Avanti.

LUIGI PIRANDELLO

MASCHERE NUDE

L’INNESTO

COMMEDIA IN TRE ATTI

LA RAGIONE DEGLI ALTRI

(_ex_ SE NON COSÌ)

COMMEDIA IN TRE ATTI

_Con una lettera alla protagonista._

MILANO

FRATELLI TREVES, EDITORI

1921

=Secondo migliaio.=

PROPRIETÀ LETTERARIA.

_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per

tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda._

Copyright by Luigi Pirandello, 1920.

È assolutamente proibito di rappresentare queste commedie

senza il consenso della Società Italiana degli Autori

(_Articolo 14 del Testo unico, 17 settembre 1882_).

Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest’opera che

non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori.

Milano, Tip. Treves.

LA RAGIONE DEGLI ALTRI

COMMEDIA IN TRE ATTI.

PERSONAGGI.

LIVIA ARCIANI.

ELENA ORGERA.

LEONARDO ARCIANI.

GUGLIELMO GROA.

CESARE D’ALBIS.

DUCCI.

UN USCERE.

UNA CAMERIERA.

UN TIPOGRAFO.

_Lettera alla protagonista_

_Signora_ LIVIA ARCIANI.

_Cara Signora_,

_mi dispiace dirvelo, ma voi non fate in questa commedia una bella

figura. E forse nessuna prima attrice di ruolo che si rispetti,

vi avverrà di trovare, che voglia assumersi di rappresentare nella

commedia la vostra parte._

_Voi non siete soltanto una povera moglie sterile: oltre il bene, il

conforto, il presidio dei figliuoli, tante altre cose vi mancano: la

grazia, fors’anche la bellezza; e, quanto a maniere — lasciatemelo

dire francamente — così povera siete, che dovreste soltanto vivervene

appartata e schiva nell’ombra e nel silenzio del vostro irrimediabile

dolore. Ma, a un certo punto, ecco che vi forzano, signora, a

parlare, ad agire, a far valere le vostre ragioni e il vostro lungo

tormento. Che ne segue? Ahimè, il torto più imperdonabile: ve lo dico

sillabando:_ non sapete fare una scena!

_Siamo giusti: potete pretendere sul serio che una qualche prima

attrice di ruolo che si rispetti, si assuma di rappresentar nella

commedia la vostra parte?_

_Una sola volta, nel terzo atto, ma pure con così evidente sforzo,

prendendo tutto il vostro coraggio a due mani, vi provate a fare una

scena capitale, una scena nella quale, come spesso avviene a chi per

tanto tempo si sia imposto di soffrire in silenzio, non riuscite in

prima a trovare alla vostra voce un tono che sembri giusto a voi

stessa, e poi alla fine lasciate prorompere quasi farneticando lo

strazio così a lungo compresso._

_Sì: questo non sarebbe male: ma vi accade allora, cara signora, la

peggior disgrazia che si potrebbe immaginare (sempre in riferimento

a quella tale prima attrice di ruolo che si rispetti, la quale

dovrebbe assumersi di rappresentar nella commedia la vostra parte); la

disgrazia, voglio dire, d’esser cacciata via sul più bello da vostro

marito, in presenza della sua amante. Vi par poco?_

_Ah, voi ve ne andate via diritta, lo so, e più alta e più nobile di

prima; e il vostro spirito, se non più la vostra persona, sèguita sì

a dominare e a imporsi sulla scena sino alla fine dell’atto, più che

se voi foste presente, e trionfate voi, voi soltanto in ultimo, sì; ma

il fatto è che, a metà o poco più oltre di quest’ultimo atto, voi ve

n’andate via e non comparite più sulla scena._

_Può una prima attrice di ruolo che si rispetti tollerare una cosa

simile, massimamente quando sulla scena resta invece quell’altra,

l’amante di vostro marito, che ha una bella parte facile e di sicuro

effetto: la parte d’una madre a cui voi, cara signora, avreste voluto

togliere la figliuola; una povera madre che se la lascia poi portar

via da vostro marito, la figliuola, alla fine, e resta lì, sola sulla

scena, davanti al giocattolo della bimba che non c’è più: quella

campagnina stesa sulla tavola, con gli alberetti e le pecorelle e il

pastore e il cane; e che poi s’accorge d’aver tra le mani il cappellino

di lei e rompe in singhiozzi disperati e cala la tela?_

_Ah, signora mia, di fronte a una parte come questa, e proprio al

finale dell’atto e della commedia, ma nessuna prima attrice di ruolo

che si rispetti, credetelo, può più esitare: butta via la vostra parte

e prende questa!_

_La protagonista siete voi? Non importa, cara signora. Sarà verissimo

che tutto ciò che avviene nei tre atti, avviene soltanto per il vostro

particolar modo di pensare e di sentire; che quel che c’è di nuovo, di

originale in questa commedia è ciò che dite voi e come voi lo dite:

il sentimento vostro, di moglie sterile, la quale ha compreso che

oltre e sopra il suo diritto sul marito c’è il dovere di questo verso

la figliuola che un’altra donna gli ha dato e che lei non ha potuto

dargli; e quella vostra logica precisa e diritta, per cui, quando avete

saputo che l’amante stanca vorrebbe rimandare a voi vostro marito,

andate da lei a dirle che questo non è possibile, poichè l’uomo che

ella vi ha preso non è più soltanto vostro marito ma è anche padre qua

adesso; e che dunque, o il padre deve rimanere dov’è sua figlia, o ella

vi deve dare anche la figlia insieme con lui._

_Verissimo, sì, verissimo tutto questo; ma è anche vero, cara signora,

ciò che vi ho detto in principio: che voi non fate in questa commedia

una bella figura. Statevene qua, dunque nel libro. Sui palcoscenici

nostri, così com’essi sono e così come voi siete, non potete farvi

strada per ora, ve lo dico io. Vi manca, signora mia, ciò che in gergo

teatrale si chiama_ la carrettella.

_Vostro affezionatissimo autore_

LUIGI PIRANDELLO.

ATTO PRIMO.

Sala di redazione del giornale politico quotidiano _La Lotta_.

Uscio comune in fondo, che dà su un corridoio. Due scrivanie,

disposte lateralmente, quasi di fronte. Un tavolino in mezzo,

ingombro di giornali. Due vetrine; scaffali; un canapè; poltrone;

seggiole. Alle pareti un orologio, un manifesto illustrato del

giornale _La Lotta_; altri avvisi, ecc.

Al levarsi della tela, la scena è vuota. Poco dopo s’apre l’uscio

e Cesare D’Albis mostra dalla soglia la stanza vuota a Livia

Arciani.

D’ALBIS.

Ecco, vedete? non c’è. Prego.

Lascia passare Livia.

Non c’è davvero.

LIVIA.

Ma sì, lo credo.... lo vedo.

D’ALBIS.

No, scusate: insisto; ho voluto darvi la prova, perchè non abbiate a

sospettare.

LIVIA.

Ma io non sospetto. Per me, può ricevere chi gli pare e piace.

D’ALBIS.

No, no! Al contrario! Ordine espresso, signora mia, di non introdurre

mai nessuno.

LIVIA.

E.... posso aspettarlo qua?

D’ALBIS.

Ah! Volete.... volete aspettarlo?

LIVIA.

No, se non posso.

D’ALBIS.

Ma sì.... perchè no?... Sì, che potete.... Oh bella! oh bella! Voi

diffidate.

LIVIA.

Non diffido nient’affatto. Vedo che qua ci sono due scrivanie. Non

vorrei incomodare.

D’ALBIS.

Ma se non c’è nessuno.... E poi, che dite? Voi non potete incomodare.

È una fortuna.... non vi si vede mai! Siete.... siete la donna del

mistero....

