Dopo aver lasciato donna Rosalia, la duchessa si era recata in una
sala terrena, la più piccola di tutte, ove abitualmente soleva
trattenersi quando era al castello.
Quasi all'istante il cavaliere di Malta fu introdotto.
Allora donna Livia gli accennò di chiudere la porta; indi:
--Sedete, conte, gli disse: devo pregarvi di una grazia.
--Comandate, rispose egli commosso. Sapete che io sono interamente ai
vostri ordini. Ah, vorrei mi chiedeste molto, onde potervi
testimoniare la mia assoluta devozione!
Queste parole furono pronunciate in un modo che non lasciava dubbio
alcuno sulla loro sincerità.
--E molto vi chiederò infatti, riprese con calma la duchessa.
Ascoltatemi.
Il cavaliere di Malta attendeva in silenzio.
--È del segreto rivelato dal vecchio duca che io intendo parlarvi,
continuò donna Livia. Voi certamente lo avrete immaginato.
Il conte fece un cenno affermativo, ma non l'interruppe.
--Perciò, proseguì ella, ho voluto vedervi oggi in questo castello. Io
ho concepito un progetto, e col vostro mezzo spero poterlo realizzare.
Ora ve lo comunicherò. Sulle prime ero decisa ad oppormi risolutamente
a don Francesco, come avevo cominciato a fare; ma poi cangiai avviso.
Compresi che egli vuole ottenere assolutamente il silenzio di tutti su
quel disgraziato affare, con ogni mezzo; mezzi estremi forse, a cui io
devo evitare che egli ricorra. Non crediate però, conte, che io
acconsenta a vedere in pace il cavaliere dell'Isola ingiustamente
spogliato: quando penso che mio marito può accogliere tale idea, mi
sento fremere; ma ei non la manderà ad effetto sinchè avrò vita.
Ella si arrestò un istante; indi:
--Ho riflettuto: ho pensato che forse don Francesco ritiene in buona
fede di non essere colpevole operando in tal modo, facendo quanto
infine fece suo padre per tanti anni.... Egli non ha certamente
afferrato il vero concetto di.... Insomma la cosa non gli appare forse
come a voi, conte, come a me.... sotto la sua vera luce....
--Voi lo scusate!...
--Lo devo: poi, comprendete, desidero anche persuadere a me stessa ciò
che vi dico: cioè che l'orgoglio, l'ostinazione, sì forti in lui,
siano i suoi soli moventi.
--Ah, donna Livia, io quella notte ho temuto assai la sua collera per
voi.... Faceste bene a desistere da una aperta opposizione: sarebbe
stata troppo pericolosa.
La duchessa sorrise amaramente.
--Non è il timore che mi consigliò; ma il pensiero di mio figlio: e
d'altronde che avrei ottenuto, continuando a provocare don Francesco?
Nulla.... Ma per mio figlio istesso io desidero riparare a quella
ingiustizia.... E per farlo senza destare troppi odj, e per evitare
altre scene tristi, ecco quanto ho pensato.
Il conte di San Giorgio si fece attentissimo.
--Ora, proseguì donna Livia, la pergamena non esiste più: e se vostro
zio od i suoi eredi venissero a reclamare, attestando, come potranno
certamente farlo, con prove autentiche, la loro identità; don
Francesco non potrebbe rifiutarsi a rendere ad essi quanto è loro
dovuto. Mi comprendete?
--In parte: continuate, signora.
--Ma, onde non contrastare troppo apertamente col duca, bisognerebbe
cercare di loro segretamente: ed una volta trovatili, fare che essi
reclamino, mostrando però non essere stati consigliati da alcuno, e
soltanto perchè la morte del vecchio duca dell'Isola giunse
casualmente a loro cognizione.
--Vi comprendo, donna Livia: ed io, sì, io li cercherò.
--Vi ringrazio, cavaliere: sapevo non contare invano sopra di voi.
