[1782]
Gli Stati, che esercitavano la guerra, non aspettavano altro per compir
i disegni che avevano orditi sul principiar del presente anno, che la
perfezione degli apparecchj, la stagione favorevole e la occasione
propizia. Stracchi gli uni e gli altri dalla lunga guerra si accorgevano
ottimamente, che gli avvenimenti di questo medesimo anno avrebbero, e la
fortuna di quella, e le condizioni sue definito. Non ignoravano neanco,
che a chi ne tocca vicino alla pace, a quel ne va il peggio; perciocchè
non ha tempo di riaversi. Per la qual cosa avevano tutti ogni ingegno
posto, e ponevano, ed ogni opera facevano, perchè fossero le armi loro
sì gagliarde, che dovessero ad ogni modo restarne al di sopra. Volevano
gli alleati principalmente ed acquistar il dominio dei mari di Europa, e
far l'impresa di Gibilterra, ed impadronirsi della Giamaica. I Francesi
in ciò erano specialmente, che si soccorresse alle cose loro nelle Indie
orientali, le quali nonostante il valore di Suffren, e molte non men
ostinate, che bene combattute battaglie contro Hughes, le cose loro
erano andate in declinazione, e già le due importanti Terre di
Negapatam, e di Trincamale erano in poter degl'Inglesi venute. A tutti
questi fini, siccome pure a proteggere le proprie conserve, e quelle del
nemico intraprendere s'indirizzavano i pensieri dei confederati. Si
erano perciò accordati, che le armate spagnuola ed olandese andassero a
trovar la francese nel porto di Brest, e con quella congiuntesi ne
uscissero poscia all'alto mare; e correndo dallo stretto di Gibilterra
sino alle coste della Norvegia da ogni forza nemica lo nettassero. Era
l'intento loro, che mentre le navi più grosse, oltratesi nei mari ed
anche nei canali più stretti, le armate nemiche impedissero dall'uscir
fuori, le fregate spazzassero ogni cosa nell'aperto, e le conserve ed il
commercio inglese sperperassero. Nè a ciò si ristavano. Volevano altresì
bezzicar continuamente, e tenere in apprensione le coste della
Gran-Brettagna, ed anche, se qualche favorevole occasione si aprisse,
scendervi, e desertar il paese, e se i popoli romoreggiassero, o non
fossero i difensori pronti, farvi anche di peggio. A tutte queste cose
fare erano molto atti, avendo, quando le forze loro congiunte fossero,
meglio di sessanta navi di fila con un numero maraviglioso di
velocissime fregate. Non avevano a gran pezza gl'Inglesi nei porti loro
una forza, che fosse sufficiente al resistere ad un sì formidabile
apparato. Speravasi dal canto della lega, che la guerra antillese ed
europea avrebbe in questo anno il medesimo fine avuto, che nel varcato
quella d'America; e che in tal modo si sarebbe di breve conseguìto una
lieta, e felicissima pace.
Dall'altra parte in Inghilterra i nuovi reggitori dello Stato niuna cosa
lasciavano intentata per soccorrere alle cose afflitte, e per resistere
a quella piena, che loro veniva addosso. Quello, che per l'inegualità
delle forze non potevano, speravano coll'arte dei capitani, coll'ardire
dei soldati, e colla opportunità delle fazioni conseguire. Mentre
stavano apparecchiando l'armata, e tutte le cose necessarie al soccorso
di Gibilterra, impresa, che sopra tutte le altre, dopo quella della
sicurezza del regno, stava loro a cuore, conobbero, che prima di tutto
era mestiero l'impedir la congiunzione dell'armata olandese colla
francese e colla spagnuola. Nel che si otteneva ancora, e nel medesimo
tempo, che s'interrompesse il commercio, che gli Olandesi andavano
facendo nel Baltico, ed il proprio dagli insulti loro si preservasse.
Perilchè fecero uscire dal porto di Portsmouth l'ammiraglio Howe con
dodici navi di fila, avendogli commesso, andasse a volteggiarsi sulle
coste d'Olanda. La cosa tornò lor bene. Imperciocchè l'armata olandese,
la quale, commesse le vele al vento, già era uscita dal Texel,
abbandonato del tutto l'imperio di quei mari, di nuovo era rientrata nel
porto. Howe dopo essere stato pel torno di un mese in crociata presso
quelle coste, veduto, che il nemico non faceva mostra alcuna di voler
uscire un'altra volta, ed avendo per l'insalubrità della stagione molti
malati a bordo, se ne tornò a porre in Portsmouth. Ma fu poco dopo
mandato al medesimo servizio in luogo dell'Howe l'ammiraglio Milbanke,
per opera del quale, comechè il commercio d'Olanda del Baltico non
ricevesse danno alcuno, ciò non di meno quel d'Inghilterra fu tutelato,
e soprattutto il passo pel canale della Manica all'armata nemica
impedito. Così l'Olanda, tanto chiara repubblica nei tempi andati, fuori
del valor dimostrato nella giornata di Doggers-bank nulla fece in questa
guerra, che di sè, e dell'antica sua fama degno fosse. Tanto era ella
dall'antica gloria e potenza scaduta; miserabile effetto delle
esorbitanti ricchezze, dell'eccessivo amor del guadagno, e forse più
ancora delle malaugurose Sette, che vi regnavano; perciocchè se in una
repubblica quelle Sette, che risguardano il reggimento interno dello
Stato, sono qualche volta utili a mantenere viva la libertà e la
generosità degli animi nei popoli, non è nissuno, che non veda, che
quelle, le quali hanno per obbietto i potentati esterni, partoriscono un
tutto contrario effetto, e fanno, che dalla rabbia in fuori, nissuno
vivace spirito si conservi. Certamente il più manifesto segno, che
s'indebolisce la forza, e si perde la independenza, si è in una nazione
lo scellerato parteggiare pe' forestieri; e quest'era per l'appunto la
condizione degli Olandesi di quei tempi. Quindi è, che sul finir della
presente guerra, se non fu l'Olanda all'estrema condizione condotta, che
anzi se ricuperò in gran parte le cose perdute, ciò all'armi ed
all'intervenimento della Francia, piuttostochè alle proprie forze si dee
massimamente, anzi intieramente riputare.
Ripigliando ora il filo della storia là, donde il lasciammo, si erano
d'intorno a questi tempi le certe novelle ricevute in Inghilterra,
ch'era pronta a salpare dal porto di Brest una considerabile conserva
volta alle Indie per recarvi rinforzi di soldati, d'armi e di munizioni.
Dubitandosi dall'un canto della Giamaica, dall'altro delle possessioni
delle coste del Malabar, non s'indugiarono punto i ministri, e fecero
tosto uscire l'ammiraglio Barrington con dodici navi d'alto bordo,
perchè andasse in cerca di quella conserva, e trovata la sfolgorasse.
Eseguì egli diligentemente i comandamenti loro, ed arrivato nel golfo di
Biscaia s'incontrò nella conserva, la quale consisteva in diciotto navi
onerarie, ed in due da guerra chiamate il Pegaso, ed il Protettore, che
le convogliavano. Era il tempo brusco, ed il mare tempestoso. Ciò non di
meno dava loro la caccia velocemente. Il vascello il Fulminante, molto
franco veleggiatore condotto dal capitano Jervis, sopraggiungeva, e si
attaccava col Pegaso, che era governato dal cavaliere di Sillano. Durò
la battaglia, essendo le forze delle due navi pressochè uguali, per bene
un'ora molto feroce. Ma finalmente il Francese, morti o feriti molti de'
suoi, si arrendè. Essendo il vento fresco, ed il mare grosso appena
Jervis potette una piccola parte dei prigionieri della predata nave
marinar nella sua, e por dentro a quella una piccola parte de' suoi.
