Il primo viaggio a Friedrichsruh.
Crispi e la Francia — Giudizii di Crispi su l'Impero e su
la Repubblica. — L'Esposizione di Parigi del 1889 e
l'Europa monarchica. — Primo viaggio di Crispi a
Friedrichsruh per visitarvi il principe di Bismarck: loro
colloquii. — Il discorso di Torino.
Quando l'on. Crispi giunse alla direzione degli affari, la Francia era
in un periodo di agitazioni. Il 17 maggio il ministero Goblet, ch'era al
potere soltanto dal 13 dicembre 1886, aveva rassegnato le dimissioni; il
signor Freycinet, incaricato di ricomporre il ministero, trovatosi
dinanzi a difficoltà insormontabili, aveva rinunziato al mandato, che
era stato dal Presidente della Repubblica offerto al signor M. Rouvier.
Questi riuscì, escludendo dal nuovo gabinetto il gen. Boulanger, già
popolare e indicato calorosamente dal partito radicale come il solo uomo
capace di salvare il paese. Il ministero Rouvier, peraltro, sembrava
dovesse essere un'amministrazione transitoria che avrebbe ceduto il
posto ad un gabinetto opportunista presieduto dal Ferry e appoggiato
dalla Destra. Queste previsioni non si avverarono intieramente; il
Rouvier consegnò dopo pochi mesi il potere ad un ministero Tirard (12
dicembre 1887), che alla sua volta non durò quattro mesi. Anche la
posizione del Presidente della Repubblica, Giulio Grévy, era scossa e il
suo ritiro sembrava questione di tempo, ma tale eventualità era attesa
con preoccupazione, temendosi che i radicali e i monarchici si
mettessero d'accordo per elevare all'altissimo ufficio il generale
Boulanger.
Le idee di Crispi sulla Francia erano note: conosceva profondamente la
storia di quel paese, e aveva potuto meglio comprenderla soggiornandovi
per lungo tempo; e se, astraendo dalla sua nazionalità, ammirava il
genio del popolo francese, i grandi servigi da esso resi alla civiltà,
come italiano era convinto che, e per le tradizioni storiche e per le
diverse condizioni di sviluppo sociale e per i contrastanti interessi,
un'Italia fiera della sua dignità, gelosa dei suoi diritti, non avrebbe
trovato nella Francia che un'avversaria prepotente.
L'Impero e la Repubblica tennero con l'Italia contegno diverso?
Per essere più esatti, riferiamo giudizi e opinioni dello stesso Crispi
sui due periodi.
Quali benefici ricevette l'Italia da Napoleone III?
Nel 1849 la rivoluzione italiana va estinguendosi nei suoi focolari:
sole resistono la Sicilia, Venezia, Roma. La Francia non interviene
in favor nostro, ma col pretesto di difenderne la libertà assalisce
la Repubblica Romana, invade Roma, vi ristabilisce il papato; nello
stesso tempo sequestra le armi e i vapori siciliani, e aiuta il
Borbone a impadronirsi della Sicilia. Ancora una volta il dispotismo
si aggrava sopra l'Italia; ma la Francia è stata punita; il
dispotismo si aggrava anche su lei.... Ed è nella piena servitù
dell'Italia che si solleva, o meglio, si risolleva in Francia una
delicata questione: la questione delle frontiere. Nel 1858
incominciano infatti ad uscire opuscoli dimostranti la necessità che
la Francia abbia le sue frontiere, e sul Reno e sulle Alpi. Si
tratta di ottenerle, e lo si cerca. — Come? Con una guerra di
conquista? Il tiranno abilmente non lo crede opportuno; piuttosto,
con la conclusione di un affare. Nella mente di Napoleone III — è
dimostrato — la guerra d'Italia non fu invero che un _affare_.
Con l'alleanza franco sarda, la Francia s'impegnava infatti ad
aiutare il Piemonte ad avere il Lombardo-Veneto; da parte sua, il
Piemonte s'impegnava ad indennizzare la Francia di tutte le spese di
guerra, e, in più, a darle le volute frontiere.
Nella mente di Napoleone era un gran disegno che incominciava a
colorirsi, nella lusinga di potere, rinnovando le gesta dello zio,
legittimare in certo qual modo l'usurpazione, e rassodare il trono
vacillante.
