29 luglio.

Lord Granville dimora nel palazzo di num. 18 a Carlton House

Terrace.

La riunione era fissata alle 2 pom.; all'1 ¾ Lacaita ed io siam

partiti dall'Athenaeum, e qualche minuto prima delle 2 siamo giunti

alla casa del Conte.

Appena entrati, il cameriere ci disse che il nobile ministro era

alla Camera e che ci pregava di aspettarlo. Fummo introdotti nella

biblioteca. Non appena seduti, udiamo uno strascico di vesti di seta

e ci appaiono di fronte lady Granville e le due figlie; lord

Granville entra dalla parte opposta. Fatte le debite presentazioni,

le dame procedono per la sala da pranzo e noi dopo pochi minuti le

seguiamo.

Lord Granville disse che vi era consiglio di ministri e che aveva

lasciato i suoi colleghi per trovarsi con me.

La sala da pranzo a Carlton House è grandissima.

Sedemmo: lady Granville in mezzo a Lacaita e alla sua figlia minore;

lord Granville aveva me a sinistra e la figlia maggiore a destra. In

mezzo alle due figlie era il suo segretario particolare ed appresso

un nipote del Conte; un altro nipote del Conte era alla mia

sinistra, cioè tra me e Lacaita.

Nei pochi minuti che fummo nella biblioteca e nei principii del

pranzo il discorso si versò sulla stampa italiana, sul ministero

francese e sul probabile voto della Camera francese.

Avendo io detto che Freycinet avrebbe avuto un voto contrario e che

probabilmente vi sarebbe stata una crisi, il Conte mi domandò:

— Quali uomini credete voi che andranno al potere!

— Un ministero di mezze figure.

— Anch'io sono del vostro avviso.

— Gambetta non può ritornare per ora. Egli significa la guerra, e la

Francia non vuole, nè può farla. Gambetta si è troppo presto

svelato, ed in Germania il suo nome accenna ad una levata d'armi.

— È vero.

— Freycinet è una garanzia di pace per la Germania.

— Egli ha lanciato la Francia in grandi spese con le sue leggi per

opere pubbliche.

— È un uomo tecnico, non un uomo politico.

— Avete ragione.

— I francesi non hanno che due vie: o chiudersi entro le loro

frontiere, sviluppare le loro ricchezze, assicurare il loro

benessere materiale, o far la guerra. In questi ultimi tempi si sono

chiariti contrarli alla guerra.

— E non potrebbero neanche farla. L'esercito francese non è in buone

condizioni, gli uffiziali non tutti buoni, i soldati indisciplinati.

Del vostro esercito, al contrario, ho avute ottime informazioni;

avete buoni soldati e buoni ufficiali.

— Piccolo esercito, ma buono. Potremmo triplicare le nostre forze,

facendo uno sforzo finanziario.

— Siete stato a Parigi?

— No, milord.

— A Berlino?

— Sì.

— E che dicono colà delle cose del giorno?

— Che nulla loro interessa della questione egiziana. E che

lasceranno scioglierla a coloro che vi hanno interessi diretti. A

Berlino non si pensa che alla Francia e alla Russia; sono le due

sole Potenze delle quali si preoccupano e dalle quali temono possa

sorgere la guerra. Pertanto il principe di Bismarck cerca di far

forte la Turchia e di aiutare la China nel riordinamento delle sue

forze.

— È pur troppo così; ma la Russia per ora non può dar fastidii

all'Europa.

— Lo comprendo, ma non sarà così in avvenire.

— Avete visto il general Menabrea?

— Sì, milord.

— E che umori ha egli in questi momenti?

— Mi disse che si sente risvegliare i suoi spiriti militari.

Lord Granville si pose a ridere: e la merenda (_lunch_) essendo

esaurita, lady Granville, le figlie, i nipoti, il segretario

particolare del Conte si sono alzati e andati via. Lord Granville ed

io siamo rimasti soli.

Avevo dimenticato di ricordare che pochi minuti prima che la merenda

terminasse, Lacaita si era congedato, dovendo andar fuori di Londra,

e l'ora incalzandolo. Sarebbe ritornato lunedì. Siamo rimasti soli

nella sala da pranzo. Il Conte avvicinò una sedia, feci altrettanto

e ci siamo di nuovo seduti.