Portava perciò grandissimo pericolo, che si riscuotessero. Ma arrivò in
questo punto il capitano Maitland colla sua nave la Regina, e compì la
bisogna. Ciò fatto, una folata gli separò. S'imbattè poi Maitland in
un'altra grossa nave francese, chiamata l'Azionario, e combattutala,
dopo leggier contrasto, la pigliò. In questo mezzo le più leggieri
fregate avevan dato la caccia alle onerarie, le quali in sul primo
apparir degl'Inglesi, dato il segno, si erano a bello studio, e con
molta velocità sparpagliate. Dodici vennero in poter loro, grave perdita
alla Francia. Imperciocchè oltre le navi, le armi e le munizioni sì da
guerra, che da bocca, meglio di undici centinaia di valenti soldati
vennero in poter dei vincitori. Barrington colle predate navi, colle
spoglie, e coi cattivi felicemente rientrava nei porti d'Inghilterra.
Questi consiglj di far correre i vicini mari da flotte spedite, essendo
riusciti bene, determinarono gl'Inglesi di continuare nei medesimi; al
che fare tanto più volentieri si accostarono, quanto che nissuna novella
era loro pervenuta, che fosse la grossa armata dei confederati in punto
d'arrivare su di quelle spiagge; e se le deliberazioni delle leghe
furono in ogni tempo lente, perchè intricate, e di diversi interessi
frammescolate, molto anche tali furono nella presente occorrenza,
quantunque la Francia e la Spagna fossero ardentissime nel desiderio di
abbassar la potenza dell'inveterato nemico. Perciò gl'Inglesi, i quali
con nissun altro, che con loro stessi si consigliavano, assai si
avvantaggiavano colla prontezza, e coll'unità delle deliberazioni. Per
la qual cosa, entrato Barrington, mandarono fuori Kempenfeldt a correre
il golfo di Biscaia, commettendogli, che tutto quel male, che potesse,
facesse al commercio francese, l'inglese proteggesse, e specialmente due
ricchissime conserve, che frappoco si aspettavano, una dalla Giamaica,
l'altra dal Canadà, dagl'insulti del nemico preservasse.
Finalmente dopo molto tempo consumato in vano, si erano i confederati
posti all'ordine per mandare ad effetto quelle imprese, che avevano
disegnate. Il conte di Guichen preposto al governo dell'armata francese,
e don Luigi di Cordova, capitano generale dell'una e dell'altra,
salparono dal porto di Cadice nell'entrare di giugno con venticinque
navi delle più grosse tra francesi e spagnuole; e volte le prue a
tramontana viaggiavano alla volta dell'Inghilterra col desiderio, e
colla speranza di cavar dalle mani di quegli arditi isolani l'imperio
del mare. Ivano piaggiando le coste di Francia, e mentre procedevano nel
viaggio loro venivano di mano in mano a congiugnersi altre navi da
guerra, che in diversi porti stanziavano, e massimamente una maggiore
squadra, che nel porto di Brest era sorta. Per tutti questi accostamenti
diventò l'armata dei confederati sì numerosa, che vi si annoveravano
bene da quaranta vascelli grossi di alto bordo. Arrise la fortuna a
questi primi conati. Incontratisi nelle conserve di Terranuova, e di
Quebec, le quali erano convogliate dall'ammiraglio Campbell con una nave
di cinquanta, e parecchie fregate, quelle parte pigliarono, parte
sperdettero. Diciotto onerarie vennero in poter dei vincitori, assai
ricca e preziosa preda. Le navi da guerra scamparono, ed entrarono a
salvamento nei porti di Inghilterra. Così i Francesi, con un insigne
fatto, della perdita della conserva delle Indie si rappigliarono.
Ottenuta questa, se non difficile, certo utile vittoria, e diventati del
tutto padroni del mare, si recarono verso le bocche del canale della
Manica, e quivi schieratisi, come già altre volte fatto avevano,
dall'isola Scilly al capo Ognissanti, stavano attendendo a quello, che
fosse per succedere sulle coste dell'Inghilterra, alla preservazione
delle proprie conserve, ed al rapimento di quelle del nemico
continuamente badando. I ministri britannici non se ne stavano
neghittosi; ma poste ventidue navi di fila sotto la condotta
dell'ammiraglio Howe, gli mandarono, uscisse al mare, evitasse la
battaglia trascorrendo, ogni opera facesse per proteggere la conserva
della Giamaica, preziosa in sè stessa, e più ancora per la recente
perdita della Canadese. Non mancò Howe a sè stesso; ma da quel capitano
pratico, ch'egli era, tostamente sbrigatosi dall'armata nemica,
veleggiava a ponente di questa di verso la parte, dalla quale doveva
venir la conserva. E tanto fu egli, o destro, o fortunato, che la cosa
gli venne fatta. Peter-Parker, che faceva il convìo alla conserva,
questa stessa, e tutta l'armata dell'Howe entrarono a man salva nei
porti d'Irlanda in sul finir di luglio. Se ne tornarono poscia i
confederati dopo l'inutile mostra, non più fortunati, e non più arditi
in questa, che nelle due prime stati fossero, nei porti loro.
L'impresa però, intorno la quale con maggior contenzione d'animi si
travagliava in Europa, quell'era dell'assedio di Gibilterra. Gl'Inglesi
tutti erano in questo, che a quella Fortezza si soccorresse; i Francesi,
e massime gli Spagnuoli, che s'intraprendessero i soccorsi. Questa cosa
era venuta in gara tra di loro; poichè oltre la gloria dell'armi, e
l'onor delle Corone, quella rocca era opportunissima alla conservazione
dell'imperio del mare mediterraneo. Neanco mai in nissun'altra fazione
di guerra ebbero gli uomini tanta aspettazione collocato, quanta in
questa, e quest'assedio pareggiavano ai più famosi, così degli antichi,
come dei moderni tempi. La pressa era grande in Inghilterra per quel
soccorso; perciocchè sapevasi, che di già dentro la rocca s'incominciava
ad aver carestia di munizioni, massimamente da bocca, e che gli
assediatori avevano il largo assedio cambiato in oppugnazione, volendo
con mirabili macchine, delle quali sarà per noi favellato in appresso,
far pruova di pigliare per forza quello, che colla fame non avevano
potuto. Adunque mentre a quelle mura tanto per natura, e per arte forti
e munite sovrastava un'aspra, e non mai per lo avanti udita battaglia, i
ministri britannici facevano riscontrar in Portsmouth tutte le forze
navali del regno, incluse quelle, che stanziavano sulle coste
dell'Olanda, e le altre, che correvano il golfo di Biscaia. Là
concorrevano anche in gran numero quelle da carico, sulle quali con
grandissima diligenza si abbarcavano le provvisioni. L'impresa del
soccorso di Gibilterra bolliva forte. Infine sul principiare di
settembre, essendo ogni cosa in pronto, Howe, capitano generale
dell'impresa, accompagnato dagli ammiragli Milbanke, Roberto Hughes e
Hotham partì da quel porto, avendo sotto la sua condotta, oltre quelle
da carico, ch'erano una gran moltitudine, trentaquattro navi d'alto
bordo, non poche fregate, e molti brulotti. Dalla fortuna di
quell'armata pendeva quella dell'assediata Fortezza.
