Però--vogate--nobili piroscafi, i Mille non sono gente da to

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GARIBALDI

I MILLE

Virtù contra furore

Prenderà l'armi; e fia il combatter corto,.....

Chè l'antico valore

Negli italici cor non è ancor morto.

(PETRARCA)

TORINO

TIP. E LIT. CAMILLA E BERTOLERO MDCCCLXXIV.

I diritti d'autore di quest'opera e delle traduzioni della medesima in

lingue straniere sono rigorosamente mantenuti.

Di quest'edizione non è stato tirato che il solo numero di copie per i

sottoscrittori, nazionali e stranieri.

Qualunque copia mancante del numero d'ordine e del bollo sarà

assoggettata ai rigori della Legge sulla Proprietà letteraria.

PREFAZIONE

_Alla Gioventù Italiana_

Eccovi un altro mio lavoro--questo lo dedico a voi, non perchè sia

migliore degli antecedenti, ma perchè voi troverete dei fatti compiuti

dai vostri antesignani e fedelmente narrati da me, testimonio oculare.

Il male che dico del governo, credo sia inferiore ai meriti dello

stesso, e desidero si creda che non per sistema io lo maledico, ma per

puro convincimento di far bene, accennando al male.

Che la Monarchia per interesse proprio abbia secondato le aspirazioni

nazionali nell'unificazione patria credo assurdo il negarlo, siccome

assurdo sarebbe il negare aver la Democrazia seminato i campi di

battaglia coi suoi martiri nell'intento solo generoso dell'unificazione

dell'Italia e della sua emancipazione dal dominio straniero e

teocratico.

Alcuni pochi che nelle fila della Democrazia pugnarono per il proprio

avvenire, oggi si trovano nel Consorzio Monarchico, e quindi divisi

dalla stessa, ed obbligati a continuar col governo la via di perdizione.

Il governo italiano modellato su quello imperiale di Francia, in tutto

lo somiglia, ne segue esattamente le traccie, ed avrà le stesse

conseguenze.

Non credano i moderni Machiavelli d'Italia d'esser più furbi dell'uomo

di Sédan; essi lo ponno uguagliare in malvagità, non in malizia.

Come quello, questi edificano su fondamenta putride della sacerdotale

menzogna, e come quello saranno sepolti nelle immondizie da loro stessi

accumulate.

Perseguitino pure l'Internazionale, cioè la miseria da loro creata e

mantenuta--spargano pure sulla superficie dell'Italia, colla solita

intenzione di corromperla, i soliti agenti del corruttore supremo di

Roma--ed invece di costruire degli Ospizi d'asilo per i tanti condannati

a morir di fame in questo inverno di carestia, comprino pure delle nuove

tenute di caccia per divertirsi--e nuovi palazzi vescovili--vedremo come

se la intenderanno colla fame della moltitudine.

In Germania, tutti lo dicono, non v'è più un solo individuo che non

sappia leggere e scrivere. La Francia grida: istruzione ad ogni costo. E

l'Italia prodiga il suo erario a pagare dei vescovi e simili agenti

delle tenebre.

Ripeto: ve la intenderete colla fame--!

Dei preti dico poco male, me lo perdoneranno i miei concittadini,

considerando che pur qualche cosa dovevo mollare alle paterne

ammonizioni dello Spigolatore Bolognese all'_Unità Italiana_ (giornale)

sulle mie _antifone_ contro i preti.

Sui meriti della gioventù Romana, per cui ho una predilezione speciale,

alcuni mi troveranno esagerato. Ebbene, se sono largo di elogi agli

odierni discendenti dei Quiriti, ciò sia un pegno per il loro contegno

avvenire.

Essi, sin ora sotto la diretta educazione del prete, ed in presenza

delle sue carceri, de' suoi birri, e de' suoi istrumenti di tortura,

dovevano essere ciò che erano veramente.

Oggi però, abbenchè poco meglio governati, essi non sono più sudditi o

schiavi del clero--e devono sottrarsi intieramente da quel vergognoso

servaggio, abiurarlo, maledirlo, distruggerlo sino alle ultime

vestigia--ricordandosi che dal clero, essi, dall'apice delle Nazioni

furono precipitati all'infimo grado della scala umana.

E che non vengano qui gli uomini a dottrine che puzzano di sagristia e

di ceppi a dottoreggiare, che non conviene agli operai (come si

preconizza in Roma oggi) di trattare di politica.

Se io, povero _mozzo_, non m'inganno, politica significa affare dei

molti--ed intendo i _molti_ dover essere coloro che menan le braccia

nella società quando ben costituita--ed i molti naturalmente interessati

a sapere se la barca va negli scogli o a salvamento.

La gioventù Romana--operai od altro--deve quindi occuparsi di

politica--e convincersi che il suo contegno calmo, dignitoso, ma

energico nello stesso tempo nella insofferenza d'oltraggi od esigenza di

diritti--il suo contegno, dico, deve servire di stella polare alle città

sorelle, per ottenere un'Italia prospera e rispettata nel mondo.

Posta così a capo del progresso nazionale--e partecipando alla buona ed

alla cattiva fortuna del resto della Penisola, la vecchia matrona--sarà

impossibile esser la nostra bella patria trascinata indietro

nell'anfiteatro del fanatismo e della tirannide.

Emancipata dall'idolatria, e spinta col suo culto del vero e della

giustizia verso la fratellanza universale, Roma potrà salutar finalmente

l'alba d'un terzo periodo intellettuale nell'immortale ed impareggiabile

sua esistenza.

La nazione ha quindi il diritto di sperare nel buon andamento che il

popolo dell'illustre Capitale saprà dare alla Vita Italiana.

Vecchio--e poco più atto, o nulla, all'azione materiale--devo limitarmi

a consigliare i giovani che ponno utilizzare la mia esperienza.

Accennerò alle esagerazioni.

Non credete voi che le esagerazioni dell'ultima rivoluzione di Parigi

l'abbiano perduta? Io lo credo--e credo le esagerazioni dei dottrinarii

manterranno ancora per molto tempo l'Internazionale in uno stato

spaventoso per le classi agiate--ciocchè servirà di puntello e di

propugnacolo alle monarchie ed al clero per combatterla.

Dall'altra parte noi diremo ai governi:

«Combattete il male di cui siete artefici, e non l'Internazionale, se ne

siete capaci.

«I creatori dell'Internazionale e delle rivoluzioni siete voi.--Giacchè

se voi combattete il vero e la fratellanza umana, non valete più dei

preti abbagliati dalla luce, e che condannano alle fiamme chi non crede

alle loro menzogne.

