avvolgersi sempre fra i primi le due incantevoli creature.--E per un
momento trasportato dal calore della pugna, e dal fascino della
bellezza, mi sembrò d'esser lanciato in quei tempi eroici ove i genii e
le dee presiedevano agli eventi delle battaglie.
Le due eroine, giacchè le conosciamo donne, avevano perduto nella
mischia i loro _fez_ (bonetti) e turbanti; dimodochè una capigliatura
d'oro ed una d'ebano avean per un momento svolazzato sull'altipiano del
_Pianto del Romani_.--Esse indispettite d'essere state svelate, misero
le ali ai piedi, e perseguirono disperatamente il nemico.--Le due
coraggiose sarebbero forse giunte a Calatafimi la stessa sera, se P....
e Nullo, l'eroe della Polonia--ferito in un piede, correndo sopra il
sano solo--non le avessero fatte tornare indietro.
La sera di quel glorioso giorno, io stanco, mi riposavo nella vallata
che divide _Calatafimi_ dal _Pianto dei Romani_; quando P.....
presentossi a me con quelle due belle figure che tanto m'avean colpito
nella giornata.
«Lina, mia sorella, mi disse, viene colla sua compagna Marzia, a
chiedervi perdono, d'aver trasgredito l'ordine di non potersi imbarcare
donne nella spedizione».
«Lina è dunque figlia delle belle valli lombarde», io risposi: non
potendo decidermi ad un rimprovero, ed un poco sorpreso da tale visita;
poi alquanto rinfrancato: «quando per una trasgressione si acquistano
tali valorose come sono vostra sorella e la compagna, io, che non sono
un modello d'ordine, posso bene accomodarmivi».
Un momento di silenzio seguì l'interessante colloquio, e vedendomi fiso
al volto di Marzia, P.... riprese: «Marzia è Romana, e non possiamo
dirvi altro di essa, poichè ella stessa non ci ha fatto sapere di più».
E senza aspettare la mia risposta, P..... continuò: «Non vogliamo
tediarvi, poichè dovete essere stanco».
«Lina vuol presentarvi un mantello incerato, tolto ad un ufficiale
nemico, e che vi servirà, sprovvisto come siete, per coprirvi dalla
rugiada», e senza darmi tempo di ringraziare, i tre si dileguarono nelle
tenebre.
Io m'addormentai, sognando di battaglie, di dee, di genii, d'Italia
intiera risorta, e la sveglia, con cui il mio tromba avea petrificato il
nemico nel giorno antecedente, mi destò colla piacevole notizia: che il
nemico avea abbandonata Calatafimi.
E fu veramente grata tale notizia, poichè tenendo il nemico Calatafimi,
noi avremmo dovuto ben sudare per impossessarci di quella formidabile
posizione.
NOTE:
[11] La signora Crispi.
CAPITOLO VIII.
DA CALATAFIMI A RENNE.
La vittoria
È sul brando del forte.
(_Autore conosciuto_).
La vittoria di Calatafimi fu incontestabilmente decisiva per la
brillante campagna del 1860.
Era un vero bisogno d'iniziare la spedizione con uno strepitoso fatto
d'armi. Esso demoralizzò gli avversari che colla loro fervida
immaginazione meridionale, raccontavan portenti sul valore dei Mille, e
sulla impenetrabilità della loro pelle a qualunque proietto, e rinfrancò
i prodi Siciliani che, per esser pochi, erano stati scossi dagl'immensi
presidii di soldati, e di mezzi accumulati dai Borbonici nell'isola.
Palermo, Melazzo, il Volturno, videro molto più feriti e cadaveri.--Vi
furono certamente delle pugne più lunghe ed accanite.--Per me però il
combattimento decisivo fu Calatafimi.--Dopo il Pianto dei Romani, i
nostri sapevano che doveano vincere; e quando s'inizia una pugna con
quel prestigio, si vince!
Novara, Custoza, Lissa, e forse anche Mentana, nullostante tanta
disparità di mezzi e di numero, sono una sventura per l'Italia, non
tanto per le perdite nostre d'uomini e di mezzi, quanto per la boria dei
nostri nemici che certamente non valgono più degli Italiani; e che
dovendo combatterci, verranno a noi come su preda facile, su gente che
si spinge avanti coi calci dei fucili.
E non dubito: gli oppressori nostri s'inganneranno, ove la gente italica
sia guidata da un uomo ben convinto che bisogna vincere.
