XVI.

Quali fossero i pensieri, i propositi di donna Maria e di Camilla,

dopo la terribile scena fatta dal duca in casa del principe, e che era

terminata colla morte di questo, è facile immaginare.

Si compendiavano in quelle parole pronunciate dalla giovane

principessa, nell'istante che aveva veduto ritornar solo il fratello.

--Vendetta! vendetta a qualunque costo, anche a quello della vita.

Sì, donna Livia aveva ragione: perdonare sarebbe stato forse meglio.

Mentre la principessa si trovava col duca, venne recata a Camilla una

lettera di Federico. Erano poche parole.

«Parto con Dal Pozzo, scriveva: sarò di ritorno domani. Scusatemi

presso il principe e la principessa.

»Conto lasciar subito la Sicilia, appena assunto il mio nome.

Preparatevi voi e Gabriella.»

Questo biglietto così asciutto il giovane lo aveva scritto subito dopo

quello destinato per donna Livia, tormentato da mille sospetti.

Era il duca? Era Camilla che aveva teso il laccio?... Non lo

sapeva.... Ma era disgustato di tutto; tanto disgustato, che per quel

giorno gli sarebbe stato impossibile ritornare al palazzo degli

Alberi.

Donna Livia, pensava, riconoscerà forse i caratteri del foglio che le

inviai.... Saprà di chi sospettare, ma io mi allontanerò tosto, che

altrimenti darei in nuovi tranelli.... Non è che io tema, chè sono

sempre pronto a tutto; ma la pace di donna Livia mi consiglia a tale

risoluzione.

Dal Pozzo non esitò a seguir Federico in un villaggio vicino, senza

permettersi domande, benchè il contegno dell'ufficiale gli sembrasse

sempre più strano.

Ah! pensò Camilla, nel leggere il biglietto di suo marito, qual modo è

questo di trattare con una sposa? Indegno!... Sì, lo comprendo; egli

vorrà dividersi da me, appena ricuperati i suoi titoli, i suoi

beni.... Ed io, che tanto faticai.... Mi farà interrogazioni.... me

l'attendo!... Mi dirà che diffida, che di me più non si degna.... Mi

sembra udirlo!... Orgoglioso!... Ed è per questa donna Livia che mi

disprezza? Oh! ma non ne avrà il tempo.... Che fa ora la principessa?

La principessa stava peggio di lei in quel momento.

E quando ritornò, quando le ebbe narrato il tutto.... tremante per lo

sdegno, per la collera.... entrambe giurarono la morte della duchessa.

--Fu vostro marito, che mi ha perduta!... Egli!... lo vedete! esclamò

donna Maria.

--Sì, e non vi dirò di perdonargli; lo odio non meno di voi. Leggete

ciò che osò scrivermi.... tutto per causa della duchessa.

E dopo qualche parola sconnessa, qualche nuova imprecazione contro

Federico, il duca e donna Livia, esse si erano divise, la principessa

essendo stata domandata da suo cognato.

La confusione in palazzo era grandissima. L'avvenimento terribile di

quel giorno, fatale al giovane principe, correva di bocca in bocca,

commentato in mille modi da tutta la città.

Nella notte seguente, Gabriella, che dormiva in una stanza vicina a

quella di Camilla, fu svegliata ad un tratto da un lieve rumore.

Udì la dalmatina passeggiare, indi escire.

Gabriella, atterrita dalla morte del principe, dal contegno di

Federico, dopo che innanzi a lui si era pronunciato il nome di donna

Livia del Faro, sorpresa dalla strana amicizia strettasi fra la

principessa e Camilla, colpita dalla cupa esaperazione di questa, si

rammentò gli avvertimenti di Marco, che, come un lampo, le

attraversarono lo spirito....

Sì alzò più leggiera di un fantasma; escì dalla sua stanza; penetrò in

quella di Camilla, paventando per la vita del fratello, del quale

ignorava l'assenza.

Iddio sembrava guidare quella donna sì pallida e triste ed infonderle

coraggio.

Nella stanza di Camila non vide alcuno, ma udì la voce di lei nel

gabinetto attiguo.

Guardò dalla fessura. La principessa tetra e cupa era colla dalmatina.

Gabriella accostò l'orecchio tremante: poi di tanto in tanto guardava

ancora.

Quelle due donne così belle avevano in quel momento un aspetto

terribile.

Sembravano di quelle fate malefiche discese sulla terra in sembianze

celesti, onde ingannare e spargere più facilmente intorno a loro le

lagrime e la morte.