Egli fu tradito dagli eventi e da sè stesso. La guerra contro la
Germania, che doveva essere il coronamento dell'edificio, fu invece
l'ultima causa della sua rovina.
Giova intanto stabilire e constatare che il pensiero italiano non
entrò affatto nella mente di Napoleone, con la conclusione
dell'alleanza franco-sarda....
Ma oltre alle frontiere dell'Alpi, Napoleone III scendendo in Italia
aspirava a raggiungere un altro ideale.
Napoleone III aveva lasciato l'Italia nel 1831, quando ancora l'idea
unitaria non aveva fecondato che poche menti elettissime, ed era
straniera alla grande massa della popolazione. Egli credeva quindi
ancora alla virtù, presso le masse, del principio federativo; e,
ravvivando l'antico concetto dell'antagonismo franco-germanico, il
cui campo di lotta era il nostro paese, egli ebbe in animo di
vincere l'Austria, di cacciarla da quella parte d'Italia che gli
conveniva, per costituire questa parte in una Confederazione di
Stati piccoli e deboli, che dovevano riuscire mancipii della
Francia, liberti in tempo di pace, alleati per le sue guerre.
A chi vorrà fare sul serio la storia di questo periodo
importantissimo della vita mondiale — e diciamo mondiale, poichè fu
per l'Italia che il principio di nazionalità venne riconosciuto —
apparirà a questo punto un fenomeno singolare: la stessa idea
napoleonica era nutrita dall'Austria, per proprio conto.
Essa prevedeva forse i tempi nuovi, e tendeva a prevenirli con una
certa quale trasformazione della sua signoria — cercando di
collegare i suoi interessi politici agli interessi materiali delle
popolazioni italiane.
Non potendo spingersi sino a Napoli, ove il Borbone non accettò mai
l'ingerenza austriaca, l'Austria progettò infatti allora, pei Ducati
e per la Santa Sede, dei trattati di commercio che, sussidiati da
guarnigioni austriache, dovevano costituire gli Stati italiani in
uno _Zollwerein_ da lei diretto ed ispirato.
È in questo conflitto d'influenze e d'ambizioni fra la Francia e
l'Austria, oltre che nel desiderio delle frontiere, che bisogna
ricercare le ragioni della guerra d'Italia. Se dubbio fosse stato
possibile da principio, l'avrebbe dimostrato chiaramente il modo con
cui la guerra fu condotta.
I mazziniani, i quali erano allora si può dire i soli apostoli
dell'idea unitaria, sentirono tutto questo. Mazzini definì
esattamente lo scopo e predisse il termine della guerra, ed in un
suo manifesto — tanto egli ne era convinto — disse che la guerra
sarebbe stata comandata da Napoleone, e terminata quando a lui
sarebbe piaciuto e convenuto.
Intanto, ad estrinsecare l'idea della federazione, Napoleone manda
in Toscana un corpo d'esercito comandato dal principe Gerolamo.
Nella mente dell'Imperatore, la Toscana doveva costituire il regno
d'Etruria, del quale Gerolamo stesso sarebbe stato il Re, o meglio
il vicerè, dovendo lo Stato da Parigi ricevere la parola d'ordine
della propria esistenza politica e commerciale.
Ma le previsioni napoleoniche andarono fallite. Gerolamo invece che
alle voci di: _Viva la Toscana! Viva la Francia!_ è accolto dalle
grida di: _Viva l'Italia!_ Il seme gettatovi dai mazziniani già
aveva germogliato e l'idea federativa, sulla quale contava Napoleone
per dominare i piccoli Stati che egli andava formando nella sua
mente, aveva ceduto il posto alla grande idea italiana unitaria.
I rimproveri di molti francesi furono dunque ingiusti. Al pari di
Thiers, anche Napoleone III credeva, e prima di lui lo aveva creduto
Napoleone I, che un'Italia debole e disunita fosse nell'interesse
della Francia: e fu appunto per tenerla debole e disunita, e per
sottrarla al dominio dell'Austria, per farla tributaria della
Francia, che egli vi scese.
S'egli non vi riuscì, non fu sua colpa. Gli avvenimenti lo
ingannarono e furono maggiori di lui e della sua volontà; ma egli
non trascurò mezzo per arrestarne il corso, e per annullarne le
conseguenze.