Peraltro le armi non erano i soli stromenti che i nuovi ministri della
Gran-Brettagna volevano adoperare per arrivare al fine loro, ch'era
quello di una fortunata guerra, e di una onorata pace. E siccome tutti i
nemici loro, quando nella presente unione continuassero, vincere e
superar del tutto non isperavano, così fecero pensiero di mettere
screzio tra di quelli, e scomunargli con fare a ciascun di loro
profferte di condizioni di pace separate, avvisandosi, che il rompimento
della lega stato sarebbe la più sicura via al conseguimento di una
finale vittoria. Nel che speravano ancora, che quand'anche non avessero
potuto ottenere l'intento, avrebbero almeno conseguìto quello di dar
pasto, e di contentar i popoli della Gran-Brettagna, e rendergli, con
dimostrare la necessità della guerra, alla continuazione della medesima
meno avversi. Nè non era possente stimolo agli animi loro il pensare,
che pure dovevan essi, volendo sostener quelle persone, che fin là tanto
fuori, quanto dentro del Parlamento sostenute avevano, amici ed autori
di pace, se non sinceramente, almeno apparentemente dimostrarsi. Per
tutte queste cagioni operarono di modo presso l'Imperadrice delle
Russie, ch'ella fece uffizio di componimento colle Province Unite
d'Olanda col proporre, essendo a ciò fare dal Re della Gran-Brettagna
autorizzata, alla repubblica una tregua, e quelle medesime condizioni di
pace, che stat'erano accordate coll'Inghilterra nel trattato del mille
seicento settantaquattro. L'ambasciador di Francia, che allora si
trovava all'Aia, e che vegghiava queste pratiche, gagliardamente operò,
perchè la cosa non avesse effetto, esortando gli Stati Generali a
mantenersi in fede. Espose, che pure si erano colla Francia a non fare
la pace coll'Inghilterra, se non se quando questa avesse riconosciuto
l'illimitata libertà dei mari, obbligati; parlò dei concerti presi tra i
due Stati intorno le operazioni navali da farsi contro il comune nemico,
il rompere i quali sarebbe stato ugualmente poco onorevole alla
repubblica, che dannoso al suo Re, loro fedele alleato. Toccò finalmente
della riconoscenza, che gli dovevano per la conservazione del Capo di
Buona Speranza, e per la ricuperazione dell'isola di Sant'Eustachio, e
delle colonie di Surinam, l'una e l'altra operate dall'armi di Francia.
Questi furono gli uffizj dell'ambasciadore. Considerarono poi gli
Olandesi, che quelle isole e colonie erano come altrettanti statichi in
mano dei Francesi, e che poca speranza poteva rimaner loro di
ricuperarle, se essi dalla lega colla Francia si discostassero. Queste
cose in un coll'opera dei partigiani della Francia, i quali in questa
occorrenza efficacemente si travagliarono, fecero di modo, che gli Stati
Generali non si dimesticarono alle proposte inglesi, e si risolvettero a
non dipartirsi dall'amicizia di Francia, allegando, che ciò molto bene
si conveniva a quella incorrotta fede, colla quale era sempre stata
solita a procedere quella repubblica. Nè miglior fine sortirono le
pratiche a questo medesimo fine introdotte presso i governi di Francia e
di Spagna; perciocchè entrambi le offerte condizioni ricusarono, il
primo, perchè aveva ferma speranza di cacciar del tutto gl'Inglesi
dall'isole delle Antille, ed ottenere poscia migliori patti in proposito
della libertà dei mari; il secondo per questi stessi motivi, e
principalmente per quella leccornìa, accresciuta anche dalla speranza di
aver in mano sua la Giamaica e Gibilterra, non considerando, che l'uomo
ordisce, e la fortuna tesse; l'uno e l'altro poi per osservare il patto
di famiglia, e per conservare intatto l'onore delle loro corone, il
quale sarebbe grandemente offeso ad un somigliante abbandono fatto
dell'alleato loro. Ma i ministri britannici avevano non poca speranza,
che pei maneggi loro si potessero ridurre le cose a qualche composizione
cogli Stati Uniti d'America. Per questo avevano mandato per iscambio al
generale Clinton il Carleton, uomo, il quale per la prudenza ed umanità
dimostrate nei passati fatti della canadese guerra era in buona voce
presso gli Americani. Gli diedero facoltà, siccome pure all'ammiraglio
Digby, di accordar la pace cogli Stati Uniti, riconoscendo la
independenza, e concludendo con essi un trattato di amicizia e di
commercio. Ma gli Americani considerarono, che a quel tempo nissuna
legge era stata fatta dal Parlamento, che autorizzasse il Re a
concludere o pace, o tregua coll'America, e che per conseguente
quest'erano offerte e promesse, che i ministri facevano di per sè
stessi, e che il Parlamento avrebbe potuto disdire. Conoscevano la
ripugnanza, che aveva grandissima il Re al riconoscere la independenza
loro. Perciò entrarono in gran sospetto, che ci covasse sotto qualche
occulta frode, o malizia. Nel quale si confermarono anche maggiormente,
quando intesero le novelle, che i ministri avevano introdotto pratiche
d'accordi separati presso gli altri potentati guerreggianti d'Europa.
Per le quali cose tutte si fermarono onninamente in questa sentenza, che
questo fosse un andirivieno britannico fabbricato a bello studio per
disgiugnergli tra di loro, e per menargli per parole. Sospettavano, che
il trattamento dell'accordo fosse stato con artifizio dagl'Inglesi usato
per deviargli dalle provvisioni della guerra, e per farsi più facile
l'oppressione loro. Fece anche a questo tempo il ministro francese
presso il congresso grandi uffizj, perchè si sturbasse la pratica, e non
si desse retta a queste proposte, dall'una parte la mala fede
britannica, dall'altra la lealtà e la generosità del suo Re esponendo, e
con vivi colori dipingendo. Parve invero una gran cosa a coloro che
reggevano i consiglj dell'America, il rompere sul bel principio dello
Stato loro le promesse, e lo scambiar in una non sicura amicizia una
provata alleanza. Perilchè ricusarono. Dichiarò il congresso non potere,
nè volere in alcun negoziato particolare, nel quale l'alleato loro non
partecipasse, entrare. E perchè da nissuno potesse stimarsi poco sincera
la fede della repubblica, e per tor ogni speranza all'Inghilterra, ed
ogni sospetto alla Francia, i particolari Stati tutti decretarono, che
non mai sarebbono divenuti ad una pace coll'Inghilterra, se non vi fosse
stato il contento dell'alleato; chiarendo anche nemici alla patria
coloro, i quali tentassero di negoziare senza l'autorità del congresso.
In cotal modo si ruppero sul principiar del presente anno le pratiche
della pace, perchè le cose della guerra non erano ancor mature, e perchè
in mezzo a tanta scambievole diffidenza nissuna forma di concordia si
poteva trovare, se non era dall'ultima necessità indotta.
Andando le cose in America a questo cammino, nelle lontane isole
dell'occidente già s'incamminavano elle a quel fatale caso, che doveva
por fine all'antillese guerra, non altrimenti, che quello del Cornwallis
aveva concluso l'americana. Eransi dai confederati quei maggiori
apparati, che possibili fossero, fatti, per fare una volta l'impresa
della Giamaica. Avevano gli Spagnuoli una possente armata, ed una grossa
banda di soldati nelle isole di San Domingo e di Cuba, l'una e l'altra
fornitissime di ogni cosa, e pronte a partire per ogni qualunque
fazione, che si volesse tentare. Il conte di Grasse poi si trovava nel
porto del Forte Reale della Martinica con trentaquattro grosse navi di
fila, con altre due di cinquanta cannoni, con due armate in fluta, e
molte fregate. Quivi attendeva a racconciarle, e stava aspettando una
seconda conserva partita da Brest sul principio di febbraio, la quale
gli recava una egregia quantità di armi e di munizioni, delle quali
abbisognava. Rassettato che avesse il navilio, e ricevuto i nuovi
fornimenti di guerra, intendeva di andar a congiungersi a San Domingo
cogli Spagnuoli, e correre quindi unitamente contro la Giamaica.
Effettuata la congiunzione, avrebbero avuto gli alleati un'armata di
sessanta navi di fila, e da quindici in ventimila soldati da sbarcare,
forza prepotente, e tale, che una somiglievole non s'era mai in quelle
spiagge veduta. Non avevano a gran pezza gl'Inglesi forze nè terrestri,
nè marittime, le quali fossero sufficienti a contrastare a tanto
apparato. Imperciocchè Rodney, il quale si trovava a questo tempo alla
Barbada dopo la congiunzione sua ivi fatta con Hood, e l'arrivo
dall'Inghilterra di altre tre navi, aveva sotto il suo governo non più
di trentasei vascelli di alto bordo, soldati da sparmiare per le
guernigioni delle altre isole pochi, e nella Giamaica stessa si avevano
solamente sei battaglioni di stanziali, con anco entrovi, secondo
l'usanza di quei paesi, molte paghe morte, e le bande paesane. Il
terrore vi era grande, ed il governatore dell'isola vi aveva promulgato
la legge marziale, per la quale veniva a cessare ogni autorità ne'
maestrati civili, ed a conferirsi tutta ai Capi della guerra.