Ed a danno di chi macchinavano esse?

Di una giovane donna, che nulla di male aveva lor fatto, che anzi

avrebbe voluto perdonare tutto quello, che esse avevano tentato farle,

ma che ai loro occhi aveva il torto gravissimo di essere difesa,

amata, rispettata da chi le insultava, le odiava, le disprezzava; di

trovarsi, per aver saputo vincere un amore grande, appassionato,

quando sarebbe divenuto colpevole, nella sfera più alta, mentre esse

erano precipitate nell'ultima.

--Sì, diceva donna Maria con voce strozzata, tremante, bisogna

affrettarsi; e poichè il duca, quel mostro, non dubita di lei, poichè

giammai la ucciderà di sua mano.... bisogna farla morire in altro

modo.

--Domani, rispose Camila, ella morrà.

--Ma come farle propinare il veleno?

Gabriella provò un'emozione terribile, ma concentrò ogni sua forza

nell'udito; ed era necessario, chè esse parlavano a voce bassissima.

--Sentite, principessa, diceva Camilla, io possiedo una fiala, che mi

fu data da una donna boema; poche gocce del suo contenuto bastano ad

uccidere appena fiutate.

Donna Maria, benchè un po' spaventata, non esitò.

--Ebbene, disse, ci varremo di tal fiala. Ma come fare che la duchessa

ne fiuti il contenuto?

--Non mi diceste ch'ella ama i fiori? che quasi giornalmente gliene

sono inviati dal suo castello in canestri, in cassette per garantirli

dal caldo soffocante?

--È vero.

--Domani ne riceverà un bellissimo mazzo in una leggiera cassetta.

L'aprirà poi?

--Oh! l'aprirà certamente: è suo costume. Qualunque cosa venga recata

per lei dal castello è tosto portata nel suo gabinetto.... Domani

dunque.

--Non possiamo indugiare: domani si termina tutto, e mio marito,

vedeste? vuol partire subito.... Si crederà la duchessa morta di una

convulsione; voi mi diceste che ella ne soffre talvolta; ciò non

sembrerà strano; quella donna boema mi disse che il suo veleno non

lascia tracce diverse di un forte accesso convulso.

--Sì, sì, esclamò donna Maria, noi non saremo sospettate....

D'altronde l'idea che ella possa essere ancora felice, ella, la causa

di tutti i miei mali, mi è insopportabile.... Il pensiero che ho

perduto una sì splendida posizione;... e che il duca sì crudele,

spietato, brutale, soltanto per colei si umanizza, mi uccide.... Si,

ella morrà....

Ogni parola faceva fremere Gabriella; le sembrava una lama avvelenata,

che le si rivolgesse nel cuore.

Oh! io la salverò quella donna, pensò, a qualunque costo. Iddio mi

sceglie a quest'opera.... Me ne rimeriterà; benedirà ai miei figli!...

E con una esaltazione purissima si raccomandò alla Vergine! Essa

l'aiuterebbe.

Ma riflettè che si era trattenuta abbastanza.

Rientrò nella sua camera, leggiera ed inosservata. Si coricò; finse

dormire, e nessuno sospettò di lei...

L'indomani per tempo si alzò; all'ora solita disse volersi recare in

chiesa, ma rifiutò la compagnia della camerista, che abitualmente la

seguiva.

Escì pallida e stravolta, senza che Camila la vedesse partire.

Chiese ad un uomo che incontrò di additarle il palazzo del duca

dell'Isola... Colui si offrì di accompagnarvela. Gabriella accettò;

procedeva tremante, agitata, ma risoluta.

Giunta alla porta del palazzo, ringraziò la sua guida ed entrò.

--La signora duchessa? devo vederla, diss'ella ad un servo con voce

concitata.

La gran somiglianza di Gabriella con donna Rosalia rese attonito il

domestico, che, pensando fosse quella dama parente del duca, rispose

con molto rispetto:

--Mi duole, illustrissima, ma vi sono ordini severissimi; la duchessa

non riceve alcuno, neppure una lettera....

--Ed il duca?

--È assente per qualche ora.

--Ma io devo parlare ad uno di loro... Poi, dopo un momento:

--Datemi l'occorrente per iscrivere; è necessario.

Il servo, benchè sorpreso, obbedì; la fece entrare in una stanza

terrena, ove Gabriella trovò su d'uno scrittojo quanto chiedeva.

