E che altro è? Se n’è andato. Finchè stavi muta, stava qui. Ho parlato

io, e ha trovato il pretesto per andarsene. Voleva il silenzio,

lui! Sfido! Che nessuno parlasse! Che nessuno ragionasse! Perchè non

poteva ragionare, lui. È sopra ogni ragione, lui! S’accusa, sì, ma

è anche sopra ogni accusa. Sopra ogni accusa e sopra ogni scusa. Non

si dichiara anche senza scuse? Concede tutto. E poi non si lagna, oh!

Avessi a credere che si lagna?... Non si lagna! E ha avuto anche la

bontà di dirmi che tu, sì, tu avresti tutto il diritto di ribellarti;

ma non lo fai perchè capisci che non c’è rimedio.... Un sacco di

gentilezze commoventissime.... Cose da trasecolare! Ma dove siamo? Oh,

io mi tocco e dico: ma, ho la testa a posto? In che mondo sono cascato?

La meraviglia non è di lui.... Ma vedo te, così.... Ohè, figlia mia!

Che sortilegio t’ha fatto? Va’, va’, senti, ho la bocca amara, un po’

di caffè, ti prego. Sono calmo, vedi? Fammi ragionare un po’ con te,

almeno. Ma prima un po’ di caffè, va’....

Livia, commossa, fa cenno di sì,

esce per l’uscio laterale a sinistra.

Guglielmo resta assorto, fa gesti di

stupore, di sdegno. Poco dopo rientra

Livia.

LIVIA.

Ecco, a momenti....

GUGLIELMO.

Vieni qua, accòstati.

La abbraccia; le carezza il capo.

Sei cresciuta senza mamma, tu, povera figliuola mia.... E lo so,

tante cose ti sono rimaste chiuse dentro.... E questo tuo padre, così

grosso.... preso da tanti affari.... non t’ha saputo mai parlare....

non ha saputo mai farti parlare.... farti dire ciò che ti stava sul

cuore.... Ma ora... ora bisogna che tu mi parli.... sì, a poco a poco,

piano.... Io mi faccio quanto più posso vicino a te.... va bene? per

sentire quello che non hai potuto dire mai a nessuno.... A lui, no di

certo, se ha potuto trattarti così.... Lo dirai a me? Su. Mettiamo in

chiaro prima di tutto, questo: Tu gli vuoi bene.... ancora?

Livia chiude gli occhi dolorosamente;

poi, appena, col capo, fa segno di no.

No? Devi dirmelo: No.

LIVIA.

Ti dico no....

GUGLIELMO.

Me lo dici bene! Non cominciare a negare: perchè la vera disgrazia è

questa figliuola mia. Siedi, siedi.

Seggono.

Ecco, guarda: tu puoi benissimo crederti una, ed essere due, invece.

Due, due.... Voglio dire: divisa tra l’orgoglio e l’amore. L’orgoglio,

in bocca, ti dice: no; mentre l’amore, in petto, ti dice: sì.

LIVIA.

No, t’inganni.

GUGLIELMO.

M’inganno? Sta bene. E allora perchè?...

LIVIA

si volge a guardare verso l’uscio a

sinistra.

Non vorrei che....

GUGLIELMO.

Pensi al caffè, io non ci penso più.

LIVIA.

No, non vorrei che.... sentissero....

GUGLIELMO.

Parlo tanto piano....

Con uno scatto.

Ma che cos’è? Piano di qua, piano di là.... Non si può più davvero

parlare? Fare, sì, si può tutto. Gli atti qua non offendono. Appena si

parla invece.... piano! piano! piano! V’offendono le parole? Ma guarda!

Afferrandosi i lobi degli orecchi:

Pare che gli orecchi soltanto in città vi diventino così delicati!

LIVIA.

Hai ragione. Ma perchè far sapere?

GUGLIELMO.

Vedono, figliuola mia! Ti pare che, se non sentono nulla, per questo

non debbano vedere? Vedono! O forse egli, altre notti...?

