I due cugini si vedevano per la prima volta dopo la loro separazione.

Era in un bel momento.

--Con questo biglietto che ella stessa, non potendo essere ricevuta da

donna Livia, scrisse nel mio palazzo, mentre io era assente.

E lo porse al conte che lesse. Dopo di che:

--Come? disse sommessamente al duca, anche donna Maria? Oh abbominio!

Don Francesco si accontentò di fargli un cenno affermativo.

Indi arrestò lo sguardo su Marco.

Il conte ripetè allora in poche parole al cugino la narrazione del

veneziano.

Quando questa fu terminata il duca si volse a Marco:

--Dunque, signore, gli disse, voi foste prima causa della salvezza

della duchessa, e senza i vostri avvertimenti questa sventurata non

avrebbe diffidato, e non le sarebbe stato possibile sventare la trama.

Lo comprendo, e non lo dimenticherò giammai!

Marco, benchè posto un po' in soggezione, rispose:

--Fu combinazione, nulla di più.... Ciò che desidero è di veder

vendicata questa infelice. Ecco la causa di tutti i suoi mali, ecco

chi la uccise!

Ed additava Camilla rimasta immobile sulla sua seggiola col capo fra

le mani.

Il duca si avanzò verso di lei.

Il conte e Marco si attendevano ad una scena orribile: erano in preda

a viva ansietà.

Camilla alzò gli occhi sul duca, quel duca, di cui si era tanto

occupata, e che non aveva veduto ancora. Rabbrividì.

--Signora, cominciò egli, vostro marito assumerà domani il nome di suo

padre, il mio: dovete saperlo.

Quell'esordio parve oscuro a Marco.

--Comprendete, continuava don Francesco, che prima voi dovete essere

morta.

Il veneziano comprese e si tranquillizzò.

Camilla taceva.

--Spero, proseguì freddamente il duca, che sarete, signora, abbastanza

coraggiosa perchè nessuno sia forzato a versare il vostro sangue.

--Ecco, esclamò Marco, ecco il veleno, col quale assassinò sua

cognata.

E consegnò al duca la fiala, che sin dal primo momento egli aveva

scorto su di un tavolino, vicino a Gabriella.

Ah! era forse quello destinato per donna Livia, pensò il duca

prendendola.

--Bene, rispose a Marco.

Esaminò attentamente la fiala, indi la depose innanzi a Camilla.

Ella fremette.

Non aveva mai creduto in Dio; ed ora, per suo maggior tormento,

credeva nella sua collera.

Esitava......

--Che! occorrerebbero incitamenti? le disse il duca con uno sprezzo

umiliante.

--No, rispos'ella con alterigia, io mi ucciderò! ma voglio tempo a

confessarmi; è una cosa che non si nega ad alcuno.

--Se glielo accorda, se si impietosisce, disse Marco volgendosi al

conte, ella si salverà! è tanto astuta; cagionerà forse nuovi danni

prima di morire! Ingannerà il confessore! Egli intercederà!

--Non temete, signore, rispose il cavaliere di Malta con un lugubre

sorriso.

Ed aggiunse tra sè: sarebbe più facile impietosire un macigno.

--Sì, voglio tempo a confessarmi, ripetè Camilla.

Il duca per unica risposta le additò il veleno con quell'aria

imperiosa, che nessuno sapeva prendere meglio di lui.

Ella comprese che tutto era inutile; si decise.

Presa la fiala, la fiutò a lungo; cadde subito rovesciata

all'indietro...

Era morta!

Il duca si allontanò da lei.

--Ora, mormorò, mi occuperò di...

Il conte lo trattenne.

--Che contate fare di donna Maria? gli domandò a voce bassissima.

--Non credo vogliate difenderla.

--Non ne ho desiderio alcuno, ve lo assicuro. Ma riflettete che ella

per nostro rossore è...

--Sì, sì. Faremo le cose senza scandalo.

