CAPITOLO PRIMO.

Una missione segreta.

La Grande Italia. — Il nuovo Regno. — La politica estera

della Destra. — Andrássy e Bismarck nel 1873 chiedono

invano una _entente intime_ ai ministri della Destra. —

L'irredentismo e le relazioni italo-austriache, — La guerra

russo-turca. — Le istituzioni repubblicane francesi in

pericolo. — Necessità per l'Italia di uscire dall'inerzia.

— La missione da Vittorio Emanuele e da Depretis affidata a

Crispi alla fine di agosto 1877. — Memorie originali di

Crispi e carteggi con Vittorio Emanuele e Depretis,

resoconti di colloqui con Decazes, Thiers, Gambetta,

Bismarck, Derby, Gladstone, Andrássy, ecc. — Crispi

conviene col principe di Bismarck il negoziato per un

trattato d'alleanza italo-germanica.

I sommi Italiani ai quali il mondo deve l'Italia moderna, attinsero

forza a soffrire esilio, prigionie e ogni maniera di persecuzioni dei

governi dispotici nella visione di una grande Italia. Nella mente di

Mazzini l'idea di grandezza era correlativa all'idea di Unità, così come

nella federazione egli vedeva la “perpetua debolezza„. Le glorie della

nostra gente divisa erano considerate arra di glorie maggiori quando

essa fosse raccolta in un solo Stato; lo stesso Mazzini predicò per

trent'anni che vi era una “missione di civiltà universale„ da

riprendere, quella che assunta da noi con le armi sin dai giorni della

potenza romana, continuata cogli esempi della libertà dei Comuni nel

Medio evo, avevamo diffusa nel Rinascimento con le lettere e con le

arti.

Il nuovo regno non sorse nella pienezza della sua indipendenza, e la

politica che aveva chiamato nel 1859 sui piani lombardi le armi

francesi, tenne l'Italia in soggezione di Napoleone III per lunghi anni.

Francesco Crispi, il quale, con Mazzini, avrebbe voluto che l'Unità

fosse conquistata senza aiuti stranieri, per sola virtù nostra, combattè

sin dal primo Parlamento italiano l'ingerenza della Francia nei nostri

affari: fu uno dei più caldi avversarii della “Convenzione di settembre„

(1864) — osteggiò la permanenza delle truppe francesi nel territorio

romano — fu, nel 1870, l'anima della Sinistra, la quale sospinse il

governo della Destra, più che esitante, alla rivendicazione del diritto

nazionale occupando Roma.

Dalla proclamazione della repubblica in Francia all'avvento della

Sinistra italiana al potere (18 marzo 1876), la nostra politica estera,

rimasta priva della direttiva che soleva cercare a Parigi, fu nulla.

Disorganizzato l'esercito e distrutta dopo Lissa la marina da guerra, i

governanti avevano trovato nella nostra debolezza e nel programma di

riordinamento interno dello Stato, giustificazioni alla loro inerzia. Lo

stesso viaggio fatto compiere da re Vittorio Emanuele II alle Corti di

Vienna e di Berlino, nel settembre 1873, non recò vantaggi, anzi

peggiorò ancora la situazione internazionale dell'Italia; poichè, mentre

accennò soltanto al desiderio di appoggiare dippiù verso le Potenze

Centrali, avvertì la Francia che erano passati i giorni dell'alleanza

franco-italiana. Gli on. Minghetti e Visconti-Venosta, i quali

accompagnarono il Re in quel viaggio, ebbero dal Cancelliere

austro-ungarico conte Andrássy, come dal Cancelliere germanico principe

di Bismarck, espresso “très vivement le désir d'une entente intime„.