LIVIA.

L’_orsa_, già.

D’ALBIS

sorpreso, sconcertato.

No.... che!...

LIVIA.

So che mi si chiama così. E non me ne importa. Son orsa davvero. Lo

dico perchè lei....

Si corregge.

Voi.... non so....

D’ALBIS

sorpreso, sconcertato.

Vi chiedo scusa, se....

LIVIA.

Ma no, che scusa? Siccome voi, m’è parso, cercavate d’introdurre

gentilmente l’espressione.... Ditemi pure _orsa_.

D’ALBIS.

Senza nessun mistero?

LIVIA.

Ma sì, senza nessun mistero.

D’ALBIS.

Impossibile. Orsa, con codesti occhi, impossibile, senza che ci sia

sotto, ben covato in fondo in fondo, un mistero. No? no?

LIVIA.

Se lo dite voi....

D’ALBIS.

Via, del resto, lo so. Credete che non lo sappia nessuno?

LIVIA.

Ah sì? E che mistero allora, se tutti lo sanno? È curioso, però, che

tutti saprebbero in me una cosa, che io non so.

D’ALBIS.

Vi pare strano? Che gli altri vedano in noi quello che noi non vediamo?

Ma questo avviene sempre! Io non mi vedo, e voi mi vedete. Non possiamo

uscire fuori di noi, per vederci come gli altri ci vedono. E più

viviamo assorti dentro, in noi stessi, e meno ci accorgiamo di quel che

appare di fuori.

LIVIA.

Oh Dio mio, e che appare in me?

D’ALBIS.

Vedo i vostri occhi. E vedo che siete venuta qua.

LIVIA.

Ma ve l’ho detto perchè sono venuta; non c’è nessun mistero: so che

deve venire qua mio padre e sono venuta a prevenirne mio marito.

Sospettate voi, invece, che ci sia sotto un’altra ragione misteriosa.

D’ALBIS.

Ma la vostra impazienza, io la vedo, voi non la vedete.

LIVIA.

Perchè non so come fare adesso.... Potessi almeno incontrare mio

padre....

D’ALBIS.

Ritornerà presto, credo, Leonardo. Dev’essere in tipografia.

Aspettatelo. Ma favorite, meglio, in salotto. Dico salotto.... per modo

di dire.... Siamo per ora qua in un attendamento provvisorio.... Ma

starete almeno un po’ meglio. Venite.

LIVIA.

No, grazie. Sarà meglio che gli lasci un biglietto. Chi sa quando

verrà.... Ritornerò più tardi, se mai. Ora gli scrivo.

D’ALBIS.

Fate come vi piace.

LIVIA.

E nel caso che mio padre venisse prima di lui?

D’ALBIS.

Lo riceverei io. Avrò molto piacere di conoscerlo. So che è molto

amico dell’onorevole Ruvo. Anzi avevo pregato Leonardo di condurlo qua,

qualche giorno....

LIVIA.

Ah, sarà qui tra poco certamente. Ma se il vostro uscere, avete detto,

ha l’ordine così rigoroso di non introdurre mai nessuno?

D’ALBIS.

Oh, l’avvertiremo subito, il nostro Cerbero, non dubitate. Ecco.

Suona il campanello elettrico alla

parete.

Vi assicuro che è un ordine necessario, per la salute di quel

pover’uomo di vostro marito, dacchè voi siete per lui.... permettete?

LIVIA.

Dite, dite pure.

D’ALBIS.

Franco, eh? Siete crudele....

LIVIA.

Ah si? E chi ve l’ha detto?

D’ALBIS.

Chi me l’ha detto? Ma i suoi debiti! Ah, parlano chiaro! Lo strillano

ai quattro venti.

LIVIA

andando a sedere innanzi a una delle

scrivanie:

E che c’entro io nei suoi debiti?... Vi assicuro che non c’entro

affatto.

D’ALBIS.

Lo so. Ma via, dovreste perdonare.... Perchè, in fin dei conti....

LIVIA

indicando le cartelle su la

scrivania:

Posso scrivere qua?

D’ALBIS.

Spero che non vi siate offesa di nuovo.

LIVIA.

Oh, per così poco....

D’ALBIS.

Ah, no: sono molti, sapete! Crivellato. Aspettate: dove scrivete?

LIVIA.

Non fa nulla: due parole: posso scriverle anche qua.

D’ALBIS.

Ma no! Aspettate: vi farò dare un foglietto da lettere. Perdio, ho

sonato....

Risuona. Si sente picchiare

all’uscio.

Avanti!

Entra l’uscere.

LIVIA.

Scrivo qua: fa lo stesso. Una busta, piuttosto.

D’ALBIS

all’uscere:

Carta e buste, presto.

L’uscere via. D’Albis a Livia che

scrive:

Volete scrivere lì.... Qua non c’è mai niente. Dove passa Arciani, la

tempesta! Sto pensando però, sapete?, che a rigor di termini non avrei

dovuto far passare neanche voi.

LIVIA

sospende di scrivere e lo guarda,

senz’avere inteso bene.

Neanche me? Come?

D’ALBIS.

Sì, perchè la disposizione, veramente, è questa: Porta chiusa per tutti

i creditori. Ora, siccome voi, senza dubbio....

LIVIA

riabbassa il capo e si rimette a

scrivere.

V’ingannate.

D’ALBIS.

Non deve nulla a voi, vostro marito?

Livia fa cenno di no col capo.

Miracolo! Ma vi chiedo licenza di non crederci.

L’uscere rientra.

L’USCERE

porgendo al D’Albis carta e buste.

Ecco.

D’ALBIS

porgendole a Livia.

_Voilà._

Poi all’uscere.

Bada: più tardi ritornerà la signora. Verrà pure un signore....

LIVIA

chiudendo la lettera nella busta:

Vecchio.... piuttosto grasso.... con fedine bianche....

D’ALBIS.

Il signor....

LIVIA.

Guglielmo Groa.

D’ALBIS.

Groa. Tieni bene a mente. Lo lascerai passare. E basta, tu lo sai.

L’USCERE.

È venuta pure, poco fa, quella signora....

Livia solleva appena il capo mentre

scrive l’indirizzo su la busta.

D’ALBIS

contrariato:

Ma che signora? Quando?

L’USCERE.

Sissignore, poco fa. Ha detto che deve ritornare.

D’ALBIS.

Ma sarà per il giornale! Ho capito. Va bene. Vattene....

L’uscere via.

Qualche pittrice che ha esposto; o qualche brava donna che vuol

vendere un quadro di famiglia.... Sapete che vostro marito, oltre il

critico d’arte qua, fa pure.... s’adopera con gli antiquarii o col

Ministero....

LIVIA.

Mi date spiegazioni, che non v’ho richieste.

D’ALBIS.

Aspettate! Perchè voglio arrivare a una domanda un po’ indiscreta.

LIVIA

levandosi dalla scrivania con la

lettera in mano:

La lascio qua?

D’ALBIS.

No: la sua scrivania è quella. Datela a me. Ecco: la mettiamo qua, bene

in vista.

Osservando la busta:

Che calligrafia!

LIVIA.

Oh sì! Raspatura di gallina.

D’ALBIS.

No. Forte. Piena di.... d’intenzione. E si vede: risponde a voi

perfettamente. Mettiamola qua.

LIVIA.

Io allora vado.

D’ALBIS.

Come! E la domanda? Non permettete?

LIVIA.

Dovrei andare veramente....

D’ALBIS.

Breve breve. Aspettate.

Le si accosta, poi, piano, in tono

confidenziale:

È proprio vero che non siete gelosa? Eh, vi fate pallida.... E anche

poco fa....