Accortosi, infatti, del grande progresso fatto dall'idea unitaria,
egli dimentica il programma con cui aveva lusingato gl'italiani per
averne il concorso, e dopo una vittoria che gli avrebbe permesso di
cacciar l'Austria da tutta l'Italia, conclude l'armistizio, e, senza
nemmeno avvertirne il suo alleato, firma i preliminari di quella
pace di Villafranca che dapprincipio non voleva essere creduta
nemmeno dai ministri di Vittorio Emanuele.
Con Savoia e con Nizza la Francia ebbe allora le ambite frontiere, e
assai più; perchè Nizza francese è, oltre a tutto, un controsenso
geografico; coi cinquanta milioni d'indennità, ebbe pagate tutte le
spese di guerra. Ed ecco che il trattato di Zurigo viene a dar corpo
all'altra idea della federazione italiana.
Napoleone III, piuttosto che accettare l'idea dell'Italia una, si
appaga di dividere in quella confederazione, che doveva essere
presieduta dal Papa, la sua influenza coll'Austria, la quale doveva
esservi rappresentata dal Veneto, senza avvertire, da pessimo
politico, quale germe di continue guerre deponeva così.
Il trattato di Zurigo è però così favorevole all'Italia, che
l'Italia lo respinge. L'Italia non si ingannava sulle mire di
Napoleone, ed ebbe, gran virtù, il senso esatto delle intenzioni e
degli avvenimenti. Ond'è che la Toscana e l'Emilia dichiarano la
propria autonomia, e proclamano il principio dell'unità.
Napoleone, che vede crollare l'edificio delle sue previsioni e delle
sue speranze, contrasta l'unione di quelle popolazioni al Piemonte,
e impedisce il movimento delle popolazioni pontificie. Garibaldi non
può passare la Cattolica.
Ma il gran giorno dell'Italia era venuto. Palermo insorge: è, a
miracolo, organizzata la leggendaria spedizione dei Mille, la quale
non conosce ostacoli, e vince quelli di ogni genere che le sono
suscitati da tutti....
A quel punto, se veramente Napoleone fosse stato quel grande uomo
politico che molti, per troppi anni, vollero credere e far credere,
avrebbe compreso che ormai gli conveniva mutar tattica, e che, non
potendo far degl'italiani altrettanti clienti, gli era utile farsene
almeno degli amici, degli alleati.... Garibaldi giunge dunque a
Napoli contro la volontà di Napoleone....
.... Vince il Borbone al Volturno, e preparasi a marciare su Roma.
Ma Napoleone non cede, e, pari all'avaro, costretto a separarsi dal
proprio tesoro, egli si lascia strappare solo dai fatti compiuti il
consenso, e non interviene che per impedire. È così che, di fronte
al pericolo di vedere Roma data addirittura all'unità italiana,
cemento e centro di essa, egli conclude con Vittorio Emanuele una
Convenzione, per la quale l'esercito regio penetra nelle Marche e
nell'Umbria, che sono riunite alla monarchia, per impedire gli
ulteriori movimenti di Garibaldi.
E intanto la flotta francese proteggeva a Gaeta il Borbone, che
resisteva per essa, prolungandosi così, per colpa della Francia, una
inutile guerra....
Salvato infatti il patrimonio di San Pietro e posto sotto la tutela
delle armi francesi, ecco Roma divenire, per la Francia, il covo
della reazione italiana. Asilo dei principi spodestati, è là che si
ordiscono, sotto gli occhi di Napoleone, tutte le cospirazioni a
danno della nostra unità, è là che si organizza il brigantaggio e si
mantiene viva così la più orribile agitazione in una parte tanto
importante del nuovo regno. Era quella la caricatura della politica
per parte di un grande Stato, ma una caricatura sanguinosa, che non
può essere così facilmente dimenticata.
Gli sforzi dell'Italia indignata s'infrangono ad Aspromonte, e
l'alba del nuovo regno è così, per la Francia, funestata da una
tragedia, che è ancor viva e palpitante nel cuore di tutti gli
italiani.
Ma la politica francese non muta. L'organizzazione del brigantaggio
non bastandole più, eccola infatti affacciarne dinanzi al mondo la
più patente protezione.