L'ammiraglio Rodney conosceva benissimo, che tutta la fortuna
dell'antillese guerra, e quella di tutte le possessioni inglesi in quei
mari totalmente pendevano dall'intraprendere la conserva di Brest,
primachè ella arrivasse nei porti della Martinica, e dall'impedire, che
l'armata francese non andasse ad accoppiarsi colla spagnuola a San
Domingo. Per ottenere il primo di quest'intenti era egli uscito al mare,
e talmente aveva la sua flotta arringata a sopravvento dell'isole, che
ella si distendeva dall'isola Desirada sino a quella di San Vincenzo in
su quella via, la quale tengono per l'ordinario le navi, che vengono
d'Europa per recarsi alla Martinica. E per maggiore sicurezza aveva
anche fatto affilar le sue fregate più in là a sopravvento, perchè,
speculando tutto all'intorno, avvisassero prontamente l'avvicinarsi del
nemico. Ma i Francesi, che pure subodorato avevano qual cosa, invece di
andare al solito viaggio per alla Martinica, la conserva loro talmente
avviarono, che, torta la via a destra verso settentrione, passarono a
tramontana della Desirada, e poscia piaggiando a sottovento la
Guadaluppa e la Domenica, la condussero a salvamento a Porto Reale della
Martinica. Fu questo molt'opportuno rinfrescamento ai Francesi, e
d'infinito cordoglio cagione agli Inglesi, ai quali nissun'altra
speranza rimaneva al preservarsi da una totale rovina in quei lidi,
fuori di quella d'impedire la congiunzione delle due armate francese e
spagnuola in San Domingo. A questo fine andò Rodney a porsi al
Gros-Islet in Santa Lucia, dove stava continuamente alla vista, e per la
vicinanza de' luoghi poteva facilmente, e spacciatamente venire
informato di quello, che si facesse il nemico al Forte Reale. Faceva
sopravvedere diligentemente il mare dalle veloci fregate. Attendeva
intanto a far acqua, e viveri, ed a porsi in grado a poter bastare ad
una lunga crociata.
In questo mezzo il conte di Grasse, poichè il tempo era da spenderlo in
operare, e non volendo più oltre indugiarsi al mandare ad effetto le
commessioni, che aveva dal suo Re ricevute, e che di tanta importanza
erano alla gloria ed alla prosperità del Reame di Francia, comandò alle
navi della conserva, nel preservamento delle quali consisteva tutta la
speranza dell'impresa della Giamaica, uscissero dal porto, e faceva lor
fare l'accompagnatura dai due vascelli di guerra il Sagittario, e lo
Sperimento. Poco poscia le seguitava egli stesso con tutta l'armata.
Avrebbe voluto, andando a seconda dell'etesie, indirigersi direttamente
a San Domingo. Ma preveggeva ottimamente, che sì facendo, ed ingombro,
com'egli era, con una conserva che sommava meglio, che a cento legni
passeggieri, ed in tanta costanza di vento, non avrebbe potuto tanto
vantaggiarsi, che l'armata inglese non sopraggiungesse. La qual cosa lo
avrebbe costretto alla battaglia, ch'ei voleva, e doveva schivare.
Perciò pigliò altro partito. Prendendo voga verso tramontana, iva con
tutto il suo numerosissimo navilio radendo le spiagge delle isole. Era
questo un molto conveniente consiglio, e ne doveva l'ammiraglio francese
sperare un felice evento. Poichè in tal modo conoscendo i suoi piloti
molto meglio degl'Inglesi le giaciture di quei lidi, la maggior parte
francesi, o spagnuoli, potevano più presso a questi spingere le navi. I
diversi canali poi, che fra quelle frequenti isole si frappongono, e
sicuri ricetti, e comodi venti offerivano contro il perseguitante
nemico. Oltracciò poteva egli ordinar di modo le sue navi, che quelle da
carico costeggiassero terra terra, mentre le guerresche si
appetterebbero al di fuori contro le nemiche. Dal che ne poteva nascere
facilmente, che le inglesi ne fossero spinte a sottovento; e perciò
fosse lasciata libera la via alle francesi per a San Domingo. Con questo
consiglio sperava il conte di Grasse di potersi appoco appoco sguizzare
sino al luogo destinato alla massa generale in quell'isola. Le fregate
inglesi, che stavano vigilanti alle poste, diedero tosto per mezzo dei
concertati segnali avviso dell'uscita della flotta francese
all'ammiraglio Rodney; ed egli che stava sull'ali, ed era pigliatore di
gran partiti, troncati tutti gl'indugi, salpò incontanente per andarla a
trovare. Era il giorno nono di aprile, e già i Francesi avevano
incominciato a spuntar la Domenica, trovandosi a sottovento della
medesima, quando si mostrò improvvisamente agli occhi loro tutta
l'armata inglese. De Grasse comandò ai capitani della conserva,
collassero tutte le vele, gissero ad apportar nella Guadaluppa. L'uno e
l'altro ammiraglio con eguale arte ed ardire si ordinavano alla
battaglia. Questa il Francese intendeva di combattere lontana per dar
tempo alla conserva di allargarsi, e per non commettere all'arbitrio
dell'incerta fortuna una impresa certa; l'Inglese manesca, perciocchè
non poteva sperare alle cose sue riparo, se non se in una vittoria
determinativa. Aveva seco il conte di Grasse trentatre navi di fila, tra
le quali si noveravano la Città di Parigi di 110 cannoni, cinque di
ottanta, ventuna di settantaquattro, le altre minori; erano le compagnie
delle ciurme pienissime, e si trovavano a bordo da cinque a seimila
eletti soldati di sopracollo. Governava il tutto, come capitano generale
il conte di Grasse; la vanguardia era guidata dal marchese di Vaudreuil,
il dietroguardo dal signor di Bougainville. Consisteva l'armata di
Rodney in trentasei navi di alto bordo, fra le quali una di novantotto
cannoni, cinque di novanta, venti di settantaquattro, e tutte le altre
minori. Era al governo di tutta l'armata l'ammiraglio Rodney,
dell'antiguardo il vice-ammiraglio Hood, del dietroguardo il
sotto-ammiraglio Drake. Avrebbero voluto gl'Inglesi venirne tosto con
tutta l'armata loro alle mani; ma trovandosi tuttora dietro le alture
della Domenica, ne erano impediti dal tempo bonaccioso. Solo meglio che
potevano, si ingegnavano di approfittar dei buffi, che di quando in
quando si levavano, per approssimarsi ai Francesi. Ma questi, essendo
più inoltrati verso la Guadaluppa, già godevano del benefizio del vento,
ed ogni mossa operavano, che loro pareva più opportuna. Infine la brezza
incominciò a gonfiar le vele della vanguardia Inglese, della quale
giovandosi Hood pervenne a tiro d'artiglieria presso l'armata nemica, e
si appiccò la battaglia alle nove della mattina. Era De Grasse
confidentissimo della vittoria. Perocchè combatteva con tutte le sue
forze contro una sola parte di quelle del nemico. Perciò l'incontro fu
molto aspro, e la pressa, che facevano i Francesi molto grande. Ma
gl'Inglesi, comechè con grave danno loro, fecero tal retta, che nè
rincularono, nè si smagliarono. Intanto le prime navi della battaglia
inglese, ottenuto il vento, venivano per soccorrere la vanguardia, che
pativa, e che aveva bisogno di aiuto, e giunte a tiro con una
incredibile furia entrarono anch'esse nella mischia; nè fu con minor
valore l'impeto loro dai Francesi ricevuto. Fulminava soprattutto
terribilmente colla sua nave il Formidabile, e colle due sue seconde il
Namur, ed il Duca, tutte e tre di novanta cannoni, l'ammiraglio Rodney.