LIVIA

seria:

Ma nient’affatto! Calmissima. Avete detto voi stesso che non sono

venuta mai qua. E non sono mai andata appresso a mio marito.

D’ALBIS.

E allora, scusate, vostro marito è uno sciocco! E appena viene,

gl’insegno ciò che appresi un giorno da un mastino.

LIVIA.

Ah, mi congratulo.

D’ALBIS.

Le bestie? Che dite! I maestri migliori. Era legato, poveretto, alla

catena confitta per terra, presso la cuccia. Ma esso se la.... se la

passeggiava, diciamo così, magnificamente, per quanto era lunga la

catena, badando a voltarsi prima ch’essa gli dèsse la stratta al collo.

Così non la sentiva, libero e contento nella sua schiavitù.

LIVIA.

E sarei io, la catena?

D’ALBIS.

Quel tanto di libertà che gli concedete. Catena lunga abbastanza, pare.

Mi sembra però che lui non se la porti a spasso bene, o almeno con

la filosofia di quella bestia intelligente. O forse la filosofia....

Toglietemi un dubbio. S’è interdetto da sè, Leonardo?

LIVIA.

Come sarebbe “interdetto„? Non capisco.

D’ALBIS.

Dev’essersi impazzito.... Vuole sul serio pagarsi i debiti (_i suoi

proprii_, s’intende!) facendo il giornalista? Sarebbe da ridere, se

non fosse un peccato. Perchè, lasciamo andare, via: parliamo sul serio:

Arciani è.... è un artista. Seguitando così.... Già non fa più nulla da

un pezzo! _L’Incredula_, per bacco, ha certe pagine.... Vi ricordate?

LIVIA.

Io non l’ho letta.

D’ALBIS.

Come come? Non avete letto il romanzo di vostro marito? Ah! quest’è

bella!

LIVIA.

Ma so che voi ne avete detto molto male.

D’ALBIS.

Non vuol dire. Questo non vuol dire. Avevo anch’io allora la malinconia

d’appartenere a quella.... — sapete come un imperatore chiamava i

letterati? — “categoria d’oziosi che per professione spargono il

malumore tra la gente„. Verissimo! Io, per professione, scrivevo male

di tutto e di tutti. E m’ero fatto un bel nome, sapete? Peccato, bei

tempi! Ora, tanto io che vostro marito, per l’arte, morti e sepolti.

Voi però, coi vostri denari e con un po’ d’indulgenza, perdonando,

vostro marito dovreste risuscitarlo. Sì, sì, e levarmelo dai piedi, per

carità! Scriva versi, scriva romanzi! Il giornalista, vi assicuro, lo

fa pessimamente! Si rovina lui, rovina il fegato a me.... Ma voi volete

andare.

LIVIA.

Sì, ecco.... devo andare.

D’ALBIS.

V’ho trattenuta in piedi tutto questo tempo.... Colpa vostra,

potevamo....

LIVIA.

Ritornerò più tardi. Mi raccomando il biglietto.

D’ALBIS.

Non dubitate. V’accompagno.

Fanno per uscire. Entra un tipografo

con un rotolo di bozze in mano. D’Albis

al tipografo.

Si entra così?

IL TIPOGRAFO.

L’usciere non c’era. Non c’è nessuno.....

D’ALBIS.

Le bozze impaginate?

IL TIPOGRAFO.

Sissignore. Eccole.

D’ALBIS.

Ecco, vengo subito.

A Livia:

Scusate.

La lascia passare avanti, e via

con lei. Il tipografo svolge il

rotolo delle bozze e le stende su

la scrivania. Ritorna, poco dopo, il

D’Albis.

Sono tutte?

IL TIPOGRAFO.

Seconda e terza pagina.

Per il corridojo si vede passare,

attraverso l’uscio aperto, il Ducci.

D’ALBIS

chiamando:

Pss! Ducci! Ducci!

DUCCI

tornando indietro e affacciandosi

all’uscio:

Eh?

D’ALBIS.

Vieni, _eh_? Tu dici _eh_? Qui c’è la seconda e la terza, da rivedere.

DUCCI.

Ma io non posso; scusa. Sono le quattro. Devo essere alla Camera:

m’aspetta Bersi. M’ha detto che non può trattenersi alla tribuna dopo

le quattro e un quarto.

D’ALBIS.

Bella, perdio! Mi piace! Tu devi andare, Livi non c’è, Arciani non

viene; qui non ci sta più nessuno; e mi tocca di rivedere a me le

bozze? Neanche, l’usciere c’è.... Che fa? Dove se ne va, quello

stupido? Ma sai che per poco qui non mi faceva nascere.... Hai visto

chi è stata qui?

DUCCI.

No, non ho visto nessuno.

D’ALBIS

si alza dalla scrivania e viene

avanti col Ducci, poi, in gran mistero,

sicuro della sorpresa:

La moglie d’Arciani.

DUCCI.

Uh! L’Orsa?

D’ALBIS.

Zitto, che lo sa!

DUCCI.

Che sa?

D’ALBIS.

Che la chiamiamo l’Orsa. Me l’ha detto lei stessa.

DUCCI.

Oh va’!

D’ALBIS.

Mi sono divertito un mondo a farla stizzire. Ma non è mica una sciocca,

sai? Tutt’altro. E ha un certo.... un certo sapore, quella donnina....

DUCCI.

Sì, di legno quassio. Buono per le mosche.

D’ALBIS.

No no, forte!

Prende la lettera di Livia dalla

scrivania.

Guarda qua che scrittura. Piena.... piena d’intenzione. Non ti pare?

DUCCI

guarda, poi:

Di mala intenzione, direi.

D’ALBIS.

Non l’ha voluto dire. Ma certo è venuta per sorprendere il marito.

E per poco non c’è riuscita, perchè pare che l’altra sia venuta poco

prima. Chiamo l’usciere per un po’ di carta; e quell’imbecille glielo

dice....

DUCCI.

Come! Le ha detto?

D’ALBIS.

Non ha fatto il nome. Ha detto, rivolgendosi a me: “Quella signora„;

soggiungendo ch’era venuta e che doveva ritornare.

DUCCI.

Perdio! E lei?

D’ALBIS.

Niente. Impassibile. Io ho cercato di rimediare. Ma lei dice che non è

mai andata appresso a suo marito.

DUCCI.

E si vede! È venuta qua....

D’ALBIS.

Ah, per prevenirlo di non so che cosa, ha detto. Gli ha lasciato

questa lettera.... Ma appena viene Arciani, oh! io glielo dico: — Non

voglio di quest’impicci qua. Fuori! fuori! qua, niente! — Quella è una

donnetta, caro mio.... con quel pajo d’occhi.... fredda.... dura....

DUCCI.

Basta. Io scappo. Vado a liberare Bersi.

D’ALBIS.

Oh, ritorna, appena finito il discorso del Ruvo, presto; voglio sapere

l’impressione.

DUCCI.

Sì, sì, a rivederci.

Via per l’uscio in fondo. Il D’Albis

ritorna alla scrivania, vi posa la

lettera al posto di prima.

D’ALBIS.

Le prime bozze?

IL TIPOGRAFO.

Eccole qua.

D’ALBIS

prendendo in mano alcune cartelle

manoscritte:

E queste?

IL TIPOGRAFO.

È il manoscritto.

D’ALBIS.

Di chi? Che vuol dire?

IL TIPOGRAFO.

Dice il proto che l’ha corretto.

D’ALBIS.

Arciani?

IL TIPOGRAFO.

Nossignore; il proto. Il signor Arciani non s’è fatto vedere.

D’ALBIS.

Neanche in tipografia?

IL TIPOGRAFO.

Nossignore.

D’ALBIS

con ira, buttando per aria le

cartelle manoscritte e levandosi dalla

scrivania:

Perdio, pretende pure ch’io mi metta adesso a correggere le sue

baggianate?