Le battaglie suaccennate di Novara, Custoza, Lissa, non furono
disputate.--In tutte, le nostre forze pugnarono parzialmente, e la
maggior parte rimase inoperosa, e ad altro non servì che ad accrescere
la confusione della ritirata.
Io ho conosciuto in America un valorosissimo generale che dopo d'aver
iniziato brillantemente una battaglia, a qualunque rovescio parziale
comandava la ritirata, e ne conseguiva certo che, ritirandosi di giorno
davanti a un nemico impegnato, la ritirata si cambiava in sconfitta.
Ridotto oggi a consigliare i giovani che guidavo una volta, io non
cesserò di ammonirli sulla necessità di _costanza_, sia nel durare alle
fatiche e disagi, nelle guerre che pur troppo dovranno ancor fare; sia
nelle giornate di pugna grandi o piccole.
A Melazzo i Mille furono perdenti fin verso sera, avendo cominciato il
combattimento all'alba, ed un ultimo sforzo fatto sul fianco sinistro
del nemico, decise della giornata.
Al Volturno, iniziata la battaglia prima dell'alba, il nemico era ancora
padrone del campo di battaglia alle 3 pomeridiane; quando giunsero
alcune riserve da Caserta che influirono a cacciarlo dentro Capua in men
d'un'ora.
Non dirò di Palermo, ove vi fu non solo _costanza_ da parte dei pochi
militi nostri e della inerme popolazione, ma _sfacciataggine_ di cacciar
via dalla città ventimila soldati che potevan far l'orgoglio di
qualunque generale.
Alle prime prove dell'Italia contro i suoi eterni nemici, vi vorrà un
Fabio che sappia temporeggiare: ed il nostro paese è tale da poter
guerreggiare come si vuole; accettare o no una battaglia quando
convenga, gettando frattanto alle spalle del nemico e su tutte le sue
comunicazioni tutta la parte virile della nazione, non in guanti bianchi
come soglionsi ricevere gli invasori--ma col ferro e col
fuoco--fucilando il traditore che ha dato un bicchier d'acqua ad un
assassino. Poichè è assassino chi invade proditoriamente la casa di un
vicino e se ne fa padrone.
Allora verrà presto la parte di Marcello della _spada di Roma_, che
potrà senza cerimonie attaccar di fronte il borioso nemico, e finalmente
Zama, ove un nuovo Scipione torrà ad esso la voglia di venir ancora a
mangiare i nostri fichi.
Anche in questo mi tormenta l'idea del prete, che vuol fare degli Itali
tanti sagrestani.--E se l'Italia non vi rimedia, è un affare serio! I
gesuiti non ponno far altro che: ipocriti, mentitori, e codardi! Vi
pensi chi deve che, per marciare e dar delle splendide baionettate vi
vuol gente forte.
Calatafimi sgombro dai nemici fu da noi occupato. La maggior parte dei
nostri feriti era stata trasportata a Vita.
A Calatafimi trovammo i più gravi dei feriti nemici, e furon trattati da
fratelli.--Avean qualche rimorso queste dominatrici famiglie
dell'Italia, nell'aizzare le nostre popolazioni infelici, siccome
mastini, le une contro le altre?
Rimorsi! Ma che rimorsi! Tutto il loro studio non era forse
d'inimicarle, e tutto il loro interesse?--acciocchè continuasse ad esser
difficilissimo, se non impossibile, l'unificazione della patria
Italiana?
Sarebbe lunga la storia delle corruzioni e dei tradimenti di codesti
signorotti per il diritto divino, oggi felicemente mendicanti per la
maggior parte; tuttora però, traditori e pervertitori della nazione.
Le genti della Trinacria frattanto accorrevano ad ingrossar le fila dei
Mille. Alcamo accoglieva i vincitori con tutto l'entusiasmo di cui sono
capaci quei fervidi Meridionali.--Partinico fece di più: vedendo i
nemici che sì crudeli eran stati cogli abitanti, ora sbandati e
fuggenti, quella popolazione diede loro addosso, e sino le donne
trucidarono di quei disgraziati.
Miserabile spettacolo! noi trovammo i cadaveri dei soldati Borbonici per
le vie divorati dai cani!!!
Eran pure cadaveri d'Italiani che, se educati alla vita dei liberi,
avrebbero servito efficacemente la causa del loro oppresso paese, ed
invece come frutto dell'odio suscitato dai loro perversi padroni, essi
finivano straziati e mutilati dai loro proprii fratelli con tale rabbia
da far inorridire i Torquemada.
