Intanto a Catania succedevano altri avvenimenti.
Il duca dell'Isola, dopo aver tentato invano ottenere da donna Livia
la promessa di un eterno silenzio sul segreto rivelato dal padre, ed
essersi sdegnato seco lei perchè gli rispondeva consentire a tacere
soltanto nella speranza che ei si persuadesse da sè a riparare quella
grave ingiustizia, aveva immaginato poi che tale risposta fosse una
scusa, una palliativa dietro la quale la duchessa voleva mettere al
coperto il suo orgoglio, onde non mostrare di cedere, obbedire al
marito.
E ciò aveva detto con qualche ironia a donna Livia, che credette
meglio lasciarglielo pensare.
Tal contegno di lei lo aveva convinto di aver dato nel segno; sicchè,
fino al ritorno del conte di San Giorgio da Malta, pensava poter
vivere tranquillo.
Ed una specie di pace era rientrata nella nobile famiglia. I soliti
rapporti fra i suoi membri erano stati ripresi dopo poco tempo.
Donna Rosalia aveva giurato al duca il silenzio senza la menoma
difficoltà, sapendo di poterlo fare senza scrupolo.
Ella viveva sempre nelle stesse angosce; nulla sapeva delle intenzioni
del principe, nè della promessa fatta dal duca a donna Maria, o
piuttosto del patto conchiuso fra loro.
La giovinetta continuava a piangere in segreto, compatita soltanto, in
segreto pure, dalla duchessa.
Il principe degli Alberi veniva di rado assai al palazzo, perchè il
duca, all'opposto del padre, non amava le visite.
Era sempre in presenza di tutti che il giovane parlava a donna Maria,
e per soggezione di don Francesco, si strano ed altiero, non osava
farlo a lungo, nè in modo che accennasse al loro amore.
Talora però donna Rosalia sorprendeva tra lui e la sorella di quei
lunghi sguardi, che sono come il dizionario degli innamorati, e che
talvolta dicono più di un poema.
E quegli sguardi la gettavano nella costernazione. Eppure tentava
illudersi ancora, ed almeno voleva attendere a perdere ogni speranza
l'ultimo istante; come il condannato a morte, che talora non vuol
persuadersi di dover perire se non al momento della esecuzione.
E sì che il contegno di donna Maria poteva bastar solo a farle
indovinare il vero.
La leggiadra bionda sembrava non darsi pensiero d'alcuno; si
tratteneva a lungo sola; era sempre sorridente; parlava poco col duca,
pochissimo con donna Livia, e trattava la sorella colla più completa
indifferenza. Mostravasi insomma contenta e calma, come chi sa di
trovare in un avvenire vicino sicure gioje, e se ne compiace in
anticipazione.
Povera donna Rosalia! il suo cuore, lacerato da mille ferite,
indovinava prossimo l'ultimo colpo, lo attendeva, ma senza
prepararvisi.
Don Francesco aveva sempre comandato in casa anche prima, perchè suo
padre mostrava per lui una deferenza che rasentava la soggezione; ma
ora era assoluto padrone; nessuno, nè anche nelle più piccole cose,
poteva contrastargli; era sempre accigliato, sempre burbero, ma sempre
però invaghito di donna Livia.
Come mai avesse ella potuto cattivarlo tanto era un mistero.
Forse perchè portato per natura a sprezzare i caratteri deboli ed a
desiderare soltanto il difficile?
E l'indole ferma di donna Livia, la freddezza istessa contribuivano
mai a mantener viva la sua passione per lei?
I cuori orgogliosi hanno degli strani capricci; alle volte sprezzano
ciò che facilmente potrebbero avere.
In ogni modo è probabile che, ove al duca fosse toccata una sposa
troppo dolce e sommessa, se ne sarebbe presto annoiato.
Ma a che frugare in certi lati reconditi del cuore? Pur troppo si
verrebbe a concluderne soltanto che talora la tenerezza soverchia
riesce a danno e nulla altro.
Quante povere donne non lo provarono!