IL TIPOGRAFO

raccogliendo da terra le cartelle:

Aveva detto che sarebbe ritornato....

D’ALBIS.

E come s’arrischia il proto a impaginare le bozze non corrette?

IL TIPOGRAFO.

Per fare a tempo....

D’ALBIS

ritornando alla scrivania.

Dà qua. Dov’è?

IL TIPOGRAFO.

Eccolo. Però, qua.... guardi, in seconda pagina.... aspetti. Nel

manoscritto....

D’ALBIS.

Che altro c’è?

IL TIPOGRAFO.

No.... Tutto corretto bene. C’è solo un punto.... è segnato con lapis

nel manoscritto.... ecco, lì, sissignore...; la quinta cartella.... Non

lega bene.

Sopravviene, ansante, Leonardo

Arciani.

LEONARDO.

Eccomi qua. Le bozze?

D’ALBIS.

A quest’ora?

LEONARDO.

Dà qua, dà qua. Credevo di fare a tempo. Lascia, mi sbrigo subito.

D’ALBIS

esaminando le cartelle.

Ma che pasticcio è questo? Che c’entrano qua queste due cartelle?

LEONARDO.

Fa’ vedere!.

Leggendo:

“Il pomo d’onice dell’ombrellino, cerchiato d’oro, nelle mani di donna

Maria....„

Scoppia a ridere.

D’ALBIS.

Che diavolo hai fatto?

LEONARDO.

Le hanno composte? Sono due cartelle del romanzo, che avevo perdute.

Senti, senti come fa bene.

Legge le bozze di stampa:

“Il Seicento invece finisce con eguale esuberanza in tutta la penisola

e produce il pomo d’onice dell’ombrellino, cerchiato d’oro, nelle mani

di donna Maria....„

Scoppia di nuovo a ridere.

D’ALBIS.

Ah, ti ci diverti, per giunta?

LEONARDO.

Ma sì.... senti....

D’ALBIS.

Finiscila, perdio! Non ho tempo per codeste stupidaggini!

LEONARDO

indicando il tipografo:

Ma stupidi loro, vuoi dire!

IL TIPOGRAFO.

Ma noi, scusi....

LEONARDO.

Voi che cosa? Già prima di tutto potevate bene aspettarmi un minuto:

vengo di corsa dalla tipografia.

D’ALBIS.

Te la pigli con loro, anche?

LEONARDO.

Ma ci vuol tanto ad accorgersi che queste due cartelle non c’entrano?

D’ALBIS

adirandosi:

Tu, tu, tu, mio caro, non c’entri più qua! Ed io sono stufo! E te l’ho

detto! Incolpi gli altri? Chi l’ha cacciate dentro l’articolo queste?

Mostra le cartelle.

LEONARDO.

Piano, ti prego. Sono del romanzo, t’ho detto.

D’ALBIS.

E te lo scrivi qua, il romanzo?

LEONARDO.

Anche per istrada, dietro le spalle della gente che passeggia. Debbo

consegnarlo fra otto giorni.

D’ALBIS.

E che vuoi che me n’importi?

LEONARDO.

Ma importa a me, se permetti!

Siede alla scrivania.

D’ALBIS.

Che fai adesso?

LEONARDO.

Taglio le due cartelle.

D’ALBIS.

Col giornale impaginato?

LEONARDO.

Saranno una ventina di righe: allungherò l’articolo! Ne stai facendo un

caso pontificale!

D’ALBIS.

Ma perchè voglio che questa sera si esca prima del solito, appena

finita la discussione alla Camera!

LEONARDO

che s’è già messo a scrivere:

Va bene, vattene!

Al tipografo:

Via anche tu. Mi sbrigo in due minuti.

D’ALBIS

s’avvia, poi volgendosi:

Oh, è venuta tua moglie.

LEONARDO

stupito:

Qua?

D’ALBIS.

Qua, è venuta qua. Anzi, poi debbo parlarti. Vedi che ha lasciato lì un

biglietto....

LEONARDO.

Per me?

D’ALBIS.

Mi farai la grazia di leggerlo dopo. Aspettiamo te.

LEONARDO.

Eccomi, sì, eccomi! Due minuti....

Via D’Albis e il tipografo. Leonardo

si rimette a scrivere, ma, inquieto,

guarda ogni tanto la lettera della

moglie. Alla fine, non sapendo più

resistere alla tentazione, la prende,

lacera la busta, legge. Dopo aver

letto, sta un po’ assorto, fosco, poi

scuote il capo rabbiosamente, si passa

una mano su la fronte e sul capo, e

si raccoglie con violento sforzo a

pensare, a scrivere. Due colpettini

all’uscio. Leonardo grida:

Un momento!

L’uscere si mostra all’uscio.

Eh, perdio! Non sono una macchina!

L’USCERE.

No, sa? volevo dirle che c’è....

LEONARDO.

Ho da fare. Non ricevo nessuno.

L’USCERE

piano:

La signora Orgera.

LEONARDO.

Adesso? Qua?

L’USCERE.

Era venuta circa un’ora fa....

LEONARDO.

Ma non è possibile, adesso!

Dopo avere riflettuto un po’:

Senti: chiunque venga a cercarmi....

L’USCERE.

Deve venire....

LEONARDO.

Lo so. Fa’ entrare in salotto.

L’USCERE.

Sissignore.

LEONARDO.

Intanto....

Fa cenno di far passare la signora

Orgera.

L’USCERE

sporgendo il capo dall’uscio e

parlando nell’interno:

Venga avanti, signora.

Entra Elena Orgera. L’uscere si

ritira, richiudendo l’uscio.

LEONARDO

seguitando a scrivere:

Un momento, ti prego.

Prende di su la scrivania la lettera

della moglie e gliela porge.

Leggi.

Si rimette a scrivere.

ELENA

legge con gli occhi soltanto,

poi guarda con aria di sdegnosa

commiserazione Leonardo che scrive.

Me ne vado subito.

LEONARDO.

T’ho pregata, scongiurata di non venire a trovarmi qua.

ELENA.

Ma dove allora? Io non lo so più! Se da una settimana non ti fai vedere?

LEONARDO.

Hai letto?

ELENA.

Ma ho da parlarti anch’io!

LEONARDO

cercando di farla tacere:

So, so....

ELENA

seguitando:

Non son venuta per il piacere di vederti.

LEONARDO.

Ti prego.... Sto per terminare.

ELENA

dopo aver di nuovo scorso con gli

occhi il biglietto di Livia, dice,

venendo a posarlo su la scrivania:

Dunque il vecchio comincia a sospettare; e lei,

sillabando:

generosamente, te ne previene.... Cerca, poverina, di risparmiarti noje

e dispiaceri. Io invece....

LEONARDO

seccamente:

Tu non la conosci.

ELENA.

Ammirevole! Dico che è ammirevole!

LEONARDO.

Non lo fa nè per me, nè per te.

ELENA.

Per suo padre? Ammirevole lo stesso!

LEONARDO

raccogliendo le bozze e le altre

carte di su la scrivania:

Ecco fatto.

Si alza. Preme il campanello alla

parete.

Sarei venuto, sai?, a qualunque costo in giornata.

Si mette a leggere in fretta quel che

ha scritto.

ELENA.

Non stare a credere, ti dico, che mi prema che tu venga, se a te non

preme. Vorrei solo....

Leonardo le fa cenno con la mano

d’aspettare un po’ in silenzio, e

seguita a leggere. Si sente picchiare

all’uscio.

LEONARDO.

Avanti.

L’uscere entra. Porgendogli le carte:

Ecco, al tipografo.

L’uscere via.

Oh, dunque.... Non mi è stato proprio possibile. Già te l’ho scritto.

