XIII.

Il conte di San-Giorgio aveva ottenuto il suo scopo, ed i desiderii di

donna Livia si realizzavano.

La colpa del padre di don Francesco stava per venir riparata: i figli

del cavaliere dell'Isola riacquisterebbero i loro diritti, quei figli,

che il conte aveva tante volte disperato rinvenire.

Ed erano degni del nome, che gli attendeva.

Uno era un ufficiale valoroso, considerato; l'altra una donna triste e

sofferente, ma che nulla di male aveva fatto.

Nulla eravi in essi, che potesse dare a don Francesco pretesto di

arrossirne. Egli, perdonando alla sua sposa la distruzione della

pergamena, doveva essersi preparato a subir le conseguenze di una tale

distruzione, benchè poi con tanta pertinacia si fosse ostinato ad

ottenere il silenzio di tutti, benchè tanto contrario ad una

riparazione.

Ecco quanto dicevasi il cavaliere di Malta: ecco ciò che andava

ripetendosi.... Eppure non era tranquillo!

Tristi contraddizioni del cuore!...

Egli, che il giorno prima ancora avrebbe data una fortuna per sapere

quanto sapeva, si domandava ora involontariamente se il progetto di

donna Livia non fosse stato troppo ardito. Per lei sola se lo

domandava, per lei soltanto temeva!...

Era forse frutto della solita tendenza, che si ha di trovar cagione di

rammarico in una meta appena raggiunta? dietro cui si corse per molto

tempo?

Pure il conte era ansioso di veder restituire ai suoi cugini

sconosciuti sin là quanto loro si doveva; ma avrebbe voluto fare egli

stesso tale restituzione.

Nè Gabriella nè Federico avevano accolto con trasporto la rivelazione,

che li riguardava; in entrambi eravi più sorpresa che gioja.

E l'ufficiale, dopo i primi istanti di meraviglia, fors'anche di

soddisfazione, aveva mostrato accettare, consentito a reclamare più

per obbedire al padre, che per altro.

Quel giovane sembrava assai suscettibile; tale suscettibilità,

lodevole certamente, potrebbe però cagionar gravi mali se don

Francesco non si persuadeva tosto.

In tal caso che avverrebbe?

Federico aveva promesso fingere di reclamare soltanto per aver saputo

la morte del fratello di suo padre.... Ma forse qualche sarcasmo del

duca, qualche parola offensiva di lui potrebbero spingere l'ufficiale

ad un estremo.... senza volerlo, potrebbe dire di non essersi

presentato da sè.

Ed allora?... Donna Livia?...

Il cavaliere di Malta si preparava ad una tale evenienza, ed era

risoluto di addossarsi allora tutta la responsabilità del progetto

generoso, ma forse imprudente della duchessa; scongiurar lei a

lasciarlo fare.

Ella gli aveva detto che un duello tra lui ed il duca l'avrebbe

addolorata, ma qual altro rimedio in sì triste caso? Il conte non ne

scorgeva alcuno. Basta, pensava, per quanto possa penare in

disubbidirla vi sarei forzato. Se rimango vincitore, ebbene? Farò il

possibile per non ucciderle il marito; se il vantaggio rimane al duca,

ciò che può avvenire benissimo perchè ei si batte perfettamente, la

mia morte avrà evitato dei mali a donna Livia.

Ma ella forse non lo permetterà.... Cielo! il suo coraggio potrebbe

perderla.

Ah! ora vedo tutti i pericoli del suo progetto!... E se avessi

persuaso questo nostro cugino ad una rinuncia? sarebbe stato facile

condurvelo, come anche sua sorella.... Ed invece lo esortai a

reclamare.... Ma era mio dovere.... Operando altrimenti sarebbe stato

mancare a mio zio moribondo, che mi volle presente alle sue

confidenze, alle sue disperate preghiere!... E donna Livia non mi

approverebbe!...

Eppure i miei timori riguardano lei sola! Ah! senza lei non sarei

stato, no, sì sofferente col duca....

Poi in coscienza io non posso prestarmi ad una spogliazione indegna;

ne proverei eterno rimorso!.. Basta, il dado è gettato!... Ed io, che

approvai le idee di donna Livia, che feci quanto ella mi chiese, non

devo arrestarmi!...

Penserò al modo migliore.... Chi sa?... Questo mio cugino non pare

disposto a fermarsi in Sicilia; tanto meglio... Tutto si potrà forse

fare senza scandali, ed il riconoscimento non lascerà odj dietro a sè,

od almeno tali odj non avranno conseguenze.