LIVIA.

No, ah no, questo mai!...

GUGLIELMO.

Meno male! Con codesta remissione, poteva anche darsi che ti fossi

avvilita fino a questo punto.

LIVIA.

Ma che dici, babbo? Ma veramente allora tu non mi conosci! Io non

mi sono mai avvilita. Fin dal primo giorno che seppi, tra me e lui è

finito tutto. Egli non m’ha visto neppure una lagrima negli occhi. È

rimasto qui, perchè così ho voluto, non per me, per gli altri. Ma io

non l’ho più guardato. E perciò non voglio che.... Zitto!

Si sente picchiare all’uscio a

sinistra.

LA CAMERIERA.

Permesso?

GUGLIELMO.

Avanti.

LA CAMERIERA

entra, recando un vassojo con

una tazza, ecc. Depone tutto su un

tavolino; poi:

Comanda altro?

GUGLIELMO.

No, grazie.

La cameriera, via. Guglielmo si versa

il caffè e comincia a sorseggiarlo in

silenzio: poi dice, come a se stesso:

Mia figlia... in questa situazione!... E chi sa per quanto tempo ci

saresti rimasta.... se non fossi venuto io a muovere le acque.

LIVIA.

Eh, sarebbe stato meglio forse, meglio, babbo, che non fossi venuto.

GUGLIELMO.

Ah, vedi? Puoi dire così?... Ma dunque, via, non negare!

LIVIA.

No. Non lo dico per quello che tu credi! Ti giuro, babbo, t’inganni! Tu

sei convinto che fosse necessario quest’urto violento, questa spinta

che sei venuto a dare a quell’apparenza di vita che ti dicevo.... che

si reggeva qua sul silenzio.... Ebbene, io non avrei voluto, te lo

confesso. E Dio sa se ho fatto di tutto perchè non t’accorgessi di

nulla. Non per altro, credi, ma perchè so che.... non posso.... ecco:

io non posso parlare....

GUGLIELMO.

Come non puoi? Perchè? Chi te lo proibisce?

LIVIA.

Ma chi vuoi che me lo proibisca? Io stessa. Te l’ho detto. Vedi, babbo:

io comprendevo bene, che tu, venendo a conoscere soltanto ora, dopo

tanto tempo, ciò che è accaduto, quando la colpa è veramente finita,

scontata, e ci sono soltanto come punizione per lui le conseguenze,

dovessi credere ancora necessario, utile, il tuo intervento. Non può

sembrarti tardi, insomma, a te, poichè vieni a sapere soltanto ora, tu.

E non vedi più lui come veramente è, ma come la sua colpa, conosciuta

ora all’improvviso, inattesamente, te lo fa vedere; hai voluto

ragionare con lui, fargli intendere la ragione: è naturale. Io sapevo

invece ch’era inutile ormai. Inutile parlare, inutile ragionare.... Ma

scusa, che vuoi più parlare?... Non vedi come s’è ridotto?

GUGLIELMO

con infinito stupore, che gli toglie

quasi la parola:

Ma allora.... ma allora.... perdio.... Io sbalordisco.... Tu hai

compassione di lui?

LIVIA.

No, non compassione.... ribrezzo.... non so! L’ho veduto a poco a poco

cadere così.... avvilirsi.... perchè non può.... vedi?... non può col

suo lavoro....

Un nodo angoscioso alla gola le

impedisce per un momento di proseguire;

ma riesce a dominarsi subito.

Non sa più come fare....

GUGLIELMO.

Ma dunque tu speravi...?

LIVIA

subito:

Nulla, no, non speravo nulla....

GUGLIELMO.

Aspettavi, almeno, che...

LIVIA

subito:

No, no!

Con fierezza:

Perchè se egli fosse venuto qua a dirmi che per me aveva abbandonato la

figlia in mezzo a una strada

Con forza, con sdegno:

io l’avrei scacciato!

GUGLIELMO

sbalordito:

E allora proprio non ti capisco più!

LIVIA.