ELENA.

Si tratterrà ancora molto?

LEONARDO.

Il padre? E chi lo sa? È venuto non so per che affare. Forse è una

scusa. Sospetto che qualcuno....

ELENA.

Ma lei stessa!

LEONARDO.

No, no. Ma che! Scusa, se è venuta qua, a prevenirmi....

ELENA.

Politica. Come sei ingenuo!

LEONARDO.

Se avesse voluto rivolgersi al padre, lo avrebbe fatto da un pezzo,

apertamente. Chi avrebbe potuto impedirglielo? E poi, perchè fingere

con me?

ELENA.

Ma che impegno, io non capisco.... che interesse può avere a star zitta

così, che il padre non sappia, non s’accorga di nulla...?

LEONARDO.

Che interesse? Prima di tutto, l’orgoglio!

ELENA.

Anche di fronte al padre, l’orgoglio?

LEONARDO.

Il certo è questo: che il giorno dopo l’arrivo di lui, ella che da più

d’un anno non m’aveva rivolto la parola....

ELENA.

Ah! T’ha parlato? S’è rotto il ghiaccio? Di’.... di’....

LEONARDO.

È entrata nel mio studio per dirmi solamente che avessi saputo fingere

almeno pei pochi giorni che suo padre si sarebbe trattenuto in casa

nostra.

ELENA.

Facilissimo!

LEONARDO.

Che cosa?

ELENA.

Per te, fingere. Adesso capisco! E non t’ha detto altro?

LEONARDO.

Nient’altro.

ELENA.

Fredda, è vero?, impassibile, sublime!

Scoppia a ridere

LEONARDO.

Non mi pare che ci sia da deriderla, per questo.

ELENA.

No, che! Ti pare? Me ne guarderei bene. Dico che è sublime!

LEONARDO.

Ne ho poche, secondo te, noje, amarezze? Dovrei io stesso procurarmene

altre?

ELENA.

Eh no, eh no....

LEONARDO.

Almeno di questo, mi sembra, dovremmo esserle grati, per qualunque

ragione lo faccia.

ELENA.

Ah, ah, ah.... Suole avvenire, caro.... suole avvenire!

LEONARDO.

Che cosa?

ELENA.

Niente. Lo so io! Bada, non me n’importa.... Vorrei soltanto che tu

avessi la franchezza di dirmelo. Tutto, tutto, tranne la finzione, lo

sai. Fingere, no! Non posso soffrirlo.

LEONARDO.

Ma che c’entra? Che dovrei dirti?

ELENA.

Oramai! Che vuoi più?... Vecchia!... E poi....

Pausa tenuta.

LEONARDO

seguitando ad alta voce il proprio

pensiero:

Proprio in questo momento! Ho fatto di tutto.... Ma possibile? Per

quanti sforzi si facciano, nella condizione in cui mi trovo.... Senza

dubbio, però, qualcuno, ripeto, ha dovuto scrivergli laggiù.... Sono

oppresso dalla sua sorveglianza.... non ne posso più! Credo che mi

faccia finanche spiare, capisci? Non sono venuto per questo.

ELENA.

E m’hai fatto un piacere. Sai perchè sono venuta io? Ieri è tornato

quello della casa.

LEONARDO.

Daccapo?

ELENA.

E ritornerà oggi. Volevo dargli un acconto dalla mia pensioncina.

Niente! “Tutto, subito, o via!„ Senza cerimonie.

LEONARDO.

Va bene, va bene; aspetta che gli parli io, a questo signore.

ELENA.

Oh, inutile, sai! Me l’ha detto chiaro. Non vuole più aspettare.

LEONARDO.

Aspetterà, perdio! Gli hai detto che io debbo?

ELENA.

Il romanzo? Già.... per farlo ridere....

LEONARDO.

No. Lo so, senza che tu me lo dica... Ma non c’era bisogno che gli

parlassi del romanzo o d’altro: sono 400 lire che mi saranno pagate fra

otto giorni.... alla consegna del manoscritto. Se potrò consegnarlo....

sta a vedere! Non trovo più nè modo nè tempo di scrivere....

ELENA.

E dunque?

LEONARDO.

Ma un po’ di pace! Un momento di requie! Qua, lo sai, per questo mese

non posso più chiedere nulla. Che consegnerò fra otto giorni? E non so

come fare. Questo è il peggio.... dove batter la testa.... Non resisto

più!

ELENA.

Da un pezzo, eh! Cominci a comprenderlo soltanto ora, tu?

Sorgendo in piedi con un profondo

sospiro:

Ma quando non se ne può più, sai, basta, si dice. Neanch’io resisto più

a vederti così.

LEONARDO

freddamente:

Neanche tu.... E poi?

ELENA.

Ma ti pare possibile seguitare così? Scusa, ti pare possibile?

LEONARDO.

Il male è appunto questo, cara: che _dev’essere_ possibile. Ti pare che

ci vorrebbe tanto a svoltare tu di qua, io di là? Sarebbe comodo; ma

non possiamo!

ELENA.

Perchè, scusa? Se io ti lascio libero....

LEONARDO.

Libero? Come mi lasci libero?

ELENA.

Ma di tornartene in pace con tua moglie!

LEONARDO

con forza:

Tu non la conosci!

ELENA.

Ma se già t’ha parlato.... se è venuta qua, finanche, a cercarti....

LEONARDO

dopo averla guardata con sdegno:

Fingi tu, adesso, di non capire.

ELENA.

Che cosa? Che tua moglie vuole che noi stiamo uniti? Debbo capir questo?

LEONARDO.

Questo, questo, sì appunto, e tu lo sai bene! Qua, qua, alla catena,

dobbiamo stare! E non giova disperarsi. Lo dico anche a me, sai? Se

occorre, anzi, bisogna ridere.... ma sì! come rido io, tante volte.

Non m’hai sentito ridere? Vuoi veder come rido? Ma so fare anche il

buffone! Tant’altre volte, pazienza! Bisogna pure che mi lagni....

Stretto, oppresso, soffocato così, punto da tutte le parti, vuoi che

non dica neppure _ahi_? Basta, no; basta, no; sai bene che non posso

dirlo _basta_.

ELENA.

Ma io lo dico per te, dopo tutto. Non per me.

LEONARDO.

Grazie, cara. Non ci pensare. Lo direi anch’io per te; ma non lo

possiamo nè io nè tu. Dunque, è inutile parlarne. Sei stanca? Ti

compiango sinceramente. Perchè io, per mia disgrazia, ho occhi anche

per gli altri.... vedo la vita che fai.... purtroppo....

ELENA.

Meno male!

LEONARDO.

Ah, io sì. E capisco che non si può avere compatimento per gli altri,

quando abbiamo troppo da soffrire per noi stessi. Se mi lagno è perchè

non riesco a strappare questa rete di difficoltà che m’avviluppa da

tutte le parti e mi toglie il respiro! Eppure vedi, a me, fra tutto

questo inferno, non è mai venuto in mente di potermene uscire.... Sono

disposto, anzi, se quel vecchio imbecille ha la cattiva ispirazione di

darmi in questo momento altre noje....

Si ode in questo momento la voce del

Ducci gridar forte dall’interno.

DUCCI.

Sì, sì.... Viva Ruvo! Tra poco!

Apre di furia l’uscio e,

d’improvviso, s’arresta.

Oh, scusa.... Sta’, sta’.... prego.... vado di là.... Solo, con

permesso....

Prende dalla scrivania alcune carte.

Ecco....

Avviandosi, piano a Leonardo:

C’è in salotto....

LEONARDO.

Grazie, lo so....

Ducci s’inchina a Elena, e via,

rinchiudendo l’uscio.

ELENA.

Me ne vado.