Il 10 luglio 1863 approda a Genova l'Aunis delle Messaggerie
Marittime, portando seco sei briganti disposti ad esiliarsi; fra
essi è La-Gala. Il governo italiano vuole impadronirsene. La Francia
pretende che non si arrestino, che le vengano consegnati. E così si
fa; il tricolore francese garentisce la vita e la libertà di
assassini infami, infliggendo all'Italia la vergogna di non poter
punire il delitto, il delitto contro la patria e contro l'umanità.
Ma non basta.
Napoleone, per quanto lungi dall'essere un grand'uomo politico,
aveva però criterio sufficiente a comprendere come, dopo la
proclamazione di Roma a capitale d'Italia, fosse quella una
questione destinata a rimanere aperta. Ed ecco che, a chiuderla,
egli escogita la Convenzione del 15 settembre 1864, la quale altro
non voleva nè poteva significare che una rinunzia a Roma. Per essa
infatti si trasportava la Capitale in un punto centrale d'Italia, e
s'impegnava l'Italia non solo a riconoscere lo Stato Pontificio, non
solo a non attaccarlo, ma ad impedire che fosse attaccato: più, le
si faceva assumere una parte del Debito pubblico della Santa Sede,
dando così a questa i fondi per organizzare e pagare quell'esercito
che doveva vegliare a che Roma non divenisse italiana.
Tutti si attendevano che Napoleone avrebbe almeno rispettato cotesta
Convenzione di settembre, così umiliante per l'Italia. Niente
affatto.
Nella Convenzione era scritto, che la Francia avrebbe ritirato le
sue truppe dal territorio pontificio. Parve che le ritirasse, ma in
sostanza i soldati francesi furono arruolati nell'esercito
papale.[20]
[20] Agli zuavi pontificii, morti a Mentana, furono trovati i
libretti (_livrets d'hommes de troupe_), dai quali appariva ch'essi
appartenevano di fatto all'esercito francese, quantunque al servizio
del Papa. Abbiamo sotto gli occhi il libretto di Haslen Etienne del
33.º reggimento d'infanteria di linea, stato arruolato nella Legione
romana.
Ma era Roma soltanto che Napoleone contendeva all'Italia?
Il 1866 reca l'alleanza italo-tedesca. Napoleone III accorda
generosamente il permesso di quell'alleanza, ma impone il modo e la
durata della guerra all'Austria. Con l'Austria egli tratta anche
segretamente. Egli comprende che la guerra era inevitabile per
l'Italia, ma teme che questa esca troppo rafforzata dalla vittoria.
Quindi ogni suo sforzo è inteso ad impedire una buona prova delle
nostre armi: ed egli fa sì che la guerra si chiuda con una vergogna
della nostra politica, imponendo al Governo italiano l'accettazione
del Veneto dalle mani non più dell'Austria, ma della Francia stessa,
lasciando l'Italia senza frontiera orientale, dopo averle tolto la
frontiera occidentale.
Il conte Vitzthum, confidente del conte di Beust, era stato da lui
incaricato di una segreta missione presso il governo imperiale di
Francia. Egli arrivò a Parigi il 26 giugno 1866, quando giungevan
colà le notizie di Custoza. Egli ha narrato l'impressione prodotta
colà da quelle notizie nel suo libro _London, Gastein und Sadowa_,
così:
«Trovai che tutta la capitale era entusiasmata ed allegra per le
notizie delle vittorie austriache in Italia.
«Mi si assicurava, — e potei constatarlo — che in tutte le classi
della popolazione il giubilo per la sconfitta degli italiani era
universale, e quasi indescrivibile nelle caserme.
«I soldati insistevano da per tutto per potere illuminare i loro
quartieri in onore dell'esercito austriaco. E posso assicurare, che
questo stato di cose aveva fatto la più profonda impressione
_sull'italianissimo imperiale delle Tuileries_».
.... E invero, un'altra data ricorre al nostro pensiero, una data
fatale, un altro nome: Mentana; al quale la generosità italiana ha
contrapposto un'altra data, un altro nome: Digione.
.... Al 1869 Napoleone propone alle Potenze di mettere il territorio
pontificio sotto la garanzia dell'Europa. Egli vuole con un trattato
internazionale impedire all'Italia la conquista della sua capitale;
ed avrebbe ottenuto il suo scopo, se Berlino e Londra non si fossero
opposte.
La fatalità spingeva Napoleone alla rovina. Il fantasma dell'Italia
Una poteva sopra di lui più dell'evidente interesse.