Tracciò con mano convulsa poche linee.

Le suggellò, indi consegnò il foglio al servo.

--Sentite, gli disse, giurate che non verrà consegnato alla duchessa

alcun oggetto, che venga dal suo castello, prima che il duca abbia

letto questa lettera; se nol fate, vi assicuro che ne sareste

terribilmente punito.

Il servo, messo già in sospetto dagli ordini ricevuti, dagli

avvenimenti del giorno prima, convinto dall'accento di Gabriella,

giurò, e promise anche comunicare a tutti i suoi compagni quella

raccomandazione.

Allora Gabriella, dopo aver rinnovato i suoi avvertimenti, si

allontanò dal palazzo rassicurata.

Non aveva voluto dire ai servi che si trattava della vita della

duchessa, per timore di disonorare pubblicamente la moglie di Federico

e donna Maria.

Due ore dopo, il duca rientrò; era assai pallido.

Gli fu tosto consegnato il biglietto.

--L'ha scritto in palazzo, gli disse il servo, che stava aspettandolo

nell'atrio (lo stesso che aveva parlato a Gabriella) l'ha scritto una

giovane donna, che rassomiglia in modo strano a donna Rosalia, e che

aveva cercato prima di parlare alla duchessa, o a vostra Eccellenza.

Il duca lo prese attonito e l'aprì.

Rabbrividì leggendo queste linee:

»_Signor duca_,

»Da qualche parola, sorpresa da me questa notte, tra la principessa

donna Maria e mia cognata, compresi che si vuole avvelenare quest'oggi

la duchessa con un mazzo di fiori rinchiuso in una cassetta.

»Affrettatevi.

_Gabriella_.»

--Oh infami! esclamò il duca.... E questo biglietto è forse qui da

molto tempo! Potrò io?... Ohimè!... Privarmi di donna Livia... ora...

Salì le scale come un pazzo.

Entrò precipitosamente dalla duchessa.

Il suo aspetto era terribile, alterato tanto che ella se ne spaventò.

--Che avete mai? chiese alzandosi.

--Avete voi ricevuto qualche oggetto, qualche mazzo di fiori durante

la mia assenza? chiese egli trafelante, agitatissimo.

--Io no.

--Respiro... Siete salva.

E non potè continuare.

Si chiese d'entrare.

Una donna apparve con una cassetta fra le mani e volgendosi alla

duchessa:

--Contiene un mazzo di fiori, le disse; fu portata da qualche tempo,

viene dal castello; ma una dama forestiera aveva scongiurato un servo

di non consegnare alcun oggetto a vossignoria illustrissima sin dopo

il ritorno del signor duca.

E la camerista escì.

Donna Livia guardava sorpresa la cassetta, che era stata deposta su di

un tavolino.

--Non toccatela!... esclamò il duca trattenendola per un braccio.

--Ma spiegatevi!...

Egli era così commosso, così alterato che non potè parlare.

Le consegnò tremando il biglietto di Gabriella.

La duchessa lo lesse, rabbrividì.

--Scellerate a tal segno! mormorò.

--Sì.

E dopo un istante:

--Sono due mostri, di cui sbarazzerò la terra. Spero non mi direte

ancora di perdonare.

--Dunque è la figlia del cavaliere dell'Isola, che mi ha salvata?

--Sì; non potendo essere ricevuta da voi, ed essendo io assente,

scrisse.

E stringendo la mano della duchessa aggiunse:

--Che sarei divenuto perdendovi?... E senza questa mia cugina io vi

vedrei cadavere!... Sì, donna Maria fu sempre perversa!... E

l'altra!... Oh femmine infernali!...

--Ma, disse donna Livia come colpita da una subita idea, ed ella?

Forse la si punisce di morte perchè volle evitare la mia.

--È vero, sono capaci di tutto.

--Correte! Affrettatevi... Che se ella morisse, troppo ne

soffrirei!...

--Avete ragione; ma e questa cassetta?

--Non temete, la farò abbruciare nella corte, ed io stessa guarderò da

una finestra. A me non pensate... Correte, ma diffidate voi stesso di

tutto!...

--Sì, sì, non dubitate. Vi vendicherò.

--Salvate vostra cugina.

--Farò tutto insieme. Addio...

Ed escì. Era furibondo.

Oh! questa volta, diceva, provvederò in modo da togliere ogni pericolo

per l'avvenire.

Donna Livia faceva intanto quanto aveva detto al duca.

