VIII.

Il giorno dopo, il duca attendeva con impazienza la risposta del

benedettino.

Quella sera spirava la dilazione accettata dal frate. Don Francesco

non dubitava che mancasse: prima, perchè si teneva sicurissimo che non

si oserebbe farlo aspettare; secondariamente, perchè il monaco aveva

preso tutt'altro che leggermente quell'affare di tanto rilievo.

Infatti il religioso non mancò. Non era molto che don Francesco

attendeva, quando un servo venne ad annunziarlo.

Dunque aveva deciso tacere: poichè altrimenti come ardirebbe

affrontare colla sua presenza la collera dì un potente signore?

Ma la risposta che doveva dare riguardava un affare sì delicato, che

affidarla ad un'altra persona o ad una carta sarebbe stato quasi

impossibile.

Queste domande il duca se le fece colla rapidità del pensiero, e

mentre ordinava fosse introdotto il frate all'istante.

Quando questi fu nel gabinetto, e chiuse le porte, don Francesco lo

interrogò.

--Dunque, gli disse, siete deciso a serbare il silenzio?

Il frate s'inchinò in segno di assenso.

Un lampo di soddisfazione brillò negli occhi del duca; ma fu

passaggiero più del lampo istesso, e pressochè impercettibile. La

fisonomia di don Francesco rimase compassata ed altiera.

--Ero sicuro, riprese volgendosi di nuovo al monaco, che la

riflessione vi avrebbe giovato; che, grazie ad essa, avreste

riconosciuto la giustezza delle mie osservazioni. Bene: potete contare

sopra di me.

«Ah! pensò il frate, ei crede che io abbia avuto paura!»

Ma la sua adesione era stata muta: per non dar sospetto qualche cosa

bisognava dire, e le ultime parole del duca gliene fornirono

occasione.

--Non potrò approfittare delle vostre offerte, Eccellenza, rispose. Io

non sono qui che di passaggio: presto devo abbandonare questi luoghi.

Era vero: il duca lo sapeva: non poteva dunque meravigliarsene:

eppure, provò una certa apprensione, pensando che non gli sarebbe

possibile sorvegliare quel frate. Chi lo assicurava che colui,

assente, manterrebbe una promessa strappatagli, egli almeno lo

credeva, dal solo timore?... Lo esaminò un istante con diffidenza: il

monaco comprese quel che passava nell'animo di don Francesco, ma non

proferì parola.

--Io, disse il duca lentamente, vi ritengo impegnato al silenzio per

sempre. Rammentatevelo bene... Per sempre! ripetè con accento

minaccioso.

--Non è mia intenzione mancarvi, rispose con gravità il padre

benedettino.

--Datemene un giuramento sacro.--E gli additò la croce attaccata al

grosso rosario, che gli pendeva dal fianco.

--Giuro su questa croce, disse il frate, che mai rivelerò il vostro

segreto.

«Cielo! pensò poi; più tardi questo cavaliere, se la duchessa riesce

nel progetto comunicatomi, crederà forse che io abbia mancato a sì

sacra promessa.»

Il duca si era atteso a reticenze all'atto di quel giuramento solenne:

e non avendo scorta nel monaco la menoma esitazione, credette poter

esser tranquillo.

Vedendo il frate restare innanzi a lui in silenzio, pensò ch'ei

volesse, e non osasse, reclamare la promessa fattagli poco dopo la

morte del padre.

--Accettate dunque, disse, la ricompensa che vi aveva offerta.

Un movimento di penosa perplessità sfuggì al benedettino. Il duca non

vi abbadò: estrasse da un gotico scaffale una borsa piena d'oro e la

porse al monaco.

Questi impallidì: pensò che rifiutando avrebbe potuto far nascere dei

sospetti; ma quell'oro gli avrebbe abbruciato le mani, anche adoperato

esclusivamente in opere pie.

«No, disse fra sè, non posso fingere a tal segno, per quanto Dio non

debba condannare l'artifizio a cui degli animi nobili sono costretti

ricorrere, onde riparare una ingiustizia crudele, ed evitare

fors'anche dei delitti: ma non accetterò quest'oro!»

E volgendosi al duca:

--Eccellenza, non vogliate offendervi se io rifiuto.

--Che?

--La sola circostanza che le mie parole, rivelando quel segreto,

sarebbero state inutili, mi persuase a tacere: non posso dunque

accettare ricompensa alcuna.

Il duca, benchè molto indispettito, si felicitò di aver celato al

frate la distruzione della pergamena, e di averne con tal mezzo

ottenuto il silenzio.

Salutò con freddezza il benedettino, che s'inchinò profondamente ed

escì.

.................................................................

Qualche ora dopo, il duca udì bussare al suo gabinetto.

--Chi è là? domandò.

--Io, Eccellenza, gli rispose il suo cameriere. Don Francesco andò ad

aprire.