— Dunque non volete esser con noi in Egitto?

— Da parte mia non perderei un momento di tempo per unirmi a voi.

— Ma il signor Mancini ha declinato il nostro invito.

— Me ne duole; e se ci fosse ancor tempo, e se fossi in Italia,

farei il mio possibile per persuadere il ministro ad intervenire con

l'Inghilterra in Egitto. Non potreste riprendere le pratiche?

— Noi, no. Il governo italiano lo potrebbe. Ma sapreste dirmi le

ragioni per cui il governo italiano si rifiuta?

— Potrei supporlo; non ho visto il ministro Mancini, e non so quali

sieno le sue idee. Forse il Mancini non crede di poter sostenere

innanzi le Camere lo scopo del nostro intervento in Egitto.

Voi ricorderete, milord, il modo come siamo stati trattati al 1879

da lord Salisbury e dal signor Waddington.

— Noi non ci entriamo nei fatti del 1879. E questa volta ci siamo

rivolti di preferenza all'Italia per darle una prova della nostra

amicizia. I nostri uffiziali avevano accolto con gioia la notizia di

una possibile alleanza con l'Italia; e sarebbero stati lietissimi di

battersi accanto ai vostri.

— Al 1879 l'Italia fu indegnamente cacciata dalla Francia e

dall'Inghilterra. Voi siete i primi pei commerci in Egitto, ma noi

non siamo gli ultimi.

— E la vostra popolazione in Egitto è superiore a tutte le altre.

— Sul debito egiziano il numero dei creditori italiani è

importantissimo. Io comprendo che mettendoci con voi, noi

riprenderemmo la posizione che ci fu tolta al 1879.

— Certamente.

— Il ministro Mancini avrebbe voluto qualche assicurazione su ciò,

per poterlo dire al Parlamento.

— Ma noi non vogliamo mercanteggiare. Vi assicuro soltanto che noi

non ci dogliamo del rifiuto dell'Italia e che le nostre relazioni

con voi resteranno amichevoli e cordiali come per lo innanzi.

La proposta fu da noi fatta al governo italiano con sincerità, con

cordialità. Avremmo voluto, vorremmo procedere d'accordo con esso.

— Potreste però riprendere le pratiche.

— Ma noi non possiamo metterci a ginocchi. L'Inghilterra è

abbastanza forte, e può anche fare da sè.

— Quali forze credete, milord, che sieno necessarie per l'impresa di

Egitto?

— I francesi sono di opinione che ci vogliono 40 mila uomini; ma noi

crediamo che 20 o 25 mila uomini basterebbero.

La guerra non può essere lunga. I pascià non sono d'accordo, e

bisogna contare sui loro dissidi. Arabì-pascià ha poca istruzione e

poco ingegno; e devo credere che nelle sue operazioni egli sia

aiutato da qualche europeo.

Che tempo vi bisogna per mobilizzare il vostro esercito?

— In un mese potremmo averlo pronto.

— È troppo.

— Forse m'ingannerò. Ma in Egitto non si può andar subito.

Nell'estate il clima non è favorevole agli europei.

— Ma non si possono lasciar le cose ancor lungamente nello stato in

cui sono.

— Credete voi che la Francia interverrà?

— Per ora la Francia si vuole limitare alla tutela del Canale di

Suez. Non sappiamo, qualora il ministero Freycinet cada, quello che

penserà fare il suo successore.

Si stette pochi minuti in silenzio, e ciascuno di noi pendeva dagli

occhi dell'altro. Allora il Conte:

— La nostra conversazione non ha nulla d'ufficiale. Forse non avrei

dovuto dirvi che il signor Mancini ha rifiutato l'invito.

— Milord, io sono un privato cittadino, e considero voi in questo

momento non come il ministro della regina d'Inghilterra, ma come un

amico d'Italia il quale parla ad un patriota italiano. Del resto, io

non dimenticherò che voi siete stati amici nostri quando l'Italia

non esisteva.

Alzatomi e salutatolo, egli riprese:

— Spero che ci rivedremo prima che partiate.

— Milord, siccome è mio dovere, verrò a congedarmi.

— Voi parlate l'inglese?

