Fu con questa convinzione, tra l'ansietà, la speranza, il timore, che
il cavaliere di Malta si fece annunziare a Federico di Chiarofonte, il
brillante ufficiale spagnuolo, marito di Camilla, come un gentiluomo
forastiero, che doveva parlargli.
Egli fu ricevuto all'istante.
Federico era solo colla sposa in una vasta sala.
All'entrare in quella stanza, il conte provò una forte emozione.
Camilla lo colpì colla sua maestosa ed imponente bellezza; e Federico,
benchè non gli richiamasse come Gabriella la sua famiglia, lo
impressionò vivamente.
Mai aveva egli veduto un cavaliere, che riunisse maggiori pregi
esteriori; quell'aspetto distinto e gentile, quei tratti belli e
nobili, ai quali una leggiera impronta d'orgoglio dava maggior
risalto, lo prevennero all'istante in favore di Federico.
--Voi avete a parlarmi, signore? chiese questi al conte di San Giorgio
alzandosi.
E notò allora la croce ottagona, che fregiava l'abito nero del
forastiere.
Che può volere da me questo cavaliere di Malta? pensò.
--Sì, devo parlarvi, rispose il conte, e di cose importantissime.
Camilla ascoltava con ansietà; ella aveva mille motivi per sperare e
temere di tutto; ma, come sempre, nulla la tradì.
--Segretamente? domandò l'ufficiale.
--Sì; ma vostra moglie può rimanere, disse il conte, inchinandosi a
Camilla.
--Vi ascolto, cavaliere. Sedete.
E Chiarofonte porse una sedia al forastiero, e prese poi posto egli
stesso su di un'altra.
Camilla era adagiata sovra un gotico seggiolone di velluto rosso.
Il conte non era sorpreso della ricchezza del mobilio, della servitù
abbastanza numerosa veduta prima, poichè gli era stato detto possedere
la moglie di Federico una sostanza ragguardevole.
Solo trovava strano che Gabriella fosse in una posizione tanto
diversa.
Mentre egli, pensando a questo, rimaneva ancor silenzioso, mentre
Camilla tentava vincere l'emozione che le cagionava quella impreveduta
visita, giacchè dall'accento del conte ella aveva sospettato ch'egli
potesse essere siciliano, Federico richiedeva il forastiero del suo
nome.
--Mi duole, rispose questi, dover attendere a soddisfarvi; ma spero
poter poi dirvi le ragioni che a ciò mi astringono, ed esse, ne son
sicuro, vi convinceranno.
--Come credete, cavaliere.
Camilla turbossi a quell'esordio misterioso. Ah! le abbisognava un
grande imperio sopra sè stessa, per attendere colla immobilità di una
statua.
--Vi espongo tosto lo scopo della mia visita, disse il conte
all'ufficiale; io vengo da Rimini, là vidi vostra sorella.
Per diversi motivi Federico provò una sensazione penosa; sua moglie
una terribile.
--Ah! interruppe il giovane con accento, da cui traspariva una
sorpresa poco aggradevole. Vedeste mia sorella?
--Sì; grazie a lei soltanto potei giungere sino a voi. Fu una
combinazione fortunata; senza la gran somiglianza della signora
Gabriella con vostro padre, mai vi sarei riescito forse.
Federico fece un movimento di sorpresa, Camilla trattenne il respiro.
--Come? È di mio padre che avete a parlarmi? chiese l'ufficiale.
--Sì; e vi dirò tutto senza indugio. I pochi dettagli fornitimi da
vostra sorella m'inducono a credere che il vostro genitore sia stato
un cavaliere, scacciato giovanissimo dalla casa paterna per aver
contratto nozze ineguali.
Federico rimase attonito. La sorpresa lo rendeva muto. Non così di
Camilla; era agitata, ma sembrava comprendere benissimo.
--E voi che potete dirmi? proseguì il conte.
--Nulla, cavaliere; io non avrei mai sospettato... Mio padre mi fece
credere sempre ch'egli era rimasto orfano presto, e che i suoi
genitori, nobili del Vicentino, non avevano più alcun parente.
--Ohimè! Allora voi non potete fornirmi prova alcuna. Nulla sapete più
di vostra sorella, alla quale abbadai poco perchè mi sembrò un po'
alterata di mente, forse a motivo della sua cattiva salute... Ella mi
parlò assai confusamente e pochissimo di voi; non mi disse nemmeno che
aveste moglie.