Forse non so dirtelo. Vedi, babbo: per l’odio ch’io sento dell’offesa

ch’egli mi ha fatto, questa non sarebbe stata per me una soddisfazione.

Se egli avesse abbandonato la figlia, perchè convinto di non poterla

più mantenere, e fosse tornato a me, agli agi della sua casa, mi

avrebbe fatto ribrezzo, orrore. Capisci, adesso?

GUGLIELMO.

Come fosse figlia tua, quella! E va bene: se egli la avesse abbandonata

per le considerazioni che tu dici.... sì, posso anche comprendere....

Ma se gliel’impongo io, ora?

LIVIA.

Tu? E come puoi imporglielo tu?

GUGLIELMO.

Ma non c’è mica bisogno che la abbandoni in mezzo a una strada. Si

provvederà, a lei, alla madre....

LIVIA.

E ti pare ch’egli possa rinunziare, così, alla figlia, babbo?

GUGLIELMO.

Ah, sì? Bel ragionamento! E debbo io permettere che sia abbandonata,

invece, mia figlia? Che modo di ragionare è codesto? Sono padre

anch’io, e mi difendo la mia figliuola!

LIVIA.

Vedi, ma vedi dunque? È proprio lo stesso caso!

GUGLIELMO.

No, cara, no. Non è lo stesso? Sarebbe lo stesso, se io non fossi tuo

padre, ma il padre della sua amante, e pretendessi che per lei egli

abbandonasse la figlia ottenuta dalla sua sposa innanzi a Dio e innanzi

alla legge!

LIVIA.

Parole, babbo! Parole! Come vuoi ch’egli faccia codeste distinzioni,

quando non ha che una figlia sola?

GUGLIELMO

trasecolato:

Ma debbo vedermi anche questa, dunque? Che tu prenda le sue difese?

LIVIA

con un grido:

Non lo difendo, nè l’accuso! Io vedo me, babbo; quel che mi manca! Dove

sono i figli è la casa! E qua, lui, figli non ne ha!

GUGLIELMO

commosso improvvisamente, accorrendo

a lei e abbracciandola:

Povera figlia mia! povera figlia mia! Ah, dunque è per questo? E che

colpa hai tu, se Dio non te n’ha voluto dare? Ah, è per questo! Tu

dunque capisci che cosa vuol dire aver figli, e non ne hai! E perchè

allora non vuoi capir me? Egli ha la sua casa, là, dov’è sua figlia? Ma

tu hai la tua, anche tu... la mia! Vieni via con me, dunque! Vieni via

con me!

LIVIA

sul petto del padre, gemendo:

No.... no.....

GUGLIELMO

seguitando con foga:

Che stai più a farci qua, se il tuo silenzio da martire, se la tua

prudenza non bastano a muovergli il cuore? Se tu stessa t’impedisci

finanche di sperare, di desiderare ch’egli ritorni a te?

LIVIA.

Sì, sì.... proprio così.... Non lo desidero, perchè egli non potrebbe

esser più, ora, quello che era! E non voglio che sia. Non posso

volerlo.

GUGLIELMO.

E che vuoi allora? morire di pena, qua?

LIVIA.

Eh, ora forse.... chi sa!... Senza volerlo, tu.... vedi? credendo

di far bene.... hai, in un momento.... disperso il frutto delle mie

sofferenze di tanti anni.

GUGLIELMO.

Io?... Ma scusa.... quale frutto?

LIVIA.

Il suo contegno verso me.... Il suo rispetto.... Mentre ora....

GUGLIELMO.

Era soddisfazione per te il supplizio di tutti i giorni? Non le capisco

io, codeste imprese, figliuola mia! Ti sei avvelenata l’esistenza.

Basta ora. Basta. Bisogna decidere.

LIVIA.

E ti pare che mi sarebbe stato difficile, in tanti anni, far quello che

tu hai fatto in un momento solo? Prima, prima bisognava farlo!

GUGLIELMO.