«Se continuate nella via del privilegio, voi rinnegate il diritto e la

giustizia, e l'Internazionale--complesso della classe soffrente--finirà

per rovesciarvi e distruggervi--E se mal diretta, per precipitare il

mondo in uno di quei cataclismi da far tremare la terra.

«Istigatori del malcontento e delle miserie, voi siete i creatori del

brigantaggio sempre crescente--e siccome siete la malizia e la

fallacia--profittate degli stessi disordini suscitati da voi per

accrescere il numero dei vostri puntelli. E vediamo quindi ogni giorno

un aumento di preposti, di questurini e di benemeriti, di cui la nazione

vi dà vistoso contingente, perchè povera e depravata da voi.

«Correggete tutti cotesti cancri, se lo potete, e non cercate di

distruggere l'Internazionale--opera vostra e composta di vostre

vittime--di cui non potete passarvi perchè poltroni e lussuriosi.

L'Internazionale, dico, è emanazione dei vostri vizii!»

Troppo aspri i miei detti troveranno molti, ma scendano un istante

costoro nella loro coscienza, e mi dicano se normale sia il presente

stato d'Italia.

A che impoverire la maggior parte della Nazione per mantener la parte

minore nell'agiatezza e nelle lussurie?

E non è forse questo stato anormale, che mantiene la rivoluzione in uno

stato latente, ma inevitabile?

Le lezioni dell'Impero Napoleonico a nulla han servito dunque! Poichè si

vedono i governanti, alunni di quello, marciare come prima alacremente

verso l'abisso seguendo il sentiero tracciato dall'uomo che rovinò la

Francia.

Io non capisco come si chiamino _conservatori_ gli uomini che

appartengono a tale sistema.

Cosa diavolo conservano? il marciume, ma questo--entrando

nell'appannaggio dei vermi--porta già l'impronta d'uno schifoso passato.

Cotesti conservatori siedono perennemente sul cumulo di un vulcano, i di

cui crateri tempestano sotto i loro piedi, e finiranno, riunendosi in

uno solo, coll'esplodere la montagna ed inghiottirli nelle latebre della

terra.

Io ho la coscienza di non appartenere a setta nè a partiti--vorrei

vedere il mio paese prospero e rispettato--vorrei vedere gli uomini del

capitale conformarsi ai progressi dei tempi presenti--e persuadersi che

le masse d'oggi non devonsi guidare cogli espedienti del passato.

In tutti i tempi, quasi, i popoli si son governati coll'ignoranza e la

violenza--cioè coi preti e coi soldati.

«Porque tal es mi voluntad--yo il Rey!» era la firma del re di

Spagna.

«L'Etat c'est moi» diceva Luigi XIV.

La Spagna e la Francia provano oggi che quei tempi son passati--e se si

pensa alle convulsioni cagionate dalla cecità ed ostinatezza di quei

signori--credo i conservatori moderni, che somigliano certamente agli

antichi--si persuaderanno di conservar nulla alla fine--e le nazioni

pure procureranno di non ritentar le prove spaventose.

Perchè dunque non evitar il pericolo?

Sarebbe cosa facile: i tanti che mangiano per cinquanta, contentarsi di

mangiare per venticinque.

Per persuadersi che i tempi sono cambiati, date un colpo d'occhio

all'Austria. Chi non preferisce oggi la condizione d'un onesto contadino

a quella ormai ridicola di cotesto imperatore e re?

Non vi par di vedere un cacciatore, cui una caduta ha mandato la gabbia

in pezzi, faticantesi a correr dietro agli uccelli fuggiti e ben

contenti di seguir ognuno la loro via liberissima nello spazio?

Poveri imperatori! Ed è strano vederne dei nuovi che--per la sventura

umana--si aggraffano a troni putridi e maledetti.

Il lavoro presente avrà certo l'impronta della trascuratezza--per tanti

motivi, ai più conosciuti--e per esser stato ripreso tante volte.

Finisco contando sulla vostra simpatia nel credere ch'io avrei

desiderato d'esser capace di far meglio.

Caprera, 21 e 22 gennaio 1873.

G. GARIBALDI.

CAPITOLO I.

I MILLE.

Quel che giurâr ottennero,

Han combattuto, han vinto,

Sotto il tallon del forte

Giace lo sgherro estinto.

(BERCHET).

O Mille! in questi tempi di vergognose miserie--giova

ricordarvi--l'anima si sente sollevata pensando a voi--rivolta a

voi--quando, stanca di contemplar ladri e putridume pensando che non

tutti--perchè la maggior parte di voi ha seminato l'ossa su tutti i

campi di battaglia italiani--non tutti ma bastanti ancora per

rappresentare la gloriosa schiera--restante--avanzo superbo ed

invidiato--pronto sempre a provare ai boriosi nostri detrattori, che

tutti non son traditori e codardi--non tutti spudorati sacerdoti del

ventre in questa terra dominatrice e serva!

«Ove vi sono dei fratelli che pugnano per la libertà Italiana--là

bisogna accorrere» voi diceste.

«Essi combattono per liberarsi dalla dominazione d'un tiranno; per

affratellarsi alla grande famiglia Italiana».

E non trovaste il codardo pretesto--se la loro bandiera era più o meno

rossa.--Anzi--Repubblicani veri--voi faceste non solo il sacrifizio

della vita, ma delle convinzioni politiche vostre. Come Dante

repubblicani--come lui diceste: «Facciam l'Italia anche col diavolo!»

E ben faceste, perchè ai dottrinarii che predican principii che non

praticano, voi vittoriosamente potrete sempre rispondere: «Noi non

conosciamo altri principii se non che i due, del bene e del male.--E per

l'Italia sarà sempre principio del bene quello di volerla

unificare.--Far il bene della patria è la nostra Repubblica».

Voi cercaste il pericolo in soccorso di fratelli senza chiedere s'eran

molti i nemici, se sufficiente il numero dei volenterosi--se bastanti i

mezzi per l'impresa.

Voi accorreste sfidando gli elementi, i disagi, le privazioni, i

pericoli con cui ne attraversavano la via nemici e sedicenti amici.

Invano il Borbone, con numeroso naviglio, stringeva in un cerchio di

ferro la Trinacria, gloriosa, insofferente di giogo, e solcava in tutti

i sensi il Tirreno, per profondarvi nei suoi abissi. Invano!