Camilla respirò. Intanto il conte proseguiva.
--Ed io, che avevo sperato!... Ma non possedete voi qualche memoria di
vostro padre, qualche lettera almeno?...
--No.
--Quale fatalità! esclamò il conte; nessuno dunque potrà rischiarare
queste tenebre?
--Lo posso io; disse Camilla alzandosi.
Ella si era decisa: Gabriella tacerebbe.
--Voi!.. esclamarono insieme attoniti Federico ed il conte.
--Sì! Io... Attendete un istante, signori. Ed escì.
--Che significa questo? mormorò l'ufficiale.
--Come? ella sa alcun che sulla vostra nascita, che voi ignorate?
domandò il conte.
Federico non rispose. Mille diverse idee lo turbavano. Si era alzato,
come il cavaliere di Malta; ed in piedi pallido, commosso attendeva.
L'aspettazione non fu lunga; eppure essa parve eterna.
Dopo qualche momento Camilla rientrò. Portava tra le mani una cassetta
d'ebano intarsiata d'argento, chiusa con una piccola chiave d'oro.
La fisonomia della dalmatina era animata; i suoi occhi brillavano di
strano splendore.
Oh, pensava, Gabriella non mi arresterà!
Il conte e Federico la guardavano stupiti, come si può guardare una
fata.
--Che contiene quella cassetta? chiese l'ufficiale.
--Lasciate che prima di dirvelo, prima d'aprirla innanzi a voi mi
spieghi. Pazientate un istante, signor cavaliere, e voi pure,
Federico; ascoltatemi.
Il suo bel volto era sì grave, tanta convinzione eravi ne' suoi
sguardi, la sua voce era sì persuasiva, che quei due uomini ne furono
colpiti; si sentirono tratti ad udirla, senza osare domandar di più.
--Parlate dunque, signora, disse il cavaliere di Malta.
--Sì, parlate, ripetè l'ufficiale.
Allora ella, a voce bassa, e concitata, cominciò in tal modo, unendo
come sempre la menzogna alla verità:
--Sulla fine del 1570 io mi trovavo in Dalmazia con mio padre, che da
poco era ritornato in patria dalla Germania. Aveva di là condotta seco
una signora dalmatina d'origine, che per questo aveva fatto il viaggio
con lui. Ella andò ad abitare in una casa vicina alla nostra. Quella
signora era ancora assai bella, ma molto triste; si chiamava Emma di
Chiarofonte.
--Mia madre! interruppe Federico; come? se la credevo morta da lunghi
anni!...
--Infatti! mormorò meravigliato il conte; anche vostra sorella mi
aveva detto lo stesso.
Camilla proseguì.
--Sì: era vostra madre, Federico; divisa da un pezzo da suo marito,
per quale motivo non so.
L'ufficiale parve annuvolarsi.
Il conte non sapeva che pensare. Se i suoi parenti di Catania erano
stravaganti, quelli che andava ritrovando lo erano certo ben più.
--Dopo qualche tempo, continuò Camilla, la signora di Chiarofonte
ammalò gravemente; fece supplicare mio padre di recarsi da lei, perchè
aveva un importante segreto da rivelargli. Vi andò subito; quando
ritornò in casa, ella era già morta; egli portava seco questa
cassetta. Per qualche tempo non mi disse che cosa gli avesse confidato
quella signora. Ma poi, sentendosi in fin di vita, l'otto settembre
1571, mi fece appressare al suo letto e mi disse: la signora di
Chiarofonte mi confidò che suo marito, guerriero della repubblica
veneta, morto già da molto tempo, portava un nome falso; che era stato
diseredato, scacciato dalla sua famiglia per avere sposata lei, e che
era il figlio secondogenito del duca dell'Isola...
--Non più dubbi, esclamò il conte; e se queste prove...
--Lasciate che io continui, signor cavaliere, è necessario per qualche
momento ancora.
--Affrettatevi, disse l'ufficiale con qualche vivacità e con sdegno.
--Mio padre proseguì;--la signora di Chiarofonte mi aveva incaricato
di consegnare una cassetta, quella che vedesti, e che contiene tutte
le prove di quanto ella asseriva, a suo figlio Federico, guerriero
della repubblica Veneta...