Ma un capitano francese, il quale governava una nave di settantaquattro,
ostinatissimamente se gli opponeva, e fatta con magnanima risoluzione
voltare a ritroso la vela di gaggia dell'albero maestro per tôrre a'
suoi ogni opinione, ch'ei si volesse ritirare, e però fargli nella pugna
più ostinati, ferocissimamente combatteva contro le tre più grosse navi
di Rodney. E tanta fu la virtù sua, che un uffiziale inglese, scrivendo
a' suoi, lo ebbe a chiamare _divino Francese_. Arrivarono in questo
mezzo di mano in mano le altre navi di Rodney, e già poco anch'erano
lontane quelle del dietroguardo condotte da Drake. Per la qual cosa il
conte di Grasse, il quale avendo buono in mano non voleva rimescolare,
fece tirar indietro i suoi, ed in tal modo fu posto fine ad un
combattimento, nel quale non saprei, se stato sia maggiore il valor, o
la perizia delle marinaresche cose, che e l'una parte, e l'altra
dimostrarono. Non seguitarono gl'Inglesi, sia perchè avevano il vento
meno favorevole, sia perchè le navi della vanguardia avevano grave danno
ricevuto, massime le due il Real Pino, ed il Montagù, ch'erano la testa.
Il che vedutosi dall'ammiraglio francese, ordinò incontanente alle navi
della conserva, le quali avevano afferrato alla Guadaluppa, salpassero
di nuovo, e gissero al viaggio loro. La qual cosa essendo stata
diligentemente eseguita dal signor Langle, che le governava, arrivarono
esse, pochi giorni dopo, tutte felicemente a San Domingo. Alcune navi
francesi furono assai malconce. Fra le altre il Catone fu sì
danneggiato, che ne fu mandato per rassettarsi alla Guadaluppa. Queste
cose impedirono, che il conte di Grasse non potesse sì tosto, come
avrebbe voluto, rimontare al vento di quel gruppo d'isole, che chiamano
le Sante, siccome era il suo disegno, per recarsi poscia a sopravvento
della Desirada, e quindi difilarsi, passando a tramontana dell'isole, a
San Domingo. Gl'Inglesi, racconce le navi loro, di nuovo s'erano posti a
seguitare i Francesi. De Grasse sempre bordeggiava per riuscire a
sopravvento delle Sante, e già tanto aveva operato, che il dì undici,
superate le Sante, incominciava a spuntar a sopravvento della
Guadaluppa; e già aveva sì gran vantaggio preso dell'armata inglese, che
solo i gabbieri di questa, e ciò a gran fatica, potevano la francese
discoprire. Gl'Inglesi, i quali sapendo ottimamente, quanta posta vi
andasse, avevano con quella maggior celerità, che avevano potuto,
seguitato i Francesi, ora già erano pressochè totalmente disperati di
potergli raggiungere; e già i Capi ristrettisi tra di loro si
consigliavano, se non fosse miglior partito per lo servizio delle cose
loro il torsi giù dal seguitar l'inimico, e volger le prue a sottovento,
affine di arrivare, se possibil fosse, prima di lui nelle acque di San
Domingo. Mentre in questo fortunevole punto se ne stavano deliberando,
ed ansiosamente d'in sulle gagge velettando, incerti del destino, che
alla Giamaica soprastava, ed a chi dovesse dell'Inghilterra, o della
Francia la signoria delle Antille rimanere, ecco comparir di lungi, era
l'ora del mezzodì, due navi francesi, le quali non potendo pareggiare la
prestezza delle compagne, si erano lasciate, e si lasciavano
continuamente cadere a sottovento delle loro, e perciò più vicine
all'armata inglese. Erano queste il Zelante, il quale pare, che sia
stato destinato dai cieli ad essere in questi dì un fatale intoppo alla
fortuna francese, e la fregata l'Astrea, che il conte di Grasse gli
aveva mandato dietro, perchè lo rimorchiasse. Aveva poco prima questo
Zelante, non so se per imperizia di chi il guidava, o se per fortuito
caso dato di cozzo nella Città di Parigi, e ne ebbe rotti gli alberi
dello sprone e del trinchetto. Il quale accidente, rallentando il suo
abbrivo, l'aveva fatto rimanere indietro. Tosto si rinfrescavano nel
cuor degl'Inglesi le speranze di quella battaglia, che tanto agognavano.
Perciocchè credevano fermamente che ov'essi fossero venuti sopra alle
indietreggiate navi per pigliarle, l'ammiraglio francese sarebbe venuto
in soccorso di quelle, e per conseguente postosi nella necessità del
combattere. Per la qual cosa con incredibile contenzione d'animo
aiutandosi, ed incalzandosi l'un l'altro, poichè stringeva molto il
tempo, tanto fecero, che si avvicinarono di modo, che le due navi, se De
Grasse non le soccorreva, sarebbero senza fallo alcuno, prima che
abbuiasse, in poter loro venute. Credesi, e non senza ragione, che se il
conte contento alla gloria acquistata sulle rive della Virginia avesse
saputo moderare la propria fortuna, ed abbandonato a quel destino, che
le minacciava, le due fatali navi, avrebbe con felicità corsi i mari
fino a San Domingo, e là congiuntosi cogli Spagnuoli avrebbe spenta del
tutto la potenza britannica in quei lidi. Poichè già si era tanto
allargato a sopravvento, che quando avesse il suo cammino seguitato, non
sarebbe più stata riuscibile cosa agl'Inglesi il raccostarlo. Ma
giudicando, che fosse contro la dignità, e la riputazione di
quell'armata il sopportare, che così vicino a lei venissero predate le
navi, si risolvette, certo con animoso, ma non meno arrischiato
consiglio, ad andare in soccorso loro, mettendosi in tal modo, per voler
salvare una piccola parte della sua armata, in pericolo di perderla
tutta. Rivolse adunque le prue al nemico, e preservò il Zelante. Ma
intanto si fu di tanto spazio avvicinato, che fu sforzato ad ogni modo a
far la giornata. I due nemici ammiragli con grande animo, e con accesa
disposizione di tutti i loro vi si apparecchiavano, consapevoli l'uno e
l'altro, che in quella si combatterebbe la gloria dei due regni, e la
signoria delle Antille. Ma essendo l'ora tarda, e volendo i due generosi
nemici a buono sciente combattere, sino all'indomani mattina la
indugiarono; solo spendendo la notte nell'esortare i loro ad
apparecchiare i corpi e l'armi alla battaglia. Il campo, in cui si
doveva combattere, è un pelago posto tra le isole Guadaluppa, Domenica,
le Sante e Maria-galante; di qua e di là a sopravvento, ed a sottovento
acque infedeli, e lidi scogliosi. L'indomani all'ore sei della mattina
le due armate si attestarono attelate l'una a rincontro dell'altra,
avendo quella di Francia le scotte a orza, quella d'Inghilterra a
poggia. In questo punto essendo il vento, per aver variato da levante a
scirocco, diventato più favorevole agl'Inglesi, questi giovandosene
tosto ai spinsero avanti colla vanguardia, e colla maggior parte della
mezzana schiera, e pervenuti a mezza gittata di cannone incominciarono
una fierissima battaglia. Durò essa dalle sette della mattina sino alle
sette della sera. Di mano in mano gli altri vascelli inglesi della
squadra di mezzo, e la più parte di quei del dietroguardo, incluso il
Barfleur, capitanato dallo stesso Hood, arrivarono anch'essi a tiro, ed
affilatisi vennero a parte del combattimento. Il Zelante in questo
mentre condotto a rimorchio dall'Astrea si avviava alla Guadaluppa.