--Sì: avete ragione: questo è il mezzo migliore infatti. Sono pronto a
secondarvi intieramente. Come credete che io debba agire?
La giovane duchessa parve commossa da sì completa devozione; indi:
--Mi diceste che un ordine vi chiama a Malta tra breve: mostrando
quell'ordine come per caso a don Francesco, ei non potrebbe concepire
il menomo sospetto. Giunto a Malta, potrete disimpegnarvi ed ottenere
un lungo permesso?
--Sì, lo posso: mi basterà vedere un momento il gran maestro: fra
qualche giorno partirò.
E prima che ella rispondesse, riprese:
--Avevo pensato un istante a prendere sopra di me ogni responsabilità,
svelando il segreto, poichè voi avevate distrutta la pergamena; ma
allora.... Voi conoscete don Francesco!... Un duello a morte con lui
sarebbe stato inevitabile. È inutile dirvi perchè ne rifuggii.
--Aveste ragione, conte: un duello tra voi e mio marito, qualunque
risultato avesse, mi sarebbe causa d'eterna amarezza.
--Ma, e come eviterete lo sdegno del duca, quando questi nostri
parenti venissero a reclamare?
--Don Francesco mi disse che, se io serbo il silenzio, mi perdona la
distruzione della pergamena. Voi fate in modo che il cavaliere
dell'Isola, od i suoi figli non suscitino scandali. Così il duca si
persuaderà più facilmente, e sarà possibile far credere che nessuno di
noi conosceva la loro esistenza. Pur troppo il vostro compito non sarà
facile; perchè ignoriamo qual nome essi portino; ma siccome il vecchio
duca prima di morire disse sapere che suo fratello aveva preso
servizio nell'armata della repubblica veneta, così dimorerà ancora su
quelle terre: o, se egli più non esiste, è là che potrete aver
contezza de' suoi figli.
--Infatti, questa è l'ipotesi più verosimile: l'avevo già pensato
anch'io. Per iscoprire quei parenti farò tutto il possibile, e spero
riescire ad onta del mistero che ce li nasconde... Ed al duca dirò che
acconsento a serbare il silenzio?.. aggiunse con qualche esitazione.
--Potete dirgli che, obbligato ad assentarvi per un tempo di cui
ignorate la durata, dovete rinunciare per ora ad occuparvi della
rivelazione di vostro zio.
--Gli dirò che, finchè rimango a Malta, serberò il silenzio da lui
chiestomi! Non gli sembrerà strana la mia lunga assenza, benchè non
sia tempo di guerra; poichè già diverse volte, il sapete, ebbi
missioni che durarono mesi e mesi..... D'altronde, mostrandogli
l'ordine.... Ma, e gli altri taceranno?
--Il benedettino giungerà qui tra breve: egli è un uomo sicuro: gli
confiderò tutto, ed ei mostrerà d'aver ceduto a don Francesco che, lo
so, ha insistito con forza presso di lui.... Quanto a donna Rosalia,
il duca non la teme molto: la crederà facilmente scoraggiata. Ed io
gli dirò aver deciso tacere, nella speranza ch'ei si persuada da sè a
riparare quella ingiustizia.
Ella si arrestò; indi con una specie di disgusto:
--Oh! mi ripugna scendere ad una finzione: ma è necessario.
--No, donna Livia, questa non è finzione; od almeno lo scopo che vi
proponete la giustifica. Tale scopo è santo!
--Riesciste almeno!
--Speriamo: il cavaliere dell'Isola, come saprete, ha portato seco le
sue carte di famiglia: dunque....
--Infatti.... Tranquillizzeremo donna Rosalia, che è ansiosissima di
veder compito il voto di suo padre.
--Povera donna Rosalia! Mi dispiace lasciarla infelice.
La duchessa alzò il capo.
--Che volete dire? domandò.
--Voglio dire che, come ve ne sarete certamente avveduta, ella ama il
giovane principe degli Alberi, e ch'ei non pensa se non a donna Maria.