Sarebbe possibile terminar tutto in pochi giorni.... La terra di

S..... è pronta, e don Francesco non può rifiutarsi ad una

restituzione....

Ma.... Tutto questo pensava, passando dal timore alla speranza e

ritornando poi al timore, sì ritornandovi. Egli, il cui freddo

coraggio era stato tante volte ammirato dai suoi valorosi confratelli!

Comprese però che il meglio per lui, la cosa più utile per donna

Livia, onde sottrarla alla collera del duca, era agire con

precauzione: fare che don Francesco non sospettasse il vero.

Già aveva cominciato chiedendo a Federico ed a sua moglie il silenzio

sulla parte da lui avuta.... Eppure non era poco sacrificio per lui

mostrar temere ogni contrasto col duca. Donna Livia non sapeva forse

abbastanza quanto il povero conte avesse sofferto per obbedirla,

quanto preferitala al suo amor proprio....

Ma finalmente egli prese il suo partito.

Gli sembrava aver trovato il mezzo di condurre il duca ad una

restituzione senza garrir seco, senza ch'ei potesse offendere

Federico.

Aveva scorta la via, era risoluto a seguirla, ad additarla al figlio

del cavaliere dell'Isola.

In essa molto sperava.... Ah che avrebbe dato per indovinare la

fine!... per volgere ad un tratto molte pagine del libro della vita!

essere cioè a Catania, e veder tutto terminato!

Ma la vita è un libro, che si è forzati a leggere poco per giorno,

quel poco soltanto, che la Provvidenza destina, e di cui non si può

indovinare il termine.

Il conte di San Giorgio lo sapeva; egli, tormentato da sì lungo tempo

da preoccupazioni, che mai avrebbe sospettate in passato!

Comprendeva che donna Livia aveva avuto ragione nel dirgli che non

bisogna mai tentare d'indovinar l'avvenire!

Sì, ei doveva soltanto prepararsi alle circostanze difficili, nelle

quali potrebbe trovarsi; serbarsi calmo, non temere.

Il modo singolare, con cui Camilla possedeva le carte del cavaliere

dell'Isola, quel lungo tacerne col marito, la di lei narrazione gli

avevano fatto, per dirla, una certa impressione; ma poi finì per non

darsene più pensiero, che troppo era preoccupato d'altro.

D'altronde gli erano accadute tante cose strane che era in posizione

di non maravigliarsi più di nulla.

Lo smarrimento della valigia, grazie a cui il padre Leone aveva veduto

il ritratto della contessa di San Giorgio, parlatogli di Gabriella: la

storia istessa del cavaliere dell'Isola, tutto ciò non aveva anch'esso

dell'inverosimile?

Soltanto le persone, che camminano sempre nelle vie strette ed eguali

della vita monotona, possono stupirsi, non prestar fede a quanto esce

dal consueto.

L'indomani, alla sera, il cavaliere di Malta ritornò in rasa di

Federico. Vi fu accolto perfettamente.

L'ufficiale lo ringraziò di nuovo della premura, ch'ei si era preso

per iscoprire dei parenti ignoti, portar loro il perdono di una

famiglia riconciliata.

Il conte rispose con affettuose parole; credette inutile parlar ancora

del duca.

Camilla non prendeva al colloquio che una parte secondaria e passiva.

--Avete ottenuto il vostro permesso? chiese il conte all'ufficiale.

--Sì, rispose egli, più presto di quanto credevo. Ho parlato col

governatore.

--Ora vi dirò il modo, con cui dovremo agire.

--Vi ascolto, cavaliere.

Era la sera, come fu detto. Una dolce luce, projettata dalla lumiera

d'argento, si spandeva nella sala. Le tappezzerie formavano come

un'alcova intorno alle seggiole di Federico e del conte, e

comprendevano nella specie di circolo da esse tracciato anche Camilla,

che stava un po' più lungi. L'ambiente, l'ora, il luogo invitavano

davvero a parlare di cose delicate e segrete.

Quella donna sì ammirabilmente bella, quel cavaliere di Malta dai

tratti regolari, fortemente improntati e severi, quel bell'ufficiale,

che accarezzavasi preoccupato i baffi fini e nerissimi, formavano un

quadro, che avrebbe impressionato qualunque immaginazione.

Quanti si sarebbero soffermati ad osservarlo, trattenendo il respiro,

per tema di vederlo svanire al menomo soffio!