Non potè più continuare; morì la notte istessa.... Dopo i primi giorni
di lutto, pensai al segreto rivelatomi; mi chiesi ciò che doveva fare,
esaminai la cassetta, che trovai nella stanza di mio padre. Tra le
carte, che provano in modo incontestabile la vostra origine, Federico,
trovai una memoria scritta dal vostro genitore, che vedrete, e nella
quale ei mostra desiderio che i suoi figli nulla sappiano, a meno che
la famiglia stessa faccia cercare di loro. In tal caso vi ordina di
accettare. Questa memoria è una specie di testamento, nella quale dice
anche che il nome di Chiarofonte lo assunse da una terra comperata nel
Vicentino.
E senza prender fiato, come se temesse che la interrompessero.
--Io, disse volgendosi a Federico, pensai tosto a mettermi in traccia
di voi. Partii per Venezia, dove avevo passato qualche mese con una
mia parente, e dove contavo stabilirmi. Là seppi che eravate alla
guerra contro i Turchi; il 6 ottobre avvenne la battaglia di Lepanto:
dai primi guerrieri, che giunsero di là, mi informai di voi; mi si
disse che eravate rimasto ferito, ma che presto forse giungereste a
Venezia.
Vi giungeste di lì a non molto, ferito infatti; vi feci trasportare in
mia casa, perchè non volevo tardare a consegnarvi le vostre carte....
Ma intanto vi amai, e voi sapete quanto... Ah non ebbi il coraggio di
agitarvi inutilmente! Feci quanto desiderava vostro padre; lo feci
senza scrupolo, poichè egli nella sua memoria, il vedrete, dice che
nulla spera; perchè era stato costretto dal duca a firmare una
rinunzia assoluta al suo nome ed alle sue sostanze....
Spero, Federico, non mi condannerete dunque se tacqui sin qui.
L'ufficiale non rispose, rifletteva; era colpito dalla importanza di
quella rivelazione.
Il conte pure taceva; pensava, tra le altre cose, che probabilmente il
povero cavaliere dell'Isola era stato anche tradito, abbandonato da
quella donna, alla quale aveva tutto sacrificato....
Bisognerà, diceva tra sè, nascondere a tutti questa nuova onta!.. Mi
pare che questo giovane tacerà volentieri... Che ne direbbe il duca?
Sarebbe un altro imbarazzo.
Federico chiese per prima alla moglie la memoria scritta da suo padre.
Era lunghissima, ed egli la lesse attentamente, e con viva emozione.
Intanto il conte scorreva le altre carte.
Vi era l'atto di matrimonio tra Emma X. ed il cavaliere dell'Isola,
firmato dal prete, di cui si aveva poscia coll'oro comperato il
silenzio, e l'atto di nascita del cavaliere dell'Isola.
Eravi un biglietto dell'avo di don Francesco, col quale ordinava al
cavaliere suo figlio nei termini più duri di apporre la propria firma
ad un atto di rinunzia, col quale anche lo si diseredava, e che
gl'inviava da un servo fidato.
È la pergamena distrutta da donna Livia, pensò il conte.
Poi vi erano copie degli atti di nascita di Federico e di Gabriella e
diverse lettere, che il cavaliere dell'Isola conservava religiosamente
come ricordi della famiglia, tra le quali due della contessa di San
Giorgio.
Dinanzi a quelle prove importantissime, autentiche, indiscutibili, il
cavaliere di Malta perdeva quasi la memoria di quanto aveva narrato
Camilla; comprendeva solo che quelle prove dovevano bastare anche per
don Francesco.
L'ufficiale terminava allora la lettura dello scritto di suo padre.
--Ebbene? gli chiese il conte.
--Ebbene, rispose egli, mio padre mi ordina di accettare; ubbidirò.
Comprendo che desiderava vivamente che io portassi il suo nome, e che
lo avrà desiderato anche negli ultimi istanti di sua vita.
--Sì; obbeditelo, riprese il cavaliere di Malta, è vostro dovere.
E stendendogli la mano:
--Voi siete mio cugino, gli disse; mi chiamo il conte di San Giorgio;
mia madre fu sorella al vostro genitore.
L'ufficiale strinse la destra del cavaliere; entrambi erano commossi.
Camilla li considerava sorridendo, mentre macchinava nell'animo mille
progetti.