LEONARDO.

Sì, sarà meglio. È già qui. Non dubitare, verrò prima di sera,

immancabilmente.

ELENA.

T’aspetto, dunque. Credi che è necessario. Non vuol più aspettare.

LEONARDO.

Verrò, verrò, non dubitare. Addio.

Elena via. Leonardo rimane un po’ su

la soglia dell’uscio. Gli s’avvicina

dal corridojo interno l’uscere.

L’USCERE.

Faccio entrare?

LEONARDO.

Sì.

Attende un po’ sulla soglia, poi,

all’appressarsi di Guglielmo Groa e

del D’Albis, che conversavano fra loro,

viene ad appoggiarsi alla scrivania.

GUGLIELMO.

Io, caro signore, povero provinciale, sono allocchito, ecco, proprio

allocchito! Cose grandi a Roma, cose grandi! E anche lui, _Nitto_ Ruvo,

è diventato grande.... Ma, per me, se vuol essere chiamato, si chiama

sempre _Nitto_....

Salutando Leonardo.

Caro genero!

D’ALBIS

sorridendo:

Come? come? Nitto?

GUGLIELMO.

Sissignore. Benedetto, Nitto: noi diciamo _Nitto_. Compagni di scuola,

si figuri. Ma a un certo punto, io, impastato di creta, m’accorsi che

se volevo restare uomo giudizioso, dovevo chiudere i libri. Li chiusi.

Scrivo, come dice mio genero, privilegio con due _g_, è vero, ma, la

testa, signor mio, un orologio! Nitto Ruvo invece continuò a studiare,

e, povero infelice, ecco qua che lo stanno facendo ministro.

D’ALBIS

scoppia a ridere.

Oh bella! bella! Per lei è un povero infelice?

GUGLIELMO.

Lo stanno facendo ministro.... Muore male, glielo dico io. Ma amico,

sa! amico mio! amicone.... Non ne dico male!

D’ALBIS.

Eh, lo so che è amico suo. Il Ruvo mi ha parlato tanto bene di lei.

GUGLIELMO.

Ah, lui parla bene, lo so! Parola facile, elegante.... A sentirlo, pare

che, come niente, il mondo tra le sue mani, che è, che non è, lo vuole

tondo? tondo!; lo vuole lungo? lungo! Però, signore mio, io ho i peli

bianchi. Gira gira, il perno è uno! E con ciò, badi, non dico che non

auguro a Nitto Ruvo di diventare ministro. Per me, anche re. Sembra

proprio che sia, come dicono loro, alla soglia del potere....

D’ALBIS.

Già dentro, senza dubbio! Abbiamo lottato senza tregua.... E la lotta

s’è disegnata fin da principio così.... netta, precisa.... e l’abbiamo

condotta con tal rigore di logica, con tale semplicità di mosse, che è

proprio una soddisfazione per noi l’averla combattuta.

GUGLIELMO.

Gesù, Gesù.... che cose! Ma piacere, sa, piacerone.... Perchè io, non

ne ho l’aspetto, ma, nel collegio, sono, come suol dirsi, una colonna

del Ruvo.

D’ALBIS.

Eh, lo so bene!

GUGLIELMO.

Ma re, ministro, il Ruvo, non ci facciamo illusioni, caro signore, gira

gira....

D’ALBIS.

Il perno è uno?

GUGLIELMO.

Uno!

D’ALBIS.

Però....

GUGLIELMO.

No, niente, scusi: lasciamo andare. Quando si parla di politica, io

sono come un turco alla predica.

D’ALBIS.

Quanto a questo, il vero turco, guardi, eccolo qua!

Indica Leonardo.

Scommetto che non sa neppure contro chi abbiamo combattuto. Ed è

vissuto qua, in mezzo a noi, nel fervore della lotta. Se ne sta lì a

scrivere il romanzo e, quando può, me ne caccia qualche cartellina fra

gli articoli.

LEONARDO.

Ho già rimediato, sai?

D’ALBIS.

Sì, caro. Ma io vorrei trovarmi presente per la votazione. Lei viene

dalla Camera? A che punto ha lasciato la discussione?

GUGLIELMO.

Non ci ho capito nulla!

D’ALBIS.

Ma chi parlava almeno?

GUGLIELMO.

Ah, sissignore.... Lui, Nitto Ruvo.

D’ALBIS.

Successone, eh? Sappiamo già che cosa risponderà il Governo. Battuto,

battuto, in precedenza! Vado ad assistere al crollo finale. Con

permesso.

GUGLIELMO.

Padrone mio, caro signore.

D’ALBIS.

Addio, Arciani.

LEONARDO.

Addio.

D’Albis via.

GUGLIELMO.

Sì, sì, lo lasci arrivare, il suo grand’uomo, e poi me ne saprà dire

qualche cosa. Per curiosità: li dà lui, è vero, Nitto Ruvo, i....

Strofina il pollice e l’indice, per

significare i quattrini.

a questo giornale?

LEONARDO

distratto:

Non so.

GUGLIELMO.

Certo: se ne dicono bene.... Molla! Molla! E balla, comare, che fortuna

suona! Ma tu, levami un dubbio, non ti sei rivolto a lui, al Ruvo, è

vero?, per entrare a.... come si dice?, a.... a scrivere insomma in

questo giornale?

LEONARDO.

Io? No, perchè?

GUGLIELMO.

Perchè non vorrei, io che so di che pelame è quell’animale, non vorrei

che si credesse disobbligato con me per averti fatto entrare in un

giornale stipendiato da lui.

LEONARDO.

Ma niente affatto. Io non lo conosco neppure. Presto qua, come altrove,

il mio lavoro, e non credo d’aver bisogno del Ruvo o d’altri per

scrivere in un giornale come questo.

GUGLIELMO.

E ci provi gusto?

LEONARDO.

Ah no, davvero....

GUGLIELMO.

E allora perchè lo fai? L’uomo, capisco, oggi è così,

mostra il palmo della mano, poi il

dorso.

domani così. Ma una volta mi dicesti che era un.... dicevi una

parolaccia curiosa: facchinaggio, ecco, facchinaggio....

LEONARDO

accendendo un’altra sigaretta.

Sì, mi pare.

GUGLIELMO

alzandosi:

Figlio mio, permetti?

Gli leva la sigaretta, e la butta.

Hai finito or ora di fumare! è una porcheria! Ti rovini....

LEONARDO

sorridendo, cavando un’altra

sigaretta e accendendola:

Ma mi lasci rovinare!

GUGLIELMO

prendendogli una sigaretta e

accendendo al fiammifero di lui:

Aspetta, mi rovino anch’io, allora.

Torna a sedere.

Facchinaggio, dicevi, già! Che si poteva sopportare soltanto per

passione o per vanità, o per bisogno. È vero, sì o no?

LEONARDO.

Sarà.... non ricordo. Io, intanto....

GUGLIELMO.

Passione, no, l’hai detto. E allora, per vanità? Bisogno, non ne hai.

LEONARDO.

Ah! non ne ho? E che ne sa lei?

GUGLIELMO.

Tu hai bisogno? Tu scrivi qua per bisogno? Come.... scusa.... e perchè

non me l’hai mai detto, figlio mio?

LEONARDO.

No no no. Ah, basta, basta, ormai da parte sua. D’ora in poi, a me,

provvedo io.

GUGLIELMO.

Benissimo.... Come diceva quello? Nobili sensi invero.... Ma scusami

sai....

LEONARDO

interrompendo:

Senta, mi lasci fare, la prego. Lei non può capire. Mi fa male, creda,

entrare con lei in codesti discorsi. Dovrebbe intendere che di fronte a

Livia, io....

GUGLIELMO.

Livia? No, scusa: che c’entra Livia adesso?

