VII.

Marcella era contenta di essere in mezzo ai monti, sola col suo bimbo,

di poter passeggiare nei boschi, correre, giuocare, lontana da ogni

pericolo; lo vedeva rifiorire in quella vita libera, a quell'aria

salubre e imbalsamata, e non si pentiva della decisione presa.

Dopo qualche giorno si era calmata la sua paura, e nella solitudine

e nel silenzio della notte ridestandosi la curiosità scientifica,

osservava la testolina luminosa del figlio e si sorprendeva notando

i movimenti del cervello, che mandava spesso scintille più o meno

luminose, secondo le imagini che si succedevano e le impressioni che ne

riceveva.

Aurelio cresceva come un fiore rigoglioso, e pareva che i microbi

inoculati nel suo organismo gli avessero dato maggior vigore, al punto

che Marcella era quasi pentita della decisione presa, ed incominciava

a pensare al marito con vera indulgenza.

Essa non sapeva come egli fosse rimasto affranto dal dolore, vedendosi

abbandonato dalla moglie che adorava: non sapeva che s'era ammalato

gravemente al punto da dover chiamare presso di sè il fratello e il

nipote, nel timore di non poter sopravvivere, e non volendo dar sue

notizie a lei, che era stata tanto crudele da abbandonarlo.

—Se io muoio, sarà il suo castigo,—aveva detto al fratello, parlando

di Marcella,—e ne avrà rimorso per tutta la vita.

E il fratello Paolo fu un vero consolatore per lui, e il nipote,

mostrando molto interesse per la sua scoperta, pareva gli ridonasse la

salute.

—Era forse un delitto fare sul proprio figlio un esperimento

innocente?—chiedeva il professore.

—Anzi, tutt'altro; io sarei glorioso,—rispondeva il nipote,—di poter

esserti utile.

—Davvero? e ti presteresti ad un esperimento?

—Se credi, caro zio, mi metto subito a tua disposizione.

—Bada che sono capace di prenderti in parola,—disse lo zio, e

rivoltosi al fratello chiese:—E tu permetteresti?

—E perchè no?—rispose Paolo,—mi fido di te interamente.

Il professore era contento; ciò avrebbe servito d'esempio anche

alla moglie, se il fratello gli affidava il suo unico figlio, e poi

poter studiare l'effetto dei microbi in una persona sana, era quello

che desiderava da tanto tempo, e sarebbe stato un diversivo ai suoi

dispiaceri.

Così, mentre Paolo scriveva alla cognata per persuaderla al ritorno,

dicendole d'aver trovato Giulio molto ammalato ed avvilito, raccontava

ch'egli aveva permesso a suo figlio, la sola persona che lo tenesse

attaccato alla terra, di servire agli esperimenti del fratello, e che

questi si effettuavano ogni giorno, ed Enrico si lasciava inoculare i

microbi fosforescenti, ne ingoiava nel cibo, sorridendo e scherzando,

contento di servire così alla scienza. Del resto, diceva che i microbi

gli facevano bene alla salute, perchè dopo averne fatta la conoscenza,

si sentiva aumentato l'appetito e avea il sonno più tranquillo.

Ogni sera, quando i lumi erano spenti, Enrico si guardava nello

specchio per vedere se il suo corpo incominciasse a dar segni di

fosforescenza. Dopo qualche giorno, forse per effetto d'immaginazione,

gli parve già di risplendere nell'oscurità, e lo disse allo zio, il

quale era certo che la sua cultura di microbi era d'esito sicuro, però

voleva aspettare ad esaminarlo che il corpo avesse ottenuto la massima

trasparenza, intanto si compiaceva di vederlo di buon umore ed in

perfetto stato di salute.

—Possibile—diceva—che i miei microbi possano servire di farmaco? Non

ti ho mai visto così florido!

—Non fanno male di sicuro, mi sento bene e pieno di forza.

Una sera però il professore, esaminando bene il corpo del nipote, si

mostrò invece cupo e non ebbe più voglia di scherzare.