L'Andrássy per ingraziarsi i Ministri Italiani dichiarò esplicitamente e

francamente che non avrebbe appoggiato in alcun modo le querimonie del

Papa, in quel tempo ancora fervide e speranzose, e che si sarebbe

astenuto da qualsiasi azione comune con la Francia in tutti gli affari

relativi al Papato. Dette anzi una prova delle sue amichevoli

disposizioni, partecipando che aveva rifiutato una località che gli era

stata richiesta dal Vaticano pel futuro Conclave e avrebbe persistito

nel rifiuto. E il Bismarck non si chiarì più favorevole verso il Papa,

al quale appunto in quel mese (3 settembre) aveva fatto rifiutare

dall'Imperatore ogni modificazione della legislazione ecclesiastica; ma

riconoscendo l'utilità per l'Italia di usare dei riguardi al Pontefice,

chiese ch'ella non facesse una politica di concessioni con la Francia,

la quale avrebbe accresciuto sempre più le sue pretese; infine, dichiarò

recisamente che la Germania non avrebbe mai permesso un attacco contro

l'Italia.

I due Ministri, i quali sembravano esser partiti da Roma con l'intento

di proporre un accordo a due alla Germania, si astennero da qualsiasi

proposta, e tornarono in Italia illudendosi di potere, non assumendo

impegni, contare sulla Germania e sull'Austria, senza perdere la

benevolenza della Francia. Ma fu il sogno di un mattino di primavera.

Ben presto le agitazioni irredentiste dettero pretesto di allarmi

all'Austria. Il governo italiano non fu dapprima sospettato

d'incoraggiare le speranze del “partito esaltato„, il quale si proponeva

un ingrandimento territoriale a spese dell'Austria; e il conte Andrássy

fece dal suo Ambasciatore a Roma, conte Wimpffen, proporre una azione

comune per combattere i pericoli che minacciavano i buoni rapporti dei

due paesi, — azione comune, la quale doveva manifestarsi specialmente

nell'aiutare l'Austria “a scoprire i promotori e gli intermediarii della

propaganda annessionista„!

Le relazioni italo-austriache migliorano nei primi mesi del 1875;

l'imperatore Francesco Giuseppe restituisce a Venezia la visita ricevuta

a Vienna dal Re d'Italia, ed ha festosa accoglienza. L'irredentismo

ridiventa più attivo nel febbraio del 1876; si preparano spedizioni di

volontarii italiani in Dalmazia; il governo austriaco prende misure

energiche, opera numerosi arresti d'italiani a Ragusa e a Trieste. In

giugno, le feste di Milano e di Legnano per commemorare il centenario

della Lega dei Comuni Lombardi, e le rievocazioni di circostanza fatte

da buona parte dei giornali italiani, destano impressione sfavorevole in

Austria.

Scoppiata la guerra serbo-turca con conflitti nel Montenegro e in

Albania, l'Austria comincia a diffidare della nostra politica. La Serbia

chiede la mediazione dell'Italia, ma il gabinetto austro-ungarico la

osteggia. Avvengono _meetings_ a Milano, a Roma e in altre città,

avversi tutti alla politica austriaca. L'Austria lascia vacante la sua

ambasciata presso il Quirinale, e la stampa dell'Impero, con i giornali

ufficiosi in prima linea, fa vivacissimi attacchi all'Italia,

accusandone il governo di connivenza con gl'irredentisti.

L'ambasciatore, conte di Robilant, si trova a disagio a Vienna e

manifesta il desiderio di un lungo congedo.

È naturale che l'Austria fosse furente contro l'Italia: non sicura di

questa, essa non poteva liberamente fronteggiare la Russia, la quale si

preparava alla guerra contro la Turchia, e si trovava in balìa della

Germania. In gennaio 1877 fa nominato il nuovo ambasciatore presso il

Quirinale nella persona del barone Haymerle. Il malumore non diminuiva.

L'offerta del governo italiano di uno scambio di idee sulla questione

orientale, veniva declinata da Andrássy; il quale trovava un nuovo

motivo di irritazione nel sospetto, insinuatogli — si disse — da un

governo straniero, di trattative segrete esistenti tra Ignatieff e

Robilant per una intesa italo-russa. In maggio si ha notizia che

l'Austria arma alle nostre frontiere, e un'ambasciata straordinaria

austriaca e quindi duemila pellegrini austriaci giungono a Roma a

rendere omaggio al Papa. In luglio è male accolto in Vienna il nostro

intervento diplomatico a favore del Montenegro, sospettato quale mossa

preparatoria di un nostro intervento militare in Albania. In agosto

sorgono gravi incidenti: il commesso del Consolato italiano a Vienna

prima, poi l'addetto militare alla nostra Ambasciata sono accusati di

spionaggio; e gli attacchi della stampa sono così furibondi che

l'addetto militare è costretto a partire da Vienna.

