Il giorno dopo, il duca attendeva con impazienza la risposta del
benedettino.
Quella sera spirava la dilazione accettata dal frate. Don Francesco
non dubitava che mancasse: prima, perchè si teneva sicurissimo che non
si oserebbe farlo aspettare; secondariamente, perchè il monaco aveva
preso tutt'altro che leggermente quell'affare di tanto rilievo.
Infatti il religioso non mancò. Non era molto che don Francesco
attendeva, quando un servo venne ad annunziarlo.
Dunque aveva deciso tacere: poichè altrimenti come ardirebbe
affrontare colla sua presenza la collera dì un potente signore?
Ma la risposta che doveva dare riguardava un affare sì delicato, che
affidarla ad un'altra persona o ad una carta sarebbe stato quasi
impossibile.
Queste domande il duca se le fece colla rapidità del pensiero, e
mentre ordinava fosse introdotto il frate all'istante.
Quando questi fu nel gabinetto, e chiuse le porte, don Francesco lo
interrogò.
--Dunque, gli disse, siete deciso a serbare il silenzio?
Il frate s'inchinò in segno di assenso.
Un lampo di soddisfazione brillò negli occhi del duca; ma fu
passaggiero più del lampo istesso, e pressochè impercettibile. La
fisonomia di don Francesco rimase compassata ed altiera.
--Ero sicuro, riprese volgendosi di nuovo al monaco, che la
riflessione vi avrebbe giovato; che, grazie ad essa, avreste
riconosciuto la giustezza delle mie osservazioni. Bene: potete contare
sopra di me.
«Ah! pensò il frate, ei crede che io abbia avuto paura!»
Ma la sua adesione era stata muta: per non dar sospetto qualche cosa
bisognava dire, e le ultime parole del duca gliene fornirono
occasione.
--Non potrò approfittare delle vostre offerte, Eccellenza, rispose. Io
non sono qui che di passaggio: presto devo abbandonare questi luoghi.
Era vero: il duca lo sapeva: non poteva dunque meravigliarsene:
eppure, provò una certa apprensione, pensando che non gli sarebbe
possibile sorvegliare quel frate. Chi lo assicurava che colui,
assente, manterrebbe una promessa strappatagli, egli almeno lo
credeva, dal solo timore?... Lo esaminò un istante con diffidenza: il
monaco comprese quel che passava nell'animo di don Francesco, ma non
proferì parola.
--Io, disse il duca lentamente, vi ritengo impegnato al silenzio per
sempre. Rammentatevelo bene... Per sempre! ripetè con accento
minaccioso.
--Non è mia intenzione mancarvi, rispose con gravità il padre
benedettino.
--Datemene un giuramento sacro.--E gli additò la croce attaccata al
grosso rosario, che gli pendeva dal fianco.
--Giuro su questa croce, disse il frate, che mai rivelerò il vostro
segreto.
«Cielo! pensò poi; più tardi questo cavaliere, se la duchessa riesce
nel progetto comunicatomi, crederà forse che io abbia mancato a sì
sacra promessa.»
Il duca si era atteso a reticenze all'atto di quel giuramento solenne:
e non avendo scorta nel monaco la menoma esitazione, credette poter
esser tranquillo.
Vedendo il frate restare innanzi a lui in silenzio, pensò ch'ei
volesse, e non osasse, reclamare la promessa fattagli poco dopo la
morte del padre.
--Accettate dunque, disse, la ricompensa che vi aveva offerta.
Un movimento di penosa perplessità sfuggì al benedettino. Il duca non
vi abbadò: estrasse da un gotico scaffale una borsa piena d'oro e la
porse al monaco.
Questi impallidì: pensò che rifiutando avrebbe potuto far nascere dei
sospetti; ma quell'oro gli avrebbe abbruciato le mani, anche adoperato
esclusivamente in opere pie.
«No, disse fra sè, non posso fingere a tal segno, per quanto Dio non
debba condannare l'artifizio a cui degli animi nobili sono costretti
ricorrere, onde riparare una ingiustizia crudele, ed evitare
fors'anche dei delitti: ma non accetterò quest'oro!»
E volgendosi al duca:
--Eccellenza, non vogliate offendervi se io rifiuto.
--Che?
--La sola circostanza che le mie parole, rivelando quel segreto,
sarebbero state inutili, mi persuase a tacere: non posso dunque
accettare ricompensa alcuna.
Il duca, benchè molto indispettito, si felicitò di aver celato al
frate la distruzione della pergamena, e di averne con tal mezzo
ottenuto il silenzio.
Salutò con freddezza il benedettino, che s'inchinò profondamente ed
escì.
.................................................................
Qualche ora dopo, il duca udì bussare al suo gabinetto.
--Chi è là? domandò.
--Io, Eccellenza, gli rispose il suo cameriere. Don Francesco andò ad
aprire.
