_Eccellenza,_
Ho fatto conoscere a S. M. che V. E. si compiacque di accettare
l'incarico che le fu affidato dal Ministero di riaprire trattative
presso i governi delle principali potenze al fine di far prevalere
nelle rispettive legislazioni i principii liberali sanciti nel
Codice Civile italiano. Profittando del viaggio all'estero dell'E.
V. è desiderio dell'Augusto nostro Sovrano che l'E. V. assuma una
missione speciale e confidenziale presso il governo di S. M.
l'Imperatore di Germania.
Il governo germanico, or non è molto, ha interpellato il governo
italiano intorno ad una più intima unione dei due Stati, ed il
Ministero degli Esteri d'Italia non esitò ad esprimere la sua
adesione al concetto di una unione a comune difesa. Ora S. M.,
pienamente d'accordo col sottoscritto, sente il bisogno di stringere
in modo più intimo i rapporti amichevoli dell'Italia con la Germania
e desidera che V. E. faccia conoscere a S. A. il principe di
Bismarck come sarebbe conveniente di addivenire ad un accordo
concreto e completo col mezzo di un trattato di alleanza che
fondandosi nei comuni interessi provveda a tutte le eventualità.
Gl'interessi italiani possono essere offesi non solo dalla
prevalenza del partito oltramontano, ma anche dall'ingrandimento
dell'Austria coll'annessione di alcune provincie ottomane, possibile
conseguenza della guerra d'Oriente. È desiderabile che i due governi
si mettano d'accordo anche su questo punto.
V. E. conosce pienamente i principii che informano la politica
italiana sia all'interno che all'estero, e sarebbe superfluo
rammentarli. La Germania e l'Italia non hanno interessi contrari, e
le due nazioni devono essere ugualmente determinate a difendere
l'edificio dell'unità nazionale e delle politiche e civili libertà:
per l'Italia lo scopo principale è quello di preservare da ogni
nemica offesa i beni inestimabili che abbiamo acquistati, e i
principii sui quali è fondata la sua esistenza.
Procuri l'E. V. di esprimere e spiegare in via confidenziale i
desideri di S. M. e del suo governo a S. A. il principe di Bismarck
e di attestargli ad un tempo la riconoscenza nostra per la
benevolenza da lui costantemente dimostrata all'Italia.
Aggradisca l'E. V. l'espressione della mia alta stima, mentre mi
dichiaro di V. E.
Dev.mo Obbl.mo
A. DEPRETIS
_Presidente del Consiglio dei Ministri_.
A S. E.
Il Sig. Comm. F. Crispi
Presidente della Camera dei Deputati
TORINO.„
«Parigi, 2 settembre 1877.
_Eccellenza,_
Ieri fui ricevuto dal Ministro degli Affari esteri. L'ora tarda non
mi permise di riferire immediatamente a V. E. la lunga nostra
conversazione, la quale versò su vari argomenti riferentisi ai due
paesi.
Il duca Decazes cominciò col ringraziarmi del contegno nostro in
occasione della interrogazione alla Camera del deputato Savini.
Risposi, che Camera e Governo nulla fecero che non fosse stato il
loro dovere, non potendo certamente permettersi che alla tribuna
italiana si discutessero e si criticassero le cose interne della
Francia, ed espressi l'opinione ch'essi a Versailles avrebbero fatto
lo stesso per noi.
S. E. venne quindi discorrendo della necessità di un accordo
completo fra le due nazioni, e su questo punto parlò lungamente
sforzandosi di dimostrarmi come la Francia non possa avere che
sentimenti di amicizia per noi. Al di là delle Alpi — S. E. disse —
è una nazione alla quale la Francia è legata da interessi economici,
morali e politici, e sarebbe un vero delitto conturbare la
necessaria armonia dei due popoli. Accennò intanto, come ad un
elemento di possibile dissidio, all'esistenza fra noi di un partito
ch'egli definì «prussiano», ma lo fece con un tal garbo da lasciare
intravedere il desiderio che cotesta opinione non lasciasse una
disaggradevole impressione sull'animo mio.
Alla mia volta dichiarai subito che nel nostro paese noi siamo
Italiani; che tutti, senza distinzione di partito, esclusi
unicamente i clericali, non abbiamo altro interesse che quello della
nazione, e che sarebbe un errore il presumere che potessimo o
volessimo governarci seguendo i consigli o ricevendo l'influenza di
un governo straniero qualunque. In quanto alla Francia, tutto ci
spinge a sentire per lei e praticare una sincera amicizia: le
tradizioni di civiltà, l'educazione, gli studi, le leggi, i commerci
ci uniscono alla medesima, e nulla sarà fatto da parte nostra per
rompere cotesto legame onde sono naturalmente congiunte le due
nazioni.
S. E. allora riprese dicendomi che non sapeva però spiegarsi lo
scopo dei nostri armamenti e sopratutto delle fortificazioni di Roma
state ordinate ultimamente; ritornò quindi sull'argomento delle
intenzioni affatto pacifiche del suo Ministero ed affermò che in
Francia nessuno dei partiti possibili al governo commetterebbe la
follia di far guerra all'Italia. Sono passati i tempi — il ministro
soggiunse — in cui portavamo le nostre idee con le armi negli altri
paesi. Dopo i nostri disastri abbiamo appreso che sono altre le vie
da prendere onde far valere nel mondo le proprie opinioni.
Su ciò sentii il bisogno di esplicare la condotta del nostro governo
e dissi che quanto si fa oggi da noi non ha nulla di eccezionale.
