I vezzi di donna Maria facevano il resto.

La bella principessa veniva ammirata dai parenti, lodata, corteggiata

da tutti.

Suo marito se ne compiaceva vivamente.

Gli elogi prodigati a donna Maria lo lusingavano; chiedevasi persino

se ei fosse degno di tanta bellezza, di tanta vivacità, di tanto brio,

di tanta grazia.

I giovani sposi non avevano lasciato Catania; vi si divertivano molto.

Il principe, benchè avesse parlato alla duchessa di esistenza oscura

ed ignorata, non vi era portato per nulla, e donna Maria odiava la

vita pastorale.

Suo marito trovava talvolta, è vero, ch'ella era un po' troppo prodiga

di bei sorrisi, di sguardi affascinanti; ma ella con uno di quei

sorrisi, con uno di quegli sguardi, che lo preoccupavano, calmava la

sua gelosia, distruggeva i suoi sospetti, talora lo faceva pentire, lo

incantava sempre.

Ed ei finiva per dirsi che quegli sguardi, che quei sorrisi facevano

solo che da molti s'invidiasse la sua felicità.

Ad un gran convito, dato dal principe tre settimane circa dopo le

nozze, furono invitati anche il duca e la duchessa. Don Francesco solo

vi intervenne.

Era egli in voce di essere stravagantissimo ed eccessivamente geloso;

così l'assenza della giovane duchessa non poteva meravigliare alcuno

in una riunione, di cui facevano parte brillanti cavalieri e militari

di distinzione.

Don Francesco peccava nell'eccesso opposto al principe. Questi si

compiaceva di soverchio nel vedere ammirata donna Maria, mentre egli

invece credeva aver solo il diritto di guardar la duchessa.

Ed intanto la duchessa era tormentata da mille pensieri.

Ella diceva a sè stessa che il conte non doveva tardar molto a

ritornare, se veramente gli era stato possibile ottenere dal gran

maestro il permesso... E la sua agitazione era grande naturalmente.

Quando trovavasi sola, e vi si trovava quasi sempre, immaginava le

ipotesi più possibili, gli scioglimenti più probabili che avrebbe quel

doloroso affare.

Il duca era egoista. Perdonandole la distruzione della pergamena aveva

pensato più per sè che per lei; ma al momento di un reclamo, quando

quell'atto abbruciato gli sarebbe indispensabile, che le direbbe?

E se si ostinava ancora? E se i reclami fossero fatti in modo, ch'ei

potesse respingerli?... E se veniva soprattutto a sapere della

missione affidata al conte....

Eppure, come sempre, non era pentita.

Nulla poteva abbattere il suo coraggio; pochi uomini possedevano la

sua fermezza; così era agitatissima ma risoluta.

Attendeva.

Il duca si assentava sovente. Ora le caccie, ora gli affari, le visite

alle numerose tenute, che egli e donna Livia possedevano, ne erano

causa.

La diffidenza estrema, che provava per tutti, l'attività,

l'irrequietudine del suo carattere lo portavano ad occuparsi ed a

sorvegliare attentamente quelli, che da lui dipendevano.

Alle volte, vedendo la vita brillante, che conduceva donna Maria,

sempre in società numerosa, chiedeva a sè stesso se ei non tenesse

troppo rinchiusa la duchessa, e se ciò potesse finire per annojarla.

Ma poi, secondo il solito, trovava che era per il meglio, che

d'altronde donna Livia non amava i piaceri; dicevasi che la di lui

conversazione doveva bastarle, e che a forza di veder lui solo

finirebbe per trovarvi piacere.

Lo sperava perchè da qualche tempo la duchessa gli pareva meno

taciturna.

Ciò era infatti, perchè ella, in previsione dei futuri avvenimenti che

aspettava, credeva necessario non alienarsi troppo don Francesco.

La pergamena distrutta Romanzo del secolo XVI · 第 46 / 64 题