Lord Granville dimora nel palazzo di num. 18 a Carlton House
Terrace.
La riunione era fissata alle 2 pom.; all'1 ¾ Lacaita ed io siam
partiti dall'Athenaeum, e qualche minuto prima delle 2 siamo giunti
alla casa del Conte.
Appena entrati, il cameriere ci disse che il nobile ministro era
alla Camera e che ci pregava di aspettarlo. Fummo introdotti nella
biblioteca. Non appena seduti, udiamo uno strascico di vesti di seta
e ci appaiono di fronte lady Granville e le due figlie; lord
Granville entra dalla parte opposta. Fatte le debite presentazioni,
le dame procedono per la sala da pranzo e noi dopo pochi minuti le
seguiamo.
Lord Granville disse che vi era consiglio di ministri e che aveva
lasciato i suoi colleghi per trovarsi con me.
La sala da pranzo a Carlton House è grandissima.
Sedemmo: lady Granville in mezzo a Lacaita e alla sua figlia minore;
lord Granville aveva me a sinistra e la figlia maggiore a destra. In
mezzo alle due figlie era il suo segretario particolare ed appresso
un nipote del Conte; un altro nipote del Conte era alla mia
sinistra, cioè tra me e Lacaita.
Nei pochi minuti che fummo nella biblioteca e nei principii del
pranzo il discorso si versò sulla stampa italiana, sul ministero
francese e sul probabile voto della Camera francese.
Avendo io detto che Freycinet avrebbe avuto un voto contrario e che
probabilmente vi sarebbe stata una crisi, il Conte mi domandò:
— Quali uomini credete voi che andranno al potere!
— Un ministero di mezze figure.
— Anch'io sono del vostro avviso.
— Gambetta non può ritornare per ora. Egli significa la guerra, e la
Francia non vuole, nè può farla. Gambetta si è troppo presto
svelato, ed in Germania il suo nome accenna ad una levata d'armi.
— È vero.
— Freycinet è una garanzia di pace per la Germania.
— Egli ha lanciato la Francia in grandi spese con le sue leggi per
opere pubbliche.
— È un uomo tecnico, non un uomo politico.
— Avete ragione.
— I francesi non hanno che due vie: o chiudersi entro le loro
frontiere, sviluppare le loro ricchezze, assicurare il loro
benessere materiale, o far la guerra. In questi ultimi tempi si sono
chiariti contrarli alla guerra.
— E non potrebbero neanche farla. L'esercito francese non è in buone
condizioni, gli uffiziali non tutti buoni, i soldati indisciplinati.
Del vostro esercito, al contrario, ho avute ottime informazioni;
avete buoni soldati e buoni ufficiali.
— Piccolo esercito, ma buono. Potremmo triplicare le nostre forze,
facendo uno sforzo finanziario.
— Siete stato a Parigi?
— No, milord.
— A Berlino?
— Sì.
— E che dicono colà delle cose del giorno?
— Che nulla loro interessa della questione egiziana. E che
lasceranno scioglierla a coloro che vi hanno interessi diretti. A
Berlino non si pensa che alla Francia e alla Russia; sono le due
sole Potenze delle quali si preoccupano e dalle quali temono possa
sorgere la guerra. Pertanto il principe di Bismarck cerca di far
forte la Turchia e di aiutare la China nel riordinamento delle sue
forze.
— È pur troppo così; ma la Russia per ora non può dar fastidii
all'Europa.
— Lo comprendo, ma non sarà così in avvenire.
— Avete visto il general Menabrea?
— Sì, milord.
— E che umori ha egli in questi momenti?
— Mi disse che si sente risvegliare i suoi spiriti militari.
Lord Granville si pose a ridere: e la merenda (_lunch_) essendo
esaurita, lady Granville, le figlie, i nipoti, il segretario
particolare del Conte si sono alzati e andati via. Lord Granville ed
io siamo rimasti soli.
Avevo dimenticato di ricordare che pochi minuti prima che la merenda
terminasse, Lacaita si era congedato, dovendo andar fuori di Londra,
e l'ora incalzandolo. Sarebbe ritornato lunedì. Siamo rimasti soli
nella sala da pranzo. Il Conte avvicinò una sedia, feci altrettanto
e ci siamo di nuovo seduti.