Vogate! Vogate pure Argonauti della libertà--là sull'estremo orizzonte

di Ostro splende un astro, che non vi lascierà smarrire la via, che vi

condurrà per la mano al compimento della grande impresa--l'astro che

scorgeva il grandissimo cantore di Beatrice, e che scorgevano i grandi

che gli successero, nel più cupo delle tempeste--la Stella d'Italia!

Ove sono i piroscafi che vi presero a Villa Spinola e vi condussero

attraverso il Tirreno salvi nel piccolo porto di Marsala? Ove? Son forse

essi nuovi Argo, gelosamente conservati, e segnati all'ammirazione dello

straniero e dei posteri, simulacro della più grande e più onorevole

delle imprese italiane? Tutt'altro; essi sono scomparsi.--L'invidia e la

dappocaggine di chi regge l'Italia, hanno voluto distruggere quei

testimoni delle loro vergogne.

Chi dice: Essi furon perduti in premeditati naufragi.--Chi li suppone a

marcire nel più recondito d'un arsenale,--e chi venduti agli ebrei per

pochi soldi, come vesti sdruscite.

Vogate però, vogate impavidi--_Piemonte_ e _Lombardo_[1], nobili veicoli

d'una nobilissima banda--la storia rammenterà i vostri illustri nomi, a

dispetto dell'invidia e della calunnia.--E voi, giovani che mi leggete,

lasciate pur gracchiare il dottrinarismo. Ove in Italia si trovino

Italiani che pugnano contro tiranni interni e soldati stranieri, correte

in aiuto dei fratelli, e persuadetevi che il programma di Dante «Fare

l'Italia anche col diavolo» vale ben quello dei moderni predicatori di

principii che millantano il titolo di partito d'azione, avendo passato

tutta la vita in ciarle.

Quando l'avanzo dei Mille, che la falce del tempo avrà

risparmiato--seduti al focolare domestico, racconteranno ai nepoti la

quasi favolosa impresa a cui ebbero l'onore di partecipare--oh! essi ben

ricorderanno alla gioventù attonita i gloriosi nomi che formavano

l'intrepidissimo naviglio, e la santa soddisfazione provata d'esser

corsi alla riscossa degli schiavi.

Vogate! Vogate! voi portate i Mille a cui si aggregheranno i milioni, il

giorno in cui queste masse ingannate, capiranno esser il prete un

impostore, e le monarchie un mostruoso anacronismo.

Com'eran belli, Italia, i tuoi Mille! in borghese--pugnando contro i

piumati, gl'indorati sgherri--spingendoli davanti a loro come se fosse

un gregge.--Belli, belli! e vario-vestiti come si trovavano nelle loro

officine quando, chiamati dalla tromba del dovere! Belli, belli! erano

coll'abito ed il cappello dello studente, colla veste più modesta del

muratore, del carpentiere, del fabbro[2]. E davanti a quella non

uniformata, pochissimo disciplinata gente, fuggivano i grassi,

argentati, pistagnati, spallinati venditori della coscienza.

Belli i tuoi Mille, Italia! Essi rappresentavano il tuo esercito

dell'avvenire. Non più mille allora, ma milioni, ripeto--ed allora?

Allora spariranno dalla tua terra, bella infelice! i boriosi tuoi

dominatori--e con loro chi infamemente speculava sulle tue miserie e le

tue vergogne!

I Mille, ricordatelo, giovani Italiani, devono essere sostituiti dal

Milione, e dieci eserciti indorati fuggiranno davanti a voi, come fumo

spinto dal vento!...

Allora il frutto del vostro sudore sarà vostro.--Tutte quelle

benedizioni di cui vi fu prodiga natura, saranno vostre, ed allora la

vergine a cui avete consacrato un amore italiano--caldo come le lave dei

vostri vulcani--la vergine a cui avete consacrato una vita intemerata,

sarà vostra--e vostra pura dal contatto appestato d'uno sgherro.

Ma non fate i sordi il giorno della chiamata, e ricordatevi, che per

esser pochi molte generose imprese furono fallite!

Mentre il sacro suolo ove nasceste è calpestato dal soldato straniero,

accorrete--ed accorrete qualunque sia lo squillo di tromba che vi

chiami--sia esso dell'Esercito Italiano o dei Volontarii--basta ch'essi

si trovino alle mani contro l'oppressore. Non ascoltate, come a Mentana,

la voce di certi traditori che fecero defezionare migliaia di giovani

col pretesto di tornare a casa a proclamare la Repubblica ed innalzar

barricate.

NOTE:

[1] I due piroscafi che trasportarono i Mille in Sicilia imbarcandoli a

Villa Spinola, residenza dell'illustre C. A. Vecchi, che tanto fece in

favore della spedizione.

[2] Di cuore avrei voluto aggiungere _del contadino_, ma non voglio

alterare il vero. Questa classe robusta e laboriosa non appartiene a

noi, ma al prete, col vincolo dell'ignoranza. E non v'è esempio di

averne veduto uno tra i volontari. Essi servono, ma per forza, e sono i

più efficaci istrumenti del dispotismo e del clero.

CAPITOLO II.

IL CINQUE MAGGIO.

Mieux vaut mourir

Que vivre misérable!

Pour un esclave

Est-il quelque danger?

(_Muta di Portici_).

O notte del 5 maggio rischiarata dal fuoco dei mille luminari con cui

l'Onnipotente adornò lo spazio!

Bella, tranquilla, solenne, di quella solennità che fa palpitar le anime

generose che si lanciano all'emancipazione degli schiavi! Io ti saluto!

E vi saluto, o miei giovani compagni, oggi provetti, e la maggior parte

mutilati o segnati con gloriosissime cicatrici.

Salve a voi--forse la parte migliore della schiera--che seminaste le

nobili ossa su dieci campi di battaglia per la redenzione patria o per

la redenzione d'altri oppressi, ma sempre contro la tirannide, fosse

essa avvolta nella tiara o nella clamide imperiale!

Brulicando sul litorale dell'orientale Liguria, silenziosi, cupi,

penetrati dalla santità dell'impresa, ma fieri d'esservi caduti in

sorte--aspettavano impazienti i Mille--succedan pure i disagi o il

martirio!

Bella! notte del gran concetto! tu rumoreggiavi nelle fila di quei

superbi, di quell'armonia indefinita, sublime, edificante, con cui gli

eletti della specie umana sono beati contemplando l'Infinito

nell'infinito[3].

Io l'ho sentita quell'armonia in tutte le notti che si somigliano alle

notti di Quarto, di Reggio, di Palermo, del Volturno!

E chi dubita della vittoria, quando essa, portata sulle ali del dovere e

della coscienza, questi ti sospingono ad affrontare i perigli e la

morte, dolci allora come il bacio delizioso della donna del primo amore?