Ma perchè non l’hai fatto? Non dirmene nulla! Nulla.... neppure un

cenno che mi facesse intendere!

LIVIA.

Io dico prima che gli nascesse la figlia.

GUGLIELMO.

Ebbene?

LIVIA.

Quando? Se mi sono accorta del suo tradimento già troppo tardi!

GUGLIELMO.

Quando già era nata la figlia? Ma com’eri? cieca?

LIVIA.

Eh, sì.... l’arte! Che ne sapevo io? Egli non ci pensava più, dacchè

s’era sposato. Vivevamo tranquilli, insieme, in pace....

GUGLIELMO.

E sotto, intanto....

LIVIA.

No. Arriva un giorno una lettera....

Si ferma.

GUGLIELMO.

Che lettera?

LIVIA.

Una lettera. La leggiamo insieme. Egli non aveva segreti per me. Non

riconobbe in prima la scrittura. E io stessa gli feci notare: _Non

vedi? È di tua cugina_....

GUGLIELMO.

Quella Orgera!

LIVIA.

Che era stata sua fidanzata.... Si erano lasciati per un puntiglio.

GUGLIELMO.

Lo so. E quella lettera?

LIVIA.

Le era morto il marito. Non avendo altri parenti a cui rivolgersi,

chiedeva a Leonardo un soccorso.

GUGLIELMO.

Sfacciata!

LIVIA.

E io stessa, insistentemente, spinsi Leonardo a mandarglielo.

GUGLIELMO.

Ah.... sei stata proprio tu?

LIVIA.

Come potevo sospettare? Ma neanche lui, neanche lui suppose allora ciò

che doveva accadere!

GUGLIELMO.

E poi? In principio?

LIVIA.

Circa tre mesi dopo, egli si rimise a scrivere, a scrivere, come

non aveva mai fatto. Certe notti, appena venuto a letto, tornava

ad alzarsi. Alle mie interrogazioni, rispondeva che io non potevo

comprendere che cosa fosse. Gli era ritornato l’estro, diceva.

GUGLIELMO.

Ah, bell’estro! Bell’estro! Magnifico!

LIVIA.

Così m’ingannò.

GUGLIELMO.

Per non doverti più nulla, è vero? Che pudori ha la coscienza! Ma

gliel’ho detto, sai? Gliel’ho detto!

LIVIA.

Se ci pensi, vedi che, dopo tutto, non poteva fare altrimenti....

GUGLIELMO.

Eh, già! Da uomo onesto.... Galantuomo! S’è messo a lavorare.... per

mantenere col sudore della fronte....

LIVIA

piano, assorta:

E potesse almeno! Ma non può.... non basta....

GUGLIELMO.

Che dici?

LIVIA.

Dico che non può più.... non basta....

GUGLIELMO

irritato:

E perciò? Secondo te, che dovrei fare io? Andargli a chiedere scusa,

umilmente, e pregarlo di ritornare?

LIVIA.

Babbo! Ancora?

GUGLIELMO.

T’offendi? Io non ti capisco, non ti riconosco più! Vuoi restare

così? Ma se non sai tu stessa quello che vuoi! Mi ringrazi così d’aver

tentato almeno di mettere le cose a posto?

LIVIA.

Eh.... Se avessi potuto metterle, a posto....

GUGLIELMO.

Ma se tu mi leghi le braccia! Oh bella! Se mi dici che non devo far

nulla!

LIVIA.

Ebbene, guarda: Vuoi andare a trovarlo, è vero? Che gli dirai? Tornerai

a ragionare con lui. Ma per quante cose tu possa dirgli, nè con la

ragione nè con la forza potrai ottenere che egli abbandoni la figlia.

Ripeto: qua, lui, figli, non ne ha. Dunque?

GUGLIELMO.

Ma qua lui ha la moglie, perdio! Non rappresenti dunque nulla, tu?

LIVIA.

Sì, la moglie, rappresentavo. Finchè tu non l’hai messo al bivio: tra

la moglie e la figlia. Se n’è andato dalla figlia, vedi.