L'Italia ha bisogno di pace perchè ha bisogno di compiere le sue
riforme amministrative e finanziarie, e di sviluppare e consolidare
le sue istituzioni pubbliche. In quanto all'esercito noi non
facciamo che trasformarne l'armamento e completarlo e ci vogliono
ancora molti anni per raggiungere cotesto scopo. Le fortificazioni
di Roma, poi, non sono un fatto speciale, ma la parte di un
complesso di disposizioni per la difesa territoriale dello Stato.
Ricordai che sin dalla costituzione del Regno era stata nominata una
commissione, sotto la presidenza di S. A. R. il principe di
Carignano, coll'incarico di studiare un sistema di fortificazioni il
quale rispondesse alle nuove condizioni della penisola. Dissi che
cotesti studi furono già terminati, che furono votate le somme
necessarie dal nostro Parlamento sin da parecchi anni addietro, ma
che nulla ancora fu fatto, essendo anzi tutt'ora integre le fortezze
elevate dai principi caduti con intendimenti e scopi contrari
all'attuale ordine di cose. Dimostrai quindi che le fortificazioni
di Roma entrano in cotesto piano generale di difesa nazionale e
conclusi che la Francia non ha motivo di allarmarsene, coteste opere
non essendo e non potendo essere interpretate quale una
dimostrazione ostile contro di lei.
S. E. parve acchetarsi al mio ragionamento e poichè lo vidi così ben
disposto credetti propizia l'occasione di portare la nostra
conversazione sopra un altro argomento, quello cioè
dell'applicazione ai nostri concittadini, nel territorio della
Repubblica, delle disposizioni dell'art. 3 del nostro Codice Civile.
Spiegai lo scopo e le origini di cotesto articolo, ricordai le
trattative intavolate altra volta perchè ne fossero accolti i
principii in Francia, mercè una convenzione internazionale, e
finalmente accennai alla giurisprudenza delle Corti Supreme le
quali, per diritto di ritorsione, cominciano ad applicare ai
francesi in Italia l'art. 14 del Codice Napoleone. Non omisi di
dimostrare che, allo stato, farebbe un ottimo effetto nel nostro
paese la stipulazione di un trattato che sanzionasse cotanto
progresso.
S. E. ascoltò con benevola attenzione e si dichiarò pronto a
trattare. Disse che avrebbe richiamato i precedenti e li avrebbe
studiati affinchè potessimo altra volta ragionare consideratamente
per venire ad una conclusione. Anch'egli, il Ministro, sente il
bisogno che l'art. 3 del nostro Codice Civile sia ricevuto in
Francia in favore degli italiani e mi promise che metterebbe tutta
l'opera sua perchè la domanda fosse esaudita.
Dal discorso di S. E. appariva chiaramente il desiderio di provare
con nuovi atti che la Francia ci è e ci sarà amica, ed a tal uopo mi
parlò della sollecitudine con la quale il suo governo aveva
consentito alla sottoscrizione del trattato di commercio. Mi disse
che ci saremmo nuovamente veduti.
Del contegno del duca Decazes e del complesso delle sue parole,
restai pienamente soddisfatto. Bisognerebbe supporre che egli fosse
un grande simulatore per dubitare del suo linguaggio. Egli non fece
che lodarsi del nostro governo e del nostro popolo e parlò pieno di
ammirazione del nostro Re. Disse che noi abbiamo dato prova di
grande saggezza politica e che la nostra condotta col Vaticano è
stata corretta. Sul che sento il bisogno di riferire a V. E.
un'opinione manifestatami da lui e la cui importanza non isfuggirà
alla di lei sagacia: il duca Decazes si disse convinto e mi dichiarò
di averlo ripetuto ai suoi colleghi, che alla morte del Papa il
conclave funzionerà nel Vaticano con tutta la pienezza della sua
libertà. Mi soggiunse che tale sarebbe pur l'avviso del cardinal
Guibert, dopo il di lui ritorno da Roma.
Dopo ciò chiudo la lunga lettera con dirmi dell'E. V.
Il devot.mo aff.mo amico
F. CRISPI.»
«Parigi, 5 settembre 1877.
_Mio caro Depretis_,
Il 2 corrente ti spedii una mia ufficiale, alla quale dà seguito, anzi
complemento l'acclusa. L'ho scritta in modo che tu volendo potrai,
dopo averne preso copia, consegnarla al ministro degli Affari esteri.
Lasciamo da parte le pastoie ufficiali e ragioniamo da vecchi amici e
patrioti.
Ho visto i principali uomini politici del paese, tra cui il
Gambetta,[2] col quale sono rimasto lungamente, e il 3 corrente
pranzai. Ho potuto quindi farmi un'esatta opinione delle cose francesi
e saperne, per quanto possibile, le intenzioni.
[2] Quali relazioni corressero tra Crispi e Gambetta dopo questo
incontro, si rileva dalla seguente lettera del Gambetta a Crispi:
«Paris, ce 21 octobre 1877.
_Mon cher Président_,
Je profite du voyage de mon ami Armand Ruiz à Rome pour vous envoyer
l'expression des sentiments d'affectueuse solidarité que m'a laissé
votre charmante liaison.
Je tiens à vous redire que je serai toujours fort aise de rester en
communication avec vous, et vous rendre ici les services que je sais
que vous n'hésiteriez pas à me rendre à Rome. Vous pouvez croire
qu'on est heureux dans la vie publique de rencontrer des hommes d'un
caractère aussi ouvert, aussi ferme que le votre. Donc vous pouvez
user de mon ami Ruiz et avoir en lui la confiance la plus entière.
C'est à ce titre de confident que je l'introduis auprès de vous.
Croyez à mon amicale sympathie.