--Sarà possibile; poichè la sua complice non l'ha accusata, potrete

tener celata a tutti la sua colpa.

--Lasciate fare a me.

--Prima vorrei farvi leggere una lettera del cavaliere Dell'Isola

nostro zio, che scrisse negli ultimi istanti di sua vita ad una

signora di Venezia. Contiene nuove rivelazioni, che è giusto siano

conosciute da voi. Tenete. L'ha recata questo signore.

Il duca la prese e la lesse, mentre il conte pensava che ritrovava suo

cugino migliore assai di quando l'aveva lasciato.

Donna Livia sa fare davvero dei miracoli, diceva tra sè.

Marco guardava impensierito Camilla; passata l'ebrezza della vendetta,

chiedevasi se non fosse stato troppo inflessibile verso di lei, la

quale avrebbe potuto pentirsi.

Per darsi pace non aveva che a gettar gli occhi sul duca, il quale di

rimorsi non ne sentiva certamente alcuno.

Il cavaliere di Malta era profondamente triste.

In qual modo finiva tutto? Mai egli si sarebbe atteso a tale

scioglimento.

Tornò a contemplar Gabriella, ed i suoi occhi s'inumidirono pensando

che quella giovane era morta per aver salvato donna Livia! Infelice!

comprendo ora perchè mi parlò di lacci, di sventure; ella era sotto un

costante incubo, che la faceva paventare di tutto...

Intanto il duca percorreva la lettera di suo zio.

Oh! pensava, dunque quella donna, per la quale il cavaliere dell'Isola

era stato diseredato, scacciato, lo tradì. Ed egli temeva vendicarsi

in modo orribile invece di desiderarlo!... Pare fosse molto pentito...

Sembra scrivesse ad un'amica; comprendo...

Ed andando innanzi: Un altro figlio!...

Finita la lettura, si volse al conte e gli rese la lettera.

--Ebbene, duca? chiese egli.

--Ebbene, conte? dirò io a voi: sapete qualche cosa di questo figlio

perduto?

--Sì, e lo conosco; è un giovane frate di molto merito, che per una

strana combinazione vide il ritratto di mia madre, e ne notò la

straordinaria rassomiglianza. con una signora da lui veduta in Pesaro,

questa nostra sventurata cugina.

--Ma ditemi, conte: se i figli del cavaliere ignoravano la loro

origine, come possedevano le di lui carte di famiglia?

--Erano state consegnate dalla loro madre a colei, ed additava

Camilla. Ella usò ogni mezzo per giungere a sposare Federico di

Chiarofonte, al quale però non rivelò il segreto che dinanzi a me, al

mio arrivo a Milano.

--Comprendo, comprendo. E tra sè:

Davvero donna Livia ed egli stesso ignoravano tutto!

--Voi, conte, aggiunse poi con indifferenza, mi dovreste qualche

spiegazione.

Il cavaliere restò alquanto imbarazzato.

--Come credete, rispose quindi; domani verrò da voi, e qualunque

spiegazione bramiate, l'avrete da me.

--Vi attenderò, cavaliere.

Ed avvicinandosi a Marco, che stava contemplando tristamente

Gabriella:

--Signore, gli disse, questa mia sventurata cugina, a cui io devo

tanto, ha dei bambini. Sapete ove sieno?

--Certamente.

--La duchessa, riprese don Francesco che esaminava con emozione

Gabriella, vorrà occuparsi di quei fanciulli. Venite domani al mio

palazzo, vi prego; ella vi comunicherà le sue idee.

--Non mancherò.

--Questa infelice, continuò il duca, verrà sepolta domani nelle tombe

della nostra famiglia... Quanto a costei...

E si arrestò guardando Camilla.

--Costei, signor duca, i miei marinaj possono gettarla in mare

stanotte.

--Benissimo, rispose don Francesco con un cenno di approvazione.

Quel veneziano gli piaceva.

Indi escì.