— Milord, non oso. E poi non lo comprendo bene. Il signor Gladstone

mi ha male avvezzato, perchè parla benissimo l'italiano.

Durante la conversazione venne un cameriere con un cassettino

bislungo. Il conte chiese il permesso di aprirlo; l'aprì, e prese e

lesse alcuni dispacci telegrafici.

— Voi avete i portafogli. Noi ci serviamo dei cassettini.

Si alzò, scrisse e consegnò tutto al cameriere.

Lord Granville è di statura ordinaria; barba all'inglese, occhi

cerulei, una faccia tutta bontà. Riservato e cauteloso, egli

parlando mette tutta la cordialità e vi ispira fiducia.

Le seguenti lettere, inviate in quei giorni a Roma,[16] rendono conto

dei giudizi di Crispi sulla questione egiziana e degli sforzi che fece

affinchè il Mancini accettasse l'invito dell'Inghilterra:

[16] A Primo Levi, direttore della _Riforma_. _(N. d. C.)_

Londra, 25 luglio 1882.

Ero partito d'Italia col pensiero di fare un viaggio di piacere; ma

mutai proposito pensando che valeva meglio un viaggio d'istruzione.

Mi recai dunque pel Gottardo a Berlino, dove rimasi sette giorni. Da

Berlino, per la via di Bruxelles e Ostenda, venni a Londra, dove

starò questi giorni di luglio.

Quali sono le mie impressioni? Non confortanti per il nostro paese;

se il Governo non saprà svegliarsi in tempo, avremo nuovi danni dopo

quello di Tunisi.

La Germania è completamente disinteressata nelle cose africane, e

lascia fare a coloro che vi hanno o credono avervi interessi

diretti. Bisogna dunque affrettarsi a prendere una parte attiva

senza scrupoli, nè timori.

L'accordo europeo è una commedia, e la Conferenza di Costantinopoli

un giuoco da fanciulli. Le Potenze si sono riunite, perchè non vi

era altro da fare. La nessuna importanza della riunione, è provata

dal fatto di chi la presiede.[17] Chiunque intervenga in Egitto,

sarà tollerato; non verrà una guerra da ciò. E chi interverrà

acconcerà le cose a modo suo.

[17] Sino al 24 luglio fu presieduta dal conte Corti, ambasciatore

d'Italia a Costantinopoli, quale decano di quel corpo diplomatico.

_(N. d. C.)_

Bismarck pensa all'Impero, e la sua politica ha un solo scopo: che

l'Impero stia e si consolidi. Contro l'Impero non vede che due soli

nemici: la Russia e la Francia. Le sue alleanze sono combinate in

vista di una guerra che gli potesse venire da coteste due Potenze.

Si è legata indissolubilmente l'Austria, e lavora a riordinare un

forte esercito in Turchia. Poco si cura dell'Italia; sa che in caso

di guerra non può esserle nemica....[18] Se fossimo armati, la

nostra posizione in Europa sarebbe tutt'altra. Avrebbero necessità

di noi e nulla farebbero senza di noi. In fatto d'armamenti voi non

potete immaginare con quale impulso febbrile si proceda qui....

[18] L'on. Crispi evidentemente ignorava, quando scrisse questa

lettera, il trattato della Triplice Alleanza stipulato pochi mesi

prima. _(N. d. C.)_

Il Mancini si consola della sua politica — e ne ha ragione, perchè

eravamo caduti troppo in basso con Cairoli. — Ma ancora non ha

portato alcun benefizio reale, e non può portarne. Non abbiamo

nemici, ma non abbiamo amici, quantunque tutti ci desiderino come

tali. Ma siccome non si fidano, e nulla noi facciamo per metterci

davanti ed agire, tutti procedono nel loro interesse senza curarsi

di noi, e ci lasciano indietro.

Ormai bisogna intervenire in Egitto. La Germania non si opporrebbe e

ci resterebbe amica; l'Inghilterra lo desidera, e ci accoglierebbe

di buon grado. Intervenendo, nulla si farebbe nell'Africa senza di

noi; e sopratutto s'impedirebbe che altri agisse a danno nostro. Se

resteremo inerti, la Francia si consoliderà nella Tunisia e sarà in

pericolo la Tripolitania. Il Mediterraneo ci sarà tolto per sempre.