L'Austria stessa vide nel 1870 quale sarebbe stato l'interesse della
Francia, Napoleone nol vide; l'Austria stessa spronava Napoleone a
dare Roma all'Italia, per assicurarsi l'alleanza italiana; Napoleone
nol volle. È così che tutti i negoziati tornarono vani, e che la
Francia rimase, per propria sua colpa, isolata in Europa.
Ed è di questo isolamento che si fa da quel giorno un delitto
all'Italia. Or non occorrono parole per dimostrare che, non solo una
follìa, ma sarebbe stato invece un delitto da parte dell'Italia il
prendere le armi contro una Potenza amica ed alleata, per aiutare un
padrone il quale, mentre pure chiedeva la nostra cooperazione, si
rifiutava di riconoscere i nostri diritti e persisteva nel volerci
opprimere.
Nè si creda che quello fosse un errore personale di Napoleone III.
Napoleone crolla, traendo con sè nell'abisso la Francia; ma la
Francia non rinuncia a Roma per questo.
L'Italia viene a Roma, ma il pensiero di Thiers non è diverso da
quello di Napoleone; l'Italia viene a Roma per merito delle vittorie
tedesche, che essa avrebbe dovuto impedire, e la Francia, impotente,
tollera, ma non accetta; e una nave francese, protesta permanente, e
segno del protettorato esercitato dalla Francia sulla Santa Sede,
staziona a Civitavecchia. Ci vollero anni prima che quella nave si
risolvesse a partire. Solo il ridicolo, l'unica arma che uccida
moralmente in Francia, e di cui la Francia era minacciata per quel
fatto, potè far sì che quella nave venisse ritirata.
Dopo il 1870 la Francia non ha praticato verso l'Italia che una
politica di dispetti e di risentimenti. Convinta che l'Italia non
volle aiutarla nel terribile conflitto ch'ebbe a sostenere con la
Germania, il governo repubblicano, seguendo i pregiudizi del governo
imperiale e tenendo lo stesso contegno orgoglioso, anzichè dissipare
i malintesi e lavorare a rendersi amico il popolo italiano, lo
ingiuriava, lo disprezzava, lo minacciava, e però se lo rendeva più
ostile. Se avesse studiato i precedenti, avrebbe compreso che
giustamente il popolo italiano aveva veduta come una liberazione la
scomparsa dell'Impero, il quale con le sue esigenze ed i suoi
arbitrii aveva dispotizzato sull'amministrazione italiana e impedito
la liberazione di Roma. Si aggiunga che, anche volendo, l'Italia non
avrebbe potuto aiutare l'Impero, poichè, pochi mesi prima che
cominciassero le ostilità, il governo, incauto e impreviggente,
aveva disarmato. Ed esponendoci a tutti i danni, compreso quello di
non aver Roma, chi ci avrebbe inoltre garantito del contegno
dell'Austria? Non era possibile che la Prussia, vedendosi attaccata
dall'Italia, che non aveva alcun motivo per dichiararle la guerra,
avrebbe trovato modo d'intendersi con l'Austria? Date queste
eventualità, noi avremmo potuto perdere i beneficî ottenuti
nell'ultimo decennio per l'unificazione della Patria!
Orbene, considerando tutte coteste cose, il governo della Repubblica
avrebbe dovuto fare una politica amica per conquistarsi l'amicizia
dell'Italia che l'Impero aveva perduta. Una politica di pace, di
rispetto, di fratellanza avrebbe impedito la costituzione della
Triplice Alleanza, e ci avrebbe avviati veramente all'unione delle
Potenze mediterranee.
La terza repubblica in Francia surse dopo un disastro nazionale. Non
fu l'effetto di una rivoluzione, nè di una cospirazione.
L'Impero ucciso a Sedan, difficilmente avrebbe potuto risorgere. Il
solo che avrebbe potuto dargli vita era Bismarck, ed egli non volle.
La monarchia del diritto divino non era pronta ad occupare il trono.
La monarchia di luglio non aveva il coraggio di assumere il potere,
ed in quei momenti di abbattimento per le inattese sconfitte,
nissuno avrebbe osato rilevare una dinastia che nulla aveva fatto
per meritarsi l'amore della Francia.