Nissuno creda, che mai in altre battaglie maggior valore d'uomini
affocatissimi nel voler riportare la vittoria si sia dimostrato, come in
questa e Francesi, ed Inglesi dimostrarono. Spesseggiavano le fiancate;
il fumo, il rimbombo, il fracasso, e lo stroscio delle navi, che si
tritavano, eran orribili. Il Formidabile, ch'era l'almirante, trasse
fino in ottanta fiancate; la Città di Parigi altrettante. Stette un
pezzo dubbia la vittoria. Le navi si dirompevano con grossi sbrani ad
ogni momento, e l'anelito degli uomini era grande. Dal bel principio
della battaglia gli Inglesi, secondo l'usanza loro, avevano fatto pruova
di ficcarsi in mezzo e di romper l'ordinanza francese. Ma non avendo il
vento abbastanza propizio per potersi lanciar con quel momento, che
sarebbe stato necessario, e da un altro canto avendo i Francesi fatto
gran retta, furono risospinti. Intanto la vanguardia e battaglia del
conte, avendo grave danno ricevuto, massime negli attrazzi, e maggiore
di quello, che sopportato avesse la dietroguardia, ne nacque, che il
movimento di quelle due prime squadre si rallentò notabilmente, e non
avendo quest'ultima, ch'era rimasta più intiera, accomodato il suo al
movimento di quelle altre, ne avvenne che l'ordinanza si scompigliò;
perocchè alcune navi vennero a trovarsi più innanzi, altre più indietro.
A questo sconcerto già grave in sè stesso, e che fu colpa degli uomini,
si aggiunse una contrarietà di fortuna, e questa fu che il vento si
voltò da levante scirocco sino a scirocco schietto, accidente
sfavorevole ai Francesi, poichè le vele loro ne furono improvvisamente
volte a ritroso, e favorevole agl'Inglesi, che ne vennero ad acquistare
il vento più propizio. Se ne giovò Rodney incontanente, e con mirabile
rattezza spintosi avanti col Formidabile, col Namur, col Duca, e col
Canadà, fracassato e disarborato affatto il vascello il Glorioso, ruppe
e fendè l'ordinanza francese, tre navi distante dalla Città di Parigi,
dove combatteva il conte di Grasse. Ciò fatto, comandò tosto alle navi,
che orzando lo seguitassero. Il che prestamente stato essendo eseguito
ne avvenne, che tutta l'armata inglese riuscì a sopravvento della
francese. Queste mosse definirono la fortuna della giornata. Gl'Inglesi
si scagliarono poggiando contro i Francesi, i quali disordinati ed
ingarbugliatisi insieme tutti male si potevano contro un nemico
ordinatissimo, stretto, ed esultante per la speranza della vicina
vittoria, riparare. D'allora in poi i Francesi non combattettero più
raccolti in file regolari, ma con navi separate, o gomitoli snodati. In
tale pericoloso frangente non mancarono per altro a sè stessi. Tentarono
di rannodarsi a sottovento; ma ciò non venne loro fatto. Non potendo più
operare con consiglio comune, combattettero in singolari affronti con
tanto valore, che al tutto si mostrarono di miglior fortuna meritevoli.
Ora gl'Inglesi s'avventavano a questa, ora a quell'altra nave,
secondochè veniva lor meglio il destro per pigliarle. Il Canadà si
attaccò coll'Ettore, e dopo una ostinata resistenza lo prese. Il
Centauro si mise a petto al Cesare, l'uno e l'altro rimasti pressochè
intieri. Ne seguì un furiosissimo affronto. Il Francese non voleva
arrendersi. Vennero ad assaltarlo altri tre vascelli d'alto bordo. Ma il
signor di Marignì, che il capitanava, in luogo di abbassar la tenda,
intorato, e feroce la faceva chiodare all'albero, e tuttavia tirava
avanti con una furia di cannonate. Fu morto. Il successore si difendeva
con pari coraggio. Infine, caduto l'albero maestro, e perduti tutti i
suoi corredi, cedendo alla fortuna, si arrendè. Il Glorioso anch'esso,
non senza prima aver fatto una gagliarda difesa, venne in poter
degl'Inglesi. L'Ardente ebbe la medesima fortuna. Il Diadema rotto e
fracassato affondò. Ma se fu grande la virtù dimostrata dai capitani
francesi sin qui raccontati, le navi dei quali vennero in poter
degl'Inglesi, fu degna altresì di perpetua lode quella del conte di
Grasse, il quale parve, si fosse posto in animo di voler piuttosto
andare a fondo, che arrendersi. Lacera essendo, e sfessa la sua nave, la
Città di Parigi, per una battaglia, che già da dieci ore durava, nissuna
sembianza faceva di volersi piegare e tuttavia continuava a tronare
orribilmente ed a rispondere da ogni parte. Veniva ad assaltarlo
ferocemente il capitano Cornwallis colla nave il Canadà, e tuttochè con
incredibile valore si affaticasse, non faceva frutto. Perocchè quella
enorme mole lungi da sè con prepotente forza il ributtava. Venivano per
dargli l'ultimo strazio a congiungersi col Canadà altre sei grosse navi
inglesi; ma tutto era nulla. Erano intanto accorse per isbrigarlo le
navi francesi la Linguadoca e la Corona, poscia il Plutone ed il
Trionfante. Ma sopraffatte dalla moltitudine delle navi di Rodney furono
costrette a lasciar la capitana loro nel gravissimo pericolo, in cui si
trovava. Venutagli meno quest'ultima speranza, e veduta la sua armata
testè sì fiorita, ora tutta o fugata, o presa, l'invitto animo del conte
di Grasse non si voleva per ancora inclinar alla resa; e continuando
nella difesa non rifinava di trarre. Sopraggiungeva allora Samuele Hood
avventatissimo col suo Barfleur, e giunto presso la Città di Parigi (già
il giorno si rabbruzzava) vi scaricò dentro con orribile strabocco un
nembo sì fitto di palle, che ne furono strambellati tutti coloro, che
sulla coperta si ritrovavano. Fu scritto, ne siano rimasti uccisi al
primo tratto sessanta. Disperato della salute aveva tuttavia il conte
cura dell'onore. Sostenne tanta furia ancora più per un quarto d'ora.
Infine, abbassata la tenda al Barfleur, si arrendè all'Hood. È fama che
nel momento della resa tre soli uomini rimanessero viventi, e non feriti
sopra la coperta, dei quali uno si fu il conte stesso. In questo molto
la Città di Parigi, vascello, ch'era a ragione stimato il più bel
ornamento, ed il principale propugnacolo della marineria francese, venne
in potestà degl'Inglesi. Era stato dato in dono dalla città di quel nome
al Re Luigi Decimoquinto, allorquando le cose navali della Francia erano
state a tanto bassamente condotte durante la guerra del Canadà. Vi si
erano spesi intorno da quattro milioni di tornesi. Trentasei casse di
contanti, tutte le artiglierie, le somerie, e le munizioni, che dovevano
all'assalto della Giamaica servire, diventarono preda del vincitore.
Morirono in questa battaglia degl'Inglesi, inclusi anche quelli, che
furono uccisi nella giornata dei nove, e furon feriti meglio di un
migliaio; dei Francesi molti più, oltre dei prigionieri. Fra i primi
furono morti degli uffiziali segnalati i due capitani Boyne e Blair.
Lord Roberto Maners figliuolo, che fu del marchese di Granby, giovane di
grandissima aspettazione, ferito gravemente, dopo d'essere stato alcun
tempo in fine di morte, anch'egli trapassò. De' secondi sei capitani di
nave, tra i quali il conte d'Escars, e de la Clocheterie furono da
questa vita tolti. Avrebbe l'ammiraglio Rodney per non corrompere la
speranza di cose maggiori, voluto seguitare dopo la battaglia il nemico.
Ma essendo sopraggiunta la notte, e volendo prima assicurarsi delle
prede, e conoscere il danno ricevuto da' suoi, e dalle sue navi, se ne
temperò. La mattina seguente fu medesimamente dal ciò fare impedito
dalle bonacce, che sopravvennero presso le spiagge della Guadaluppa.