I Mille battono il piede sulla spiaggia, come il corsiero generoso

impaziente della battaglia. E dove van essi a battagliare? Han forse

ricevuto l'ordine d'un sovrano per invadere, conquistare una povera,

infelice popolazione, che, rovinata dalle tasse di dilapidatori, ha

rifiutato di pagare il macinato? No! Essi corrono verso la Trinacria,

ove i Picciotti, insofferenti del giogo d'un tiranno, si son sollevati

ed han giurato di morire piuttosto che rimaner schiavi.

E chi sono i Picciotti? Con questo modestissimo titolo, essi altro non

sono che i discendenti dell'illustre popolo dei Vespri, che in una sola

ora trucidò un esercito di sgherri senza lasciarne un solo vestigio.

«Ma questi piroscafi non si vedono» diceva Nullo ad un impaziente

crocchio di volontarii, composto dai Cairoli, Montanari, Tucheri ed

altri, che anelavano di lanciarsi sul seno di Teti, e volare in soccorso

dei combattenti fratelli.

Nullo, Cairoli, Montanari, Vigo, Tucheri, del vostro nobile sangue è

rossa la terra degli schiavi, ma il sublime esempio del vostro eroismo

non è perduto per questa gioventù destinata a compiere ciò che voi sì

gloriosamente iniziaste!--Voi prodighi d'una vita preziosa, siete

impazienti di gettarla là come uno straccio, mentre migliaia

d'ignavi--che non valgono una rapa e che pure profitteranno del santo

vostro sacrifizio--restano indietro, o paurosi come pecore, o calcolando

i vantaggi che potran raccogliere dall'arditissima impresa.

«Spero saranno piroscafi, non legni a vela: sarebbe troppo noioso il

viaggio--soggiungeva il maggiore dei Cairoli colla sua calma

angelica--Bixio, Schiaffino, Castiglia, Elia, Orlando, incaricati di

condurli via dal porto, non sono uomini da lasciarsi intimorire da

minacce o da ostacoli».

«Però--ripetea l'eroe della Polonia coll'orologio alla mano--già siamo

al tocco, ed alle 3 albeggia in questa stagione: se i legni da guerra

ancorati nel porto di Genova giungono a scoprirci, potrebbe andar male

per la spedizione.»

«Per Dio! che fossimo obbligati anche questa volta a tornarcene a casa»

urlava il focoso e prode Montanari.

«Sangue della Madonna!» e lì si disponeva a continuare alcune

imprecazioni con una voce da far impallidire (se non fosse stato di

notte) quante spie ed agenti di polizia ronzavano intorno ai valorosi

Argonauti italiani.

«Sangue della!....--e non arrivò a ripetere--Madonna» quando un «Zitto»

di Vigo Pelizzari che si teneva sul promontorio di Quarto (ove si

trovavano i nostri amici) adocchiando verso Genova «Zitto, non vedete

quelle masse nere che celeremente s'avanzano verso di noi?»

«Sì, sì, per Dio! son dessi, sono i nostri piroscafi che vengono ad

imbarcarci.» Ed un fremito di soddisfatta impazienza s'innalzò in un

momento tra quella superba gioventù da non più udire il rumore delle

onde che si frangevano contro le scogliere.

Eccoli, eccoli, e maestosi s'avanzavano i due piroscafi, e i gozzi[4],

già preparati, cominciavano ad imbarcare militi, armi, munizioni; e la

gioia dei giovani volontari, che avrebbero voluto manifestarla almeno

con un canto patriottico, era moderata dai più provetti con un «Per Dio!

ci fermano se fate chiasso!». E quei prodi religiosamente tacevano per

non essere sviati dalla santa impresa! Fra dieci giorni molti di questi

generosi cadranno feriti per davanti, caricando il Monte del _Pianto

dei Romani_ (Calatafimi) coronato dai forti cacciatori borbonici, ben

armati, uniformati e boriosi d'aver insanguinato i loro ferri contro i

patrioti siciliani.

Anni della mia gioventù, ove siete iti?--Bei tempi! in cui l'entusiasmo

era la vita! il pericolo, la ricompensa più deliziosa!--Anch'io provavo

la _gentil voluttà_ delle nobili imprese! l'ambizione sublime d'esser

utile! E spesso nella solennità d'una tempesta desideravo la catastrofe

per abbrancarmi una men forte creatura e metterla in salvo col solo

guiderdone della mia coscienza, pago d'aver fatto il bene.

Siam tutti a bordo, tutti! nessuno di quella Legione di eletti è

rimasto. Alcuni hanno già provato gli effetti dell'instabile elemento,

ma niuno si lagna. Essi sono sulla via d'un dovere sacrosanto.

Domani daran la vita per l'Italia, ilari e giocondi come nel banchetto

nuziale.

E che importano loro alcune nausee, i disagi, la morte? I piroscafi sono

diretti sopra una luce verso l'ostro--là su d'una paranza sono imbarcate

le provviste della spedizione--bisogna prenderle.

Si cerca un'altra luce d'altra barca su cui s'imbarcarono armi minute,

munizioni, capsule, ecc., ma con minor fortuna, ed i fedifraghi che

dovevano rimettere tali preziosi oggetti hanno preferito profittar della

circostanza per eseguir un vile contrabbando, e così compromettere la

riuscita della spedizione.

E veramente la spedizione dei Mille fu compromessa da quel turpe

mercato. E come non doveva essere? Essa doveva sbarcare su d'un'isola, i

di cui abitanti sono forse unici per patriottismo e per risoluzione. Ma

la Sicilia non aveva meno di cinquantamila scelti soldati, una squadra

formidabile che ne difendeva le coste, e i valorosi che s'erano

innalzati contro il tiranno, eran decimati dai combattimenti e ridotti

agli estremi. Approdar con tutto ciò senza munizioni da guerra e coi

mille catenacci che la benevolenza governativa avea concessi, in

sostituzione di 15 mila buone carabine, che erano di proprietà nostra, e

dal governo sequestrate!

Però--vogate--nobili piroscafi, i Mille non sono gente da tornare

indietro--e chi ardisse di consigliarlo, mi starebbe fresco.--Vogate! Vi

sono Italiani che si battono contro birri, nostrani o stranieri--che

importa! _Purissimi_ o men _puri_, con più o meno _principii_; essi

vanno in soccorso di pericolanti fratelli.

Principii! Essi Repubblicani veri, ne conoscono due soli:--il bene ed il

male--e marciano sul sentiero del bene, del dovere, contro il male!