Frattanto era scoppiata e si combatteva con varia fortuna la guerra tra

la Russia e la Turchia. Il 27 aprile l'Incaricato d'affari russo,

Nelidoff, con tutto il personale dell'Ambasciata, lasciava

Costantinopoli. Il giorno seguente l'esercito russo varcava la frontiera

turca; il 28 aprile la Camera rumena approvava una convenzione con la

Russia pel passaggio sul territorio del principato delle truppe russe, e

il 10 maggio il principe Carlo assumeva il comando dell'esercito; il 20

maggio era proclamata in Turchia la guerra santa, e la Rumania

proclamava la propria indipendenza e dichiarava la guerra ai turchi. I

russi passavano il Danubio il 22 giugno; il 5 luglio la loro avanguardia

occupava Tirnovo; il 19 luglio erano sconfitti a Plewna e il 30 a

Kassanyk. Poi, le sorti della guerra sembravano mutare; il 24 agosto il

principe di Rumania assumeva il comando degli eserciti russo e rumeno

che investivano Plewna, il 28 Suleyman pascià era battuto a Schipka.

Gravi avvenimenti si svolgevano anche in Francia, i quali tenevano in

grande apprensione tutta l'Europa. Il 4 maggio di quell'anno 1877 la

Camera francese aveva adottato un ordine del giorno invitante il governo

a valersi dei mezzi a sua disposizione per reprimere le agitazioni

clericali, e Giulio Simon, presidente del Consiglio, lo aveva accettato.

Ma il maresciallo Mac-Mahon, presidente della Repubblica, il 16 maggio

dirigeva al Simon una lettera nella quale gli imponeva di spiegare il

contegno passivo da lui tenuto alla Camera e lo rimproverava di non aver

saputo conservare l'influenza necessaria a far trionfare le sue idee. Il

Ministero Simon si era dimesso; il giorno dopo era già costituito il

Ministero reazionario De Broglie-Fortou, nel quale per la pressione del

Mac-Mahon restò il duca Decazes, come ministro degli Affari esteri.

Nella seduta del 17 la Camera, sulla proposta di Leone Gambetta,

deliberava “di non poter avere fiducia che in un gabinetto libero di

agire e deciso a governare secondo i principii repubblicani che soli

possono assicurare la tranquillità all'interno e la pace all'estero„.

Il 18 il presidente della Repubblica inviava un messaggio alla Camera,

nel quale, annunziando la proroga della Sessione, spiegava la necessità

della crisi ministeriale.

Allora la Sinistra del Senato pubblicava un manifesto al paese per

dichiarare provocata senza ragione la crisi; un altro manifesto

pubblicavano i deputati dell'Estrema Sinistra della Camera, nel quale

l'atto del 16 maggio e i posteriori venivano dichiarati ingiusti e

incostituzionali.