Quanti forse si sarebbero augurati in uno di quei personaggi, che a

primo aspetto sembravano tanto favoriti dalla natura, dalla fortuna!

Quanti avrebbero desiderato un loro sorriso!

E se avessero conosciuto il vero, gli è con orrore che si sarebbero

allontanati da quella donna sì bella, riguardato con compassione il

suo sposo, e fors'anche il conte di San Giorgio, per tanti motivi

pensieroso, tormentato da un amore vivissimo, destinato pur nondimeno

ad essere eterna chimera!

È così che molte volte, ingannati dall'esteriore, si ammira chi si

dovrebbe disprezzare, si invidia chi è di noi più infelice.

--Ecco quanto ho pensato, disse il conte a Federico. Vostro padre era

figlio della seconda moglie del nostro avo; lo avrete compreso dalle

carte che possedete. Il duca, morto nel gennajo scorso, e la contessa

di San Giorgio erano nati dal primo matrimonio.

--Ebbene?

--La madre del cavaliere dell'Isola ha ancora un fratello, superiore

in un convento di cappuccini, tenuto in gran conto dal papa, e che

gode molta opinione presso la nobiltà siciliana. È della famiglia

principesca della Concordia, e l'unico parente materno, che vi rimane.

Quando vostro padre fu scacciato, egli era a Roma, a quanto ne udii;

al ritorno in Sicilia avrà creduto, come tutta la famiglia, che suo

nipote avesse perduto la vita in una guerra lontana. Sino alla morte

del duca nostro zio, io pure credetti sempre lo stesso. Avrete forse

compreso anche questo dalla memoria scritta da vostro padre.

Federico annuì, ma non interruppe il cavaliere di Malta; Camilla fece

altrettanto.

--Ora dunque, proseguiva il conte, io penso essere a quel vostro

parente che prima dovremo indirizzarci, mostrargli le prove, che

attestano in modo indiscutibile la vostra identità, incaricarlo di

reclamare al duca, e fare presso lui i primi passi. Accetterà con

gioja; io non lo conosco personalmente, perchè dopo la creduta morte

di vostro padre mantenne colla famiglia soltanto relazioni lontane, ma

so che amava molto suo nipote, e che assai si dolse del perderlo.

Credo che, operando così, giungerete presto e senza difficoltà alcuna

a farvi rendere il vostro nome e le vostre sostanze.

--Infatti, disse Federico riflettendo.

Indi:

--E mio padre non avrà mai scritto a questo zio?

--Vostro padre sapeva che, sin quando esisteva l'atto, col quale lo si

diseredava, e dove egli stesso aveva firmata la sua rinunzia, sarebbe

stato inutile ogni tentativo.

--È vero.

--D'altronde non avrà ardito confessare allo zio l'errore....

giovanile.... pel quale era stato scacciato. Se gli avesse detto che

per tale errore il duca lo aveva punito, suo zio, anche perdonandogli

per tenerezza, lo avrebbe esortato a subire in pace la punizione

inflittagli dal duca. Poi vostro padre era di natura mite; si sarà

spaventato all'idea di suscitar delle lotte, di ridestare la terribile

collera del suo genitore, che lo aveva maledetto.

Federico sospirò.

--Ma di quella maledizione, proseguì il conte, il duca si era pentito

poi; intieramente la revocò; e se i suoi desideri fossero stati

esauditi, i suoi ordini seguiti, il cavaliere dell'Isola già da

vent'anni avrebbe riacquistato i diritti perduti, e la posizione

ov'era nato; perchè, quantunque il duca fosse stato spinto

dall'orgoglio ferito, dalla collera a punirlo, lo aveva in passato

amato moltissimo, in modo affatto esclusivo.... Ah vostro padre fu

molto infelice!... Espiò crudelmente un istante d'oblio....

Il conte era lì per aggiungere:--E nemmeno l'amore gli rimase!--ma

credette meglio non dirne nulla.

--Farò quanto mi consigliate, disse dopo un momento Federico; è molto

vecchio questo mio zio?

--Credo di si; fu anche padrino a vostro padre, che si chiamò Anselmo

come lui.

--Ma a questo zio dovrò dire, mi sembra, che voi, conte, mi riferiste

che si era perdonato a mio padre? domandò l'ufficiale con esitazione.

--Sì certamente è necessario, che altrimenti non saprebbe come agire.