—Perchè fai quella faccia scura,—disse Enrico,—hai forse scoperto

nel mio corpo qualche principio di terribile morbo?

—C'è qualche cosa che non so spiegarmi, vedremo meglio

domani,—rispose il professore, ma rimase tutto il giorno svogliato e

silenzioso.

Pareva che un nuovo dolore fosse piombato sul vecchio palazzo.

Paolo aveva un cattivo presentimento e non osava chieder nulla.

Soltanto Enrico era calmo e sereno, si sentiva bene e non voleva

inquietudini.

In seguito ad altri esami, quando il corpo del nipote, sotto l'azione

dei microbi s'era fatto più luminoso, il professore non ebbe più

dubbio, e fu convinto che un punto nero scoperto all'apice d'un

polmone, era un principio d'una malattia che avrebbe potuto distruggere

un'esistenza così preziosa, ma non si sentiva il coraggio di darne al

fratello la notizia, pur riconoscendone il dovere.

Una sera che Enrico era andato a leggere nello studio di Marcella e i

due fratelli s'erano indugiati in sala da pranzo a sorseggiare il caffè

ed a fumare un sigaro, Paolo ruppe il silenzio e disse al professore:

—Ti prego di dirmi la verità, hai scoperto nel corpo di Enrico qualche

cosa che non va bene e vuoi nasconderla?

—Veramente non sono sicuro di me stesso, la medicina è una scienza

molto difficile, ed io la conosco in teoria e poco in pratica, e

m'impressiono facilmente per cose da nulla.

—Ma in nome del cielo, che cosa hai veduto?—chiese Paolo.

—Semplicemente un punto nero, forse non è nulla, oppure basterà

qualche cura semplice a farlo sparire. Ma vedi, ora sei diventato

pallido ad un tratto, ti spaventi? Come sono pentito di quello che feci

e d'aver parlato, ma sei stato tu a spingermi.

E da quel giorno non ebbero più quiete, fecero visitare Enrico da

medici e professori, e tutti trovarono il punto nero. Chi diceva una

cosa, chi un'altra, forse era nulla, un ingorgo al polmone con un po'

di congestione: chi suggeriva un rimedio, chi un altro, cose da far

perdere la testa.

Paolo non sapeva più che pensare, ma il dubbio gli era penetrato

nell'animo e non poteva darsi pace.

Il professore sentiva rimorso d'essere stato causa di quel dolore, e

cupo, accigliato, non faceva più alcun esperimento e odiava i microbi,

causa di tutti i suoi dispiaceri.

—Come, non vuoi più inocularmi i tuoi microbi?—diceva Enrico.

—Non ne voglio più sapere. Li odio, voglio gettarli nel pozzo.

—Allora inquineranno l'acqua e diventeremo tutti trasparenti,—disse

Enrico.—Mi rincrescerebbe, vorrei io solo aver questo privilegio.

—Non l'avrà più nessuno,—disse Grimani.—A morte, a morte!

Sì dicendo, fece una fiammata sul camino e vi gettò tutte le culture

dei microbi.

Fu un attimo; nè Paolo nè Enrico riuscirono a salvarne nemmeno un

tubetto.

—Sei pazzo?—gli disse Paolo—Dopo tante fatiche! te ne pentirai.

—Non m'hanno recato che dolori. Ora è finita, sono morti per

sempre,—disse il professore.

Ma la sua voce tremava e chinò il capo per nascondere le lagrime che

sentiva inumidirgli le ciglia.

Sul capo di quei tre uomini seduti nel vasto laboratorio, pareva che

sovrastasse un'immensa sventura; non osavano parlare, temendo di

rattristarsi colle parole desolate, e non si sarebbe potuto dire quali

avessero maggiormente un aspetto spettrale se i tre vivi o i ritratti

degli avi che spiccavano sulle scure pareti.

Ad un tratto un rumore di usci aperti e rinchiusi, un fruscìo di vesti

femminili, e un suono di voce argentina, ruppe il cupo silenzio.

Marcella si fermò sulla soglia, mentre Aurelio si precipitò colle

manine aperte verso il professore.

—Papà, papà!—gridò la voce infantile.