Me ne duole assai per la mia figlioccia, che ho sempre amata molto; ma
non vedo rimedio alcuno.... Ella soffre....
--Sì: eppure credo non abbia perduta ogni speranza.
--La perderà fra poco. Io so che il principe conta chiedere presto la
mano di donna Maria.
--Come lo sapeste?
--Ora vi racconterò. Il principe stesso me lo disse...
In quell'istante, se il conte e donna Livia avessero prestato
attenzione, avrebbero potuto udire un lieve rumore dietro la
tappezzeria.
Era don Francesco, che giungeva nel suo nascondiglio. Trovavasi un po'
in ritardo; perchè aveva pensato esser meglio partire da Catania a
qualche intervallo dal suo parente, anzichè seguirlo troppo davvicino,
o prevenirlo, e dar sospetto. Poi, siccome la gelosia era stata il
solo suo movente, erasi detto che, ove anche perdesse una parte di
quella conversazione, ne udirebbe sempre abbastanza per sapere quali
rapporti regnassero tra la duchessa ed il cavaliere di Malta.
Donna Maria non si era ingannata: benchè il duca avesse mostrato non
crederle, le insinuazioni di lei gli avevano suscitato in cuore un
inferno.
«Il principe stesso me lo disse.»
Ecco le prime parole che don Francesco doveva udir pronunciare dal
conte di San Giorgio.
Il cielo certamente non permise che egli sentisse quanto riguardava il
segreto rivelato dal padre.
Intanto il cavaliere proseguiva:
--Incontrai il principe fuori della città: egli era a cavallo: io
pure. Mi si avvicinò, e mi chiese se volessi acconsentire che per
qualche tempo mi accompagnasse. Accettai. Sembrava ch'egli avesse
qualche cosa a dirmi, ed io attendeva che parlasse. Infatti quasi
subito esclamò:--Ah! la morte del duca vostro zio venne a spezzare i
miei più cari progetti.--Lo guardai sorpreso, come per interrogarlo,
ed egli continuò:--Avevo risolto chiedere donna Maria in isposa in
questi giorni, e non ebbi il tempo di farlo.--Io pensai tosto a donna
Rosalia, e mi sentii stringere il cuore.--Ah! dissi, voi amate una
delle mie giovani cugine, principe?--A queste parole, che avevo
pronunciate appositamente, mi parve che egli arrossisse: ciò mi
persuase sempre più che in passato deve avere lasciato credere a donna
Rosalia di amarla.--Amo donna Maria, mi rispose con qualche imbarazzo,
e temo che la morte di suo padre possa, non solo ritardare, ma
impedire le mie nozze con lei; perciò desiderai consultar voi, che
come stretto parente conoscerete forse le idee di don Francesco.
Credete che ei possa concedermela?--Voi siete di famiglia illustre,
risposi; siete ricchissimo, non dovete dunque temere un rifiuto.--Gli
è che il duca potrebbe avere per donna Maria qualche altro
progetto.--Io rimasi un istante perplesso; indi:--Non credo,
ribattei.--Cercate voi, riprese egli, d'interpellare don Francesco in
proposito.--Io non ho con lui grande intimità, risposi: mi sembra sia
meglio che voi stesso, quando ve ne parrà giunto il tempo, facciate la
vostra domanda.--Voi comprendete, donna Livia, che io non potevo
acconsentire ad immischiarmi d'un matrimonio che darà tanta pena alla
mia figlioccia.--Farò come mi consigliate, disse il giovane: più
presto che sarà conveniente, parlerò al duca.--E dopo essersi
trattenuto ancora qualche istante meco, mi lasciò un po' freddamente.
Mi parve alquanto offeso per non aver io voluto accogliere la sua
preghiera.--Volli narrarvi tutto ciò, donna Livia, perchè pensiate voi
se vi par meglio preparare un po' per volta al disinganno donna
Rosalia.