Io stesso vi accompagnerò da lui; gli narrerò ogni cosa: la

disperazione del duca nostro zio negli ultimi istanti di sua vita; la

distruzione della pergamena; come io vi scoprii.... non vi ho nessuna

difficoltà. Sono certo ch'ei mi prometterà il silenzio con don

Francesco.

--Mi duole veder questo signore così contrario ad una riparazione.

E l'ufficiale aggrottò alquanto le sopraciglia.

Il conte, benchè si sentisse tratto a temere più di lui, lo rassicurò

invece. Donna Livia lo avrebbe certamente approvato. Ella, se anche i

figli dei cavaliere dell'Isola avessero rinunciato, non avrebbe

permesso che il duca conservasse a lungo ciò che loro spettava. Don

Francesco non aveva il diritto di opporsi ai voleri dell'avo, agli

ordini del padre moribondo; persistendo nella sua ingiustizia,

finirebbe per pentirsi anch'egli, per quanto l'istante del pentimento

sembrasse assai lontano.

Penetrato da queste idee, il conte disse a Federico che i suoi reclami

erano troppo giusti, perchè il duca non gli accettasse tosto. Ed

aggiunse:

--Egli è ricchissimo egualmente; sua moglie pure; senza il menomo

danno può rendervi quanto spettava a vostro padre. Don Francesco non

disse mai, ve lo giuro, che, ove vi presentaste, si rifiuterebbe a

fare il suo dovere.... Credeva inutile cercarvi per certe sue idee, ma

non per interesse.

Il cavaliere scusava il duca, quantunque fosse ben lungi dall'amarlo;

ma donna Livia sarebbe stata contenta di queste sue parole; non aveva

ella detto voler credere don Francesco traviato soltanto da

pregiudizii, spinto all'ingiustizia senza comprenderla? Nessuna donna

certo poteva essere amata con maggior abnegazione ch'ella lo fosse dal

conte.... Quell'amore si compendiava in una sola parola: sacrificio!

Era tale che egli rimaneva freddo dinanzi alle più seducenti bellezze,

e non sentiva per loro più di quanto sentisse per Camilla: una

passiva, glaciale ammirazione. Senza la duchessa non ne avrebbe mai

amata alcuna.... Tutte, tranne lei, tutte gli erano sempre state

indifferenti.

Le ultime parole del cavaliere parvero persuadere affatto l'ufficiale.

--Vi credo, conte, rispose, ma voi non verrete a Catania?

--No: dopo avervi accompagnati da vostro zio, dopo aver combinato seco

ogni cosa, vi lascerò. Attenderò segretamente in una mia casa isolata,

vicina alla città, l'esito dei vostri reclami; indi partirò per

Malta.... Io fui sempre lontano dalla Sicilia; è miracolo mi vi sia

trovato all'epoca della morte del duca.

Federico rifletteva.

Il conte desiderava un poco sapere di qual famiglia fosse Camilla; era

ricca, ma null'altro gli era stato detto di lei; per questo, dopo

qualche momento, le chiese se fosse anche nata in Dalmazia.

--Sì, rispose ella.

--Vi avete ancora dei parenti?

--Nessuno.

Il conte era poco soddisfatto, e non sapendo come fare altre domande:

--Vi piaceva stare a Venezia, signora? le disse.

--Moltissimo.

--Ha lasciato quella città per motivi di salute, interruppe Federico.

In quel momento la porta si aprì.

Era un servo:

--Un capitano, disse all'ufficiale, desidera parlare a vossignoria;

attende nella stanza attigua.

--Sarà qualche amico, che verrà a salutarmi, disse Federico alzandosi.

Avrà udito che chiesi un permesso; perdonate, conte, è l'affare di un

istante.

--Andate pure, vi attenderò.

L'ufficiale escì.

Allora Camilla si volse al cavaliere di Malta, e con qualche

esitazione:

--In verità, disse, mi sembra un sogno che Federico stia per

acquistare il nome di suo padre; mai lo avrei creduto; per questo non

parlai prima. Ero sempre perplessa però; quelle carte erano una grande

responsalità.

--La vostra situazione infatti, signora, fu penosa, lo comprendo.

--E lo è ancora.

--Perchè?

--Io non sono nobile, benchè la mia famiglia fosse molto ricca....

Temo che i parenti di Federico non assomiglino tutti a voi, signor

conte.

E si arrestò.

Egli era per risponderle che non s'ingannava, ma tacque.

--Temo, prosegui ella, si possa nutrire per me dell'allontanamento.