Vogate! giacchè il furore dei malvagi, che preferirono l'infame guadagno

all'onore, che monta? Troveremo delle munizioni.

Talamone, S. Stefano, non sono sulla via di Sicilia, ma vi sono

fortezze, presidii, e quindi depositi di munizioni da guerra, e le prore

del _Piemonte_ e _Lombardo_ si dirigevano verso Talamone. Non v'è

dubbio che l'imprevista mancanza di munizioni, e quindi lo sviamento dal

cammino diretto sulla Sicilia cagionò un'alterazione sulla durata del

viaggio, e forse salvò i Mille dall'incontro delle due flotte, Sarda e

Borbonica.

NOTE:

[3] Per Infinito intendo Dio come lo spazio.

[4] Palischermi genovesi.

CAPITOLO III.

TALAMONE.

Gli ho veduti--raccolti in Pontida

Provenienti dal monte e dal piano--

Gli ho veduti, si strinser la mano

Cittadini di cento città.

(BERCHET).

Nella mattina del 6 maggio Talamone fu salutato dai rappresentanti delle

cento Sorelle, e lo ricorderò quel giorno! Rappresentanti delle cento

sorelle, sì! Ma non rappresentanti del genere dei 229 che in quella

stessa epoca vendevano la più bella delle gemme italiane, Nizza!--Oggi

coronata di fiori e stuprata negli abbracciamenti del più vile dei

tiranni!--Non rappresentanti di quella turpe genía che provvede i

consorti e cointeressati, ma rappresentanti della dignità Italiana,

insofferenti d'insulti stranieri, e di soprusi nostrani.--Maestri

gloriosi della generazione ventura libera dai preti e dai dominatori!

Talamone, uno dei più bei porti della costa Tirrena, è situato tra il

monte Argentaro e l'isola d'Elba, coronato di belle colline coperte di

macchie, cioè deserte.

E che serve all'Italia d'aver dei bei porti e delle terre ubertose,

quando i suoi governi ad altro non pensano che a far dei soldi per

pascere le classi privilegiate, ed obbligar colla forza, coll'astuzia e

col tradimento alla miseria ed al disonore le classi laboriose?

Talamone, nel tempo della visita dei Mille, aveva un povero forte,

poveramente armato, comandato da un ufficiale e da pochi veterani. I

Mille avrebbero trovato cosa facile impadronirsene, anche scalandolo. Ma

non sembrò conveniente, perchè si sarebbe fatto del chiasso, e poi non

s'era certi di trovare in quel sito quanto abbisognava, mentre nel

vicino S. Stefano, ove esisteva altro forte ed un battaglione di

bersaglieri, v'erano più probabilità di trovarvi il necessario.

Ostilmente, dunque, no; conveniva adoperare un po' di tatto, ed

all'amichevole. E qui valse un bonetto da generale che per fortuna il

Comandante della spedizione aveva aggiunto al suo bagaglio. Quel bonetto

da generale, agli occhi dell'ufficiale veterano, ebbe un effetto

stupendo, e metamorfosò in un momento il Capo rivoluzionario in

Comandante legale. Si ottenne in Talamone quanto vi fu disponibile, ed

il generale Türr, inviato a S. Stefano, potè procurarsi il resto del

bisognevole.

In quest'ultimo porto si fece anche provvista di carbon fossile[5].

Il bonetto generalesco, a cui si dovette in parte la riuscita della

nostra impresa, nei porti toscani, non garbò ad uno dei capi del

_purismo_, che si trovava nella spedizione. Egli trovò infranti i

_principii_ ed i Mille poco puri--e non mancò di manifestare il suo

malcontento ai compagni.--Ma, lo ripeto: I Mille non eran gente da

tornare indietro per fare delle dottrine, quando si trattava di menar le

mani contro gli oppressori dell'Italia.

E, mortificato l'_incorruttibile puro_, se ne tornò a casa solo a fare

la guerra colla penna.

Da Talamone, comandati dal colonnello Zambianchi, si staccarono una

sessantina di giovani per sollevare le popolazioni soggette al papato, e

coll'oggetto di distrarre i nemici e cagionare una diversione. Tale

spedizione, benchè poco fortunata, non mancò di confondere i governi

Italiani sulle reali intenzioni dello sbarco dei Mille[6].

NOTE:

[5] Il comandante Giorgini, facilitando ogni cosa, si acquistò il titolo

di benemerito della patria. Il governo però non mancò di punirlo per la

sua condiscendenza.

[6] In proposito di codesti giovani, che poi non si vollero considerare

come facienti parte dei Mille, il generale Garibaldi, in data 25 maggio

1869, scriveva una lettera la quale conteneva la seguente dichiarazione.

«Fu per ordine mio che la spedizione Zambianchi in Talamone si staccò

dal corpo principale dei Mille per ingannare i nemici sulla vera

destinazione di detto corpo.

«Io sono certo che i componenti la spedizione Zambianchi, Guerzoni,

Leardi e tutti sarebbero stati degni, come sempre, dei loro compagni,

ove avessero avuto la fortuna di partecipare ai gloriosi combattimenti

di Calatafimi e di Palermo».

CAPITOLO IV.

DA TALAMONE A MARSALA.

Felice te, che il regno ampio di venti

Ippolito a tuoi verd'anni corresti.

(FOSCOLO).

Abbiam munizioni, capsule, ed alcuni vecchi cannoni senza fusto. Che

monta? li faremo.

E non sono tutte simili le fazioni di popoli contro i tiranni? Ma là v'è

la coscienza del diritto e quella risoluzione che agevola le più

difficili imprese.

Il Dispotismo ha dei mercenarii disciplinati, è vero, ben nutriti, ed

uniformati. Ma guai a voi, padroni, se siete lenti a somministrar grassi

stipendi. Essi vi fucileranno colla stessa sanguinaria indifferenza,

come fucilano oggi gli sventurati che si lamentano delle vostre

depredazioni.

Vogate, nobili piroscafi! Vogate, voi portate tal gente che fa

l'orgoglio d'una nazione oppressa, calunniata, ma con una storia,

accanto a cui si inchinano le storie dei più grandi popoli della terra.

Questa gioventù brillante è accompagnata dai palpiti e dalle

benedizioni delle madri, delle spose, delle amanti, e da quanti cuori

generosi sentono la dignità della patria e l'insofferenza di dominio

straniero.