La duchessa riflettè un istante.
--No, disse quindi, non la preverrò. Perchè anticiparle il dolore, la
disperazione forse, in cui la getterà il sapere che il principe vuole
sposare donna Maria? Alle volte la verità, per quanto possa essere
crudele, è preferibile ai dubbj, è vero, ma non per tutti....
D'altronde ella non mi ha parlato mai del suo amore, ed io non posso
provocare le di lei confidenze senza commettere un'indiscrezione.
--Non so che dire; ma non potremo evitare che fra poco ella conosca il
vero; poichè infatti, se il principe non l'ama, mi sembra inutile
cercar d'impedire le nozze di lui con donna Maria. D'altronde ciò
dipende dal duca.
--Certamente. Se donna Maria avesse cuore, potrebbe ella... Io non la
credo innamorata propriamente del principe.
--Nemmeno io: ella non è capace di amare alcuno; ma non rinuncierà mai
ad un gran partito come questo per generosità. Il lusingarsene sarebbe
un assurdo. Guardate, donna Livia, io provo per quella fanciulla,
quantunque tanto bella, una repulsione grandissima.
La duchessa non rispose: perchè avrebbe difeso donna Maria? Non era
suo costume prodigare elogi a chi non stimava.
--Ed io, continuò il cavaliere, voglio dirvi che vi guardiate da lei:
anche conoscendola, come certo la conoscete, non la temete forse
abbastanza. Siete al disopra di ogni sospetto; ma colei potrebbe
egualmente nuocervi. Diffidate... La notte, in cui morì mio zio, io
feci per accostarmi a voi: volevo dirvi qualche parola sul disgraziato
affare della pergamena, mentre eravate appoggiata al letto.
--Ebbene?
--Io vidi donna Maria esaminarmi in modo che rabbrividii. Ella
sorrideva impercettibilmente; ma quel sorriso era sì malvagio, che io
vi lessi macchinazioni infernali, come ne lessi ne' suoi sguardi...
Oh! donna Livia!--aggiunse con viva emozione--io che so per prova come
voi siate fra il numero raro di quelle donne che saprebbero morire
prima che mancare anche in ispirito all'onore, al dovere; posso dirvi
che ella sospetta di voi: posso dirvelo senza timore d'offendervi.
--Vi ringrazio, conte, rispose la duchessa tristamente: mi prevarrò di
questo vostro avviso.
Il rumore, che si poteva aver udito poco prima, si rinnovò; ma neanche
questa volta nè donna Livia, nè il cavaliere lo notarono.
Il duca, scosso e persuaso dalle ultime parole del cavaliere di Malta,
ed arrossendo d'aver potuto un momento dubitare della duchessa, non
aveva voluto trattenersi maggiormente. D'altronde da un istante
all'altro il conte poteva lasciare il castello, ed ei non voleva
esporsi ad incontrarlo in cammino. La risposta, che donna Livia aveva
data all'avvertimento del cavaliere, pareva dover terminare il
colloquio; pensò che si sarebbe fatta chiamare donna Rosalia, e che
ella entrando poteva avvedersi di lui: non gli rimaneva forse che il
tempo strettamente necessario per ritornare a Catania senza essere
raggiunto dal cugino.
Fu fortuna; poichè, se si fosse trattenuto ancora, avrebbe inteso
parlare del progetto che riguardava il cavaliere dell'Isola.
--Chi sa quali cangiamenti avverranno qui forse durante la mia
assenza? disse il conte di San Giorgio a donna Livia.
--Non cerchiamo d'interrogar l'avvenire, rispose ella: disponiamoci ad
accettar con coraggio quanto potrà darci di male, e forse sarà meno
triste di quanto potremmo presumere in mezzo a tante preoccupazioni. I
presagi, che talora si credono scorgere in esso, sono più fallaci di
una sibilla menzognera.