Dalle belle pianure d'Alcamo e di Partinico la colonna ascendeva per
Borgetto sull'altipiano di Renne, da dove dominava la conca d'oro e la
Regina dei Vespri--che confesso--se fra le sue cento città, Italia
avesse una mezza dozzina di Palermo--da molto tempo lo straniero non
calpesterebbe questa nostra terra.--E certo il Governo dei birri e delle
spie o marcerebbe diritto o il diavolo se lo sarebbe portato via.
Renne sarebbe una posizione formidabile, se nello stesso tempo ch'essa
domina lo stradale da Palermo a Partinico non fosse dominata dalle
alture immediate a mezzogiorno e tramontana che appartengono ai monti
irregolari che circondano la ricca vallata della capitale. Renne è
famosa nella campagna dei Mille per due giorni di copiosa pioggia,
passati senza il necessario per affrontare le intemperie, ove fu assai
incomodata la gente, ma ove quel pugno di prodi provò: esser disposto ai
disagi siccome a disperate battaglie.
CAPITOLO IX.
I PRECURSORI.
E tu onore di pianto Ettore avrai
Ove fia santo e lagrimato il sangue
Per la patria versato, e finchè il sole
Risplenderà sulle sciagure umane.
(FOSCOLO).
Prima del 5 maggio partivano da Genova due giovani con destinazione alla
Trinacria. L'uno bellissimo e castagno di capigliatura, apparteneva a
nobile famiglia dell'isola; l'altro avea la bellezza del plebeo
meridionale, con una capigliatura d'ebano, un volto regolare ma
bronzato, tarchiato e robustissimo.--Egli era, a non ingannarsi, uno di
quella casta che la fortuna condanna a menar le braccia per la
sussistenza, e che qualche volta stimolati da istinti generosi o
dall'ambizione d'innalzarsi, si lanciano al di fuori dell'area in cui la
sorte sembrava volerli circoscrivere; e, se coadiuvati dal genio, si
vedono transitare dall'infimo della condizione umana ai gradini
superiori.--Tali i Cincinnati, i Mario ed i Colombo.
L'Italia incontrastabilmente--paese di non comune intelligenza in tutte
le classi--ha forse troppi di questi nobili plebei ambiziosi di
migliorare od innalzare la propria condizione: ciocchè, senza dubbio, è
causa d'aver essa in proporzione un'esorbitanza di cittadini repugnanti
alle manuali occupazioni.
Per esempio, ho veduto in America dei giovani Italiani letterati,
ridotti a non trovar impiego e quindi alla miseria; mentre i nostri
operai, contadini, carpentieri, ecc., appena giunti eran cercatissimi,
impiegati subito con splendidi salari, e vivevano perciò una vita
agiatissima.
Nella propensione nostra quindi di salire nella scala umana, v'è bene e
male--dipendendo dalla fortuna, accertare o no, l'uno o
l'altro.--Comunque io consiglierò sempre a' miei concittadini d'imparare
un'arte manuale qualunque--ove troveranno sempre più robustezza che
nelle occupazioni di scrivanie--e più sicurezza di guadagnar la vita in
ogni parte del mondo--sopratutto poi, non dimenticar la massima di
spender nove quando si possiede dieci.
Nell'anima dei due però, che si lanciavano a morte quasi sicura, v'era
la devozione eroica dei Leonida e dei Muzio Scevola.--Rosolino Pilo e
Corrao ponno giustamente chiamarsi i precursori dei Mille; e noi li
trovammo in Sicilia dopo di una traversata portentosa, facendo
propaganda emancipatrice, e solleticando i coraggiosi figli dell'Etna a
sollevarsi colla promessa di pronti soccorsi dal continente.
Due individui e non più sbarcavano sulla loro terra--proscritti e
condannati a morte--spargendo la loro santa propaganda, e senza esitare
dirò: con tanta sicurezza come sulla terra d'asilo!
Sappilo, tirannide! e sappi che questa non è terra da spie! Tu hai
perduto il tuo tempo, impiegando ogni specie di corruzione! Qui--su
questi frantumi di lava--il tuo potere, brutto di sangue e di vergogna,
è effimero!