Riguardo alla duchessa non sarebbe agevole definire ciò ch'ella
sentisse per suo marito.
Comprendeva certo ch'egli l'amava con passione; ma quell'amore era di
tal natura, ch'ella non poteva spiegarselo.
Mai il duca le aveva fatto un sacrifizio, e la di lui naturale durezza
distruggeva l'effetto, che forse la sua costante affezione avrebbe
potuto poco a poco ottenere.
Egli aveva voluto donna Livia, benchè sapesse che ella non lo amava;
dunque gli bastava esserle marito.
La duchessa evitava quasi di guardare troppo addentro in quel cuore
per tema di atterrirsi.
Ma il sentimento del dovere, un figlio, più di due anni di convivenza
la legavano al duca; ed ella, sin dal giorno, in cui era stata forzata
a sposarlo, col cuore pieno di un'altra immagine, si era proposta di
fare il possibile onde avere per lui qualche affezione, e la sua
freddezza abituale col duca non assumeva mai il carattere della noja;
era troppo saggia per questo, giacchè don Francesco non avrebbe
tollerato troppo.
Non imitava insomma quelle donne, che, anche mostrando accettare di
buon grado un marito, si propongono di odiarlo perchè hanno già amato.
Volentieri ella avrebbe temperato la durezza del duca, come
sinceramente aveva desiderato evitargli una colpa, ed anche per lui
stesso tentato ripararla suo malgrado.
Donna Livia non era certo una donna comune; vi erano nel suo cuore dei
tesori di sentimento, e nel suo spirito una rara facilità di
comprendere, d'indovinare.
Poi era una di quelle persone capaci di sacrificar tutto all'onore
perchè hanno bisogno di potersi stimare.
La giovane duchessa era forse un po' troppo seria, un po' troppo
inclinata alla tristezza; molti al vederla la giudicavano fredda,
fors'anche insensibile; nessuno immaginava quanto invece sentisse
vivamente, come s'affliggesse per mille motivi diversi.
Certo ella meritava l'amore del duca, per quanto grande fosse;
soltanto una donna come lei poteva cattivar don Francesco, il quale,
prima di conoscerla, aveva sempre avuto per le donne la più grande
indifferenza, tanto che non aveva potuto decidersi più presto a
scegliersi una sposa.
Egli era di un carattere difficilissimo; violento, superbo, dispotico
sopratutto; voleva che la duchessa non escisse mai, che non ricevesse
alcuno. Ma che importava ciò a donna Livia? In questo si uniformava
volontieri ai voleri del duca; ma la diffidenza, da cui comprendeva
essere dettati, la offendeva, come la offendeva la sorveglianza
continua, di cui si sapeva oggetto.
Al suo castello però ella credeva essere più libera; pensava che il
duca si accontentasse, per osservarla, delle lunghe visite, che le
faceva sempre quando meno l'aspettava, e ad ore diverse.
Per questo non aveva temuto dare al cavaliere di Malta un abboccamento
appena giunta al castello, la sera, in cui gli aveva affidato quella
missione, che si conosce.
Dopo la morte del vecchio duca però donna Livia poteva difficilmente
recarsi al suo castello. Don Francesco, che prima ve la lasciava
volentieri, perchè il palazzo era frequentato da diversi cavalieri
amici e parenti, ora che quelle visite, grazie al suo contegno freddo
ed altiero, erano divenute rarissime, pretendeva non si dovessero
lasciar sole le sorelle in palazzo.
Donna Livia aveva passato dunque tutto il resto del verno a Catania,
ove ella non era conosciuta che dagli sventurati pei numerosi suoi
benefici, per le sue elemosine intelligenti e segrete.
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Una sera, in sul finir dell'aprile, la duchessa si trovava in giardino
colle cognate, quando don Francesco apparve sul principio di un lungo
viale.
Donna Rosalia stava su di un rustico sedile, pallida e silenziosa,
come al solito.
Donna Maria in piedi sfogliava sorridendo un fiore; la duchessa
passeggiava sola un po' più lungi.