— Dunque non volete esser con noi in Egitto?
— Da parte mia non perderei un momento di tempo per unirmi a voi.
— Ma il signor Mancini ha declinato il nostro invito.
— Me ne duole; e se ci fosse ancor tempo, e se fossi in Italia,
farei il mio possibile per persuadere il ministro ad intervenire con
l'Inghilterra in Egitto. Non potreste riprendere le pratiche?
— Noi, no. Il governo italiano lo potrebbe. Ma sapreste dirmi le
ragioni per cui il governo italiano si rifiuta?
— Potrei supporlo; non ho visto il ministro Mancini, e non so quali
sieno le sue idee. Forse il Mancini non crede di poter sostenere
innanzi le Camere lo scopo del nostro intervento in Egitto.
Voi ricorderete, milord, il modo come siamo stati trattati al 1879
da lord Salisbury e dal signor Waddington.
— Noi non ci entriamo nei fatti del 1879. E questa volta ci siamo
rivolti di preferenza all'Italia per darle una prova della nostra
amicizia. I nostri uffiziali avevano accolto con gioia la notizia di
una possibile alleanza con l'Italia; e sarebbero stati lietissimi di
battersi accanto ai vostri.
— Al 1879 l'Italia fu indegnamente cacciata dalla Francia e
dall'Inghilterra. Voi siete i primi pei commerci in Egitto, ma noi
non siamo gli ultimi.
— E la vostra popolazione in Egitto è superiore a tutte le altre.
— Sul debito egiziano il numero dei creditori italiani è
importantissimo. Io comprendo che mettendoci con voi, noi
riprenderemmo la posizione che ci fu tolta al 1879.
— Certamente.
— Il ministro Mancini avrebbe voluto qualche assicurazione su ciò,
per poterlo dire al Parlamento.
— Ma noi non vogliamo mercanteggiare. Vi assicuro soltanto che noi
non ci dogliamo del rifiuto dell'Italia e che le nostre relazioni
con voi resteranno amichevoli e cordiali come per lo innanzi.
La proposta fu da noi fatta al governo italiano con sincerità, con
cordialità. Avremmo voluto, vorremmo procedere d'accordo con esso.
— Potreste però riprendere le pratiche.
— Ma noi non possiamo metterci a ginocchi. L'Inghilterra è
abbastanza forte, e può anche fare da sè.
— Quali forze credete, milord, che sieno necessarie per l'impresa di
Egitto?
— I francesi sono di opinione che ci vogliono 40 mila uomini; ma noi
crediamo che 20 o 25 mila uomini basterebbero.
La guerra non può essere lunga. I pascià non sono d'accordo, e
bisogna contare sui loro dissidi. Arabì-pascià ha poca istruzione e
poco ingegno; e devo credere che nelle sue operazioni egli sia
aiutato da qualche europeo.
Che tempo vi bisogna per mobilizzare il vostro esercito?
— In un mese potremmo averlo pronto.
— È troppo.
— Forse m'ingannerò. Ma in Egitto non si può andar subito.
Nell'estate il clima non è favorevole agli europei.
— Ma non si possono lasciar le cose ancor lungamente nello stato in
cui sono.
— Credete voi che la Francia interverrà?
— Per ora la Francia si vuole limitare alla tutela del Canale di
Suez. Non sappiamo, qualora il ministero Freycinet cada, quello che
penserà fare il suo successore.
Si stette pochi minuti in silenzio, e ciascuno di noi pendeva dagli
occhi dell'altro. Allora il Conte:
— La nostra conversazione non ha nulla d'ufficiale. Forse non avrei
dovuto dirvi che il signor Mancini ha rifiutato l'invito.
— Milord, io sono un privato cittadino, e considero voi in questo
momento non come il ministro della regina d'Inghilterra, ma come un
amico d'Italia il quale parla ad un patriota italiano. Del resto, io
non dimenticherò che voi siete stati amici nostri quando l'Italia
non esisteva.
Alzatomi e salutatolo, egli riprese:
— Spero che ci rivedremo prima che partiate.
— Milord, siccome è mio dovere, verrò a congedarmi.
— Voi parlate l'inglese?