--Oh non affliggetevi per questo, signora; nessuno sarà sì

ingiusto.... D'altronde, aggiunse con indifferenza, vostro marito pare

non voglia stabilirsi in Sicilia, sicchè i vostri rapporti colla

famiglia del duca avranno breve durata.

--È vero.

--Agendo come stabiliamo, tutto terminerà presto.

--E dove ci imbarcheremo?

--A Rimini, mi pare, dopo aver preso con noi vostra cognata.

--Mio marito desidera che io la istruisca di tutto, la disponga a

partire.... Ella è assai timida, come avrete veduto, signor conte,

e....

--Dunque vi conosce? interruppe egli.

--Sì.

--Non capisco perchè non mi fece parola di voi, signora.

--Sarà stato per imbarazzo, per confusione.

--Certamente.

--Ciò è naturale in lei; suo marito, a quanto ella mi narrò, la teneva

sempre rinchiusa: vivevano in una loro terra affatto isolata.

--Bisognerebbe però persuaderla proprio a partire con noi.... Desidero

che venga riconosciuta nello stesso tempo di vostro marito. Poi

probabilmente lo zio, di cui parlai, si dorrebbe di non vederla.

--Oh verrà!

Camilla era decisa a convincer Gabriella; le sembrava meno pericoloso

tenerla sotto la sua sorveglianza per qualche tempo, anzichè lasciarla

libera, ora che Federico avrebbe per necessità in avvenire rapporti

con lei.

La dalmatina contava per riescire in una di quelle sequele continue di

equivoci, di mezze parole, male interpretate, fraintese, che alle

volte mantengono a lungo in errore; in una di quelle situazioni

insomma che, abilmente preparate, abilmente mantenute, rendono

impossibile a due persone, anche vicine, di spiegarsi intieramente.

Camilla aveva già principiato a porre, e porrebbe poi affatto,

Gabriella e Federico in tale posizione. Ma prima occorreva veder sola

la cognata.

Di qui i grandi riguardi, che diceva indispensabili verso una donna

così timida e sofferente; la necessità ch'ella dovesse prepararla poco

a poco alla partenza.

Intanto Federico rientrò. Come aveva detto, erasi trattato

semplicemente di ricevere i saluti d'un suo compagno d'arme, uno

spagnuolo, col quale aveva contratto qualche amicizia.

Era sempre con un vivo sentimento d'interesse e di simpatia che il

conte arrestava i suoi sguardi sull'ufficiale. Provava un vero senso

di pena nel pensare che quel bel cavaliere, adorno di tanti pregi,

sarebbe stato eternamente straniero alla famiglia, se i desiderii di

don Francesco si fossero realizzati.

Dopo essersi trattenuto ancora qualche tempo, il cavaliere di Malta si

congedò.

--Addio dunque, cugino, disse a Federico, ormai vi considero come un

parente.

--Io, conte, rispose, attenderò ancora a chiamarvi cugino, quantunque

come tale mi siate già caro.

Quelle esitazioni, quella delicatezza accrescevano nel conte il

desiderio di veder presto l'ufficiale autorizzato a portare il nome,

che gli spettava, ed escire da una situazione precaria.

--Ora permettetemi che io vi accompagni al vostro alloggio, conte,

disse ancora Federico.

--Accetto con piacere, rispose il cavaliere di Malta inchinandosi a

Camilla.

Ed escì col cugino.

Dopo aver camminato qualche tempo in quella vecchia parte di Milano

scambiando poche parole sul misterioso affare di famiglia, che

egualmente li preoccupava, Federico domandò al conte se fosse entrato

nella chiesa di Sant'Ambrogio, innanzi a cui passavano.

--Sì, rispose egli. Quest'oggi ho girato molto la città, e no ho

vedute le cose più degne di attenzione. Ho ammirato il duomo, che,

quantunque non terminato, mi destò meraviglia; molte altre chiese; le

vie principali; i palazzi, e sopratutto presi piacere ad osservare le

fabbriche d'armi, per le quali va tanto celebre Milano. Acquistai anzi

due magnifiche spade, che forse serviranno pei Turchi, nel caso

volessero prendersela ancora coi cavalieri di Malta.

Federico sorrise.

Io pure li conobbi i Musulmani a Lepanto, disse; e me ne lasciarono

ricordo.

Erano intanto giunti dinanzi alla locanda, ove alloggiava il conte.

La pergamena distrutta Romanzo del secolo XVI · 第 36 / 64 题