Allora il cavaliere di Malta, che non aveva parlato sin là per la

meraviglia che gli cagionavano i sentimenti generosi espressi da don

Francesco, si volse a Marco:

--Voi siete straniero qui, gli disse; conosceste molto questa mia

sventurata cugina; venite in mia casa appena sarete libero; cercate

del conte di San Giorgio, vi attenderò. Desidero anche aver qualche

dettaglio sul passato di questi miei parenti... Vi prego a non

rifiutarmi.

--Non dubitate.

--Ora vado in traccia del povero Federico; temo non abbia a fare

qualche pazzia!... Era così fuori di sè!...

Marco non rispose.

Il conte escì.

Ed il giovane rimase ancora un istante fra quei due cadaveri, dei

quali uno gli metteva orrore, e l'altro gli era sì caro.

--Mio Dio! mormorava, in quale istante le ho rivedute entrambe!...

.................................................................

Il duca, appena lasciata quella funebre stanza, aveva chiesto ad un

servo di donna Maria.

--È sola nel suo appartamento, eccellenza, rispose l'interrogato, che

trovava assai strana la presenza del duca dell'Isola in palazzo, dopo

quanto vi aveva fatto il giorno prima.

Ma quei poveri servi avevano veduto in pochi giorni tante cose strane

che erano confusi, storditi; non comprendevano nulla.

Il duca si diresse verso l'appartamento di sua sorella.

Chiese di lei ad una camerista, la fidata Caterina. Questa, che, per

aver dimorato nel palazzo di don Francesco, lo conosceva e ne aveva

paura, rispose un po' tremante che la principessa non voleva ricevere

alcuno.

Il duca la respinse ed entrò egualmente.

Non aveva pratica di quell'appartamento ove non era mai entrato.

Traversò a caso diverse stanze; finalmente vide sua sorella in un

elegante gabinetto, in piedi vicino alla finestra, pallidissima,

agitata.

Le era stato detto che il duca, il conte, l'ufficiale ed altre persone

erano entrate nella stanza di Gabriella, ove certo avveniva qualche

scena terribile.

Alla vista di don Francesco ella vacillò; ma l'odio, quel sentimento,

che soverchiava tutti gli altri nel suo cuore, ridestò il suo ardire.

--Come? gli disse con alterigia, voi qui? in questa casa, dopo averne

ucciso il padrone? È troppo, e non lo soffrirò.

--Infame! rispose il duca, mentre rinchiudeva l'uscio.

E senz'altro:

--La vostra complice è morta!

--La mia complice! che volete dire?

--Che la donna, colla quale tramaste la perdita della duchessa, colla

quale tentaste avvelenarla, è punita.

Donna Maria si sentì mancare; comprese che donna Livia era salva

ancora e provò un fremito di rabbia. Indi:

--Questa è una calunnia, disse con sprezzo.

--No, non è calunnia, e voi il sapete.

--Quali prove avete voi?... domandò la principessa sdegnosa.

--Un biglietto della figlia del cavaliere dell'Isola, che accusa voi e

sua cognata.

--Ella mente.

--Non mente una donna abbastanza generosa per dar la sua vita in

vantaggio d'un'altra: la donna, che salvò la duchessa, e che la vostra

complice ha ora avvelenata.

Donna Maria rimase un istante attonita. Gabriella era morta! Camilla

l'aveva uccisa perchè aveva salvato donna Livia! Ed il duca parlava di

generosità!... Egli!...

--Sì, continuava don Francesco, ha salvato la duchessa, che voi,

infame, odiaste sempre con tanto furore! Che vi fece ella mai?

--Che mi fece? sempre mi abborrì! ma perchè è di me più astuta,

dissimulò quell'odio, mentre io non ho mascherato il mio! Persino nel

giorno del mio matrimonio ella tentò pormi in disgrazia del principe,

a cui parlò a lungo in segreto per questo.... Voi pure la vedeste!...