— Milord, non oso. E poi non lo comprendo bene. Il signor Gladstone
mi ha male avvezzato, perchè parla benissimo l'italiano.
Durante la conversazione venne un cameriere con un cassettino
bislungo. Il conte chiese il permesso di aprirlo; l'aprì, e prese e
lesse alcuni dispacci telegrafici.
— Voi avete i portafogli. Noi ci serviamo dei cassettini.
Si alzò, scrisse e consegnò tutto al cameriere.
Lord Granville è di statura ordinaria; barba all'inglese, occhi
cerulei, una faccia tutta bontà. Riservato e cauteloso, egli
parlando mette tutta la cordialità e vi ispira fiducia.
Le seguenti lettere, inviate in quei giorni a Roma,[16] rendono conto
dei giudizi di Crispi sulla questione egiziana e degli sforzi che fece
affinchè il Mancini accettasse l'invito dell'Inghilterra:
[16] A Primo Levi, direttore della _Riforma_. _(N. d. C.)_
Londra, 25 luglio 1882.
Ero partito d'Italia col pensiero di fare un viaggio di piacere; ma
mutai proposito pensando che valeva meglio un viaggio d'istruzione.
Mi recai dunque pel Gottardo a Berlino, dove rimasi sette giorni. Da
Berlino, per la via di Bruxelles e Ostenda, venni a Londra, dove
starò questi giorni di luglio.
Quali sono le mie impressioni? Non confortanti per il nostro paese;
se il Governo non saprà svegliarsi in tempo, avremo nuovi danni dopo
quello di Tunisi.
La Germania è completamente disinteressata nelle cose africane, e
lascia fare a coloro che vi hanno o credono avervi interessi
diretti. Bisogna dunque affrettarsi a prendere una parte attiva
senza scrupoli, nè timori.
L'accordo europeo è una commedia, e la Conferenza di Costantinopoli
un giuoco da fanciulli. Le Potenze si sono riunite, perchè non vi
era altro da fare. La nessuna importanza della riunione, è provata
dal fatto di chi la presiede.[17] Chiunque intervenga in Egitto,
sarà tollerato; non verrà una guerra da ciò. E chi interverrà
acconcerà le cose a modo suo.
[17] Sino al 24 luglio fu presieduta dal conte Corti, ambasciatore
d'Italia a Costantinopoli, quale decano di quel corpo diplomatico.
_(N. d. C.)_
Bismarck pensa all'Impero, e la sua politica ha un solo scopo: che
l'Impero stia e si consolidi. Contro l'Impero non vede che due soli
nemici: la Russia e la Francia. Le sue alleanze sono combinate in
vista di una guerra che gli potesse venire da coteste due Potenze.
Si è legata indissolubilmente l'Austria, e lavora a riordinare un
forte esercito in Turchia. Poco si cura dell'Italia; sa che in caso
di guerra non può esserle nemica....[18] Se fossimo armati, la
nostra posizione in Europa sarebbe tutt'altra. Avrebbero necessità
di noi e nulla farebbero senza di noi. In fatto d'armamenti voi non
potete immaginare con quale impulso febbrile si proceda qui....
[18] L'on. Crispi evidentemente ignorava, quando scrisse questa
lettera, il trattato della Triplice Alleanza stipulato pochi mesi
prima. _(N. d. C.)_
Il Mancini si consola della sua politica — e ne ha ragione, perchè
eravamo caduti troppo in basso con Cairoli. — Ma ancora non ha
portato alcun benefizio reale, e non può portarne. Non abbiamo
nemici, ma non abbiamo amici, quantunque tutti ci desiderino come
tali. Ma siccome non si fidano, e nulla noi facciamo per metterci
davanti ed agire, tutti procedono nel loro interesse senza curarsi
di noi, e ci lasciano indietro.
Ormai bisogna intervenire in Egitto. La Germania non si opporrebbe e
ci resterebbe amica; l'Inghilterra lo desidera, e ci accoglierebbe
di buon grado. Intervenendo, nulla si farebbe nell'Africa senza di
noi; e sopratutto s'impedirebbe che altri agisse a danno nostro. Se
resteremo inerti, la Francia si consoliderà nella Tunisia e sarà in
pericolo la Tripolitania. Il Mediterraneo ci sarà tolto per sempre.