GUGLIELMO.

Oh, dunque. Tu vuoi ancora seguitare a soffrire, così, senza scopo?

Bene, senti, cara, accòmodati! Io me ne vado. Ah, mi rivolta, capisci,

questo spettacolo! Non posso sentirti parlare così! Non sarei sicuro

di me. La mia casa è aperta, lo sai. Quando ti parrà, ci verrai. Vado a

farmi subito le valige.

Esce furiosamente per l’uscio a

sinistra. Livia resta in mezzo alla

stanza: si copre il volto con le

mani; sta un po’ così; finchè, udendo

picchiare all’uscio a vetri, in fondo,

si scuote e cerca di nascondere le

lagrime.

LIVIA.

Chi è?

La cameriera entra con un biglietto

di visita in mano e lo porge a Livia,

che lo prende e legge.

Di’ che il padrone non c’è.

LA CAMERIERA.

Gliel’ho detto. Ma vuol parlare col padre della signora, dice.

LIVIA

resta un po’ sopra pensiero, poi

dice:

Fallo passare.

Entra poco dopo Cesare D’Albis.

D’ALBIS

dalla soglia:

Permesso?

Si fa avanti, s’inchina, porge la

mano.

Oh, Signora.... Mi scusi se ho insistito.... M’hanno detto che Leonardo

non c’è.... Non importa. Basta che ci sia suo padre, perchè veramente

avrei bisogno di lui.

LIVIA.

S’accomodi, prego. Ma non so se mio padre.... in questo momento....

D’ALBIS.

Sa, mi premerebbe molto, proprio molto di vederlo.

LIVIA.

Scusi.... Lei viene forse da parte di Leonardo?

D’ALBIS.

Io? No. Perchè?

LIVIA.

Ah, bene. Nulla. Aspetti un momento. Vado a vedere se mio padre....

D’ALBIS.

Permette? Volevo propriamente parlargli d’una cosa che.... sì, può

anche interessare Leonardo, questo sì; anzi l’interessa davvicino.

Ecco, per il Ruvo, insomma.

LIVIA.

E.... lei non l’ha veduto?

D’ALBIS.

L’onorevole Ruvo? No. È stato qua?

LIVIA.

No, no. Prego, segga. Vado a chiamarle mio padre.

Esce per l’uscio a sinistra. D’Albis

resta un po’ sconcertato, fa un gesto

come per dire che non capisce nulla.

Sta un po’ seduto, poi si alza e

si reca a guardare i libri di uno

scaffale. Sbuffa, torna a sedere. Entra

poco dopo Guglielmo Groa.

GUGLIELMO.

Gentilissimo signore! Lei vuol parlare con me?

D’ALBIS.

Se non le dispiace, signor Groa. Due paroline. Lei ha fretta? Ho una

gran fretta anch’io. Ecco.... una preghiera....

GUGLIELMO.

Comandi! s’accomodi!

D’ALBIS.

Troppo gentile, prego....

GUGLIELMO.

Lei è un uomo di spirito. Mi faccio meraviglia! Preghiera.... comandi.

Cose che si dicono, caro signore. Non ne teniamo conto, per carità.

Perchè io, scusi, la fretta ce l’ho veramente. Si accomodi.

D’ALBIS.

Grazie.

GUGLIELMO.

Non c’è di che, prego. Eccomi qua, tutt’orecchi.

D’ALBIS.

Leonardo, io non l’ho veduto.

GUGLIELMO.

E neanche io, caro signore!

D’ALBIS.

Glielo dicevo, sa? perchè la signora.... non so.... mi ha domandato, se

venivo da parte di lui....

GUGLIELMO.

Ah.... come, come? Lei viene per parlarmi di mio genero?

D’ALBIS.

No, no. Anzi.... le dico che non l’ho veduto....

GUGLIELMO.

Ah, benone! Perchè, se permette, desidero di non parlarne affatto.

D’ALBIS.

C’è forse qualche novità?

GUGLIELMO.