Butta giù quella tua maschera di Statuto, a cui nessuno più crede, e
mostrati col tuo ceffo deforme da Eliogabalo o da Caracalla--qui altro
non è che questione di tempo--d'anni--che dico? forse di giorni.--Che
s'intendano questi ringhiosi discendenti della discordia e della
grandezza, e come nel Vespro, in poche ore, verun vestigio resterà più
delle vostre sbirraglie.
Rosolino Pilo in una scaramuccia coi Borbonici--mentre i Mille facevano
alcune fucilate nelle vicinanze di Renne--fu colpito da un piombo
nemico, mentre si accingeva a scrivermi dalle alture di S. Martino, e
stramazzò cadavere.
Italia perdeva uno dei più forti di quella brillante schiera, che col
loro coraggio e nobile contegno menomano alquanto le sue umiliazioni e
le sue miserie.
Corrao, men fortunato di Rosolino, dopo d'aver pugnato valorosamente in
ogni combattimento del 60, morì di piombo italiano per gare individuali.
Il generoso popolo della Sicilia, io spero, non dimenticherà quei suoi
due prodissimi concittadini.
CAPITOLO X.
LE DUE EROINE.
La donna bella, buona e coraggiosa
È un vero portento della natura.
(_Autore conosciuto_).
Nel campo di Renne, ove i Mille eran sequestrati da piogge
dirotte, v'era mestieri di notizie certe sulla situazione di
Palermo.--Quell'invitta popolazione fremente, di quel fremito che fa
tremar la tirannide corazzata d'acciaio ed assiepata da baionette, era
tenuta dopo l'eroico tentativo del 4 aprile nel più assoluto e rigoroso
stato d'assedio.
Poche eran le comunicazioni colla campagna, e quelle poche persone a cui
era permessa l'uscita dalla città dovevano garantire il Governo che
nulla da loro avea da temere di congiure o d'intelligenza coi patrioti
di fuori--al solito chiamati briganti.
Ma mal si governa colla tirannide e peggio ancora con popoli che hanno
tradizioni come quella dei Vespri--la più terribile delle lezioni data
dai popoli ai loro oppressori--e che non trova paragone in nessun tempo
ed in nessuna delle storie delle Nazioni.
Italia! _terra dei morti_--secondo uno di quei grandi che vengono
nominati tali, perchè nacquero tra generazioni di piccoli.--Italia,
dico, depressa oggi, umiliata--e detto in onor del vero--anche
disprezzata--conta dei fatti che nessun popolo della terra uguaglia.
1º Giunio Bruto, condannando a morte i proprii figli perchè creduti
implicati in una congiura contro lo Stato.
2º Manlio, dittatore, facendo decapitare in sua presenza il valoroso suo
figlio vincitore d'un gigante latino che avea sfidato a pugna singolare
i migliori dell'Esercito Romano, perchè avea trasgredito il divieto
dittatoriale di non uscire dalle fila. Questi due fatti d'insuperabile
disciplina sono forse la chiave di quella severissima disciplina romana
che condusse le Legioni su tutto l'orbe conosciuto, e di cui si trovò un
saggio sotto le ceneri di Pompei, d'un legionario che coll'arma al piede
lasciossi coprire dalle ceneri senza muoversi.
3º E i Vespri? Un popolo che conta i Vespri ne' suoi annali, può durar
poco nel servaggio.--E ricordatelo bene voi che nei tempi presenti
(1870) cercate di imbavagliarlo con delle concessioni e delle carezze
più o meno scellerate e sempre gesuitiche.--Voi che nascondete le ugne
d'acciaio degli antichi signorotti sotto uno straccio di carta che
presto, speriamolo, per il decoro dell'Italiana famiglia, vedremo
svolazzare nel letamaio delle genti rigenerate.
Lina e Marzia abbandonando la loro assisa maschile, aveano indossato le
vestimenta più confacenti alle loro bellissime forme, cioè la sottana ed
il farsetto, così graziosamente allacciato dalle vezzose forosette della
conca d'oro. Due rossi fazzoletti di seta che per caso si trovarono nel
vicino borgo di _Misero i cannoni_, furono fantasticamente avvolti a
quelle teste da modello, nascondendo non totalmente le ricchissime
capigliature, giacchè il sesso gentile ama, com'è naturale, di mostrare
i tesori che natura profuse sulla creatura prediletta.
Solo i calzari delle due eroine avevano militare, o piuttosto,
cacciatrice fisionomia, poichè nel borgo suddetto non si trovarono
calzature fatte da donna.