A proposito della Tunisia ho sentito tali cose sul contegno dei
nostri a Berlino nel 1878, da far trasecolare. Fummo giuocati in un
modo indegno per la imperizia di chi ci rappresentava.
A Corte qui son dolenti della stampa italiana, e non sanno
comprendere il motivo dei nostri risentimenti. Il principe di Galles
se ne dispiacque e soggiunse che l'Italia farebbe male a lasciar
passare anche questa occasione di prender parte all'intervento. E
qui piacerebbe, perchè noi saremmo di contrappeso alla Francia, che
non è amata.
Se per mezzo di Fabrizj volete far leggere questa mia a Mancini,
fatelo. Ma conservatela, perchè non me ne resta copia, e un giorno
potrebbe essere un documento.
Londra, 26 luglio 1882.
L'Inghilterra ha bisogno di un'alleata militare nella impresa di
Egitto. E sarebbe lieta se questa alleata fosse l'Italia. So che
l'invito formale è stato fatto al nostro Ministero; Dio voglia che
il Mancini non risponda siccome fece Corti al 1878; e le conseguenze
miserande le conoscete.
In Francia, per le incertezze del Freycinet, si prepara una
coalizione contro di lui, e non è difficile che fra due o tre giorni
avremo colà una crisi. Allora Francia e Inghilterra si combineranno,
e noi resteremo esclusi. Bisogna dunque non perdere tempo ed
accettare immediatamente l'invito che ci viene fatto.
L'Inghilterra è pronta a tutto perchè al dramma egiziano sia data
una soluzione conforme ai suoi interessi. Stamattina il _Times_
parlava della necessità di un governo in Egitto sotto il
protettorato Inglese. Se l'Italia ricusa, l'Inghilterra farà
qualunque concessione alla Francia. Allora avverrà quello che io vi
scrissi ieri: la Francia, consolidata in Tunisia, forse col permesso
di aggredire la Tripolitania. Il Mediterraneo ci sarebbe chiuso.
Non è difficile che la Germania, prevedendo tutto ciò e volendo
aiutare la Turchia, persuada questa ad intervenire. In effetto,
stamattina si dava come certo la Porta avere risposto che
interverrebbe; e rimetteva ad altro giorno di dirne le condizioni.
Come comprendete, sarebbe cotesta una nuova dilatoria per impedire,
o per lo meno ritardare l'intervento delle Potenze mediterranee.
La Francia però non vuol sentir della Turchia perchè non vuole che
essa si avvicini ai suoi possedimenti africani. E l'Inghilterra non
se ne fida, perchè vede la mano turca in tutto l'imbroglio egiziano.
Il nostro intervento non sarebbe avversato dalla Germania, anzi
sarebbe bene accolto. Parrebbe al gran Cancelliere che in tal modo
si dissiperebbero i malumori per l'intrigo di Tunisi. Certamente non
lo proporrebbe, nè c'inviterebbe, perchè non è suo interesse ed egli
preferisce lavarsene le mani.
Londra, 27 luglio 1882.
.... La questione è grave e l'Italia è molto interessata nel
Mediterraneo, perchè non si lasci sfuggire l'occasione che le si
offre. Riprendo quindi la penna per parlarvene un'altra volta.
Si è censurato l'invio delle navi da guerra e il bombardamento
d'Alessandria come un attacco alla indipendenza di un governo e di
un popolo straniero. Oggi le cose sono mutate. Tewfick non è più con
Arabì, e questo, separandosi dal suo principe e servendosi delle
truppe sulle quali non ha legittima autorità, è un ribelle contro il
governo legale del suo paese. Perchè l'opera sua sia legittimata,
bisogna che sia coronata dal successo, cioè che vinca, atterri il
principe, costituisca un governo nazionale. Per ora, siccome il
successo è ipotetico, egli è un ribelle.
Che vogliono le Potenze mediterranee, cioè l'Inghilterra e le
Potenze che a lei si associerebbero? Il ristabilimento dell'autorità
del Kedive, e però il ritorno di un governo che assicuri l'ordine
all'interno e dia garanzie all'Europa. Pertanto Gladstone ieri,
rispondendo all'on. Lawson, diceva che non era necessaria una
dichiarazione di guerra, le truppe inglesi scendendo in Egitto quali
amiche del capo dello Stato e per ristabilirne, d'accordo,
l'autorità manomessa.