La cassetta, per suo ordine, veniva abbruciata nella corte sotto ai

suoi occhi...

L'umore venefico, che doveva privar di vita donna Livia, sfumava

inoffensivo tra le fiamme di un fuoco vivissimo, che era stato acceso

dapprima, e da cui poscia tutti si erano allontanati!...

E la duchessa una volta ancora era salva.

.................................................................

Ed intanto al palazzo degli Alberi?...

Camilla, diffidente sempre, aveva fatto chiedere di Gabriella, che,

dopo il biglietto scritto al duca sentendosi più tranquilla, si era

recata in chiesa.

Venne risposto alla dalmatina che sua cognata era escita sola, ed

aveva rifiutato con insistenza d'essere accompagnata come al solito da

una camerista.

Questa risposta e l'assenza prolungata di Gabriella cangiarono la

diffidenza di Camilla in sospetto.

Attese la cognata nella camera di lei.

Il pallore di Gabriella quando ritornò, il movimento di terrore, che

non seppe trattenere alla vista di Camilla, fecero presentire a questa

il vero.

--Ove andaste? le domandò.

La dalmatina in quell'istante apparve a Gabriella come avrebbe dovuto

apparirle sempre, non come una sventurata, trascinata involontariamente

al male, ma come la donna, che l'aveva minacciata in Bologna di colpire

i suoi figli, come colei, che l'aveva fatta rapire a forza, come la

fonte insomma di tutti i suoi mali.

Ebbe paura!

--In chiesa, rispose balbettando.

--Giurate sulla croce che non andaste in nessun altro luogo.

Ella, esitò....

Indi:

--Non giuro, disse.

Poi con esasperazione, vedendo gli sguardi minacciosi, che lanciava

sopra di lei Camilla:

--Uccidetemi pure! esclamò, uccidetemi con uno dei vostri veleni! Voi,

che mi avete resa amara l'esistenza..... Poco mi rimane da vivere!....

I miei figli saranno amati, protetti egualmente.... Non voglio perdere

la mia anima!... Morrò dopo aver fatto una buona azione.... salvato la

duchessa!... Dio mi riceverà tra le sue braccia!...

Ed affranta da quello sforzo supremo, di cui la religione soltanto

aveva potuto renderla capace, coll'esaltazione di una martire, si

assise.

--Ah! tu hai salvato la duchessa! esclamò Camilla. Ebbene muori!...

Le fece fiutare a lungo una fiala: pensò anche che forse sua cognata

conosceva tutti i suoi segreti, poichè aveva parlato di veleni.

La povera Gabriella era già morta!

Vicino a lei stava la fiala fatale!...

Camilla era esasperata, pallidissima; ciò dava alla sua rara bellezza

alcun che di tetro e di fantastico insieme.

Lo scioglimento del suo dramma era vicino, sarebbe stato terribile, lo

comprendeva!...

Ed intanto donna Livia, colei che era ancora amata da Federico, era

uscita illesa da mille pericoli!...

Che le giovava la morte di Gabriella?

Ah non si sentiva vendicata abbastanza!...

Per qualche tempo ella guardò spaventata il cadavere, non sapendo a

qual partito appigliarsi.

Finalmente si decise; direbbe che Gabriella era morta improvvisamente

d'una convulsione, appena ritornata dalla chiesa!

Donna Maria per certo non la smentirebbe!

Mentre ella, in sì dolorosa perplessità, dimenticava persino di

nascondere il veleno, un servo apparve sulla porta socchiusa:

--Un signore forestiere, disse, che sino da questa mattina venne a

cercare della signora Gabriella, mentre era in chiesa, è ritornato e

vuol parlarle all'istante.

Aprì l'uscio allo sconosciuto, e si ritirò senza avvedersi del

cadavere.

Lo sconosciuto entrò; era Marco.

S'avanzò nella stanza. S'avvide della sua antica fidanzata e di

Camilla....

Mise un grido.

Oh! esclamò, è troppo tardi!... Costei era qui! Ed ella è già morta!

Per un istante il dolore gl'impedì continuare, ma presto si superò; ed

avvicinandosi a Camilla la scosse, come se avesse voluto svellerla

dalla terra, estirparnela, come se ne estirpa una pianta malefica.

Ella non osò parlar subito. Finalmente:

--Non l'ho uccisa io! disse.

--Sì che l'hai uccisa! Infame! Guarda, guarda quelle lividure!...