--Ora vi dirò come dovete condurvi per farvi rendere il vostro nome ed
i vostri beni.
E dopo essersi arrestato un poco:
--Il duca dell'Isola, fratello a vostro padre e nostro zio, morì nel
gennaio scorso: negli ultimi momenti di sua vita rivelò che il
cavaliere dell'Isola, creduto da tutti estinto, viveva forse ancora
nelle terre Venete sotto un falso nome, e che doveva aver figli.
Aggiunse che suo padre aveva perdonato al figlio diseredato un giorno,
ordinando gli si rendesse il nome e la terra di S... colle vastissime
dipendenze. Mio zio non lo fece; se ne pentì però amaramente, e
qualche momento prima di morire fe' distruggere l'atto fatale, ed
espresse il desiderio che si venisse in traccia di voi... Ma...--ed
esitò un poco.--Don Francesco, l'attuale duca dell'Isola, non divideva
intieramante le idee di suo padre moribondo... Credeva bastasse la
distruzione di quella pergamena....
Il povero conte si arrestò ancora... indi:
--Egli non sa dunque ch'io sia venuto a cercarvi; ed io desidero lo
ignori sempre....
--Non vorrei che i miei reclami sollevassero contrarietà, interruppe
l'ufficiale.
--Oh non temete; il duca sa benissimo che da un momento all'altro
potete reclamare; è il vostro diritto; vi consiglio a farlo valere.
Abbastanza foste spogliati, abbastanza soffriste della severità
eccessiva, colla quale si trattò vostro padre, che gioirà nel suo
sepolcro; egli che tanto desiderò veder placata la famiglia.... Io vi
parlai con franchezza, ma del resto sono certo che tutto procederà
quietamente e benissimo.... Anzi dirò di più; è per miei particolari
motivi che desidero non si parli di me al duca.
--Non temete; ve ne do la mia parola, esclamò Federico.
--Voi pure, Signora?
Camilla s'inchinò in segno d'assenso con molta nobiltà.
--Voi, continuò il conte, reclamerete appena saremo in Sicilia.
--È là che dimora la famiglia di mio padre?
--Sì, a Catania. Bisogna affrettare le cose; quando potrete voi
seguirmi?
--Fra qualche giorno, lo spero.
--Quanto a vostra sorella, vorrei farvi qualche domanda.
Camilla ascoltava con ansietà.
--Ella mi sembrò assai singolare; le sue reticenze, i suoi discorsi
sconnessi, dai quali non potei trarre che congetture incomplete, mi
fecero temere che sia disgustata con voi.... Desidererei vivamente
rischiaraste i miei dubbj in proposito.
Ah! pensò Camilla, se non avessi già parlato a Federico! ma ormai la
cosa è fatta.
--Mia sorella, rispose l'ufficiale pensieroso, non la vedo da qualche
tempo, ma non sono disgustato seco. Ella si maritò mentre ero assente.
La delicatezza aveva suggerito al giovane questa risposta. Accusar
Gabriella, che del resto erasi maritata, sarebbe stato far credere al
conte ch'ei tentava farla escludere dalla famiglia, temendo divider
seco i diritti di entrambi.
--Allora, disse il cavaliere, cercheremo persuaderla venir con noi in
Sicilia. È giusto ch'ella pure....
Camilla fremette, ma non si perdette d'animo. Aveva già pensato qual
partito adottare in tal caso. L'ambizione l'aveva messa in una
posizione difficile, ma aveva ingegno bastante per escirne.
--Io la credo molto sofferente, proseguiva il conte; ella m'interessa
assai! La sua meravigliosa rassomiglianza colla famiglia dell'Isola fu
un vero bene, ripeto; fu essa che mi guidò. Guardate il ritratto di
mia madre, col quale soltanto potei persuadere vostra sorella della
verità delle mie parole.
E mostrò l'effigie della contessa ai due sposi.
Essi misero una esclamazione di sorpresa.
Dunque colei era necessaria, pensò Camilla.
--Questa rassomiglianza è straordinaria davvero, disse Federico
contemplando il ritratto.
Vi fu un istante di silenzio.
Il conte lo ruppe per dire all'ufficiale:
--Sentite, cugino; il cavaliere vostro padre disse a voi, a tutti che
sua moglie era morta, mentre eravate bambini: sembra da ciò
desiderasse assai lo si credesse, e noi continueremo a rispettare ii
suo desiderio.