LEONARDO.

Ma sì, che c’entra, perchè dopo la rovina della mia casa e la morte di

mio padre....

GUGLIELMO.

Mia figlia t’ha fatto pesare?

LEONARDO.

No, no: lei, no! lei, mai! Ma io, io, per me stesso...

GUGLIELMO.

Va’ va’ va’! Mi vorresti far sorbire come un decottino a digiuno,

adesso, che tu per conservare la tua.... come debbo dire?

in-di-pen-den-za di fronte a tua moglie, ti rassegni, ti sobbarchi qua

a questa schiavitù sotto altri?

LEONARDO.

Ma nessuna schiavitù! Chi le dice ch’io sia schiavo? Questo poi no!

Schiavo di nessuno....

GUGLIELMO.

Ma di te stesso, scusa, schiavo del tuo stesso bisogno, se non d’altri!

Quando.... Ah caro mio, ho buona memoria io, sai? T’affannavi tanto un

tempo a sostenere che lo.... lo scrivere.... l’arte, insomma, è anche

essa un lavoro, un gran lavoro, che ha bisogno d’indipendenza....

dicevi così? e ti sdegnavi contro quelli che sostenevano che

fosse invece un divertimento, uno spasso: sì.... Lasciamo andare!

L’indipendenza, l’hai avuta. Io e tuo padre, d’accordo, te l’abbiamo

data. Poi, tuo padre, poverino, non per colpa sua, è venuto meno

agl’impegni.... ma tu, a casa tua, grazie a Dio, con la dote dì tua

moglie.... Chi ti dice nulla? Puoi lavorare come ti pare e piace, o non

far niente, che sarebbe meglio, a giudizio d’un povero ignorante.

LEONARDO.

Questo, scusi, perchè le secca ch’io scriva in un giornale stipendiato,

come lei dice, dal Ruvo?

GUGLIELMO.

No. Non per questo soltanto, figlio mio.

LEONARDO.

E allora per che altro?

GUGLIELMO.

Ora te lo dico. Perchè tu, riducendoti così, a vivere angustiato,

afflitto....

LEONARDO.

Ma nient’affatto!

GUGLIELMO

seguitando;

col misero frutto, sissignore, col misero frutto che puoi cavare da

questo facchinaggio che t’avvilisce....

LEONARDO.

Ma nient’affatto!

GUGLIELMO.

Vorrei uno specchio per mettertelo sotto il naso! Mi pare.... non

so.... mi pare che ti sia tutto immiserito.... Non ti riconosco più! Eh

sì, scusami.... se puoi credere sul serio che il non dovere più nulla,

materialmente, a tua moglie.... Già, vai a pensare a codeste miserie!

LEONARDO.

Ma non è il denaro! non è soltanto il denaro, creda!

GUGLIELMO.

Sta’ zitto! So che è, perciò ti parlo così. Non facciamo storie! Sta

di fatto, caro mio, che tu credi sul serio che codesto lavoro che fai,

possa lasciarti libero d’ogni riguardo....

LEONARDO.

Chi glielo dice?

GUGLIELMO.

Te lo dico io che me ne sono accorto. D’ogni riguardo, d’ogni rimorso,

e abilitarti quasi a recare a tua moglie qualunque altro male....

LEONARDO.

Ma io non so perchè lei mi parli così. Livia si lamenta? S’è forse

lamentata con lei?

GUGLIELMO.

No. Ma è questo appunto il guajo! Che non si lamenta, nè con me,

nè con te, nè con nessuno! Ma del suo silenzio tu non dovresti

approfittare....

LEONARDO.

Oh, insomma.... Lei sa tutto? Mi dica che cosa vuole da me. È inutile

tenermi qua alla tortura. Non mi costringa a mentire ancora. Non ne

posso più!

GUGLIELMO.

Io, a mentire? Non sia mai! Al contrario! Peccato, figlio mio,

mentire.... Io voglio anzi conoscere la verità, veder la ragione....

LEONARDO.

Vuol vedere la ragione? E poi?

GUGLIELMO.

Come, e poi?

LEONARDO.

La ragione? Le dico subito che per me non ce n’è nessuna. Le basta?

GUGLIELMO.

Ah! Dunque.... dunque t’accusi, così senz’altro?

LEONARDO.

Ma accusarmi o scusarmi, al punto in cui mi trovo, è proprio inutile,

creda!

GUGLIELMO.

Inutile? Ma abbi pazienza....

LEONARDO.

Non posso averne più, di pazienza. Non si tratta più, creda, di vedere

la ragione, chi n’abbia più, chi n’abbia meno, nè d’accusare, nè di

scusare.... Riconosco non solo la mia colpa; ma giacchè ne sono stato

punito, riconosco che la punizione è stata giusta e non mi lagno.

GUGLIELMO

stupito:

Tu?

LEONARDO

con fredda tristezza, convinto,

rassegnato:

Non mi lagno.

GUGLIELMO.

E, vedo, che....

Fa un gesto con la mano, per

significare: vedo che accenni

d’ammattire.

LEONARDO.

No.... purtroppo, no! Fossi pazzo davvero!

GUGLIELMO.

Scusa. Per giunta, vorresti lagnarti, tu, riconoscendo....

LEONARDO.

Ma se Le dico che non mi lagno!

GUGLIELMO.

Grazie tante di questa concessione!

LEONARDO.

Riconosco pure, che vuole che le dica?, riconosco che Livia più di

tutti ha diritto di ribellarsi....

GUGLIELMO.

Ma aver torto, aver ragione, dunque è tutt’uno per te? E chi ha torto,

non deve...?

LEONARDO.

Ma se io sono punito! Creda: sono già stato punito....

GUGLIELMO.

Come sei stato punito? Da chi?

LEONARDO.

Parli piano, la prego....

GUGLIELMO.

C’è qualcuno che si rompe di là? Parliamo piano. Da chi sei stato

punito? Come? Mi pare.... mi pare molto comodo darsi da sè la pena,

assoggettandosi a un po’ di fatica per uno scrupolo sciocco! Sì,

sciocco, perchè quando a una donna hai tolto tutto: l’amore, la

pace.... può parere anche ridicolo, scusa, farsi scrupolo....

LEONARDO.

Ora lei mi offende....

GUGLIELMO.

Io? No, figlio caro!

LEONARDO.

Ma che vuole allora da me? Mi lasci stare.... Vuol ragionare? Io non

posso.

GUGLIELMO.

E fare? Lasciamo di ragionare, adesso. Fare! fare! Che intendi

fare? Fra te e tua moglie la vita, capirai, a questo modo non è più

possibile. Bisogna assolutamente venire a una soluzione, qualsiasi.

Mi sono provato a muoverne il discorso a quella santa figliuola: è

inutile: con lei non si può parlare. Io la conosco però. Soffre in

silenzio, sai, la povera figlia mia! E tu mostri di non accorgertene,

perchè così ti conviene.

LEONARDO.

Se le dicessi che lei, Livia stessa, è venuta qui, poco fa, a

prevenirmi che lei già sospettava, consigliandomi a mentire perchè lei

non sapesse nulla?

GUGLIELMO.

Ah! Come? Lei? è venuta qua?

LEONARDO.

Proprio lei, mezz’ora fa.

GUGLIELMO.

Per costringerti a mentire?

LEONARDO.

Legga.

Gli porge il biglietto di Livia.

GUGLIELMO

dopo aver letto:

Un sacrificio di questo genere, per me? Volesse Dio, che fosse per

questo! E allora, allora subito me la riporto via con me, la figlia

mia! Ma che, no! Vedi che non sai comprenderla? lei spera ancora....

aspetta che tu.... No?

LEONARDO.

