Crispi, a Parigi. — «In verità il signor Goblet vuol ripetere la
favola del lupo e dell'agnello, ed io non intendo prestarmi a far la
parte dell'agnello. Noi reclamiamo contro i decreti beylicali del 15
settembre dai quali siamo stati offesi e si vorrebbe dare a credere
che il nostro reclamo sia una provocazione. Il provocatore è colui
che ci ha offesi, e noi siamo i provocati. La posizione nostra in
Tunisia è singolare, e nessuna Potenza d'Europa si trova colà nelle
nostre condizioni. Nessuna Potenza vi ha scuole e nessuna Potenza ha
nella Reggenza una colonia popolare come la nostra ed alla cui
educazione ed al cui insegnamento bisogna provvedere. Se le altre
Potenze accettano i decreti beylicali e non reclamano, nulla danno
alla Francia perchè non è leso alcun loro diritto. Per esse non
sarebbe che una questione di principio. Volendo dar prova di
moderazione, dissi al conte di Bismarck che non tenevo si
pubblicasse un nuovo decreto che revocasse quello del 15 settembre.
A me bastava che il sig. Massicault dichiarasse al console Berio che
le nuove disposizioni legislative non sono applicabili alle nostre
scuole ed alle nostre associazioni in Tunisi e che nel fatto non
venissero applicate. Il conte di Bismarck deve avere telegrafato in
questo senso al conte Münster e ve ne informo acciocchè sappiate
essere nostre e non di Berlino le proposte concilianti per la
soluzione della questione. Sappiate ancora, e ciò confidenzialmente,
che cinque giorni addietro fu telegrafato da codesta Nunziatura al
Vaticano che Goblet era perplesso sul partito a prendere e che era
disposto a dar ragione all'Italia: vorrebbe però salva la sua
dignità. Ora io non tengo alla forma, ma alla sostanza, e la
soluzione da me proposta, appoggiata dalla Germania, converrebbe
alle due parti. In tale stato di cose, dipende dal contegno di
codesta Ambasciata ottenere giustizia.»