I volontari contemplavano meravigliati le superbe donzelle che sì fiere
avean veduto sul campo di battaglia, ora orgogliose d'essere prescelte
ad ardua e pericolosa impresa, e poi si guardavan l'un l'altro
stupefatti.
Nullo, perdutamente innamorato della Lina--da lui conosciuta nelle natíe
ed alpestri valli--supplicava invano il comando dei Mille, di lasciarlo
andare in compagnia della bella coppia.
E P... non meno di lui invaghito della Marzia manifestava lo stesso
proponimento. Alla vigilia di serii combattimenti però, non si volle
privare il corpo di due sì valorosi ufficiali.
Una contadina del borgo anzidetto fu destinata ad accompagnarle come
guida.--E così munite di adeguate istruzioni Lina e Marzia
s'incamminarono verso la capitale della Sicilia, le di cui altiere torri
scorgevansi alla distanza di poche miglia, dominando la superba
metropoli dei Vespri ed il littorale Mediterraneo.
CAPITOLO XI.
ITALIA.
Italia, Italia, tu, cui feo la sorte
Dono infelice di bellezza.....
..... Nè te vedrei del non tuo ferro cinta
Pugnar col braccio di straniera gente
Per servir sempre, o vincitrice, o vinta.
(FILICAJA).
Ed eccomi ancora a trattare del pugnale, quantunque mi ripugni
ricominciare con tale terribile argomento.
E perchè dunque vi costituite tiranni? Perchè da secoli questa mia terra
deve servire di lupanare a quanti malandrini porta l'Europa?
Perchè essi vengono a mangiarci i frutti, a beverci il vino, che
costarono il sudore della nostra fronte?
Perchè? Perchè? arrossisco nel pensare a tanti altri perchè, che solo il
pugnale può vendicare!
E voi, amabili ed umani dominatori dell'Occidente e del Settentrione,
qual'armi avete concesso ai vostri Iloti italiani, perchè non dovessero
servirsi d'un ferro, per vendicare un oltraggio od un disonore?
Oggi ancora, ladroni spudorati, voi infestate le nostre terre che tenete
a ruba da varii secoli,--sotto il falso pretesto di religione che non
avete, e di diritto divino con cui burlate il mondo.--Ditemi voi: se più
legali sono i vostri furti e le vostre violenze, od il ferro italiano
che qualche volta--segna le vostre schifose fisonomie?
Ditemi, s'eran legali i vostri assassinii, commessi contro i Messicani,
tra cui l'italiano generale Ghilardi fucilato proditoriamente dal servo
del 2 Dicembre, Bazaine, contro i Romani del 49 e del 67, contro i
Veneti, i Bassi, i Ciceroacchi con due figli e nove compagni, i martiri
di Belfiore, ecc. ecc., tutti onesti, tutta gente di cui più valeva un
capello che tutta l'anima vostra, carnefici del genere umano!
E verrà un giorno in cui l'Italia purgata dei suoi Tersiti, e dei suoi
impostori che l'addormentano e la corrompono, vi tratterà non più coi
guanti bianchi--come siete usi ad esser trattati in questo sventurato
paese, ma da assassini vi tratterà, come siete, impiegando i mezzi che
adoperano i popoli per redimersi da tiranni e da ladri, cioè: pugnale,
fuoco, veleno.
E non fate cipiglio--signori vermi della società umana--a tali felici
augurii per il mondo, poichè grassi, pistagnati, indorati come siete,
siete più nocivi dell'insetto che rode le radici della pianta
alimentaria, e dell'avvelenatore rettile, che uccide quasi
istantaneamente l'umana creatura.
Sì! voi oppressori delle genti e sostenitori della menzogna, siete la
peste del mondo!
È duopo rammentar sovente tutto ciò ai dormenti nostri concittadini:
acciò smentiscano i soddisfatti, perchè con pancia piena spacciano
massime che son tutte menzogne e paroloni di libertà, di indipendenza e
di unità italiana con solo di vero: miseria e degradazione!
E finalmente: non è il Buonaparte con complici il Governo italiano ed i
preti, il mantenitore del brigantaggio nell'Italia meridionale?
E non sono i despoti, i fomentatori delle rivoluzioni nel mondo?
Io sfido che si provi il contrario.
CAPITOLO XII.
MANISCALCO.
L'immacolato tricolor, dolenti
Sì, noi macchiammo, per veder risorti
Della Romana Italia, i macilenti
Nipoti a un fascio e ad un cammin consorti.