--Che hai? chiese con asprezza: avevo ordinato non mi si sturbasse.

--Nè io avrei ardito farlo senza ragione; ma il conte dì San Giorgio

desidera di....

--Ah, egli è qui? domanda di me?

--Stava per dirlo; ma se vostra Eccellenza non vuol riceverlo, andrò

ad avvisarlo.

--No, no: fallo entrare subito: sbrigati.

Il servo escì, e poco dopo introdusse il cavaliere di Malta.

I due cugini si salutarono in silenzio, mentre il domestico si

ritirava.

Per un istante entrambi rimasero muti. Non erano mai stati in termini

molto cordiali, e dopo il diverbio avuto la notte della morte del

vecchio duca, diverbio che era stato per degenerare in aperta contesa,

l'imbarazzo, che provavano trovandosi l'uno in faccia all'altro,

sarebbe stato giustificato, se anche forti ragioni segrete non vi

avessero contribuito.

Sembrava che nessuno di loro volesse parlare il primo, e si

squadrarono con qualche alterigia.

Al duca pareva, durante quel rapido esame, udire il cavaliere parlare

d'amore a donna Livia, ed a quell'idea il suo sangue si rimescolava:

mentre sembrava al conte veder don Francesco comandare, imporre il

silenzio a colei, per obbedire alla quale stava per intraprendere un

lungo, periglioso e forse inutile viaggio; per la quale senza esitare

avrebbe data la vita.

A lui non venne neppure in pensiero che il duca, anzichè aver

assistito ad una parte del suo abboccamento con donna Livia, ne avesse

avuto la menoma contezza.

L'aria accigliata, con cui veniva ricevuto, non poteva sorprenderlo:

era abituale a don Francesco: epperò ruppe primo il silenzio.

--Sono venuto per salutarvi, duca, disse: domani io parto.

--Partite? come? per dove?

--Per Malta. Un ordine pressante mi vi chiamava già da qualche giorno.

Il duca provò un movimento di soddisfazione; ma tosto un sospetto gli

attraversò lo spirito, però non lo lasciò scorgere per allora al

cugino.

--Vi ringrazio, cavaliere, gli rispose, della vostra premura: ve ne

sono doppiamente grato, perchè non ignorate certamente che io sono

solo al palazzo con donna Maria.

Dicendo questo, lo guardava fissamente.

Il conte si turbò. «Ah sì! disse tra sè: è meglio che io parta, che mi

allontani: avrei dovuto farlo prima senza esitare.»

E con gravità rispose:

--Non dovreste esser sorpreso della mia visita; oltre al congedarmi da

voi, essa ha un altro scopo, che conoscete.

--È vero. Ebbene, che cosa avete risolto?

--Finchè rimango a Malta, vi prometto il silenzio da voi chiestomi col

vostro foglio.

Queste parole gli costarono assai.

--Bene, rispose il duca: il tempo vi farà persuaso certamente che io

ho ragione di voler evitare alla nostra famiglia degli scandali... Ma

quanto rimarrete assente da Catania? Non potete dirmi nulla di più,

conte?

Ei lo guardava con insistenza. Il cavaliere di Malta comprese che non

era senza sospetti. Per rassicurarlo, soprattutto per evitare a donna

Livia dei dispiaceri, benchè si sentisse internamente indignato per la

domanda fattagli, estrasse un foglio, e lo porse al duca, dicendo con

una certa indifferenza:

--Non saprei: vedete voi stesso l'ordine del gran maestro, che già da

due settimane ho ricevuto: mi dice di recarmi a Malta, appena ciò mi è

possibile, senza precisarmi il perchè. Jeri vidi uno dei miei

confratelli reduce dall'isola, che mi rinnovò a voce le istanze del

gran maestro... Infatti differii anche troppo.

Il duca, benchè con qualche esitazione, esaminò attentamente quel

foglio: la sua fronte si spianò; l'ordine era preciso, autentico: ogni

dubbio gli era impossibile.

Restituì il foglio al conte, non senza pensare che l'indugio, posto da

questo a partire, proveniva dal suo folle amore per la duchessa. «In

ogni modo, disse tra sè, tal partenza mi giova, e comincio a credere

che la sorte mi favorisce.»

E vedendo il cavaliere già disposto a partire:

--Volete salutare donna Maria? gli chiese: la farò chiamare.

--No, no: non voglio disturbarla a quest'ora inopportuna.

Il duca era già certo di tale risposta, sin da quando aveva fatto

l'offerta.

Il conte, temendo che suo cugino gli chiedesse promesse più formali,

che sapeva non poter attenere, si congedò.

--Addio dunque, duca, disse: vi prego presentare a donna Livia ed alle

vostre sorelle i miei saluti di commiato.

--Non vi mancherò, rispose don Francesco,--cercando dissimulare

l'ironia, della quale era improntata la sua risposta.--Vi auguro

fortuna nel vostro viaggio.