--Che hai? chiese con asprezza: avevo ordinato non mi si sturbasse.
--Nè io avrei ardito farlo senza ragione; ma il conte dì San Giorgio
desidera di....
--Ah, egli è qui? domanda di me?
--Stava per dirlo; ma se vostra Eccellenza non vuol riceverlo, andrò
ad avvisarlo.
--No, no: fallo entrare subito: sbrigati.
Il servo escì, e poco dopo introdusse il cavaliere di Malta.
I due cugini si salutarono in silenzio, mentre il domestico si
ritirava.
Per un istante entrambi rimasero muti. Non erano mai stati in termini
molto cordiali, e dopo il diverbio avuto la notte della morte del
vecchio duca, diverbio che era stato per degenerare in aperta contesa,
l'imbarazzo, che provavano trovandosi l'uno in faccia all'altro,
sarebbe stato giustificato, se anche forti ragioni segrete non vi
avessero contribuito.
Sembrava che nessuno di loro volesse parlare il primo, e si
squadrarono con qualche alterigia.
Al duca pareva, durante quel rapido esame, udire il cavaliere parlare
d'amore a donna Livia, ed a quell'idea il suo sangue si rimescolava:
mentre sembrava al conte veder don Francesco comandare, imporre il
silenzio a colei, per obbedire alla quale stava per intraprendere un
lungo, periglioso e forse inutile viaggio; per la quale senza esitare
avrebbe data la vita.
A lui non venne neppure in pensiero che il duca, anzichè aver
assistito ad una parte del suo abboccamento con donna Livia, ne avesse
avuto la menoma contezza.
L'aria accigliata, con cui veniva ricevuto, non poteva sorprenderlo:
era abituale a don Francesco: epperò ruppe primo il silenzio.
--Sono venuto per salutarvi, duca, disse: domani io parto.
--Partite? come? per dove?
--Per Malta. Un ordine pressante mi vi chiamava già da qualche giorno.
Il duca provò un movimento di soddisfazione; ma tosto un sospetto gli
attraversò lo spirito, però non lo lasciò scorgere per allora al
cugino.
--Vi ringrazio, cavaliere, gli rispose, della vostra premura: ve ne
sono doppiamente grato, perchè non ignorate certamente che io sono
solo al palazzo con donna Maria.
Dicendo questo, lo guardava fissamente.
Il conte si turbò. «Ah sì! disse tra sè: è meglio che io parta, che mi
allontani: avrei dovuto farlo prima senza esitare.»
E con gravità rispose:
--Non dovreste esser sorpreso della mia visita; oltre al congedarmi da
voi, essa ha un altro scopo, che conoscete.
--È vero. Ebbene, che cosa avete risolto?
--Finchè rimango a Malta, vi prometto il silenzio da voi chiestomi col
vostro foglio.
Queste parole gli costarono assai.
--Bene, rispose il duca: il tempo vi farà persuaso certamente che io
ho ragione di voler evitare alla nostra famiglia degli scandali... Ma
quanto rimarrete assente da Catania? Non potete dirmi nulla di più,
conte?
Ei lo guardava con insistenza. Il cavaliere di Malta comprese che non
era senza sospetti. Per rassicurarlo, soprattutto per evitare a donna
Livia dei dispiaceri, benchè si sentisse internamente indignato per la
domanda fattagli, estrasse un foglio, e lo porse al duca, dicendo con
una certa indifferenza:
--Non saprei: vedete voi stesso l'ordine del gran maestro, che già da
due settimane ho ricevuto: mi dice di recarmi a Malta, appena ciò mi è
possibile, senza precisarmi il perchè. Jeri vidi uno dei miei
confratelli reduce dall'isola, che mi rinnovò a voce le istanze del
gran maestro... Infatti differii anche troppo.
Il duca, benchè con qualche esitazione, esaminò attentamente quel
foglio: la sua fronte si spianò; l'ordine era preciso, autentico: ogni
dubbio gli era impossibile.
Restituì il foglio al conte, non senza pensare che l'indugio, posto da
questo a partire, proveniva dal suo folle amore per la duchessa. «In
ogni modo, disse tra sè, tal partenza mi giova, e comincio a credere
che la sorte mi favorisce.»
E vedendo il cavaliere già disposto a partire:
--Volete salutare donna Maria? gli chiese: la farò chiamare.
--No, no: non voglio disturbarla a quest'ora inopportuna.
Il duca era già certo di tale risposta, sin da quando aveva fatto
l'offerta.
Il conte, temendo che suo cugino gli chiedesse promesse più formali,
che sapeva non poter attenere, si congedò.
--Addio dunque, duca, disse: vi prego presentare a donna Livia ed alle
vostre sorelle i miei saluti di commiato.
--Non vi mancherò, rispose don Francesco,--cercando dissimulare
l'ironia, della quale era improntata la sua risposta.--Vi auguro
fortuna nel vostro viaggio.