L'uccidesti come quella tua vecchia governante a Venezia....

Ah egli sapeva!...

--Tutto io so, continuava egli; avevo consigliato Gabriella a

diffidare; come mai si lasciò trascinare a seguirti?

In quel momento la porta si aprì.

Era Federico, che, appena udita la morte del principe, indovinando che

il suo biglietto alla duchessa ne era stato causa, veniva stordito,

confuso, voleva partire all'istante.

Marco disperato, Camilla avvilita, Gabriella morta!

Ah! per quanto male immaginasse, non avrebbe mai aspettato di vedere

un sì terribile quadro!

--Marco, sussurrò Camilla, Marco tacete! Non mi accusate innanzi a

lui. Io non avrei ucciso Gabriella, se ella non avesse salvato la mia

rivale!...

Ma Marco non l'ascoltò.

E volgendosi all'ufficiale, che non poteva profferire un accento:

--Vostra moglie, gli disse, è un'avvelenatrice. Uccise già una sua

vecchia governante a Venezia, perchè certo conosceva tutti i suoi

segreti, ed ora avvelenò Gabriella per punirla di aver salvato la sua

rivale.

--Donna Livia! la duchessa! esclamò l'ufficiale rabbrividendo....

--Voi lo saprete chi è!

--Povera Gabriella! ella salvò donna Livia!

E Federico piangendo coprì di baci il viso della sorella.

Indi si avanzò furioso verso Camilla.

--Attendete, ve ne scongiuro, gli disse Marco trattenendolo, ella non

vi sfuggirà!...

Ucciderla subito non sarebbe punirla abbastanza!... Io voglio in

faccia sua dirvi tutto il male, che fece.... Poichè è questo ch'ella

paventa...

Si arrestò vedendo entrare due cavalieri.

Erano il conte di San Giorgio e Dal Pozzo, che correvano sulle traccie

di Federico.

--Cielo! che avviene qui? chiese spaventato il cavaliere di Malta.

--Oh disse Marco esasperato, questa donna, ed additava Camilla seduta

in un ampio seggiolone in fondo alla stanza, ha avvelenato Gabriella,

perchè salvò la vita della duchessa!...

--Donna Livia? domandarono insieme il conte e Dal Pozzo.

--Sì! mormorò Federico.

--Donna Livia le deve la vita? disse il conte avvicinandosi a

Gabriella. Ed io, che tanto sospettai di lei.... Oh sventurata!

E come aveva fatto prima l'ufficiale, depose un bacio su quel freddo

cadavere.

Dal Pozzo era tanto spaventato che non poteva profferir parola.

Federico, più pallido della morte, stava immobile appoggiato alla

parete.

Marco continuava:

--Questa disgraziata, che io doveva sposare, fu rapita, or sono cinque

anni, dalla casa ove l'aveva messa suo padre, rapita per ordine di

costei, che la diede in mano ad uno sconosciuto, e le indebolì il

cervello con narcotici possenti.... Mi raccontò tutto ella stessa,

quando la vidi in Rimini poco tempo fa... Ed io, che conoscevo questa

donna come un'avvelenatrice, l'avevo consigliata a diffidarne, senza

tuttavia spaventarla troppo, poichè speravo che ella fosse soltanto

l'amante di Federico di Chiarofonte, che non potei avvertire perchè

ignoravo da lungo tempo ove fosse!... Quando ritornai a Rimini, il

giorno dopo la partenza di Gabriella, vi trovai un suo biglietto, nel

quale mi annunciava che si recava in Sicilia col fratello; ma ignoro

per qual motivo non accennasse a costei; ciò mi confermò nella mia

supposizione, e pensai con gioia che Chiarofonte non l'aveva sposata.

Io compresi, aggiunse volgendosi all'ufficiale, perchè vi recavate in

Sicilia. Sapevo chi fosse stato vostro padre da qualche giorno appena;

sicuro che Camilla non era qui, pensai poter indugiare per andare a

Venezia a prendere una lettera del cavaliere dell'Isola, posseduta

dalla signora Lorini, e che credevo potesse esservi necessaria....

Ohimè! che feci! perchè differii?... Tenete, Federico: è l'ultima

lettera di vostro padre.

L'ufficiale prese il foglio, ma non potè leggerlo; accennò al conte di

leggere lui, ciò ch'ei fece ad alta voce con viva emozione, evitando

però certe frasi concernenti la moglie dello zio.

Quando la lettura fu terminata, Federico escì finalmente dal suo

abbattimento.

