CAPITOLO DUODECIMO.

1890 — Tunisi e Tripoli.

Il licenziamento del principe di Bismarck: i rescritti

imperiali per la protezione degli operai; spiegazioni

dell'imperatore Guglielmo; Crispi e Bismarck. — La

progettata annessione alla Francia della Tunisia;

l'opposizione di Crispi; l'appoggio delle grandi Potenze;

corrispondenza Crispi-Salisbury. — Tripoli per Tunisi. — Le

fortificazioni di Biserta. — In previsione dell'occupazione

italiana della Tripolitania.

La sera del 20 marzo il supplemento dello _Staats-Anzeiger_ pubblicava

due ordinanze del Gabinetto imperiale secondo le quali il principe di

Bismarck era, a sua domanda, esonerato dalle funzioni di Cancelliere

dell'Impero germanico, di Presidente del Ministero prussiano e di

ministro degli Affari esteri; e il generale di Caprivi, comandante il X

Corpo d'Armata, era nominato Cancelliere e Presidente del Ministero; al

conte Erberto di Bismarck si affidava provvisoriamente l'incarico della

direzione degli Affari esteri.

Il conte di Launay scriveva privatamente a Crispi che il ritiro

dell'uomo di Stato eminente che aveva potuto rendere al suo paese

servigi inestimabili, era il risultato fatale dell'antagonismo tra due

potenze: una alla sua aurora, l'altra al tramonto; questa abituata a non

tollerare ostacoli e a spezzare ogni resistenza, — quella giovine e

risoluta a occupare il posto che le apparteneva di diritto, a

rappresentare una parte preponderante e ad agire secondo la propria

volontà. “Il suo regno — scriveva il di Launay — si disegna sempre più

nettamente, ed è rappresentato da un Principe che ha un'anima elevata e

virile, che dimostra un sentimento vivissimo della responsabilità, uno

zelo ardente nel disimpegno dei suoi doveri, e intenzioni rette. Egli

merita certamente che il successo risponda ai suoi nobili sforzi.„

Intorno alle circostanze determinanti dell'avvenimento che suscitò

dovunque una grande sorpresa, l'on. Crispi ricevette le seguenti

informazioni:

Il punto di partenza del dissenso tra l'Imperatore e il principe di

Bismarck è stato il rescritto imperiale del 4 febbraio per la

protezione degli operai. Dopo di allora sopravvennero vari

incidenti, i quali hanno condotto avanti ieri (16 marzo) ad una

spiegazione tra Sua Maestà e il Principe. Questi aveva ricevuto la

visita del signor Windthorst, capo della frazione del Centro. Tra i

membri di questa frazione ve ne sono certamente parecchi che cercano

di conciliare gli interessi della religione cattolica con quelli

dell'Impero; ma non è meno vero che in cotesta categoria non si

potrebbe annoverare il signor Windthorst, il quale, sotto il

mantello della religione, tende a scalzare le fondamenta

dell'Impero. Il giornale officioso, la _Norddeutsche Allgemeine

Zeitung_, nello scopo di ottenere una maggioranza governativa al

Reichstag, manovrava di già nel senso di ravvicinare al Centro il

partito dei conservatori, sulla base del principio di autorità che

entrambi rappresentano. D'altronde, l'alleanza tra i due partiti era

insinuata chiaramente in un articolo dello stesso giornale, il quale

dimostrava che, riuniti, i conservatori e gli ultramontani

disporrebbero realmente della maggioranza, e che una intesa tra essi

è possibile su un certo numero di questioni.

L'Imperatore rimproverava al Cancelliere di non aver rifiutato la

visita del signor Windthorst.

Sua Maestà ha inoltre chiesto al Principe di ritirare un'ordinanza,

in forza della quale i Ministri e i Segretari di Stato non possono

presentarsi all'udienza dell'Imperatore senza il permesso del

Cancelliere. Il Principe ha rifiutato il suo consenso.

Il Sovrano desiderava poi, contro il parere di Sua Altezza, di

ridurre allo stretto necessario ì nuovi crediti militari da chiedere

al Parlamento, i quali dovranno servire ad aumentare l'artiglieria

di 74 batterie. Il Reichstag attuale respingerebbe la legge

progettata, e ne sorgerebbe un conflitto che Sua Maestà vuole

evitare. I Capi dei Corpi d'armata sono convocati a Berlino per

pronunziarsi sull'estremo limite della riduzione.

Infine, Sua Maestà si lagnava che lo si informasse incompletamente

intorno agli affari esteri.

Il principe di Bismarck tradì con dei gesti l'impetuosità del suo

carattere, e dopo cotesto sfogo di cattivo umore, i suoi occhi

s'inumidirono. L'Imperatore conservò la più grande calma durante il

penoso colloquio, e separandosi dal suo primo ministro gli disse che

aspettava di conoscere il risultato delle sue riflessioni.