Niente. No. Affari miei. Scusi, in che potrei servirla?

D’ALBIS.

Ecco, sì, lasciamo andare. Volevo domandarle, signor Groa: è stato dal

Ruvo, lei?

GUGLIELMO.

Io? dal Ruvo? Nossignore. E perchè dovevo andarci?

D’ALBIS.

Ma.... credevo che.... come amico....

GUGLIELMO.

Qua? Nossignore! Al paese!

D’ALBIS.

Come sarebbe a dire?

GUGLIELMO.

Qua non mi conosce. Laggiù, al paese, siamo amici, amicissimi, e viene

lui a trovar me. Io non so neppure dove stia di casa.

D’ALBIS.

Eh, via! Mi vuol dare a intendere adesso che se lei, dopo la vittoria

di jeri, si recasse a congratularsi....

GUGLIELMO.

Ma me ne guardo bene, caro signore! Lei non mi conosce....

D’ALBIS.

Perchè? Scusi.... Non vedo che male ci sarebbe....

GUGLIELMO.

Ma nossignore! Non ho questo vizio, creda pure!

D’ALBIS

ridendo sforzatamente.

Ah, lei è graziosissimo!

GUGLIELMO.

E abbia pazienza! Lui non ha bisogno delle mie congratulazioni, in

questo momento; io, per grazia di Dio, tanto meno.... Dunque, perchè?

Per la patria? Lasciamo stare, caro signore. Piuttosto, facciamo

così: mi congratulo sinceramente con lei, che è stato suo strenuo

paladino....

D’ALBIS.

Eh, già.... eh! Lei ha un po’ l’aria di canzonarmi?

GUGLIELMO.

Io? Nossignore....

D’ALBIS.

Ma tanto, sa? una canzonatura di più, una di meno.... Purchè poi mi

faccia il favore che le chiedo. Questo è l’importante.

GUGLIELMO.

Ho capito, sa? Si tratta del Ruvo? Non ne facciamo niente.

D’ALBIS.

Permette? Mi lasci spiegare. Sono voci, ancora, voci, a cui non voglio

credere.

GUGLIELMO.

Vuole un consiglio mio? Ci creda.

D’ALBIS.

Ma sa di che si tratta?

GUGLIELMO.

Nossignore. Ma lei ci creda, dia ascolto a me.

D’ALBIS.

Eh, no, scusi! Dopo tutto quello che ho fatto per lui, mi ripugna

troppo! È infido, sì, ha fama d’infido, ma con me, no; con me, se ne

deve guardare! perchè io posso farlo pentire. Egli mi conosce; e perciò

non credo ancora.... A ogni modo è meglio prevenire. Nell’interesse del

giornale, e dunque nell’interesse anche di Leonardo....

GUGLIELMO.

Scusi tanto. La richiamo ai patti.

D’ALBIS.

Che patti?

GUGLIELMO.

Le ho detto che desidero di non parlare di mio genero.

D’ALBIS.

Ma ora si tratta d’affari....

GUGLIELMO.

Non m’immischio negli affari di mio genero.

D’ALBIS.

Anche quando, scusi, la condizione di lui potrebbe d’un tratto

diventare tanto difficile che....

GUGLIELMO.

No! Niente, sa!

D’ALBIS.

Le conseguenze....

GUGLIELMO.

Ma se non voglio saperne!

D’ALBIS.

Glielo avverto, mi dispiace, ma io mi vedrei costretto, senz’altro, a

rinunziare alla sua collaborazione, che non mi serve affatto.

GUGLIELMO.

E lo dice a me? Ma contentissimo, caro signore!

D’ALBIS.

Forse perchè lei ignora....

GUGLIELMO.

Non ignoro. Giusto, anzi, per questo! Non mi faccia parlare, la prego!

Si alza. Entra dall’uscio in fondo

Leonardo, pallidissimo, sconvolto.

Eccolo qua, del resto, il signor Arciani. Se la veda con lui.

LEONARDO.