A proposito della Tunisia ho sentito tali cose sul contegno dei

nostri a Berlino nel 1878, da far trasecolare. Fummo giuocati in un

modo indegno per la imperizia di chi ci rappresentava.

A Corte qui son dolenti della stampa italiana, e non sanno

comprendere il motivo dei nostri risentimenti. Il principe di Galles

se ne dispiacque e soggiunse che l'Italia farebbe male a lasciar

passare anche questa occasione di prender parte all'intervento. E

qui piacerebbe, perchè noi saremmo di contrappeso alla Francia, che

non è amata.

Se per mezzo di Fabrizj volete far leggere questa mia a Mancini,

fatelo. Ma conservatela, perchè non me ne resta copia, e un giorno

potrebbe essere un documento.

Londra, 26 luglio 1882.

L'Inghilterra ha bisogno di un'alleata militare nella impresa di

Egitto. E sarebbe lieta se questa alleata fosse l'Italia. So che

l'invito formale è stato fatto al nostro Ministero; Dio voglia che

il Mancini non risponda siccome fece Corti al 1878; e le conseguenze

miserande le conoscete.

In Francia, per le incertezze del Freycinet, si prepara una

coalizione contro di lui, e non è difficile che fra due o tre giorni

avremo colà una crisi. Allora Francia e Inghilterra si combineranno,

e noi resteremo esclusi. Bisogna dunque non perdere tempo ed

accettare immediatamente l'invito che ci viene fatto.

L'Inghilterra è pronta a tutto perchè al dramma egiziano sia data

una soluzione conforme ai suoi interessi. Stamattina il _Times_

parlava della necessità di un governo in Egitto sotto il

protettorato Inglese. Se l'Italia ricusa, l'Inghilterra farà

qualunque concessione alla Francia. Allora avverrà quello che io vi

scrissi ieri: la Francia, consolidata in Tunisia, forse col permesso

di aggredire la Tripolitania. Il Mediterraneo ci sarebbe chiuso.

Non è difficile che la Germania, prevedendo tutto ciò e volendo

aiutare la Turchia, persuada questa ad intervenire. In effetto,

stamattina si dava come certo la Porta avere risposto che

interverrebbe; e rimetteva ad altro giorno di dirne le condizioni.

Come comprendete, sarebbe cotesta una nuova dilatoria per impedire,

o per lo meno ritardare l'intervento delle Potenze mediterranee.

La Francia però non vuol sentir della Turchia perchè non vuole che

essa si avvicini ai suoi possedimenti africani. E l'Inghilterra non

se ne fida, perchè vede la mano turca in tutto l'imbroglio egiziano.

Il nostro intervento non sarebbe avversato dalla Germania, anzi

sarebbe bene accolto. Parrebbe al gran Cancelliere che in tal modo

si dissiperebbero i malumori per l'intrigo di Tunisi. Certamente non

lo proporrebbe, nè c'inviterebbe, perchè non è suo interesse ed egli

preferisce lavarsene le mani.

Londra, 27 luglio 1882.

.... La questione è grave e l'Italia è molto interessata nel

Mediterraneo, perchè non si lasci sfuggire l'occasione che le si

offre. Riprendo quindi la penna per parlarvene un'altra volta.

Si è censurato l'invio delle navi da guerra e il bombardamento

d'Alessandria come un attacco alla indipendenza di un governo e di

un popolo straniero. Oggi le cose sono mutate. Tewfick non è più con

Arabì, e questo, separandosi dal suo principe e servendosi delle

truppe sulle quali non ha legittima autorità, è un ribelle contro il

governo legale del suo paese. Perchè l'opera sua sia legittimata,

bisogna che sia coronata dal successo, cioè che vinca, atterri il

principe, costituisca un governo nazionale. Per ora, siccome il

successo è ipotetico, egli è un ribelle.

Che vogliono le Potenze mediterranee, cioè l'Inghilterra e le

Potenze che a lei si associerebbero? Il ristabilimento dell'autorità

del Kedive, e però il ritorno di un governo che assicuri l'ordine

all'interno e dia garanzie all'Europa. Pertanto Gladstone ieri,

rispondendo all'on. Lawson, diceva che non era necessaria una

dichiarazione di guerra, le truppe inglesi scendendo in Egitto quali

amiche del capo dello Stato e per ristabilirne, d'accordo,

l'autorità manomessa.