L'onde azzurre del Tirreno, increspate dal zeffiro, dondolavano

dolcemente i piroscafi, che vogavano a tutta velocità verso il loro

destino, e pochi eran gli Argonauti afflitti dal mal di mare. Male che

non ben si definisce, poichè fortissime nature vi son soggette, mentre

persone gracili non ne risentono i nauseanti effetti.

Come autorità incontestabile si dice: il grandissimo tra gli Ammiragli

moderni, Nelson, soffrisse di tale disagio.

Sulla tolda del _Piemonte_ un alterco non sanguinoso certamente,

succedea tra il pacato maggiore Bassini ed il focoso tenente Piccinini,

il primo di Pavia, e figlio il secondo delle valli Bergamasche, ambi

valorosi. E ciò che prova non esser essi affetti dal male di mare, si è

che la disputa proveniva dalla distribuzione del rancio.

Era proprio curioso veder l'eccellente Bassini inarcar le ciglia con

un'aria d'autorità che gli dava il grado, ma che non sentiva in fondo,

essendo di natura amorevole ed affettuoso anche coi minimi suoi

subordinati.

Il Piccinini, più nerboruto ed ardente del suo superiore, aveva

tutt'altro che intenzione di perdergli il rispetto, ma iniziata la

controversia, e credendo aver ragione, ripugnava di cedere in presenza

de' compagni affollati a contemplarli.

Più curioso ancora era osservare quella massa di giovani, fra cui molti

studenti e professori, appartenenti a più cospicue famiglie, osservarli,

dico, colla loro scodella alla mano, divorando cogli occhi la caldaia,

ed aspettando impazienti e silenziosi che finisse la questione tra i due

veterani ufficiali. E devo confessare, a scapito della disciplina

volontaria, che l'alterco non si disponeva a terminare molto presto, se

non succedeva il fatto seguente che vi pose fine.

«Un uomo in mare! un uomo in mare!» si udì dalla prora del _Piemonte_, e

si ripetè in un momento fino alla poppa.

E veramente un corpo umano vedevasi scorrere lungo il fianco sinistro

del piroscafo, passar fuori delle ruote e lasciato indietro in un

momento. Si fermò la macchina, si _sciò_[7] _indietro_ e cinque dei

nostri marini furono in un istante sull'ammainato palischermo di

sinistra e salvarono il pericolante compagno.

Quand'io penso a quella classe privilegiata d'uomini di mare, sì svelti,

sì coraggiosi che si dondolano graziosamente su d'un pennone nelle

tempeste e qualche volta al più alto dell'alberatura, mi torna il

prurito dell'antica professione, e ricordo con compiacenza l'ammirazione

e l'affetto che in tutta la vita ho nutrito per il buono ed ardito

marinaro italiano.

Per la sventurata condizione del suo paese, il marinaro italiano è

obbligato di cercare impiego sui legni stranieri d'ogni nazione. Dalla

Francia alle Indie voi lo trovate dovunque, e dovunque stimato e portato

_in palma di mano_ (come diciamo noi marini), perchè a nessuno la cede

in abilità, laboriosità e coraggio.

Il Perù, il Chilì, e tutta la costa americana del Pacifico, è zeppa dei

nostri arditi navigatori.

Nel Rio della Plata, dal palischermo che vi sbarca, al piroscafo ed alla

palandra che vi conducono nell'interno di quei fiumi immensi, son quasi

tutti italiani.

Ed il Governo italiano sa esso di avere il fiore dei nostri marinari

sparsi sulla superficie del globo? Dico _fiore_, poichè sono veramente i

migliori, coloro che insofferenti di miserie e di depredazioni si

lanciano nelle avventure di vagante vita in lontane contrade.

Il governo sa d'aver molti marinari, e per le sue belle imprese li trova

anche eccellenti. Io sono comunque d'avviso, che sebbene non sianvi i

migliori marini a bordo dei nostri bastimenti da guerra, la colpa delle

nostre sconfitte sarà sempre unicamente per direzione pessima.

O Carambollo! perchè non ti ricorderò ai nostri concittadini! Forse

perchè, semplice marinaro? E che importa! tu eri tanto buono, tanto

agile, e coraggioso da servir di tipo al vero marinaro italiano.

Carambollo, compagno mio a bordo di una fregata francese destinata a

Tunisi nel 1835, aveva fatto parte dei marinai della guardia, nella

campagna del 1812 in Russia quando gl'Italiani erano legati al carro del

primo Bonaparte. E in tutte le sue parodie il 3º Impero è pervenuto

anche oggi ad assoggettare questo infelice nostro popolo!

Non era dunque più giovane Carambollo; ma quando si divertiva a volare

da un albero della fregata all'altro, appena tenendosi colle mani o coi

piedi, egli levava tutti in ammirazione.

Il salvato dalle onde manifestò alcuni segni di pazzia, e forse egli si

gittò col proposito di raggiungere il _Lombardo_ che veniva dietro il

_Piemonte_; la freschezza del mare però tornandolo a più savi consigli,

egli mostrossi espertissimo nuotatore lottando per raggiungere il

palischermo che vogava alla di lui direzione.

Il contrattempo delle munizioni, nella prima notte del nostro viaggio

che ci obbligò di andare a Talamone e quello del pazzo che ci ritardò

alquanto, influirono certamente al buon esito della spedizione. E

veramente avendo toccato nel porto suddetto fuori d'ogni previdenza ci

sviammo dalla retta che va da Genova all'Occidente della Sicilia. Il

benefizio del ritardo, cagionato dal pazzo, lo vedremo al nostro arrivo

a Marsala. La traversata si compie senza altri incidenti, e l'alba

dell'11 maggio ci trovò all'atterraggio del Marittimo.

NOTE:

[7] Espressione usitatissima, che significa vogar indietro, e che

richiude un pleonasmo, poichè _sciare_ significa retrocedere, senza

bisogno dell'_indietro_.

CAPITOLO V.

MARSALA.

L'immacolato tricolor dolenti

Sì noi macchiammo per veder risorti

Della Romana Italia i macilenti

Nipoti a un fascio e a un camminar consorti.

(_Autore conosciuto_).

Eccola! l'isola dei portenti; la patria di Cerere, d'Archimede e dei

Vespri, cioè dell'intelligenza e del valore.--Archimede, prototipo dei

favoriti dell'Onnipotente, trovava il globo da lui abitato cosa

insignificante, paragonato all'infinito, e chiedeva una leva, il manico

d'una scopa, per smuovere questo domicilio d'insetti.

I Vespri! E qual popolo della terra ha i vespri?--Roma cacciò i

Tarquinii; Saragozza i Napoleonidi; Genova e Bologna gli Austriaci, ma

chi, come questo invitto popolo, esterminò in poche ore un esercito

formidabile d'oppressori senza lasciarne vestigio? Fatto unico nella

storia del mondo!