--Avete ragione, conte, rispose Federico stringendogli la mano; vi
ringrazio, e nemmeno a mia sorella io nulla dirò.
--Sono lieto di aver trovato in un guerriero valoroso il figlio del
cavaliere dell'Isola; ah quanto mi duole che egli non abbia vissuto
abbastanza!
Federico sospirò. Per qualche tempo egli ed il conte serbarono il
silenzio.
Camilla non voleva turbarlo; la sua aria pensierosa si spiegava colla
parte, che la provvidenza sembrava averle dato in quel riconoscimento.
--Dunque, disse il conte alzandosi, fra qualche giorno partiremo
insieme.
E dopo aver salutata Camilla, e stretta nuovamente la mano
dell'ufficiale, escì.
Quando furono soli, Federico si volse a sua moglie; la fissò qualche
momento senza profferir parola, come attendesse da lei una
spiegazione, indi:
--Perchè quando vi sposai non mi svelaste il segreto?
Il suo accento era più triste che severo.
--Il perchè ve lo dissi, rispose Camilla: certo feci male, lo
comprendo pur troppo ora che ricupererete tutti i vostri titoli...
Ohimè! quale distanza mi separerà da voi.... Perdonatemi....
Ella era sì bella, che pochi uomini avrebbero avuto il coraggio di non
perdonarle.
Federico non l'amava appassionatamente, ma, bisogna dirlo, era lungi
dall'essere insensibile a tanta bellezza.
Poi Camilla gli aveva prodigato sì affettuose cure, con tanta gioja
gli aveva data la sua fortuna, respinto per lui l'amore di tanti....
Ah! tali memorie non si possono facilmente cancellare.
Ed egli mostrò persuadersi delle ragioni, plausibili del resto, che
Camilla adduceva per giustificarsi.
--Voi non siete contento, Federico, gli diss'ella dopo qualche tempo,
di riacquistare il nome di vostro padre?... Mi sembrate sì
preoccupato!...
--Gli è che non vorrei essere considerato come un intruso da questo
duca dell'Isola, e conto lasciar la Sicilia appena sarò reintegrato
ne' miei diritti.
--Ah volete ritornar qui?
--Sì, il più presto che mi sarà possibile. Ve lo confesso, è soltanto
per ubbidire mio padre che accetto; Il nome, che ora porto, non mi
appartiene; e ciò mi fa desiderare riprendere quello della famiglia.
La nostra condotta non lo disonorò.
Camilla rabbrividì a queste parole. Ah nessuno, disse a sè stessa,
nessuno saprà ciò ch'io feci!
--E Gabriella? riprese poi Federico; udiste? Verrà con noi; io non
voglio accusarla in faccia al conte.
--Vi approvo, ed anzi....
--Ah! interruppe l'ufficiale, a voi avvengono cose, che hanno del
prodigio....
Camilla impallidì. Dubitava egli? Ah sempre lo temeva.... E poi
raggiungerebbe ella lo scopo?... Il bene acquistato colla colpa vien
pagato da molte torture.
--Non so che dire, rispose; io stessa ne sono maravigliata.... Quante
volte non fui per confidarvi tutto!... La sera, per esempio, che vi
narrai della fuga di Gabriella, ero quasi decisa a parlare, a non aver
più segreti per voi, ma non osai.... Mi sono ora levata una gran spina
dal cuore.
Vi voleva veramente molta dose d'ipocrisia sfacciata, per aggiungere
questo con viva emozione.
E di lì a poco:
--Sentite, disse al marito, non rimproverate vostra sorella.
--Io non intendo farlo.
--Voglio dire, trattatela come se io non vi avessi parlato.... Mi
sembra meglio ch'io vada sola da lei appena giunti a Rimini. Le dirò
che tutto ignorate, altrimenti si mostrerebbe troppo imbarazzata anche
davanti a quel cavaliere. Del resto voi diceste al conte che non
eravate sdegnato con Gabriella, dunque è necessario agire così.
--È vero: alfine fu maritata; è meglio evitare ogni spiegazione.
L'ufficiale si mise a passeggiare su e giù per l'ampia sala:
--Quali avvenimenti! mormorava, e non è un sogno?... Basta, mi
regolerò secondo le circostanze....