No. Livia sa che non è più in mio potere portarci rimedio. E non ne

cerca, sa? Nè vuole che altri lo cerchi. Ha visto?

GUGLIELMO.

Ohè, dico, siete impazziti tutti e due? Tu, qua, fai un po’ il tiranno,

un po’ la vittima; dici che sei punito; lei ti prega di non tradirti,

per non farmi comprender nulla.... A che gioco giochiamo? Io sono

vecchio, Leonardo, so il mondo; so che hai errato; tu stesso hai la

franchezza di confessarlo. Cose senza rimedio non ce n’è: la morte

sola! Vediamo insieme, studiamo insieme quel che s’ha da fare. Siamo

uomini! Conta su me. Tutto il mio ajuto....

LEONARDO.

Ma che ajuto può darmi lei? Di denaro? Perchè vede affannarmi così?

GUGLIELMO.

Ma anche d’esperienza.... di tutto.... Io posso....

LEONARDO.

Nulla! Nulla! Lei non può nulla! È tutto inutile, creda!

GUGLIELMO.

Ma che c’è sotto? Perdio, di che si tratta, insomma! Un rimedio ci

sarà, se tu vuoi.... Lo troveremo.

LEONARDO.

Non c’è rimedio... Non c’è rimedio....

GUGLIELMO.

Lasciami almeno tentare!... No? Ma perdio c’è di mezzo mia figlia! Ho

sì o no il diritto di sapere? Posso lasciarvi così? Tu confessi la tua

colpa e vi ti ostini, e vuoi che io, padre, possa permettere che mia

figlia continui a soffrire in silenzio, rassegnata, ostinata anche lei

a tacere? Volete farmi impazzire? Se tu hai perduto ogni sentimento di

rispetto, di lealtà.... se ti rifiuti finanche di ragionare, perdio!

LEONARDO

gridando:

Non posso, le ho detto! Che vuol ragionare? Finisca una buona volta di

tormentarmi!

GUGLIELMO

quasi inveendo:

Io?

Si apre l’uscio e su la soglia appare

Livia. Guglielmo e Leonardo restano

accesi, sospesi d’un tratto.

LIVIA

s’avanza perplessa, spiando nei volti

del marito e del padre.

Ho bussato.... Nessuno m’ha sentito....

GUGLIELMO.

Parlavamo.... Discutevo con tuo marito....

LIVIA.

Ho tardato molto?

GUGLIELMO.

No; io ho anticipato, per parlare con Leonardo.

LIVIA

guardando costernata Leonardo.

E....

GUGLIELMO.

Sosteneva una tesi sbagliata, tuo marito. E volevo persuaderlo.

Sosteneva che, in certe questioni.... politiche, aver torto, aver

ragione è tuttuno. Il pubblico, che è il vero interessato non parla, si

ostina a non parlare. Chi ha torto, ne approfitta. E questa pareva a me

una indegnità.... una vera indegnità, ecco!

Silenzio. Leonardo raccoglie in

fretta, con mani tremanti, le cartelle

dalla scrivania. Livia, che ha tutto

compreso, si reca il fazzoletto alla

bocca per soffocare un singhiozzo

irrompente. Guglielmo incalzando più

violento:

Una disonestà che deve finire, perdio!

LIVIA.

Babbo.... no, babbo....

Leonardo prende il bastone, il

cappello e fa per andare.

GUGLIELMO.

Non vuol sentire ragione! Te ne vai?

Balzando in piedi:

Non basta andarsene!

LIVIA

trattenendo il padre con un grido:

Ha la figlia, babbo! Ha la figlia! Non può sentir ragione!

Leonardo via, di furia.

GUGLIELMO

restando:

Lui?

LIVIA.

Sì. Una figlia....

GUGLIELMO

restando:

Ah, per questo....

Si odono dall’interno,

contemporaneamente, grida confuse,

battimani, tra cui risaltano queste

parole: Vittoria! Vittoria! Battuto!

Che succede?

A un tratto l’uscio si spalanca,

tre, quattro accaldati, esultanti vi si

mostrano, tra cui Ducci.

DUCCI

gridando:

Ottantacinque voti di minoranza! Vittoria!

GUGLIELMO

inchinandosi comicamente:

Me ne congratulo tanto, caro signore!

TELA.

ATTO SECONDO.

In casa dì Leonardo Arciani. Lo studio, arredato con ricca e

sobria eleganza. Quattro scaffali pieni di libri, ampia scrivania

con libri e carte, una sedia, una greppina, ecc. Uscio comune in

fondo. Usci laterali. Finestra a destra.

Al levarsi della tela Guglielmo Groa sarà sdrajato su la greppina

con una coperta su le gambe, un giornale su la faccia. Sulla

scrivania è ancora accesa la lampadina elettrica riparata da un

mantino verde.

Entra Livia, vede il padre lì steso, tentenna lievemente il capo

con un sospiro, poi va ad aprire gli scuri della finestra: entra la

luce del giorno. Livia spegne la lampadina della scrivania e va a

scuotere il padre.

LIVIA.

Babbo.... babbo....

Gli toglie il giornale dal volto.

GUGLIELMO

destandosi:

Oh!

Tirandosi su, a stento, a sedere:

Ahi! ahi!

LIVIA.

Hai dormito lì....

GUGLIELMO.

No. Che dormire! È giorno? To’ to’ to’.... Ho dormito davvero! E tu?

LIVIA.

Non è tornato.

GUGLIELMO.

Tutta la notte? E tu, in piedi?

LIVIA.

Son già le nove, babbo....

GUGLIELMO.

Ah, sì?

Si alza, guarda l’orologio.

Perbacco.... le nove....

Resta assorto un pezzo.

Non è tornato dunque? Benone. Ha trovato il pretesto. Perchè, infine,

che gli ho detto io?

LIVIA.

Oh, è bastata una parola....

GUGLIELMO.

Ma non gli ho detto nulla! Volevo che parlasse lui, anzi. Che gli ho

detto io?

LIVIA.

Nulla, babbo. Io dico: una parola qualunque. C’era un’apparenza

di vita, qua, che si reggeva.... così, sul silenzio. È bastata una

parola.... È crollata.

GUGLIELMO.

Che è crollato? Eh, no, cara! Così? Finchè sto io in piedi, perdio, sta

pur sicura che non crolla nulla!

LIVIA.

E che vorresti più fare adesso?

GUGLIELMO.

Ah, niente? Non c’è più niente da fare, secondo te? E sfido io! Mi

sembri una barca senza vela.... Che cos’è? Ci sono io, oh! E me lo dirà

lui, intanto, che cosa intende di fare!

LIVIA

quasi sgomenta nel cordoglio:

Vorresti andare a cercarlo?

GUGLIELMO.

Ma sicuro che ci vado! Ora stesso ci vado!

LIVIA

con impeto:

No, no, babbo! Non voglio! Non voglio! Non voglio assolutamente!

GUGLIELMO.

Come non vuoi? Scusa, che c’entri tu? È cosa che devo vedermi io con

lui!

LIVIA.

No, te ne scongiuro, babbo! Non voglio! È cosa che riguarda me! E tu

non puoi farlo se io non voglio. Basta, ora, basta! Non m’importa più

di nulla, credi!

GUGLIELMO.

Ma allora domando io a te: che cosa vuoi fare tu?

LIVIA.

Nulla.... non voglio più nulla io. Non so.... non lo so io stessa,

oramai....

GUGLIELMO.

E io dovrei acquietarmi così? Vedere mia figlia rimanere in questo

stato, perchè il marito, dopo averla ingannata e poi abbandonata, si

metta infine con la figlia avuta da un’altra donna?

LIVIA.

No, babbo, non è questo...

GUGLIELMO.

La ragione degli altri: Commedia in tre atti · 第 1 / 4 段