La direzione dei Mille era pur Sciacca[8], ma l'ora tarda consigliò

d'approdare al porto più vicino di Marsala.

La pesca è per il laborioso popolo di Sicilia un mezzo d'industria non

indifferente, e l'isola in tutte le sue coste è solcata da molte barche

pescherecce.

I Mille avean bisogno di conoscere se v'erano legni da guerra in

Marsala, e quindi si corse sopra un pescatore per aver informazioni. Il

pescatore che servì anche da pratico, informò che soltanto una corvetta

inglese giaceva all'áncora su quella rada; che però varii bastimenti da

guerra n'eran partiti alla mattina con direzione a levante verso Capo S.

Marco.

E veramente verso Capo S. Marco si scorgevano due vapori ed una fregata

nemici che si diressero su di noi subito scoperti.

Qui corse all'idea di molti che il ritardo in mare per ricuperare il

pazzo fu giovevole.

Giunti a Marsala i due piroscafi, s'incominciò subito lo sbarco, aiutati

dai palischermi di varii legni mercantili ancorati nel porto.

Il Generale Türr, con una compagnia di avanguardia, marciò

immediatamente verso la città, ove non vi fu resistenza. Intanto i Mille

sfilavano coperti dal molo, e poco curando una pioggia di granate e

mitraglie che il naviglio Borbonico inviava a profusione, e che per

fortuna non cagionò feriti.

A Marsala si parlò di dittatura, che poi venne proclamata a Salemi nel

giorno seguente, e si confermò il motto: Italia e Vittorio Emanuele.

Savia deliberazione che, non ostante l'opinione contraria dei _puri_

(manifestata in seguito), giovò non poco a facilitare la spedizione.

Il 12 maggio si giunse a Salemi, ove si cominciò ad aver la riunione

d'alcune squadre di Siciliani.

Il 13 si giunse ad una tenuta campestre, il di cui proprietario credo

fosse un Mistretta.

Il 14 a Vita, ove s'ebbero notizie trovarsi il nemico a Calatafimi.

Il glorioso 15 maggio decise della sorte della campagna.

NOTE:

[8] Città.

CAPITOLO VI.

CALATAFIMI.

Vittorioso!

Non catafratto un popolo

Dalla battaglia uscir!

(BERCHET).

L'alba del 15 maggio trovò i Mille disposti a battaglia sulle alture di

Vita, piccolo villaggio di quel nome, e dopo poco il nemico usciva in

colonna da Calatafimi alla nostra direzione.

I colli di Vita sono fronteggiati verso tramontana dalle alture chiamate

_Pianto dei Romani_; distanti un miglio circa dalla città di Calatafimi,

ove esiste la tradizione: esser stati i Romani disfatti in quel sito dai

Siciliani, collegati alla potente popolazione di Segeste, di cui si

scoprono le ruine non lontane al settentrione.

Dalla parte di Calatafimi le alture suddette hanno un dolce declivio: il

nemico le ascese facilmente e ne coronò i vertici tutti. Così rimase

colla fronte appoggiata alla parte scoscesa che guardava verso i Mille.

Occupando noi le alture opposte a mezzogiorno era forse più conveniente

di aspettarlo che iniziare l'attacco. E veramente spiegammo i

Carabinieri Genovesi, in catena, sull'ultimo ciglione della posizione

nostra verso il nemico.

Le compagnie restanti dei Mille scaglionate indietro ed in colonna, e la

nostra povera ma valorosa artiglieria sullo stradale alla nostra

sinistra.

Il nemico credendo d'aver a fare forse colle sole squadre, essendo i

Mille al coperto, inviò baldanzoso alcune catene di tiratori con

adeguati sostegni e due pezzi di montagna.

Giunto a tiro, esso cominciò a far fuoco, e continuò ad avanzare su di

noi. L'ordine tra i Mille era di non sparare ed aspettare il nemico

vicino; quantunque già i prodi Liguri avessero un morto e varii feriti.

Come foriero di vittoria, uno squillo di tromba nostra suonò una sveglia

americana, e l'avanguardia nemica come per incanto fermossi e forse i

suoi capi si pentirono d'aver avanzato tanto.--I Borbonici capirono di

non aver a che fare colle sole squadre, e le loro catene cominciarono un

movimento retrogrado.

I Mille toccarono allora la carica--i Carabinieri Genovesi in testa e

con loro un'eletta schiera di giovani non appartenenti alle compagnie ed

impazienti di menar le mani.

L'intenzione della carica era di fugar l'avanguardia nemica e

d'impossessarsi dei pezzi--ciocchè fu eseguito con un impeto degno dei

campioni della libertà italiana--non però di attaccare di fronte le

formidabili posizioni occupate dal nemico con molte forze.

Però chi fermava più quei focosi e prodi volontari, una volta lanciati

sul nemico?--Invano le trombe toccarono: _Alto!_ I nostri o non le

udirono o fecero i sordi, e portarono a baionettate l'avanguardia nemica

sino a mischiarla col grosso delle forze Borboniche che coronavano le

alture.

Non v'era tempo da perdere, o perduto sarebbe stato quel pugno di

prodi--e subito dunque si toccò a carica generale, e l'intiero corpo dei

Mille accompagnato da alcuni coraggiosi delle squadre, mosse a passo

celere alla riscossa.

La parte più pericolosa dello spazio da percorrersi era nella vallata

che ci divideva dal nemico. Ivi pioveva una grandine di moschetterie e

mitraglie che ci ferirono un bel po' di gente.

Giunti poi a piede del Monte Romano, si era quasi al coperto delle

offese, ed in quel punto i Mille, alquanto diminuiti di numero, si

aggrupparono alla loro avanguardia.--La situazione era suprema! Il

nemico più forte di noi in numero, era lì sulla testa nostra in

posizioni fortissime!--Eppure bisognava vincere!--E con tale risoluzione

si cominciò ad ascendere la prima banchina.

Non ricordo il numero, ma certo eran varie le banchine che ci dividevano

dai Borbonici.

Ed ogni volta che si avanzava dopo aver preso fiato, da una banchina

all'altra, era una grandinata di palle.--E noi!--Mi fa ribrezzo il

ricordarlo! i catenacci che ci aveva regalati il Governo Sardo, ci

negavano fuoco, e si scorgeva il dispetto sull'eroiche fisonomie di quei

giovani, che spero saran presi ad esempio dalla generazione che segue,

destinata a compiere l'opera santa.