--Grazie, rispose il conte.

«Ah, se ne sospettasse il finale scopo, pensò, non mi augurerebbe

fortuna! Ma già lo conosco: non fu sincero egualmente.»

Ed escì, dopo avere scambiato col duca un altro addio freddo e

cerimonioso.

Don Francesco gli guardò dietro per qualche istante.

«Sì! egli va davvero a Malta, disse tra sè: comprendo ora.... Ei prese

pretesto dall'amore di donna Rosalia per veder sola la duchessa almeno

una volta prima di partire... Maledetto! Benchè ei non possa nutrire

alcuna speranza, pure sono doppiamente lieto ch'ei si allontani... A

Malta potrà forse trovare imbarazzi grandissimi: e quando ritornerà,

vedremo... Se non vorrà promettermi il silenzio, ebbene... un duello

deciderà.... Io sono sicuro della mia spada, quanto egli della sua,

benchè tra le più temute dei cavalieri di Malta.

Ora non mi rimane che donna Livia: mi prometterà ella il silenzio? Lo

dovrà.... Feci già troppo perdonandole la distruzione della

pergamena... Ma a che pensarvi? Io non avrei mai avuto il coraggio di

punirla; perchè, prescindendo dalla sua ostinazione, ella merita

assai....»

Ei si lagnava sempre tra sè di quella ostinazione, eppure... nessuno

era più ostinato di lui: e se anche donna Livia lo avesse supplicato,

non avrebbe certamente ceduto su tal punto.

Fu detto che il contrasto di due volontà egualmente ferme non regge;

che, simili a lame di buon acciajo, volano in frantumi forzando

troppo: una di quelle volontà deve spezzarsi alla fine se non piega, e

ciò è verissimo.

Così donna Livia dovette mostrare di piegare la sua.

Un istante ella aveva pensato di pregare il duca; ma se ne era

dissuasa tosto.

Pregare può riescire con una tempra forte, ma moderata dal cuore

sensibile, dall'intimo gentile: mentre invece non conduce a nulla con

chi, pure esigendo l'umiliazione negli altri, e servendosene, non

comprende ciò che essa ha di meritorio e la disprezza.

La duchessa sapeva benissimo che suo marito era nel numero di questi:

così aveva pensato riparare nascostamente alla colpa del vecchio duca,

per quanto fosse in lei.

Obbedire don Francesco in quella circostanza nol poteva: perchè, se

cedere in cose di poco rilievo è virtù necessarissima, e non, come

credono tanti, indizio di debolezza; lo diviene quando ci rende

complici, non foss'altro che col subirli in silenzio, di atti che

offendono il decoro ed i diritti della famiglia, della società.

Si hanno dei doveri anche verso sè stessi: guai a chi li dimentica!

Tanti uomini che sopportarono di essere disonorati impunemente; tante

donne sventurate, che per una eccessiva arrendevolezza contribuiscono

a mantenere i loro mariti sulla via del vizio, ne sono una

dolorosissima, incontrastabile prova.

Che avrebbero ottenuto, si dirà, resistendo? Nulla forse; ma almeno

non si sarebbero contaminate anch'esse.

Certo non si deve ricorrere alla resistenza che quando si riconoscono

inutili gli altri mezzi; ma allora bisogna averne il coraggio.

Anche il più grande amore non giustifica certi errori. L'amore, per

essere grande, ha d'uopo d'essere puro: allora si ha ragione di

sacrificargli tutto; ma se la stima, la fede, su cui dovrebbe sempre

basare, mancano; si deve saperlo combattere come uno strumento di

corruzione; è lacerare una tela logora, che finirebbe egualmente per

cadere a brandelli.

Accingersi a tale impresa, compirla non vuol dire mancare di

sensibilità; preferir sè agli altri: no; poichè è soltanto per una via

difficilissima, seminata di ostacoli grandi che vi si giunge: via che

spaventerebbe gettandovi gli occhi assai più di quella che tiene

l'eterna condiscendenza.

Ma tutte queste idee vengono diversamente intese; così, mentre tanti

avrebbero bisogno di rara fermezza per non lasciarsi avvilire

dall'amore, il duca, che poteva farsi condurre da esso ad una nobile

meta, non lo aveva voluto: emetteva tutto il suo coraggio, tutta la

sua ostinazione a resistere, ed era risolutissimo a farlo, altrimenti

avrebbe arrossito di sè stesso.

Dopo la partenza del cavaliere di Malta, egli rimase qualche momento

pensieroso. Indi si alzò mormorando:

--Questa sera istessa ella dovrà promettermi il silenzio, perchè

infine io posso esigerlo. Anzi voglio vederla senza indugio, subito.

E chiamato un servo, ordinò si mettessero i cavalli ad una carrozza.

Pochi momenti dopo partiva pel castello.

La pergamena distrutta Romanzo del secolo XVI · 第 21 / 64 题