Ieri però il generale de Hancke, capo dell'ufficio militare, si

recava dal Cancelliere per annunziargli che era atteso al Castello

per regolare con Sua Maestà i particolari relativi al suo ritiro. Il

principe di Bismarck ha rifiutato di arrendersi a cotesta chiamata

ed ha mandato oggi all'Imperatore una Memoria giustificativa.

Il Segretario di Stato chiederà di essere anch'egli dispensato dal

servizio quando la notizia delle dimissioni di suo padre sarà data

ufficialmente. Il conte di Bismarck agisce sotto l'impulso di un

nobile sentimento, poichè non esiste tra Sua Maestà e lui nessun

motivo di dissenso circa la direzione della politica estera.

In fondo, la ragione vera della discordia fra l'Imperatore e il

Principe sta nell'incompatibilità dei loro caratteri. Il Principe è

autoritario, non soffre la minima contraddizione, non sa piegarsi

alle transazioni. L'Imperatore, sebbene renda piena giustizia al

Principe per gli eminenti servizi resi durante più di un quarto di

secolo alla monarchia, alla Prussia e alla Germania, è risoluto a

prendere sotto la sua alta direzione la politica interna, come la

politica estera, mentre il Cancelliere voleva tenere nelle sue mani

le redini del Governo, come le aveva tenute negli ultimi anni del

regno dell'imperatore Guglielmo I.

Non si sa ancora nulla circa il successore. Persone bene informate

assicurano che l'Imperatore da un mese avrebbe fatta la sua scelta.

Comunque sia, niente sarà cambiato nella politica estera.

L'Imperatore resta fedele alla triplice alleanza.

Le notizie che precedono mi sono state fornite con raccomandazione

di comunicarle personalmente a V. E. Le parole così graziose

all'indirizzo di V. E., che sono oggi state dette dal Cancelliere al

senatore Boccardo, possono essere considerate come un addio a chi,

come Lei, ha saputo meritare l'amicizia e la stima di Sua Altezza.»

I rescritti imperiali del 4 febbraio sul miglioramento delle condizioni

degli operai, non erano stati accolti dal principe di Bismarck senza

obiezioni. Pur apprezzando il sentimento umanitario del suo Sovrano, il

Gran Cancelliere si preoccupava dell'insuccesso cui questi si esponeva,

delle speranze difficilmente realizzabili che faceva nascere e della

ripercussione che l'iniziativa imperiale avrebbe avuto sulla situazione

dei partiti. Egli temeva altresì che nelle elezioni allora prossime per

il Reichstag, molti elettori fossero indotti a votare per candidati, i

quali sotto la bandiera delle aspirazioni bandite dall'alto

dissimulassero i loro principii socialisti e anarchici. Il Principe

credeva che si fosse fatto abbastanza pel momento, nel senso di un

“socialismo di Stato„, con le leggi relative agli accidenti sul lavoro,

alle casse di risparmio, all'invalidità degli operai, e che lo Stato

dovesse limitarsi a proteggere la libertà del lavoro, senza intervenire

nelle contese tra i padroni e i lavoratori, reprimendo rigorosamente i

disordini.

Dopo l'annunzio della crisi, il conte de Launay scriveva

confidenzialmente, in data 23 marzo, all'on. Crispi:

Sono informato che sin dal 19 corrente le ambasciate della Germania

a Roma, Vienna, Londra e i rappresentanti della Prussia a Dresda e a

Monaco, sono stati avvertiti che i mutamenti che stavano per

effettuarsi a Berlino non alteravano in nulla i rapporti

internazionali dell'Impero.

Oggi, alla festa degli Ordini, mi son trovato a fianco del nuovo

Cancelliere, il quale mi ha parlato nello stesso senso. Egli ha sin

da principio accolto a malincuore l'offerta del suo Sovrano. La sua

ambizione era di continuare a servire attivamente nell'esercito e di

morire, occorrendo, su di un campo di battaglia, anzichè consumare

le sue forze su di un terreno nel quale ha lo svantaggio di

succedere all'uomo di genio che per tanti anni ha rappresentato una

parte immensa in Europa. Egli si è rassegnato quando l'Imperatore ha

fatto appello alla sua devozione: come militare, il coraggio e

l'obbedienza sono per lui virtù professionali. Ma mi ha assicurato

che nelle relazioni estere seguirà le orme del suo predecessore. Gli

ho detto che speravo mantenere con lui rapporti di mutua confidenza

nell'interesse dei nostri due paesi e che avrei fatto tutto il

possibile per riuscirvi. Il generale di Caprivi mi ha risposto che

il principe di Bismarck, passando in rivista il corpo diplomatico,

aveva indicato l'ambasciatore d'Italia nel numero dei diplomatici ai

quali poteva accordare piena confidenza. Ho fatto allusione a

qualche racconto della stampa tedesca che attribuisce alla sua

famiglia origine italiana; onde i nostri giornali avevano rilevato

questo fatto come un augurio di più per la continuazione degli

eccellenti rapporti fra l'Italia e la Germania. Il generale ha

contestato il fatto, i suoi antenati avendo emigrato dal Friuli

austriaco in Germania; la parentela con i Montecuccoli non era

provata. «Ciò non impedisce, ha soggiunto, che io ami gli italiani,

e che vi proponga di bere con me alla loro salute». Dal mio canto ho

brindato alla salute dei tedeschi.