Qui pure fu grande il servizio reso dai figli della Superba[9] che

armati delle loro buone carabine, sostenevano l'onore delle armi.--Tutti

poi corrispondendo all'intemerata risoluzione di andar avanti, finirono

coll'affidarsi al freddo ferro delle loro baionette.

Calatafimi! Io, avanzo di tante pugne, se all'ultimo mio respiro--i miei

amici vedranmi sorridere l'ultimo sorriso d'orgoglio--esso sarà

ricordando--Tu fosti il combattimento più glorioso di popolo!

I Mille, vestiti in borghese, degni rappresentanti d'una nazione

oppressa, assaltavano, col sangue freddo dei Trecento di Sparta o di

Roma, un nemico numeroso, di posizione in posizione--e formidabile--ed i

soldati della tirannide brillanti di pistagne e spalline fuggivano

davanti a loro!

Come potrò io scordare quel gruppo di giovani, che tementi di vedermi

ferito, m'attorniavano, facendomi del loro prezioso corpo un baluardo

impenetrabile!

Se io scrivo commosso a tali memorie, ne ho ben donde! E dover mio non è

forse di ricordar, fra i molti, almeno i nomi di quei valorosi caduti:

Montanari, Schiaffino, Poggi, Elia?[10].

NOTE:

[9] Genova.

[10] Merita d'essere ricordata la gloriosa morte dello Schiaffino e

l'orribile ferita che ebbe Elia nella battaglia di Calatafimi. Ecco come

l'Elia stesso la racconta in una lettera al Dott. Riboli. «Io non era

aggregato a compagnia nè a battaglione. Fra Menotti Garibaldi,

Schiaffino e me, si era stabilito un patto di non accettare pel momento

alcun servizio, ma tutti e tre rimanere al fianco del Generale. Allorchè

i Cacciatori napoletani, che provarono ad assalire i nostri, si

dovettero ritirare inseguiti dai Carabinieri genovesi, Menotti,

Schiaffino colla bandiera, ed io ci slanciammo dietro ai fuggenti, ma

tanta fu la nostra foga entusiastica, che arrivati su l'erta posizione

nemica, ci accorgemmo d'esser soli, ed era naturale che dovessimo pagare

il fio della nostra arditezza. Diffatti il bravo Schiaffino cadeva

trafitto da numerosi colpi, e lo stesso sarebbe avvenuto a Menotti che,

nel raccogliere la bandiera, fu ferito in una mano, se io abbracciatolo,

non mi fossi lasciato cadere con lui da un rialzo, che formava una

specie di trincera. Quivi rimasti un poco a prender fiato, io nel

volgermi per rispondere al capitano Frescianti che mi chiedeva cartucce,

vidi che il generale Garibaldi, distante un buon tratto dalla colonna

garibaldina, s'avanzava solo a piedi contro l'inimico. Immediatamente mi

slanciai verso di lui, e raggiuntolo, mi sovviene avergli indirizzato

queste parole: _Generale, perchè esporvi così? Una palla che vi colga

siam perduti noi e con noi l'Italia nostra_. Egli rispose col grido di

_avanti_ e roteando la sua spada ad incoraggiamento, invitava

all'assalto le nostre colonne. Io avea appena pronunciate le suddette

parole, che, volta la faccia al nemico, vidi che un cacciatore

napoletano, avanzatosi verso di noi, spianava la sua carabina alla

direzione del Generale. Ebbi appena tempo di fare un passo avanti, e un

colpo terribile mi colse alla bocca, e mi stramazzò a terra col ventre

in alto. Pareva che soffocassi, e nel mentre cercava di rivolgermi, il

generale Garibaldi s'inchinò verso di me e mi indirizzò queste parole:

_Coraggio, mio Elia, di queste ferite non si muore_. E stese la mano per

istringere la mia». E difatti il bravo Elia non morì; rimase colà finchè

la battaglia fu vinta dai garibaldini; poi, dopo mille stenti, fu

portato a Vita col volto sì fattamente sformato, che il suo amico Dott.

Ripari non lo conobbe; quivi gli fu estratta la palla, poscia fu curato

a Palermo nella residenza del Generale, divenuto dittatore, indi, quando

questi entrò nelle Calabrie, fu condotto a Bologna, ove guarì sotto la

cura del ben noto Prof. Rizzoli.

(_Nota del Comitato_).

CAPITOLO VII.

LINA E MARZIA.

E tu i cari parenti e l'idïoma

Desti a quel dolce di Calliope labbro

Che amore in Grecia nudo e nudo in Roma

D'un velo candissimo adornando

Depose in grembo a Venere celeste.

(FOSCOLO.)

Ma chi furon quei due giovinetti che nel gruppo dei più arditi tra gli

Argonauti volevan precederli verso il nemico gareggiando a chi doveva

affrontarlo pel primo?

Essi son diversi di forme, l'uno pare un figlio della Germania, colla

sua capigliatura bionda, che non potea esser nascosta da un bonetto cui

s'attortigliava graziosamente una fascia di seta; l'altro bruno di volto

e di capelli, somigliava piuttosto ad un meridionale italiano. Ambi

imberbi, ciocchè li mostra giovanissimi. La foggia del vestire è quasi

identica, alquanto più accurata del resto dei Mille, ma modesta. E

veramente non v'era sfarzo nella famosa schiera.

Giovanissimi sì, ma il moschetto lo maneggiavano da veterani, e siccome

tali armi eran pure armi regie, di cui accennammo più sopra, i crik dei

colpi falliti eran numerosi e la speranza della vittoria riposava

sull'innestata baionetta.

Tra i numerosi giovani studenti v'eran pure imberbi, bellissimi di volto

e della persona, ma nessuno certamente pareggiava la squisita bellezza

dei nostri due dell'avanguardia. Il loro volto, come abbiam detto, di

colore diverso, colpiva lo sguardo colla nobile beltà della robusta

Cinzia, indomabile cacciatrice. I contorni dei loro fianchi però

accusavano, più d'alcune svolazzanti treccie, qualche cosa esclusiva del

sesso gentile.

E veramente mentre, in un momento di sosta sotto una delle banchine

descritte nel capitolo anteriore, io contemplava quella bellissima e

valorosissima copia davanti a me--P..... diretto a Nullo diceva: «È

inutile! queste ragazze non vogliono stare indietro».

Io informato sino a quel momento che una sola del sesso gentile[11]

faceva parte della spedizione, venni così a sapere esser esse di più.

I Mille · 第 1 / 24 段