Il duca le raggiunse in pochi istanti; passando dinanzi a donna Maria
si arrestò.
--Vi devo dare una nuova, le disse in modo da essere inteso dalle
altre; siete fidanzata, fra otto giorni sposerete il principe degli
Alberi, che quest'oggi stesso mi ha chiesto la vostra mano.
Ella provò un senso di vivissima gioja; poichè davvero era
annoiatissima della vita monotona e triste, che conduceva in quel
palazzo.
E donna Rosalia?
Fu su di lei che la duchessa portò tosto gli sguardi alle parole del
duca; la vide tremare, vacillare, farsi più pallida del marmo.
Don Francesco si era già allontanato da donna Maria, ed avvicinatosi
alla duchessa, le prese il braccio, dicendole:
--Rientriamo, è tardi.
Infatti cominciava ad imbrunire.
Donna Livia lo seguì macchinalmente; macchinalmente rispose a qualche
parola, ch'ei le indirizzava: ma fatti pochi passi, si rivolse.
Ella non vide più donna Rosalia: guardò attorno, e la scorse dirigersi
verso piccolo lago, che chiudeva da un lato il vasto giardino.
Una subita e terribile idea colpì donna Livia, che lasciò tosto il
braccio del duca.
--Che cosa fate? le disse trattenendola.
--Attendete, rispose agitata.
--Ma che c'è?
--Donna Rosalia vostra sorella si sentiva assai male: non la vedo;
voglio andarne in traccia.
E senz'altro si allontanò rapidamente.
Donna Maria era già rientrata.
Il duca si fermò a guardar dietro a donna Livia, che, colla leggerezza
di una figura fantastica, andava scomparendo.
Ah! capisco, disse tra sè: ella teme qualche follia, qualche eccesso
di disperazione. Veramente si dà un gran pensiero per donna Rosalia...
Quella fanciulla è pazza; se il principe non se ne cura, a che?...
Basta, non voglio pensarvi.
E guardò ancora... Nessuno ritorna; che fanno?...
Si mise a passeggiare lentamente, riflettendo... Da qualche tempo,
pensava, la duchessa mi sembra talvolta agitata, benchè non lo dia a
divedere... Se non avessi udito ciò che il cavaliere le disse quella
sera, crederei quasi che la sua assenza le duole... Quando accenno al
suo ritorno, quando profferisco il nome di lui, mi pare che donna
Livia si turbi...
Oh! ma che avviene? Qualche scena sicuro... Mi piacerebbe udire ciò
che mia moglie starà dicendo a donna Rosalia per consolarla... Oh
saprà farlo dolcemente... È d'animo così gentile, benchè un po'
altiera meco talvolta... Ma è così che mi piacque.
Ed aggrottando le sopraciglia, come faceva sempre quando gli sembrava
persuadersi troppo in donna Livia... Ah, pensò, quando rifletto che
per sua colpa un giorno forse quei parenti verranno a reclamare,
provocare degli scandali, farmi arrossire... perchè poi chi sa che
gente sono... Maledizione al cavaliere dell'Isola!... E mio padre co'
suoi scrupoli... Quanto sarebbe stato più saggio tacere!
Quel segreto naturalmente preoccupava ancor molto il duca. Sperava che
il suo piano riescisse, ma non era sicuro...
A questo pensiero, che lo tediava, se ne aggiungeva un altro, che pure
gli dava pena. Si chiedeva sempre se donna Livia tacerebbe
assolutamente, e se il ricordo di quel segreto, o l'assenza del conte
fosse causa della sua preoccupazione.
Eppure donna Livia non era cangiata; ma per quanto grande fosse
l'imperio che aveva sopra sè stessa, non le riusciva nascondere
intieramente le ansietà, cui era in preda, ad un marito che notava
tutto, persino i menomi movimenti.
Ella si domandava sempre che avverrebbe al ritorno del conte di San
Giorgio; benchè fosse preparata a tutto, benchè nulla potesse
atterrirla, non era certo tranquilla.