--Grazie, rispose il conte.
«Ah, se ne sospettasse il finale scopo, pensò, non mi augurerebbe
fortuna! Ma già lo conosco: non fu sincero egualmente.»
Ed escì, dopo avere scambiato col duca un altro addio freddo e
cerimonioso.
Don Francesco gli guardò dietro per qualche istante.
«Sì! egli va davvero a Malta, disse tra sè: comprendo ora.... Ei prese
pretesto dall'amore di donna Rosalia per veder sola la duchessa almeno
una volta prima di partire... Maledetto! Benchè ei non possa nutrire
alcuna speranza, pure sono doppiamente lieto ch'ei si allontani... A
Malta potrà forse trovare imbarazzi grandissimi: e quando ritornerà,
vedremo... Se non vorrà promettermi il silenzio, ebbene... un duello
deciderà.... Io sono sicuro della mia spada, quanto egli della sua,
benchè tra le più temute dei cavalieri di Malta.
Ora non mi rimane che donna Livia: mi prometterà ella il silenzio? Lo
dovrà.... Feci già troppo perdonandole la distruzione della
pergamena... Ma a che pensarvi? Io non avrei mai avuto il coraggio di
punirla; perchè, prescindendo dalla sua ostinazione, ella merita
assai....»
Ei si lagnava sempre tra sè di quella ostinazione, eppure... nessuno
era più ostinato di lui: e se anche donna Livia lo avesse supplicato,
non avrebbe certamente ceduto su tal punto.
Fu detto che il contrasto di due volontà egualmente ferme non regge;
che, simili a lame di buon acciajo, volano in frantumi forzando
troppo: una di quelle volontà deve spezzarsi alla fine se non piega, e
ciò è verissimo.
Così donna Livia dovette mostrare di piegare la sua.
Un istante ella aveva pensato di pregare il duca; ma se ne era
dissuasa tosto.
Pregare può riescire con una tempra forte, ma moderata dal cuore
sensibile, dall'intimo gentile: mentre invece non conduce a nulla con
chi, pure esigendo l'umiliazione negli altri, e servendosene, non
comprende ciò che essa ha di meritorio e la disprezza.
La duchessa sapeva benissimo che suo marito era nel numero di questi:
così aveva pensato riparare nascostamente alla colpa del vecchio duca,
per quanto fosse in lei.
Obbedire don Francesco in quella circostanza nol poteva: perchè, se
cedere in cose di poco rilievo è virtù necessarissima, e non, come
credono tanti, indizio di debolezza; lo diviene quando ci rende
complici, non foss'altro che col subirli in silenzio, di atti che
offendono il decoro ed i diritti della famiglia, della società.
Si hanno dei doveri anche verso sè stessi: guai a chi li dimentica!
Tanti uomini che sopportarono di essere disonorati impunemente; tante
donne sventurate, che per una eccessiva arrendevolezza contribuiscono
a mantenere i loro mariti sulla via del vizio, ne sono una
dolorosissima, incontrastabile prova.
Che avrebbero ottenuto, si dirà, resistendo? Nulla forse; ma almeno
non si sarebbero contaminate anch'esse.
Certo non si deve ricorrere alla resistenza che quando si riconoscono
inutili gli altri mezzi; ma allora bisogna averne il coraggio.
Anche il più grande amore non giustifica certi errori. L'amore, per
essere grande, ha d'uopo d'essere puro: allora si ha ragione di
sacrificargli tutto; ma se la stima, la fede, su cui dovrebbe sempre
basare, mancano; si deve saperlo combattere come uno strumento di
corruzione; è lacerare una tela logora, che finirebbe egualmente per
cadere a brandelli.
Accingersi a tale impresa, compirla non vuol dire mancare di
sensibilità; preferir sè agli altri: no; poichè è soltanto per una via
difficilissima, seminata di ostacoli grandi che vi si giunge: via che
spaventerebbe gettandovi gli occhi assai più di quella che tiene
l'eterna condiscendenza.
Ma tutte queste idee vengono diversamente intese; così, mentre tanti
avrebbero bisogno di rara fermezza per non lasciarsi avvilire
dall'amore, il duca, che poteva farsi condurre da esso ad una nobile
meta, non lo aveva voluto: emetteva tutto il suo coraggio, tutta la
sua ostinazione a resistere, ed era risolutissimo a farlo, altrimenti
avrebbe arrossito di sè stesso.
Dopo la partenza del cavaliere di Malta, egli rimase qualche momento
pensieroso. Indi si alzò mormorando:
--Questa sera istessa ella dovrà promettermi il silenzio, perchè
infine io posso esigerlo. Anzi voglio vederla senza indugio, subito.
E chiamato un servo, ordinò si mettessero i cavalli ad una carrozza.
Pochi momenti dopo partiva pel castello.