Vi era in queste parole della giovane duchessa un senso di sconforto,
che ne traspariva suo malgrado, come una rimembranza di speranze
distrutte, di necessità subíte.
Il cavaliere la esaminò con una certa agitazione; indi:
--Avete ragione, signora, le disse: vi fu un tempo in cui io guardavo
al futuro con una specie di temeraria fiducia: credevo non dover
trovarvi mai se non che pugne felicemente sostenute, soddisfazioni di
un guerriero.... ed invece....
La duchessa lo guardò attentamente.
--Non temete, donna Livia, proseguì egli con dolore ed insieme con
esaltazione; io non mancherò giammai alla promessa che vi ho fatta;
riguardatemi senza timore come il vostro amico più devoto.
--Vedete che come tale vi riguardo, caro conte; non metto ora forse la
vostra amicizia alla prova, ed a dura prova?
Ella sorrise leggermente, e dopo qualche istante:
--L'unica cosa, che temo indovinare nell'avvenire, è il dolore di
donna Rosalia. Questa fanciulla, credetemelo, cavaliere, mi preoccupa
assai.
--Ed io pure: ma che fare? d'altronde presto partirò. Voi la
consolerete, duchessa.
--Lo tenterò almeno. Ora ella è meco al castello: volete salutarla?
--Volentieri.
Donna Livia fece chiamare la sua giovane cognata.
Dopo un momento questa entrò. Era sì pallida, sì abbattuta, che il suo
padrino e la duchessa si scambiarono uno sguardo di compassione: essi,
che sapevano come tutto fosse finito per lei.
Donna Rosalia si conteneva però: desiderava far credere che la morte
del padre, ed il segreto di famiglia fossero causa del suo turbamento.
E ciò in parte era anche vero. Ma ahi! in piccola parte soltanto.
--E così? domandò ella a donna Livia.
--Il conte è pronto ad assecondarci, rispose la duchessa: se otterremo
il nostro scopo, sarà grazie a lui. Ei partirà prestissimo: forse
prima non lo rivedremo più.
Donna Rosalia guardò il cavaliere di Malta; e nei suoi occhi neri
grandi e belli si dipinse una viva riconoscenza.
--Grazie, grazie, dissegli, per mio padre e per me.
--Fo il mio dovere, cara figlioccia: io pure desidero assai togliermi
la parte di responsabilità, lasciatami in questo affare dal duca
morente. E poi colui, che cercherò reintegrare ne' suoi diritti, non è
forse mio zio? Non avrei osato agire solo, perchè personalmente io non
devo una riparazione.
E come per distrarre la giovane, per occuparla di altro che del
principe, aggiunse:
--Siate cauta, cara donna Rosalia: adoperatevi colla duchessa,
affinchè non si penetri da alcuno il vero motivo della mia assenza.
--Oh non temete! quel progetto mi sta tanto a cuore!
--Ora, riprese il conte, ritorno subito a Catania. Prima di partire mi
recherò da don Francesco: se sarete ritornate in città, avrò il
piacere di salutarvi ancora: altrimenti, pazienza!
Egli contemplò qualche istante donna Rosalia e la duchessa; la prima
con una tenera compassione; la seconda un po' più a lungo, e con
espressione indefinibile. Indi decidendosi, si strappò alla specie
d'incanto, che lo tratteneva in quella sala: e dopo aver abbracciata
donna Rosalia, e baciata tremando la mano alla duchessa, partì.
La moglie e la sorella di don Francesco rimasero silenziose: entrambe
erano commosse, agitate.
Il progetto di donna Livia era generoso; ma chi sa dove poteva
condurre?
Quasi subito una vecchia che era sempre stata governante di donna
Livia, sin da quando questa era bambina, venne ad avvertirla che il
benedettino, invitato segretamente da lei a recarsi al castello, era
giunto non visto da alcuno, ed attendeva nella cappella.
Donna Livia vi si recò all'istante.