Ohimè! disse, ed io potei unirmi a simile mostro! Oh mio Dio!...

Camilla era sempre rimasta col capo fra le mani.

--Indegna! Perfida! Lusinghiera! Infame! mormorava il povero ufficiale

fuori di sè.... Quale cumulo di menzogne, di delitti! Quale

ipocrisia!... Prima di morire, dimmi in qual modo conoscesti mia

madre....

--Ve lo dirò, rispose Camilla. Ella era sorella a mio padre. Fino dal

1365 era ritornata in Dalmazia e viveva con noi. Tre anni dopo ci

recammo tutti a Venezia, perchè ella volle vedervi ad ogni costo.

Infatti vi vide nascostamente più volte, ma non osò mai presentarsi a

voi, temendo i vostri rimproveri, il vostro disprezzo. Vide qualche

volta anche Gabriella.... Io vi conobbi allora, Federico; fin d'allora

vi amai. Vostra madre morì poco dopo lasciandomi, come vi dissi, i

suoi segreti.... Sposarvi divenne il mio sogno.... Ma voi eravate

allora a Corfù. Quando ritornaste ferito da Lepanto respirai; potei

avvicinarmi a voi; le mie cure, il vostro abbattimento fisico, le

vostre preoccupazioni, di cui qui compresi il motivo nell'udire il

nome di donna Livia, mi ajutarono....

--Tacete! Tacete! esclamò disgustato il giovane. Ditemi soltanto dov'è

questo mio fratello, di cui parla mio padre.

--Ve lo dirò, rispose Camilla, ma a condizione soltanto che voi mi

perdoniate; altrimenti non lo farò mai.

Si comprendeva ch'ella era risolutissima.

--Ditele di sì, sussurrò il conte all'ufficiale; tale promessa non

impegna.

--Bene, sì, mormorò Federico con voce soffocata, parla!

--Egli è quel giovane frate, il padre Leone, che venne a salutare il

conte nel porto di Rimini. Fino a sedici anni visse con sua madre in

Germania. Quando ella venne in Dalmazia, ei volle assolutamente

entrare in un convento di cappuccini. Egli ignora tutto, persino il

nome di Chiarofonte. La sua fede di nascita è nel mio scrignetto.

--Il padre Leone! disse il cavaliere di Malta respirando....

Ha la sua fede di nascita, pensò poi; ma questa donna è un archivio!

--Non posso ucciderti io stesso, disse Federico facendo uno sforzo;

altri ti puniranno.

E fece per allontanarsi.

--Oh! esclamò ella alzandosi con esaltazione e come se temesse di non

più vederlo, ma io vi ho amato!... e vi amo ancora!...

E fece per trattenerlo.

L'ufficiale la respinse con orrore, come se avesse temuto esser tocco

da un serpente.

Camilla provò un senso di dolore sì vivo che la esasperò, perchè in

mezzo ai suoi delitti, a tante orribili colpe ella lo aveva amato con

vera passione.

Or qual maggior tortura che destare ribrezzo in chi si ama?

E parve a Camilla una pena d'inferno!

Il conte accennò a Dal Pozzo di trascinar via Federico, che depose un

ultimo bacio sulla fronte della sorella ed escì disperato.

Dopo qualche tempo di silenzio, Marco si volse al conte.

--Suo marito vuole che sia punita, mormorò.

--Non dubitate, lo sarà; ma non abbiamo il diritto di negarle il tempo

a pentirsi, e vedere qualche religioso se ella lo desidera....

--Sì lo voglio, interruppe Camilla.

--Oh ella ne approfitterà per fuggire, mormorò Marco.

Il conte era perplesso, ripugnante, non sapeva a che risolversi.

Il veneziano lo considerava inquieto.

Intanto la porta si aprì.

--Il duca! esclamò il cavaliere.

La vendetta non poteva scegliere una figura d'uomo, che la

rappresentasse meglio di don Francesco.

Marco respirò in vederlo, chè il conte gli era sembrato troppo dolce.

--Dov'è la figlia del cavaliere dell'Isola, quella che salvò la vita

alla duchessa? domandò don Francesco.

--Eccola, rispose Marco additandogli il cadavere.

--Oh disse il duca tristamente, giunsi troppo tardi; eppure mi sono

affrettato. Fatalità!

--In qual modo foste avvertito? gli chiese il conte.

La pergamena distrutta Romanzo del secolo XVI · 第 59 / 64 题