La sede essendo vacante, fu facile ai parigini di proclamare la
sovranità del popolo. E lo fecero con timidezza e quasi incerti del
domani. Il governo provvisorio assunse il titolo di difensore della
nazione, si costituì come una necessità del momento, e pei bisogni
del momento, che erano quelli di respingere la invasione straniera.
Quando nella sala dei Cinquecento, a Firenze, giunse la notizia che
il 4 settembre a Parigi era stata proclamata la Repubblica, coloro i
quali ricordavano i prodigi del 1792, credettero che la Francia
avrebbe dato una nuova prova della sua energia e che i prussiani
sarebbero stati cacciati.
I più prudenti riflettevano che i tempi erano diversi, e che
l'Europa d'oggi non era quella del '92. Soggiungevano che l'eroismo
oggi non ha l'efficacia dei tempi antichi e che il valore del
soldato non influisce più sulla sorte delle battaglie. L'arma
moderna è una macchina che lavora in lontananza e che rende
impossibile la lotta a corpo a corpo. Vince colui che ha saputo
raccogliere il maggior numero di soldati ed ha saputo armarli del
fucile a tiro rapido e di più lunga gettata. Anche le insurrezioni
oggi non possono più avere il successo di prima.
E dubito molto che una insurrezione sarebbe stata possibile a
Parigi, e che la Repubblica sarebbe potuta nascere in conseguenza di
un movimento popolare. I francesi in genere non sono fatti per
cospirare, e lo vidi e me ne convinsi durante il mio soggiorno nella
grande capitale.
Dopo le giornate di giugno 1848 e dopo il colpo di Stato del 2
dicembre, Cavaignac prima e Luigi Bonaparte dopo purgarono Parigi di
tutta quella massa di spostati, uomini di una vita costantemente
incerta, speculatori nel disordine, che sono l'avanguardia delle
insurrezioni e dei quali si valgono tutte le fazioni politiche.
Oggi, bisogna che la Francia dimentichi la storia del suo predominio
e della sua influenza al di qua delle Alpi. Bisogna che riconosca e
si abitui a riconoscere che la nazione italiana vale quanto la
francese, e che deve, come la francese, godere della sua
indipendenza e fruirne nel consesso delle nazioni».
Per la prima volta il 25 giugno 1887, alla Camera, l'on. Crispi fece una
dichiarazione riflettente la Francia, dal banco dei ministri, in
rappresentanza dell'on. ministro degli Affari esteri che era assente.
S'interpellava “sugli intendimenti precisi del governo in merito al
concorso dell'Italia all'Esposizione universale di Parigi nel 1889„.
Quella glorificazione della grande rivoluzione e quindi del
rovesciamento della monarchia in Francia accompagnato dagli orrori ben
noti, non poteva andare a genio ai governi monarchici d'Europa; e
infatti tutte le grandi Potenze, a incominciare dall'Inghilterra,
declinarono l'invito di partecipare ufficialmente all'Esposizione di
Parigi; la Russia dichiarò espressamente “l'impossibilità del governo
imperiale di associarsi ad una solennità intesa a glorificare dei
principii che stanno in diretta dissonanza con quelli su cui poggia la
sovranità degli Czar„.
Quando l'on. Crispi manifestò gl'intendimenti del governo italiano, gli
altri governi avevano già declinato l'invito; ond'egli potè dire che se
l'Italia fosse intervenuta, mentre le altre grandi Potenze si
astenevano, il suo intervento avrebbe assunto un significato politico
che non gli si voleva dare. Ma fece altresì calde dichiarazioni di
amicizia per la Francia, la quale non poteva lagnarsi dell'Italia perchè
non prendeva parte ad una Esposizione Universale che non sarebbe stata
più tale.
La stampa francese però non volle perdere l'occasione per imputare
all'on. Crispi preconcetti miso-gallici e passiva obbedienza alla
Germania; la quale, invece, aveva dapprima circondato il suo rifiuto di
perifrasi e promesse d'incoraggiare gl'industriali tedeschi ad esporre,
e mutò contegno solo quando ebbero luogo a Parigi dimostrazioni
anti-tedesche in occasione della rappresentazione del _Lohengrin_.