Dopo il pranzo, l'Imperatore mi ha preso in disparte. Egli teneva

che io dessi a S. M. il Re e a Vostra Eccellenza qualche dettaglio

sulla crisi avvenuta qui. Dopo il suo ritorno da Friedrichsruh, il

principe di Bismarck era irriconoscibile; si notava in lui una

grande sovreccitazione. Secondo l'opinione del medico, se cotesto

stato si fosse prolungato, avrebbe dato luogo ad un attacco nervoso.

Era un uomo finito per indebolimento di forze. «Il mio cuore, ha

detto l'Imperatore, ha sofferto profondamente per la necessità di

porre alla riserva un antico e illustre servitore della Corona». Sua

Maestà esprimeva la speranza che in avvenire i consigli, l'energia,

la fedeltà del Principe non sarebbero, occorrendo, mancati

all'Impero. All'estero si ricorderà la politica di pace così

saviamente seguita dal principe di Bismarck «e che io stesso sono

risoluto a continuare con tutte le forze della mia volontà. Io resto

fedele alla triplice alleanza». Senza essa, l'Europa avrebbe già

sofferto per sanguinosi conflitti. «Ho notizie rassicuranti da

Pietroburgo. L'imperatore Alessandro è animato dalle migliori

disposizioni, e per ottenere che egli non se ne allontani, gli farò

visita entro l'anno, nell'epoca delle grandi manovre a

Tsarkoe-Zelo».

Ho detto a Sua Maestà che nella mia corrispondenza avevo già

avvertito che nessuna modificazione sarebbe stata apportata al

programma pacifico del Gabinetto di Berlino e che questo si

manteneva incrollabile per il mantenimento della triplice alleanza,

la quale è una solida base della pace. Ho soggiunto che mi sarei

affrettato a trasmettere a Roma le nuove dichiarazioni provenienti

da chi tiene con mano ferma le redini dello Stato.

L'Imperatore ha soggiunto: «Voi sapete che l'ambasciatore d'Italia è

persona gratissima e che gode della nostra intiera confidenza».

Ho detto ancora a Sua Maestà che io avevo avuto cura di negare

qualunque speranza di riuscita agli intransigenti ultramontani che

credono si avvicini il momento di ritornare ai loro sogni di

restaurazione del potere temporale. Sua Maestà non ha esitato a

dichiarare che certamente tali sogni non saranno da essa favoriti.

«Io son troppo buon protestante per prestarmi a tali vedute.

D'altronde, sento un sincero attaccamento per il vostro Re e per

l'Italia».

Mi risulta che l'Imperatore ha detto anche al mio collega di Austria

che nulla sarebbe stato mutato nel suo programma di politica estera.

Sua Maestà si è pure mostrata soddisfatta dei lavori della

Conferenza per la protezione degli operai. Essa spera che dalle

deliberazioni della medesima verrà qualche buon risultato, non fosse

altro una base per Conferenze ulteriori.

Il conte Erberto di Bismarck, malgrado tutti gli sforzi del Sovrano

per conservarlo nelle sue attuali funzioni, persiste a volersi

ritirare. In ogni caso prenderà un lungo congedo. Avrà l'interim

degli Affari esteri il conte di Hatzfeldt, ambasciatore a Londra.

Dopo pochi giorni le dimissioni del conte di Bismarck furono accettate,

e al suo posto fu nominato il barone di Marschall, ministro del

Granducato di Baden presso la Corte imperiale e membro del Consiglio

federale.

L'on. Crispi fu sinceramente afflitto pel ritiro del principe di

Bismarck dalla direzione della politica germanica, sia per l'amicizia

che a lui lo legava, sia per l'appoggio illimitato e decisivo che ne

aveva avuto in ogni circostanza. Il 21 marzo appena apprese la

pubblicazione ufficiale dello _Staats-Anzeiger_, inviò il suo saluto al

Principe, che rispose immediatamente. Ecco i due telegrammi:

Rome, 21/3/1890.

_Son Altesse le Prince de Bismarck_,

Berlin.

Bien que Votre Altesse, en se retirant des hautes fonctions où la

confiance de trois Empereurs l'avait placée et conservée, laisse à

l'Allemagne le précieux héritage de la politique de paix à laquelle

vous vous étiez si complètement dédié, je n'en éprouve pas moins les

plus profonds regrets de votre détermination, regrets qui me sont

inspirés autant par l'amitié qui m'unit à Votre Altesse, que par la

confiance sans bornes que j'avais en Elle. Cette amitié et cette

confiance, ne sauraient diminuer. Votre Altesse doit en être

convaincue. Elle pourra toujours compter sur mon dévouement le plus

sincère et le plus cordial.

Politica estera: memorie e documenti · 第 171 / 215 题