Egli si scosse come da un sogno, e disse:

—Tu qui, Marcella? È il cielo che ti manda.

—Perdono,—disse la donna gettandosi nelle sue braccia,—ti ho dato

un gran dolore, me ne avvedo dal tuo volto disfatto.

Poi ringraziò il cognato e il nipote, venuti a confortare il marito

ch'essa aveva abbandonato.

—Ho fatto male,—soggiunse,—sono stata un'ingrata, ma lo sdegno è

stato più forte di me.

—Non ti so dar torto, non bisogna voler strappare i segreti alla

natura: il cielo nol permette.

—Perchè sei così scoraggiato? Mi fai pena, bisogna rimettersi al

lavoro, anzi, guadagnare il tempo perduto. Aurelio sta bene, s'è fatto

più robusto e intelligente, forse saranno stati i microbi.

—Ora sono morti,—disse il professore,—non turberemo più la loro pace.

—Come?—esclamò Marcella con uno sguardo interrogativo.

—Distrutti,—disse Paolo.

—E tu hai fatto questo?—chiese rivolta al marito.—Non ci sarà mai

possibile rinunciare a studii così interessanti, ritorneremo da capo.

Il professore crollava il capo come per dire che tutto era finito.

—Pare che abbiano rivelato una grave malattia nel mio

organismo,—disse Enrico.—Ecco il loro delitto.

—Una malattia? Non può essere, con quell'aspetto; ma so certo che non

si può osservare con calma quelli che si amano. Se sapeste quanti mali,

lassù nella solitudine della montagna, ho veduto sorgere e tramontare

nel corpo del mio bambino quando era sotto l'influenza dei microbi!

Ora son passati e sta bene; nella solitudine della vita campestre, i

miei nervi si sono calmati e la verità è apparsa intera al mio spirito.

Ho capito che è una scoperta che non solo ci mostrerà le malattie, ma

forse potrà aiutarci anche a curarle.

Poi volle esaminare il nipote affermando che coll'esercizio continuato

nell'osservare il piccino, la sua vista s'era fatta più acuta: lo

condusse in una camera oscura e ne esaminò il petto.

—Che cosa hai veduto?—chiese al marito.

—Un punto nero.

—Hai dato corpo alle ombre, è proprio così, quel punto nero è

un'ombra, non vedi? Mano mano che Enrico si muove, esso si sposta,

eccone la prova più convincente.

—E gli altri?—chiese il professore.

—Sono stati suggestionati, ecco la verità: vi dò la mia parola di

dottoressa, che Enrico sta benone.

Ella ordinò a tutti di andare a ritemprarsi assieme nella sua casa in

montagna.

—Abbiamo sofferto troppo e prima di riprendere il lavoro, propongo di

andare a scacciare i tristi pensieri e passare qualche giornata lieta.

—Approvato,—dissero tutti in coro.

—Non mi scapperai più via,—disse il professore a Marcella.

—No, ma devi promettermi di non far più esperienze sul corpo di nostro

figlio.

—E nemmeno su quello di Enrico, ne puoi star sicura, ho sofferto

troppo,—rispose il professore.

Paolo era ritornato di buon umore, e diceva che la scienza è pericolosa

dopo che l'albero della scienza del paradiso era stato la rovina di

Adamo ed Eva.

—Ma fu l'origine dell'umanità,—osservò Enrico.

—Infine non sappiamo nulla,—disse il professore,—intanto godiamo di

questa tregua alle nostre ansie. Chi ci avrebbe detto un'ora fa, quando

eravamo tanto tristi e abbattuti, che in poco tempo tutto potesse

mutarsi? Ma mia moglie è ritornata a ridonare la pace e la serenità

alla vecchia casa che pareva sul punto di crollare. Ora mi sento nuova

lena per ricominciare il lavoro interrotto.

—Ed io non t'abbandonerò più,—disse Marcella.

—Lo credo bene,—saltò su Enrico,—colla tua scienza ci hai ridato la

pace e fatto la luce.

Verso il mistero: Novelle · 第 42 / 52 题