Or dimmi: hai tu dell'Italo fidente
Appagata la speme--e le proterve
De' suoi tiranni, soldatesche hai spente--
Birri un dì noi vedemmo e genti serve
Su quest'afflitta terra--e fatalmente
De' servi e birri, noi vediam caterve.
(_Autore conosciuto_).
Ammiratore della rigida, non uguagliata da nessun popolo della terra,
antica disciplina romana, io, sono quindi amante dell'ordine,
cioè--vorrei vedere i popoli prosperi, liberi, felici--ed i loro
reggitori, occupati non d'altro che del loro benessere--garanzie sicure
queste della quiete pubblica.
Non reggitori simili agli odierni d'Italia, speculando sulle miserie
della nazione, rovinandola per soddisfare a depravati capricci, non più
tollerati dalla società moderna--e per impinguare numerosa caterva di
satelliti che lor fan corona.
Sì! ordine vogliam noi, uomini della libertà e del progresso--cioè:
Repubblicani.
Ordine! ordine! e chi lo disturba quest'ordine che l'umanità
richiede--siete voi, persecutori delle genti! perturbatori della
condizione normale dei popoli--voi! per gozzovigliare alle spese
altrui--e far infelici le nazioni che speravano da voi un governo umano
e riparatore.
Sì, voi potenti per astuzia e per l'imbecillità altrui, millantate
ordine, colla coscienza di mentire--rovesciando, distruggendo ogni più
sacra cosa; e facendo della famiglia umana una caterva di sventurati e
di spie!
L'ordine che voi volete è la quiete--quella quiete che brama l'assassino
nel godimento della roba depredata.
E Maniscalco era uno di quei vili istromenti che la tirannide poltrona,
paurosa e codarda, spinge fra le moltitudini per spiarle, torturarle,
assassinarle, quando fia duopo, per mantenere _l'ordine_ che disturbano
alcuni affamati servi.
Essi, istrumenti, hanno il genio della corruzione, della perversità, e
sanno scegliere nella folla i loro seguaci, che distinguono a cert'aria
di famiglia, agli inerenti vizii inseparabili di tale bordaglia: vizii
ch'essi vogliono soddisfare al prezzo di qualunque infamia, e
riconoscibili poi a certa peculiare impronta famigliare alla gente dello
stesso marchio.
In Palermo, Maniscalco munito di pieni poteri, ed accrescendo di potenza
in ragione inversa del credito de' suoi padroni--credito da tiranni,
che sulla terra dei Vespri si scioglie tanto presto, quanto la neve al
contatto della rovente lava de' suoi vulcani--un perverso come
Maniscalco--su cui posava tutta la fiducia del Borbone in Sicilia--s'era
certamente permesso ogni specie di dissolutezza, di delitti e crudeltà:
la purezza delle vergini, la santità dei matrimonii, tutto andava in un
fascio davanti alle libidini dello scellerato. La cuffia del silenzio, e
quante torture avevano inventato i Torquemada, erano impiegate per
strappare dagli sventurati prigionieri i segreti delle congiure dal
dispotismo suscitate.
Un giorno in via Maqueda, tutte le classi della splendida capitale della
Sicilia tornavano dal passeggio della Favorita;--tutte le classi,
sì,--perchè quantunque poco menomata in potenza la famiglia dei feudali,
i popoli, sono fuori da quel servilismo, che nel Medio Evo, non
permetteva ad un plebeo di passeggiare accanto ai favoriti dal
privilegio.
Nella folla accalcata in quella seconda strada di Palermo,
pavoneggiavasi il sanguinario Ministro del Re di Napoli, con scorta
numerosa de' suoi satelliti, armati fino ai denti.--Tali non
compariscono in pubblico gli agenti dell'autorità, ove la libertà non è
vana parola.
Il _policeman_ dell'Inghilterra, o degli Stati Uniti ispira fiducia
all'onesto cittadino, e non timore come il sinistro cagnotto della
tirannide--il _bravo_ dei signorotti moderni.
Maniscalco dunque, attorniato da' suoi, scoteva l'altero suo capo, e
gettava sulla moltitudine uno sguardo di disprezzo, e la moltitudine,
come se raccogliesse la sfida dell'insolente, calcavasi sulla siepe di
sgherri che corazzava il malvivente, premevala, e dal seno di quell'onda
di popolo scaturiva una di quelle figure, che la poesia dipinge
dominatrici delle tempeste, sieno esse di genti o di elementi.