Avendo però fatto sopravvedere nei vicini porti delle isole nemiche, ed
accortosi che in questi non si erano gli avanzi della rotta armata
riparati, e dubitando di quello, ch'era, cioè che si fossero dirizzati a
San Domingo, comandò, per non fermare il corso della vittoria,
all'ammiraglio Hood, la cui squadra era rimasta più intiera, se ne
andasse a stare sulle volte in quelle acque. Gli commise ancora, che,
compiuta la bisogna, si recasse al Capo Tiberone, dove sarebbe colla
restante armata ito egli stesso per ivi fare la generale massa. Infatti,
eccettuate alcune navi, le quali furono condotte a racconciarsi a
Sant'Eustachio dal signor di Bougainville, le altre raccolte dal
marchese di Vaudreuil andarono a far porto al Capo-Francese in San
Domingo. Intanto era arrivato nelle acque di quest'isola l'Hood, e
mentre si stava volteggiando nel passaggio di Mona, che la medesima da
quella di Portoricco divide, osservò di lontano quattro navi, due d'alto
bordo, due altre minori. Quest'erano il Giasone, ed il Catone, che
ritornavano dai concieri della Guadaluppa, colla fregata l'Amabile, e la
corvetta la Cerere. Non erano i capitani loro informati dell'esito della
battaglia dei dodici, e viaggiavano a sicurtà. Hood diè dentro; e dopo
una leggiera avvisaglia tutte le pigliò. Una quinta nave, che si
discoperse, sebbene non senza gran fatica, scampò. Così perdettero li
Francesi otto navi d'alto bordo, delle quali il Diadema affondò, il
Cesare arse, e sei fecero chiara e notabile la vittoria degl'Inglesi,
per essere in poter loro venute. Raccozzatisi insieme Rodney, e Hood al
Capo Tiberone, il primo colle prede e colle navi malconce si avviò alla
Giamaica, il secondo se ne rimase con venticinque delle più intiere
nelle acque di San Domingo, acciò e gl'inimici osservasse, ed impedisse
loro di tentar qualche fatto di rilievo contro le possessioni
britanniche. Imperciocchè quantunque scoraggiati dalla recente
sconfitta, erano tuttavia gli alleati assai formidabili, avendo al
Capo-Francese, Vaudreuil ventitre navi di fila, e Don Solano sedici con
molte migliaia di pedoni a potere, ove d'uopo fosse, sbarcare. Ciò
nondimeno non solo si perdè del tutto l'impresa della Giamaica; ma
ancora nissuna fazione d'importanza si tentò, dopo la raccontata, nelle
Antille. Se ne tornarono gli Spagnuoli nell'Avana. Alcune navi francesi
si avviarono, facendo la scorta ad una conserva, verso l'Europa, e con
prospero viaggio vi arrivarono. Vaudreuil colle rimanenti andò ad
ammainar le vele nei porti della settentrionale America. In tal modo
furono agli alleati sturbati i disegni sopra la Giamaica, e questo fine
ebbe l'antillese guerra. Solo il giorno sei di maggio le isole Bahame,
state fin là sicuro nido d'infestevoli corsari, all'armi spagnuole si
arresero. Un'altra fazione, debol compenso a tanta perdita, successe
prosperamente ai Francesi nelle regioni più settentrionali dell'America.
Aveva il marchese di Vaudreuil poco prima, che partisse per alla volta
degli Stati Uniti, spedito il signor De la Peyrouse colla nave lo
Scettro, e due fregate, commettendogli, se ne andasse al seno d'Hudson,
e là tutto quel maggior male che potesse, facesse alle possessioni della
Compagnia inglese. La cosa riuscì, e la Compagnia ricevè un danno di
parecchj milioni. Fu questa spedizione degna di ricordanza, non già per
gli ostacoli, che gli uomini abbiano opposto, giacchè stavano gl'Inglesi
indifesi e sicuri, ma sibbene assai per le difficoltà, che parevano
piuttosto insuperabili, che grandi, de' luoghi. Le spiagge erano
difficili, e poco esplorate, le acque infedeli; e quantunque corresse,
quando arrivarono, la stagione del finir di luglio, tuttavia il sido vi
era sì grande, e i ghiacci sì grossi, che poco mancò, le avventurieri
navi non vi fossero rapprese dentro, ed in quel crudissimo clima per
tutto l'inverno confinate.
Tra queste cose l'ammiraglio Rodney era alla Giamaica pervenuto, e nel
porto di Kingston trionfalmente entrato. Concorrevano gl'isolani con
infinita allegrezza a vedere il loro liberatore, le vincitrici, e le
predate navi, le ricche spoglie, e quel nemico capitano stesso
rimirando, che, già vincitore in America di una gran guerra, poscia
minacciatore potentissimo della patria loro, compariva allora in sì
dimessa fortuna vinto, e cattivo agli occhi loro. Ma se grandi furono la
fortuna di Rodney, ed il contentamento dei Giamaichesi, non furono
minori le cortesie, che quello e questi usarono verso il vinto nemico,
niuna cosa tralasciato avendo, la quale potesse nell'avverso caso
racconsolarlo. Poco poscia l'ammiraglio inglese, avuto lo scambio
dall'ammiraglio Pigot, scambio, che fu ordinato, primachè si avessero a
Londra le novelle della vittoria dei dodici aprile, partì per
l'Inghilterra, alla volta della quale aveva anco sulla carovana della
Giamaica inviato il conte di Grasse. Era venuto Rodney in molta
disgrazia dell'universale a cagione di quelle rapine di Sant'Eustachio,
delle quali se ne fecero anche risentitamente le parole in cospetto del
Parlamento. Da ogni parte risuonavano querele contro di lui; e questo fu
forse il principale motivo, oltre di quello della diversità delle Sette,
che i ministri il rappellassero. Ma alle accusazioni, giunto che ei fu
in Inghilterra, rispose mostrando cattivo ai popoli il conte di Grasse.
Allora l'accagionato spogliatore di Sant'Eustachio diventò tosto l'idolo
di tutta la nazione. E quegli stessi, che prima più la fama sua
laceravano, ora più di tutti si studiavano di encomiarlo, le passate
ruggini alla presente gloria condonando. Furono fatte in Inghilterra le
gratissime accoglienze al conte di Grasse, parte per civiltà, parte per
vanagloria. Arrivato a Londra, fu presentato al Re, gli furon fatte
pubbliche feste, il popolo, che spesso sotto i balconi della sua casa
concorreva, lo voleva vedere; e volesse egli, o no, gli era forza il
mostrarsi, ed allora le acclamazioni e gli applausi non erano pochi,
tutti ad alta voce chiamandolo, (tanto è bella la virtù, che piace anche
ai nemici in un nemico) il bravo, il valoroso Francese. Ne' luoghi
pubblici, dov'ei compariva, gli facevano le affoltate intorno, non per
noiarlo, ma per fargli onoranza; e tanto si andò oltre con questo
occupamento della plebe londinese verso il conte di Grasse, che
pretendevano, e volevano che altri il credesse loro, che la fisonomia
del conte ritraesse dell'inglese; e gli fu giuocoforza, si lasciasse
fare il ritratto. Del quale se ne sparsero tostamente tante copie nel
contado, che chi non l'aveva, era tenuto scemo, o disamorevole. Fu
Rodney creato dal re Pari d'Inghilterra sotto il titolo di lord Rodney,
Hood Pari d'Irlanda, Drake e Affleck Baroni del regno.
In Francia intanto le novelle della rotta dei dodici aprile furono di
universale cordoglio cagione, tanto più grave, quanto stat'erano più
liete le passate speranze. I Francesi però durevoli nell'allegrezza,
trascorrevoli nella mestizia, ed animosi di natura tosto si
riconfortavano. Fu il Re il primo a dar l'esempio della fermezza.
