costretta a serbar le sue forze
per una guerra che un colpo di fucile belgico può rompere da un momento
all'altro:--ora che l'Inghilterra è condannata all'inerzia, finchè non
sia consumata la gran lite della potenza popolana e della feudale
aristocrazia. E la nazione francese è per voi. Or che temete? Il
Tedesco? gridategli guerra: ardite guardar da vicino questo colosso,
composto di parti eterogenee, minato in Galizia, nella Ungheria, nella
Boemia, nel Tirolo, nella Germania; e che non è forte se non
dell'inerzia, e perchè altri è debole. Gridategli guerra e assalite:
l'assalitore ha immenso vantaggio sul suo nemico. Una voce ai vostri,
una voce alla Lombardia, e avanzatevi rapidamente. Là nella terra
lombarda hanno a decidersi i fati dell'Italia, ed i vostri: nella terra
lombarda, che non aspetta se non un reggimento ed una bandiera per
levarsi in massa: nella terra lombarda che divorerà i suoi nemici come
a' tempi di Federigo e triplicherà il vostro esercito! Ma siate forte e
deciso: rinnegate i calcoli diplomatici, gl'intrighi de' gabinetti, le
frodi dei patti. La salute per voi sta sulla punta della vostra spada.
Snudatela e cacciatene la guaina. Fate un patto colla morte e l'avrete
fatto colla vittoria.
Sire! e' m'è forza il ripeterlo: Se voi non fate, altri faranno e senza
voi, e contro voi. Non vi lasciate illudere dal plauso popolare che ha
salutato il primo giorno del vostro regno: risalite alle sorgenti di
questo plauso, interrogate il pensiero delle moltitudini: quel plauso è
sorto, perchè, salutandovi, salutavano la speranza, perchè il vostro
nome ricordava l'uomo del 1821: deludete l'aspettazione; il fremito del
furore sottentrerà ad una gioja che non guarda se non al futuro. Oggimai
la causa del dispotismo è perduta in Europa. La civiltà è troppo oltre,
perchè l'insania di pochi individui possa farla retrocedere. I re della
lega lo intendono, ma son troppo in fondo per poter risalire. Essi
lottano disperatamente col secolo e il secolo li affogherà. Han detto:
chi nacque tiranno, morrà tiranno: e sia: vissero paurosi e colpevoli,
morranno esecrati e rejetti. Ma voi, Sire, siete vergine di delitto
regale: siete degno ancora d'interpretare il voto del secolo. Davanti al
voto del secolo che la grand'anima sua intravedeva, impallidiva
Napoleone quando il diciotto brumajo lo costituiva in contrasto colla
libertà nella sala de' Cinquecento. Fu l'unica volta che Napoleone
impallidì: ma pochi anni dopo, egli commentava dolorosamente nell'isola
di Sant'Elena quel pallore, proferendo le memorande parole: _j'ai heurté
les idées du siècle, et j'ai tout perdu_.
Sire! per quanto v'è di più sacro, fate senno di quelle parole. Volete
voi morir tutto e vilmente? La fama ha narrato che nel 1821 uno schiavo
tedesco insultò al principe Carlo Alberto fuggiasco, salutandolo _re
d'Italia_. Quell'onta, Sire, vuol sangue. Spargetelo in nome di Dio, e
lo scherno amaro ripiombi sulla testa de' nostri oppressori. Prendete
quella corona: essa è vostra, purchè vogliate.
Attendete le solenni promesse.--Conquistate l'amore de' milioni. Tra
l'inno de' forti e dei liberi, e il gemito degli schiavi, scegliete il
primo. Liberate l'Italia dai barbari e vivete eterno!
Afferrate il momento.
Un altro momento, e non sarete più in tempo. Rammentate la lettera di
Flores-Estrada a re Ferdinando; rammentate quella di Potter a Guglielmo
di Nassau!
Sire! io v'ho detto la verità. Gli uomini liberi aspettano la vostra
risposta nei fatti. Qualunque essa sia, tenete fermo che la posterità
proclamerà in voi--il Primo tra gli uomini, o l'Ultimo de' Tiranni
Italiani.--Scegliete! (1831).