Chiedevasi anche talora se il conte non incontrerebbe perigli
nell'obbedirla.... E se morisse in quei luoghi lontani?... Tali timori
in quell'epoca non erano irragionevoli.
Allora donna Livia provava una vera pena, pensava che forse sarebbe
stato meglio agire altrimenti; ma altrimenti.... come fare?... chè il
duca su quell'argomento era invulnerabile....
Pareva ne avesse fatto una questione di puntiglio.... E quando si
reclamerebbe, come persuaderlo?...
Però ella faceva ogni sforzo per contenersi: ed un altro, meno
sospettoso di don Francesco, non avrebbe scorto nella duchessa alcun
turbamento.
Tuttavia alle volte attribuiva anch'egli la preoccupazione, la
tristezza di donna Livia al carattere poco espansivo di lei, a cause
segrete, che egli conosceva benissimo, ed alla sua salute, che non era
delle migliori.
Per questo, quando rifletteva sul segreto, che tanto lo aveva agitato,
finiva per sperare in un buon esito e per felicitarsi della fermezza
avuta.
Quanto al conte, don Francesco vi pensava con sdegno. Quegli non
soltanto possedeva il suo segreto, ma aveva osato innalzare i pensieri
sino a donna Livia, e per quanto questo amore fosse platonico, e la
duchessa vi si mostrasse indifferente, pure tale idea bastava sola
perchè il duca odiasse il cavaliere di Malta.
Se i suoi voti avessero potuto realizzarsi, il conte non sarebbe più
ritornato; alle volte don Francesco diceva tra sè che i Musulmani
avrebbero dovuto tornare ad assediar Malta, e tener occupati per lungo
tempo tutti i suoi cavalieri.
Passeggiò un poco ancora pel viale attendendo donna Livia; poi,
vedendo ch'ella non veniva, si diresse verso il palazzo mormorando:
Che diavolo è accaduto?... Convien dire che donna Rosalia stia male
davvero, od abbia bisogno di lunghe consolazioni! Basta; ora ho fretta
di maritar donna Maria; chè io non voglio lunghi preamboli.... Il
principe ne è pazzamente invaghito.... Si soddisfi pure.... chè
infatti ella è bella assai.... Per altro.... senza quel secreto, donna
Maria con tutti i suoi vezzi l'avrei cardata fra quattro mura.... Vi
sarebbe morta di rabbia, oppure per distrarsi vi avrebbe immaginato
mille intrighi.... Eh la conosco! perversa, finta, vendicativa al
massimo segno.... Quando sarà maritata, me ne aspetto delle belle....
Il principe è un imbecille.... basta, vi pensi lui....
Ed entrò in palazzo.
Nella gran sala terrena, che dava sul giardino, e le cui larghe
invetriate erano ancora aperte, il duca vide, appena postovi il piede,
la nutrice di suo figlio, che entrava da un'altra parte col bambino.
La buona donna a quell'incontro arrossì per la confusione. Ed infatti
il duca co' suoi lunghi baffi, la sua aria imperiosa, il suo sguardo
altiero non era un cavaliere da mettere a bell'agio.
La nutrice stava per ritirarsi senza parlare; ma, vedendo ch'egli si
era accorto di lei, si trattenne.
--La signora duchessa, disse, mi aveva ordinato di condurle un momento
il bambino prima di porlo a dormire.
Ed additava il fanciullo, che teneva fra le braccia avvolto in ricche
vesti infantili. Era vezzoso assai; rassomigliava a donna Livia; solo
aveva come il duca gli occhi nerissimi.
Don Francesco lo guardò un poco; degnò sorridere e lo accarezzò,
vedendo ch'ei mostrava di riconoscerlo.
--Coricatelo, disse quindi alla donna; la duchessa per ora non verrà
qui.
La nutrice obbedì tosto; certo non desiderava prolungarsi l'onore di
quella conversazione.
Il duca entrò in un'altra sala, dicendosi: anche questo fanciullo avrà
un giorno forse da pensare a coloro....