Ciò posto il nostro intervento in Egitto non sarebbe un'offesa ai

principii di nazionalità ed all'autonomia di un altro paese. Noi vi

andremmo per riprendere, quando dovrà riordinarsi il governo, quella

influenza che ci compete, insieme alle altre Potenze che hanno

interessi diretti in quel paese. La nostra presenza è una necessità

per noi e per l'Egitto una garanzia, poichè sotto la nostra bandiera

non sarebbe permesso alcun atto di conquista. Anche intervenendo in

tre — appunto perchè tre — nessuno potrebbe restarvi, e tutti

dovrebbero andar via dopo ristabilito l'ordine.

Perchè l'Italia aderì alla Conferenza e chiese l'accordo europeo?

Per rompere l'accordo anglo-francese. Soli, eravamo impotenti, e

perchè soli e male avveduti al 1879 fummo sacrificati. L'accordo

anglo-francese non esiste più. Le parole dei Ministri francesi e

quelle degli inglesi che parlano di cotesto accordo, sono una

simulazione. I due paesi hanno conflitto d'interessi in Egitto, e

scopi diversi a raggiungere. Da ciò lo invito che a noi viene

dall'Inghilterra, la quale ama unirsi ad una Potenza come l'Italia,

che non sogna l'Impero africano. Mancato lo scopo della Conferenza e

noi avendo ottenuto quello che desideravamo con l'accordo europeo,

non ci resta che provvedere ai nostri interessi nel Mediterraneo.

Qual'è la posizione degli europei in Egitto, in ordine di

popolazione e quanto ai commerci? In ordine di popolazione —

eccettuata la Grecia — noi siamo i primi; poi viene la Francia, poi

l'Inghilterra, poi l'Austria, ultima la Germania. E dico esser noi i

primi perchè della popolazione detta francese, appena una metà è di

naturali, il resto essendo protetti. In ordine ai commerci noi siamo

la quarta Potenza; ci segue l'Austria; ultima è la Russia. Della

Germania non se ne parla. Le quattro Potenze che primeggiano vanno

così collocate: Inghilterra, Francia, Olanda, Italia.

Quali sono le nazioni prospicienti sul Mediterraneo? La Spagna, la

Francia, l'Italia, la Grecia. E le tradizioni, il passato? Italia e

Grecia precedono.

Raccogliendo codesti dati e valutando gl'interessi diretti in Egitto

e nel Mediterraneo che non possono lasciarsi vincere, è chiaro che

primeggiano l'Inghilterra, l'Italia e la Francia. Escludo la Spagna,

l'Olanda e la Grecia, perchè la prima non ha importanza in Egitto,

nè per la popolazione, nè per i commerci; la seconda se l'ha per i

commerci, non l'ha per la popolazione; tutte e tre sono Potenze di

secondo ordine e non siedono in Costantinopoli.

Se coteste circostanze ci obbligano a prendere ed a tenere la nostra

posizione, ci spiegano anche i motivi pei quali la Germania se ne

lava le mani e l'Austria non si riscalda. In Berlino dicevano: «La

questione egiziana se la risolvano coloro che vi hanno interessi

diretti; non trarremo la spada per essa».

E dopo ciò parmi aver detto abbastanza per indicare quale dovrebbe

essere il nostro contegno, per determinare i nostri diritti e i

nostri doveri. In Egitto si scioglie la questione del dominio nel

Mediterraneo, e possiamo rifarci delle sconfitte tunisine.

«Londra, 29 luglio 1882.

_Mio caro Mancini_,

Sono dolentissimo che hai declinato l'invito che ti fu fatto

dall'Inghilterra di intervenire in Egitto. Voglia Iddio che il tuo

rifiuto non sia causa di nuovi danni all'Italia nel Mediterraneo.

Bisognava accettare senza esitazione. Quando Cavour ebbe fatta

l'offerta di unirsi alle Potenze occidentali per andare in Crimea,

non vi pensò un istante. Il governo del piccolo Piemonte ebbe quel

coraggio che oggi manca al governo d'Italia.

Politica estera: memorie e documenti · 第 54 / 215 题