Caro D’Albis. Un momento di tempo. Il tempo di prendere dalla scrivania

alcune carte, e andiamo via.

GUGLIELMO.

Non ce n’è più bisogno, sai!

LEONARDO.

Come dice?

GUGLIELMO.

Dico che puoi restare, perchè me ne vado via _io_. Parto fra mezz’ora,

_solo_.

A D’ALBIS.

Caro signore, le auguro buona fortuna, e mi compiaccio d’averla

conosciuta.

D’ALBIS.

Ma parte davvero?

GUGLIELMO.

Stavo a far le valige, quando lei è venuto. Non ho un momento da

perdere.

A Leonardo guardandolo negli occhi:

Dunque, intesi, _parto io_.

Accostandosi al D’Albis piano:

Me ne scappo a rotta di collo, per riportarmi salva in questa valigetta

Si batte la fronte:

la mia piccola provvista di raziocinio. La riverisco, caro signore.

Via per l’uscio a sinistra.

D’ALBIS

a Leonardo:

Per carità, non me lo far partire! Almeno per oggi! Bisogna che vada

dal Ruvo, assolutamente!

LEONARDO

scrollando il capo e ridendo

amaramente:

Tu capiti proprio al momento opportuno....

D’ALBIS.

Ma non c’è un momento da perdere! Perchè? Che cos’è? Ti sei bisticciato?

LEONARDO.

E tu.... liquidazione, è vero? Il Ruvo, arrivato, ti volta le spalle.

Tu mi metti alla porta. Di bene in meglio!

D’ALBIS.

Ma non ti metto nient’affatto alla porta! Il momento è grave, certo!

Siamo nella tempesta, e siamo come in una scialuppa. Bisogna ora dalla

scialuppa arrampicarsi alla nave arrivata in soccorso miracolosamente.

Bisogna che la fune ce la faccia gettare tuo suocero!

LEONARDO.

Bella immagine, caro. Ma se fosse per impiccarmi, la fune.... Parte, lo

vedi. Parte lui, dice. Dovevo andar via io. Questa non è più casa mia.

D’ALBIS.

Ma va là! Che tragedie! Al solito! Non mi far ridere!... Queste sono

stupidaggini! Con un suocero come quello? Con una moglie così....

prudente...?

LEONARDO.

Lascia.... Ti prego!

D’ALBIS.

Ma no, scusa! Sai a quanti parrebbe facilissima la vita, al tuo posto!

Tu non sai vivere, caro!

LEONARDO.

Eh, sì, forse hai ragione.

D’ALBIS.

Non sai vivere! Che diavolo! Con un po’ di.... sì, dico.... di _savoir

faire_.... C’è bisogno di guastarsi così? Ragazzate, via! E, quel che

è peggio, guasti, anche a me, le uova nel paniere! Credi pure che in

questo momento l’unica cosa seria è....

LEONARDO.

Eh, lo so, il tuo giornale!

D’ALBIS.

Molto più seria, certo, da qualunque parte la consideri!

LEONARDO.

Eh, sì, da una parte, almeno, per me....

D’ALBIS.

Su, dunque! Va’ subito a far pace con tuo suocero. Quello è capace

d’impartirti anche la santa benedizione. Lèvagli di mano la valigia e

spediscimelo dal Ruvo!

LEONARDO.

Tu scherzi, caro.

D’ALBIS.

E tu mi fai rabbia! Io ho contato su te!

LEONARDO.

Se non hai altro santo, amico mio....

D’ALBIS.

Ma perdio, pensa che ho pure fatto sacrifizii per te!

LEONARDO.

Credi, D’Albis, non posso. Le cose sono arrivate a tal punto, che non

posso, ti dico.

D’ALBIS.

Vuoi che t’ajuti io? Che mi metta io di mezzo per la pace?

LEONARDO.

No, che! Impossibile.

D’ALBIS.

Oh va’ là! Non ho tempo da perdere coi matti! T’avverto intanto che....

mi dispiace....

LEONARDO.

E va bene. Ho capito.

D’ALBIS.