Quando, alla fine di settembre, i giornali francesi per i primi
annunziarono che l'on. Crispi era in viaggio per recarsi a far visita al
principe di Bismarck, parve si compiesse un avvenimento di gravità
eccezionale; e chi s'era proposto d'impressionare l'opinione pubblica
accennò a disegni bellicosi contro la Francia che si sarebbero
concretati a Friedrichsruh. L'on. Crispi era denunziato dai suoi
avversari palesi ed occulti come un impulsivo, e quindi come un uomo
pericoloso. Se avesse battuto la via dei suoi predecessori, gli
avrebbero ricordato che la politica da lui, deputato, sempre combattuta
non era poi così cattiva se da ministro la faceva sua; mettendosi egli,
invece, per una via nuova, prevedevano il finimondo.
I ministri italiani non usavano, sin allora, di varcare i confini
d'Italia per abboccarsi coi loro colleghi stranieri. Anche il Robilant,
prima della rinnovazione del trattato, a chi gli proponeva d'incontrarsi
col principe di Bismarck aveva risposto “non aver nulla da dirgli„. Ma
l'on. Crispi pensò di aver molte cose da dire al Gran Cancelliere
germanico; aveva fede in sè, nell'efficacia della propria azione
personale, e ricordava, d'altronde, che nel 1877, a Gastein, era
riuscito a fare apprezzare il valore dell'alleanza italiana quando
questa era ancora un evento remoto.
L'invito venne dal Principe. In una lettera particolare del 18
settembre, il conte di Launay scriveva all'on. Crispi di “avere ricevuto
il giorno innanzi la visita del conte Erberto di Bismarck, il quale
tornava da Friedrichsruh. Il conte gli aveva parlato di molte cose:
della questione bulgara e della situazione nella quale si trovava il
governo tedesco tra la politica dell'Italia e dell'Austria e quella
della Russia, delle cose discorse tra il principe e il conte Kálnoky
nella recente visita di quest'ultimo a Friedrichsruh, e del pregio che i
due Cancellieri attribuivano all'alleanza con l'Italia; infine, gli
aveva anche recato un messaggio del Principe per lui personalmente: egli
sarebbe stato felice se le circostanze gli avessero permesso
d'incontrarsi col collega italiano come soleva incontrarsi col conte
Kálnoky, che dal 1881 si recava ogni anno da lui; l'età e la salute
erano un ostacolo ad un viaggio in Italia del Principe, che non osava,
temendo di mancargli di riguardo, invitare Crispi ad un colloquio; ma a
Friedrichsruh, come a Varzin, o a Berlino, se un buon vento l'avesse
spinto verso quelle regioni, sarebbe stato lietissimo di riceverlo con
lo stesso sentimento di soddisfazione provato in occasione della sua
amabile visita a Gastein nel 1877. Spettava all'on. Crispi di
pronunziarsi sull'opportunità di una tal visita; se motivi personali o
politici l'avessero sconsigliato, o ritardato, nessuno gliene avrebbe
fatto carico„.
L'on. Crispi rispose al di Launay che un incontro col principe di
Bismarck era “uno dei suoi più vivi desideri„. Avrebbe preferito che
tale incontro avvenisse in maniera da sembrare fortuito; ma comprese
che, sebbene il Principe gli avesse, per delicatezza, lasciato la scelta
del luogo, in verità sarebbe stato più contento che l'incontro avvenisse
a Friedrichsruh, dove pochi giorni prima era stato il Cancelliere
dell'Impero austro-ungarico.
Crispi, cui non mancava il coraggio dell'amicizia, si decise subito, e
poichè doveva trovarsi in Roma nei primi di ottobre, profittò di quegli
ultimi giorni del settembre per recarsi in Germania. Egli stesso narra
nelle pagine che seguono del viaggio e dei colloqui avuti col Bismarck.
Ma prima di muoversi dall'Italia, il 23 settembre, avvenne tra il re
Umberto, Crispi e il Cancelliere germanico, questo scambio di cortesie:
«_A Sua Altezza il Principe di Bismarck._
Sono felicissimo di esprimere a V. A. le mie felicitazioni per il
25.º anniversario della Sua elevazione alle funzioni nelle quali
Ella rende così eminenti e gloriosi servigi all'Imperatore, mio
amico venerato, e alla Nazione che è nostra fedele alleata. Che Dio
conservi V. A. per lunghi anni alla grandezza della Germania, alla
pace dell'Europa, alla mia amicizia ed alla mia ammirazione,
sentimenti che sono condivisi dall'intera Italia.