L'onorevole Depretis non si affrettò a rispondere al mio dispaccio
da Monaco, talchè dovetti sollecitarlo. Ed allora egli, la sera del
20, telegrafò:
«Ricevuto ieri tuo dispaccio».
Gli scrivo la seguente lettera nella quale gli fo una narrazione del
mio colloquio col principe di Bismarck:
«Berlino, 20 settembre 1877.
_Caro Depretis_,
Ieri da Monaco di Baviera ti trasmisi in cifra il seguente dispaccio
telegrafico: «Ebbi a Gastein una conferenza di due ore con Bismarck.
Accetta trattare alleanza eventuale, qualora Francia attacchi.
Accetta art. 3 del Codice Civile quale dimostrazione politica.
Rifiuta trattato eventuale contro Austria. — Questione Orientale non
tocca interessi Germania. — Prenderà ordini dell'Imperatore onde
trattare ufficialmente. — Scrivimi a Berlino».
A S. M. che avevo promesso tenere informato dello stesso argomento,
telegrafai anche in cifre nei termini seguenti: «J'ai parlé avec
Bismarck. Il accepte traiter alliance défensive et offensive dans le
cas où la France nous attaque. Il prendra les ordres de S. M.
l'Empereur pour traiter officiellement. Je retourne à Berlin,
toujours aux ordres de V. M.».
Ti avverto che nulla ho detto a Launay delle nostre pratiche per
l'alleanza, con lui essendomi soltanto limitato a discorrere
dell'art. 3 del Codice Civile.
Eccoti come sono andate le cose:
Giunsi in questa città il 14 alle 7 del mattino. A mezzogiorno fui a
trovare il barone Holstein, al quale manifestai il desiderio di
vedere il principe di Bismarck. Egli affacciò varie obiezioni di
forma e di sostanza.
Il Principe è a Gastein. Una visita colà, essendo una località molto
piccola, salterebbe agli occhi di tutti e darebbe occasione ad ampi
commenti alla stampa europea. Sarebbe più conveniente vederlo qui,
in una grande città molte cose potendo farsi senza che il pubblico
se ne avvegga. Soggiunse che il Principe sarebbe lieto di vedermi e
di parlarmi, essendo già stato avvertito del mio viaggio in
Germania.
Queste erano le obiezioni sulla sostanza.
In quanto alla forma, l'Holstein fu d'avviso che bisognava valersi
dell'opera del barone di Bülow per chiedere una udienza al Principe.
Nel ministero degli esteri havvi disciplina e non si osa fare cosa
alcuna fuori della gerarchia.
— «Del resto il di Bülow, egli concluse, è nella piena confidenza
del Principe, anzi in questi tempi egli è il vero ministro degli
affari esteri in assenza del gran Cancelliere».
Fui introdotto dal sig. di Bülow. È un uomo sui sessant'anni,
gentilissimo, che mi accolse come un vecchio amico.
Egli sapeva che sarei venuto a Berlino, essendone stato informato
dal conte Launay.
Dopo una discussione generica sugli interessi politici della
Germania e dell'Italia, dopo aver convenuto che le due nazioni,
avendo gli stessi principii a sostenere, lo stesso nemico a
combattere, debbano essere unite e concordi, il di Bülow promise che
avrebbe scritto al Principe e che lo avrebbe prevenuto del mio
desiderio di vederlo.
Il 15, di Bülow ed Holstein vennero a cercarmi all'albergo, ma io
era uscito. L'Holstein mi scrisse allora che doveva darmi qualche
notizia.
Andai subito e seppi che il Principe aveva risposto affermativamente
e che mi aspettava a Gastein. Senza metter tempo in mezzo, la sera
alle 8 partii e in 17 ore fui a Monaco, donde mi recai a Salisburgo,
pernottandovi.
Il 17 alle 9,45 del mattino presi la via di Lend, dove arrivato alle
2 p. m. fittai una vettura, la quale in sei ore mi portò a Gastein.
Da Lend salendo la montagna dalla quale si precipita l'Ache, la
strada è difficile ed i cavalli stentano a camminare. Si entra in
una gola detta il _Klamm-Pass_, stretta, scura, fredda, donde poi si
esce nella vallata di Gastein, tortuosa, lunga parecchie miglia. Le
cime del _Klamm-Pass_ ed i monti che chiudono la vallata erano
ricoperti di neve ed io non mi ero provvisto di forti abiti, onde
ripararmi dal freddo.
Giunto a Gastein, che è alla fine della vallata, anzi sotto la cima
del _Reichenberg_, ero stanco e mi sarei volentieri riposato.
Nonostante, trasmisi una mia carta e poscia scrissi un biglietto al
principe di Bismarck, il quale mandò subito il suo segretario per
scusarsi che non poteva venire lui stesso di persona per la sua
malferma salute, ma che mi avrebbe subito ricevuto.
Andai e stemmo insieme dalle 7 ½ alle 10 di sera, discorrendo di
tutto ciò che d'interessante presenta l'Europa e che, per quanto
specialmente ci riguarda, troverai in sunto nei miei precedenti
telegrammi.
Della nostra conferenza avrai una ampia relazione. Per ora ti dirò
che, se per la questione d'Oriente non esiste un trattato scritto
fra i tre imperatori, sono fissate, però, da loro le condizioni
secondo le quali in date evenienze la questione medesima deve esser
sciolta. Se la Russia si avanzerà, l'Austria occuperà la Bosnia e
l'Erzegovina e, in caso d'una ripartizione del territorio turco, se
le annetterà. Avendo io osservato che l'Italia non potrebbe vedere
con indifferenza l'ingrandimento dell'Austria alla sinistra
dell'Adriatico, Bismarck mi rispose:
«_Prendetevi l'Albania_».
Ed avendogli dichiarato che non ci pensavamo punto e che bisognava
ch'egli si frapponesse affinchè ci fosse dato un compenso con una
rettificazione delle frontiere dalla parte delle Alpi, mi osservò
che di ciò non si poteva parlare a Vienna e che la Germania, amica
delle due potenze, doveva desiderare e procurare la pace tra
l'Austria e l'Italia, e che nello stato attuale e finchè l'Austria
non mutasse politica, doveva tenere il silenzio per non suscitare
sospetti.
Ora, io sarei d'avviso che stante gl'insuccessi russi ed in
previsione d'una ripresa d'armi in primavera, convenisse parlar
chiaro e franco a Vienna e Londra, e dir netto il nostro pensiero.
Intanto, bisognerebbe affrettare i nostri armamenti e provare che
anche noi abbiamo tutti gli argomenti per farci ascoltare.
La mia corsa da Berlino a Gastein fu un mistero. A Salisburgo ed a
Gastein agli alberghi non fu rivelato il mio nome.
Di Launay seppe della mia visita a Bismarck, ma secondo le tue
istruzioni gli tacqui il vero scopo della visita.