Se hai il gusto di rovinarti! Ti porgo la mano, per tirarti su: la

respingi!

LEONARDO.

Come devo dirti che non posso?

D’ALBIS.

E dunque, basta. Addio. Non ne parliamo più. Resta.... resta pure. So

la via. Addio.

Leonardo, esausto, sfinito,

accompagna automaticamente il D’Albis

fino all’uscio in fondo; poi ritorna;

s’avvicina alla scrivania, apre il

cassetto, ne trae alcune carte. Entra

Livia dall’uscio di sinistra.

LEONARDO

quasi tra sè, stupito:

Livia!

LIVIA.

Mio padre t’ha detto di rimanere?

LEONARDO.

Mi ha detto che partiva.

LIVIA.

Io vengo invece a dirti che, se a te non accomoda, puoi pure andare.

Nessuno ti trattiene.

LEONARDO.

Sono venuto soltanto per raccogliere le mie carte.

LIVIA.

Non intendi quello che voglio dirti. La risoluzione di mio padre non

deve parerti un invito a rimanere qua.

LEONARDO.

Tu non trattieni. Ho inteso. So che hai cercato anche d’impedire

ch’egli s’intromettesse. E ho fatto anch’io di tutto, credi, per

sfuggire alla discussione, alle sue domande che mi stringevano, mi

torturavano; senza voler capire, per quanto io gli dicessi, che la sua

discussione non poteva condurre che a questo. Ma non capisco più perchè

egli parta, se tu sei venuta a dirmi che non mi trattieni.

LIVIA.

Parte appunto per questo, semplicemente, perchè gli ho fatto intendere

ch’era inutile s’adoperasse a trattenerti qua in modo diverso di prima.

LEONARDO.

Ma dunque, se a te dispiace, per gli occhi del mondo, che io abbandoni

la casa....

LIVIA.

No, no, ormai! L’hai già abbandonata....

LEONARDO.

Ma non sono stato, sai? dove tu credi.

LIVIA.

Non m’importa di sapere dove sii stato. So che la tua casa è ormai

altrove.

LEONARDO.

La mia casa?... Ma di’ soltanto che non può più esser questa, se credi

ch’io faccia un sacrifizio o una concessione a rimanere.... Io invece

te lo dicevo anche per me.

LIVIA.

Ah, se è per te....

LEONARDO.

Perchè.... Io ti son tanto grato, Livia, del modo con cui hai guardato

e seguiti a guardare il mio errore, del silenzio che hai saputo imporre

al tuo sdegno, se non al tuo cordoglio.

LIVIA.

Ma non rimani, certo, col pensiero che io accetti la tua gratitudine?

LEONARDO.

Oh, no! Deve sembrar così poco a te, lo so, la mia gratitudine; ma

è pur grande, credi, è la cosa più viva e più forte che io senta in

questo momento.

LIVIA.

E non temi neppure che possa offendermi?

LEONARDO.

No, no. Perchè so che tu comprendi. Puoi disprezzarmi. Ma comprendi

perchè sono così. È vero? Non puoi non comprenderlo, perchè tu stessa

mi vuoi così. È vero?

LIVIA.

Sì.

LEONARDO.

E ti par poco? Vorrei che tutti così mi disprezzassero, ma

comprendessero come te e mi lasciassero stare.... così, come posso,

come debbo, purtroppo.... Di questo appunto ti son grato. Ho inteso,

sai? ho inteso il tuo grido....

LIVIA.

Che grido?

LEONARDO.

A tuo padre.... là. Mi ha provato la commiserazione che sentì per il

mio castigo che dura, quando la colpa è finita. Io non ho casa, Livia!

Là ho soltanto.... tu lo sai....

LIVIA.

E come? Non ti basta?

LEONARDO.

Che dici? Vuoi che mi basti? E come può bastarmi?... Se tu sapessi....

LIVIA.

Credevo che non dovesse più importarti di nulla.

La ragione degli altri: Commedia in tre atti · 第 2 / 4 段