Il 29 maggio il ministro De Broglie spediva una circolare ai Procuratori

generali per invitarli a raddoppiare di vigilanza ed energia e a fare

osservare con fermezza le leggi proteggenti la morale, la religione e la

proprietà contro gli attacchi della stampa e specialmente contro la

diffusione di false notizie capaci di turbare la pubblica opinione. Il 2

giugno veniva arrestato il presidente del Consiglio municipale di Parigi

per aver pronunziato a St. Denis un discorso sedizioso contro il

presidente della Repubblica. Nello stesso giorno il ministro

dell'Interno, Fortou, diramava una circolare per ordinare severa

sorveglianza sulle persone che mettevano in circolazione giornali e

libelli. L'8 giugno il presidente del Consiglio municipale era

condannato a quindici mesi di carcere e a duemila franchi di multa. Il

17 giugno il duca De Broglie leggeva al Senato un messaggio del

presidente della Repubblica invitante, conformemente all'art. V della

legge per l'ordinamento de' pubblici poteri, il Senato stesso a

consentire lo scioglimento della Camera. Lo scioglimento della Camera

era autorizzato il 22 giugno. Alla Camera, intanto, si votava un ordine

del giorno di sfiducia nel Ministero il 19 giugno, e il 21 veniva

rifiutato il voto delle imposte, accordandosi solamente i crediti

supplementari al ministro della Guerra. Il 24 le Sinistre della Camera e

del Senato dichiaravano debito d'onore del paese la rielezione dei

deputati che avevano votato la sfiducia nel Ministero. Infine, il 25 la

Camera veniva sciolta, e il 22 settembre i comizii erano convocati pel

14 ottobre.

Nei gravi momenti che attraversava l'Europa, l'Italia non poteva e non

doveva rimanere inerte. Si doveva prevedere il caso del trionfo del

partito clericale in Francia, che avrebbe costituito un pericolo serio e

immediato per noi; inoltre, il contegno dell'Austria, nelle sue

relazioni con l'Italia, s'era fatto così irritato e irritante, che

appariva urgente la necessità di correre ai ripari; infine, erano in

vista, come conseguenza della guerra russo-turca, mutamenti nella

penisola balcanica, dei quali l'Italia non poteva disinteressarsi.

Di ciò convinto e pensando che, giunta al potere, la Sinistra dovesse

imprimere anche alla politica estera un indirizzo nuovo, prudente ma

ardito e più rispondente all'importanza del nostro paese in Europa e ai

nostri legittimi interessi, Francesco Crispi riuscì a farsi affidare la

missione, della quale egli stesso rende conto nelle pagine che seguono:

«Roma, 25 agosto 1877.

_Onorevolissimo Signore,_

Fin dall'anno 1861 il comm. Mancini proponeva a S. E. il barone

Ricasoli, allora presidente del Consiglio dei Ministri, d'iniziare

trattative presso i vari Governi Europei allo scopo di concordare la

stipulazione di un Codice internazionale, destinato a regolare la

condizione giuridica dei cittadini dei rispettivi paesi ed i diritti

civili spettanti ai medesimi di fronte alle legislazioni vigenti nei

diversi Stati. A tale proposta, per le circostanze dei tempi, non si

potè allora dare alcun seguito. Però il Governo italiano, ispirato a

sentimenti di civiltà e progresso, non esitava a sanzionare nel

Codice Civile del 1865, all'art. 3, il principio che lo straniero

venga ammesso a godere dei diritti civili attribuiti ai cittadini.

Però affinchè questo principio possa veramente esser fecondo di

utili e generali conseguenze, uopo sarebbe che venga sanzionato

dalle legislazioni degli altri Stati e reciprocamente guarentito

mediante accordi internazionali.

Il Governo del Re ha cercato in ogni modo di promuovere la

conclusione di simili accordi. Nell'anno 1867, il comm. Mancini,

avendo intrapreso un viaggio a Parigi, Bruxelles e Berlino, si

assumeva l'incarico di presentire, in via ufficiosa, gli

intendimenti di quei Governi su questo grave argomento.

Le entrature di quell'insigne giureconsulto venivano ricevute con

favore, però gli avvenimenti impedirono che si venisse ad alcuna

pratica conclusione.

Poichè l'Eccellenza Vostra ora è in procinto di visitare quelle

capitali, Le sarei grato se nelle sue conversazioni con i personaggi

influenti e competenti, coi quali si troverà in rapporti, Ella

volesse indagare se quei Governi siano disposti a riprendere le

interrotte negoziazioni. L'Eccellenza Vostra che tanta parte ha

avuto nella compilazione delle leggi che regolano i civili rapporti

in Italia, saprà meglio di chicchessia far risaltare l'utilità delle

proposte nostre.

Ringraziando anticipatamente l'Eccellenza Vostra dell'opera Sua,

colgo quest'occasione per rinnovarle i sensi della mia alta

considerazione.

Politica estera: memorie e documenti · 第 8 / 215 题