--V'ingannate! fu egli che volle parlarle per aver notizie di donna

Rosalia.

--Oh nol credo!

--Sì, le chiese di donna Rosalia, di cui si era preso giuoco, di donna

Rosalia, che vi lasciai sacrificare, grazie a quel segreto, il

sapete!... Voi vedete che io non m'adiro, perchè la vendetta non può

sfuggirmi.

La principessa rabbrividì; ma come sempre richiamò la sua audacia, e:

--Quale diritto avete voi? Non vi basta avermi ucciso il marito dopo

due mesi di matrimonio?

--Vostro marito! voglio che lo rimpiangiate davvero! Che amaramente vi

pentiate d'aver giuocato la sua vita ed il vostro avvenire con una

temerità incredibile, con una temerità che maledirete!

E le si avvicinò,

--Che contate fare? chiese ella allontanandosi.

--Meno baldanza! Sedete e scrivete.

E le additò un elegante scrittojo.

--Scrivere? che?

--Scrivete! ripetè il duca facendola sedere a forza.

Indi con maggior calma:

--Informate vostro cognato, l'erede di vostro marito, che voi vi

recate ad una terra isolata a passarvi qualche tempo. Scrivete! Se nol

fate, guai! Pensate che sarebbe peggio per voi.... Ho la prova del

vostro delitto.... vel dissi!... Se non vi accuso pubblicamente è

soltanto per un riguardo a me stesso. Obbedite!

Donna Maria atterrata obbedì.

Comprese che altrimenti sarebbe stata forse disonorata od uccisa.

Ah! che aveva mai fatto?...

--La campagna ve la provvederò io, riprese il duca con un sorriso, che

agghiacciò la principessa. Farò in modo che non possiate più nuocere

ad alcuno.

--Voi mi farete assassinare in segreto! Siete capace di tutto, mormorò

ella.

--Lo meritereste! E, se non fosse pel timore di attristare troppo

donna Livia, lo farei!

Donna Maria respirò. Quantunque indispettita all'eccesso di dovere la

propria salute alla sua nemica, pensò che una prigione non è la morte,

e che certo troverebbe il modo di escirne. Però quell'avvenire

l'atterrì egualmente.

--Ordinerete una carrozza, continuò don Francesco; io vi salirò con

voi. Giunta al mio palazzo, la cangerete con una delle mie; partirete

con una scorta sicura, che vi condurrà dove ho divisato. Rammentatevi

bene: non un grido, non una parola all'escire di qui! Vi assicuro che

ve ne pentireste!

--Oh! esclamò ella esasperata, dovrò io rinunciare a tutto? Se donna

Livia non mi odiasse, se fosse quale la dite, non vi permetterebbe

tale barbarie invece di consigliarvela!

--Ella sarebbe capace di perdonarvi ancora! ma io nol farò, perchè

appena libera, tornereste a volerla perdere! Orsù, finitela; partiamo!

--Ah! ella è causa di tutte le mie sventure! Senza coloro, ch'ella

inviò a cercare dal conte, io sarei felice! Sia maledetto il giorno,

in cui quel superiore li condusse nel mio palazzo!...

--Maledite voi stessa! e rammentatevi che, senza esservi trascinata,

tentaste sin da fanciulla di perdere la duchessa. Seguitemi!

--Voi! l'uccisore di mio marito!

--Vi avverto che la mia calma è forzata, che non saprò contenermi a

lungo.... Quando penso al male che voleste farmi!... aggiunse con

furore....

E prendendola per un braccio, trascinandola quasi:

--Andiamo, le ripetè, e tacete!

Ella tacque. La sua alterigia la consigliò a seguire il duca con una

apparente tranquillità.

Qualche momento dopo consegnava ad un servo il biglietto pel cognato.

Quindi salì in carrozza con don Francesco.

La pergamena distrutta Romanzo del secolo XVI · 第 60 / 64 题