Ciò posto il nostro intervento in Egitto non sarebbe un'offesa ai
principii di nazionalità ed all'autonomia di un altro paese. Noi vi
andremmo per riprendere, quando dovrà riordinarsi il governo, quella
influenza che ci compete, insieme alle altre Potenze che hanno
interessi diretti in quel paese. La nostra presenza è una necessità
per noi e per l'Egitto una garanzia, poichè sotto la nostra bandiera
non sarebbe permesso alcun atto di conquista. Anche intervenendo in
tre — appunto perchè tre — nessuno potrebbe restarvi, e tutti
dovrebbero andar via dopo ristabilito l'ordine.
Perchè l'Italia aderì alla Conferenza e chiese l'accordo europeo?
Per rompere l'accordo anglo-francese. Soli, eravamo impotenti, e
perchè soli e male avveduti al 1879 fummo sacrificati. L'accordo
anglo-francese non esiste più. Le parole dei Ministri francesi e
quelle degli inglesi che parlano di cotesto accordo, sono una
simulazione. I due paesi hanno conflitto d'interessi in Egitto, e
scopi diversi a raggiungere. Da ciò lo invito che a noi viene
dall'Inghilterra, la quale ama unirsi ad una Potenza come l'Italia,
che non sogna l'Impero africano. Mancato lo scopo della Conferenza e
noi avendo ottenuto quello che desideravamo con l'accordo europeo,
non ci resta che provvedere ai nostri interessi nel Mediterraneo.
Qual'è la posizione degli europei in Egitto, in ordine di
popolazione e quanto ai commerci? In ordine di popolazione —
eccettuata la Grecia — noi siamo i primi; poi viene la Francia, poi
l'Inghilterra, poi l'Austria, ultima la Germania. E dico esser noi i
primi perchè della popolazione detta francese, appena una metà è di
naturali, il resto essendo protetti. In ordine ai commerci noi siamo
la quarta Potenza; ci segue l'Austria; ultima è la Russia. Della
Germania non se ne parla. Le quattro Potenze che primeggiano vanno
così collocate: Inghilterra, Francia, Olanda, Italia.
Quali sono le nazioni prospicienti sul Mediterraneo? La Spagna, la
Francia, l'Italia, la Grecia. E le tradizioni, il passato? Italia e
Grecia precedono.
Raccogliendo codesti dati e valutando gl'interessi diretti in Egitto
e nel Mediterraneo che non possono lasciarsi vincere, è chiaro che
primeggiano l'Inghilterra, l'Italia e la Francia. Escludo la Spagna,
l'Olanda e la Grecia, perchè la prima non ha importanza in Egitto,
nè per la popolazione, nè per i commerci; la seconda se l'ha per i
commerci, non l'ha per la popolazione; tutte e tre sono Potenze di
secondo ordine e non siedono in Costantinopoli.
Se coteste circostanze ci obbligano a prendere ed a tenere la nostra
posizione, ci spiegano anche i motivi pei quali la Germania se ne
lava le mani e l'Austria non si riscalda. In Berlino dicevano: «La
questione egiziana se la risolvano coloro che vi hanno interessi
diretti; non trarremo la spada per essa».
E dopo ciò parmi aver detto abbastanza per indicare quale dovrebbe
essere il nostro contegno, per determinare i nostri diritti e i
nostri doveri. In Egitto si scioglie la questione del dominio nel
Mediterraneo, e possiamo rifarci delle sconfitte tunisine.
«Londra, 29 luglio 1882.
_Mio caro Mancini_,
Sono dolentissimo che hai declinato l'invito che ti fu fatto
dall'Inghilterra di intervenire in Egitto. Voglia Iddio che il tuo
rifiuto non sia causa di nuovi danni all'Italia nel Mediterraneo.
Bisognava accettare senza esitazione. Quando Cavour ebbe fatta
l'offerta di unirsi alle Potenze occidentali per andare in Crimea,
non vi pensò un istante. Il governo del piccolo Piemonte ebbe quel
coraggio che oggi manca al governo d'Italia.