Seguitavano gli altri. Comandò per rifornir i perduti, si fabbricassero
incontanente dodici vascelli tra di 110 cannoni, di 80 e di 74. Il conte
di Provenza, e quel d'Artesia, suoi fratelli, ne offerirono del loro
ciascuno uno di 80. Il principe di Condé uno ne offerse di 110 in nome
degli Stati di Borgogna. I Preposti de' mercanti, gli Schiavini e le sei
Capitudini de' mercanti della città di Parigi, i negozianti di
Marsiglia, di Bordeaux, di Lione si risolvettero anch'essi con
maravigliosa prontezza a somministrare allo Stato ciascuno una nave
della medesima portata. I ricevitori e gli appaltatori generali della
Camera pubblica, ed altri pubblicani offerirono, e fornirono somme di
pecunia di non poca importanza. Furono tutte queste esibizioni
accettate; ma non già quelle, che avevano fatte i particolari cittadini,
ai quali il Re, perchè la buona volontà dei già gravati popoli in
maggior aggravio loro non tornasse, fe' le somme offerte, o già donate
restituire. In cotal modo, per l'universale consentimento d'animi verso
la patria, verso il Re bene inclinati, si sopportò in Francia l'acerbità
della fortuna, si riparavano i passati danni, e le felici speranze
dell'avvenire si rinfrescavano.
Avendo noi sin qui raccontato in quale modo per un irreparabile
infortunio degl'Inglesi sia stata la guerra sulla terra-ferma d'America
terminata, e come altresì per una fatale sconfitta delle forze navali
della Francia sia veduta a conclusione nelle Antille, egli è oggimai
tempo, che da quelle lontane ragioni la mente rivocando, ci facciamo a
descrivere, qual fine ella abbia avuto là, dond'ella principalmente
procedeva, vogliam dire in queste più vicine contrade di Europa. Erano
gli occhi di tutti gli uomini rivolti all'assedio di Gibilterra. Nè non
aveva mai nè in quell'età, nè forse in molte superiori veduto Europa
tentarsi oppugnazione, che fosse di maggior aspettazione per la fortezza
di quella rocca, e per gli effetti importanti, che dal perderla, o dal
vincerla risultavano. Veleggiava Howe al soccorso di quella. Cadevano
nei discorsi degli uomini varj concetti. Alcuni confidandosi nell'ardire
e nel sapere britannici, e dalla felicità dei passati tentativi
all'esito del presente argomentando, pensavano, che l'impresa del
soccorso sarebbe a buon fine riuscita. Altri attendendo alle prepotenti
forze navali della lega, nell'industria, e nel valore di Don Luigi, e
del conte di Guichen, che le governavano, confidando, portavano una
contraria opinione. Chi si persuadeva, osservati gli straordinarj
preparamenti che stati erano fatti, e tuttavia si facevano dagli
assedianti, che fosse non che probabile, vicina la resa della piazza. E
chi per lo contrario credeva, considerata la fortezza del luogo, la
concinnità delle fortificazioni, ed il coraggio degli assediati, ch'ella
fosse non solo improbabile, ma impossibile. Tutti poi erano venuti in
questa opinione, che l'opera sarebbe riuscita dura, e che vi si sarebbe
sparso dentro molto sangue. Intanto la fama era corsa, e raccontando le
cose di Gibilterra aveva acceso nell'animo di tutti gli uomini valorosi
un ardentissimo desiderio di entrare a parte, od almeno di trovarsi
presenti, come spettatori di quelle onorate fazioni, che sotto di quelle
mura dovevano agli occhi degli uomini maravigliati rappresentarsi.
Quindi è, che non solo dalla Francia, e dalla Spagna i più riputati
personaggi per generosità, e per valore concorrevano a gara al campo di
San Rocco, e nel porto di Algesiras, ma ancora dall'Allemagna, e dalle
più lontane regioni del Settentrione. Nè tanto potè operar la barbarie
nelle vicine popolazioni delle coste africane, che non accorressero
anch'esse nei più propinqui lidi per poter di là l'inusitato spettacolo,
che soprastava, prospettare. Ogni cosa era in moto nel campo, nelle
flotte, negli arsenali dei confederati. Elliot dall'alto della rocca con
mirabile costanza aspettava il pericoloso assalto. Ma primachè quelle
cose raccontiamo degnissime invero di memoria, che seguirono, egli è
cosa necessaria, e, secondochè noi stimiamo, da non riuscir discara ai
nostri leggitori, l'andar descrivendo, qual fosse la natura de' luoghi,
e quali le fortificazioni dentro e fuori della rocca, e quali ancora
fossero gli apparecchiamenti, e le intenzioni degli assediatori. Ella è
la Fortezza di Gibilterra fondata sopra di una roccia, la quale a guisa
di lingua nata dalla terra-ferma di Spagna corre per lo spazio di una
lega da tramontana a ostro, e si termina in un puntazzo, che chiamano
punta d'Europa. La cima della roccia è alta a mille piedi sopra il pelo
dell'acqua del mare. Il suo lato di levante, quello cioè, che è volto
verso il mediterraneo, è tutto da una parte all'altra composto di un
vivo macigno, e talmente rupinoso ed erto, che non che altro, il salirvi
su è cosa del tutto impossibile. La punta d'Europa, fatta anch'essa di
vivo sasso s'abbassa, e termina in una spianata venti piedi alta sopra
l'acqua del mare, e quivi gl'Inglesi hanno piantato una batteria di
venti colubrine, che traggono di punto in bianco. Dalla punta d'Europa
indietro il promontorio s'allarga, ed alzandosi si distende poscia in
un'altra spianata, che sta a ridosso della prima. Questa seconda è
abbastanza grande, perchè i soldati vi possano fare per la difesa del
luogo tutte le loro mosse, armeggiamenti, ed uffizj militari; e siccome
la china è dolce, e ne sarebbe la salita agevole, così gl'Inglesi vi han
fatto tagliate, e procinti di mura qua e là, e circondato il ciglione
della spianata con un muro quindici piedi alto, e grosso altrettanti, e
munitissimo d'artiglierie. Oltreacciò hanno costrutto all'indentro della
spianata medesima un campo trincerato, ove come dentro una sicura
ritirata possano ripararsi, e rattestarsi, caso, che fossero dalle
esteriori difese cacciati. Da questo luogo havvi la via ad un altro più
alto e posto tra massi dirupati e scoscesi, dove avevano gli assediati
gli alloggiamenti loro piantato. Sul lato occidentale del promontorio a
riva il mare è fondata lunga e stretta la città di Gibilterra, che era
stata dall'ultima batteria data alla Fortezza quasi intieramente
distrutta. Ella è chiusa a ostro da un muro, a tramontana da una vecchia
bastita, che chiamano il castello de' Mori, e da fronte verso il mare da
un parapetto quindici piedi grosso, e munito da luogo a luogo di
batterie, che traggono a livello d'acqua. Dietro la città il monte si
innalza molto ben erto sino alla cima. Per maggiore sicurezza di questa
parte hanno anche gl'Inglesi due altre fortificazioni, che molto
s'inoltrano nel mare, fatte, l'una e l'altra guernite di formidabili
artiglierie. La prima posta a tramontana chiamano molo vecchio, la
seconda molo nuovo. Nè contenti a questo fecero avanti il molo vecchio,
ed il castello de' Mori un'altra bastita consistente in due bastioni
accortinati, la scarpa de' quali, ed il cammino coperto sono molto
difficili a minare, per esser contramminati ben per tutto.
L'intendimento di chi fece questa murata si fu per battere colle
artiglierie piantate in essa, e spezzare quella stretta striscia di
terra, che corre tra il mare e la roccia, e per la quale si ha l'adito
dalla terra-ferma di Spagna alla Fortezza. Più in là fu per mezzo di
argini, e di cateratte introdotta l'acqua del mare, e formatosene una
laguna, o marese, che molto aggiugne alla fortezza del luogo. La roccia
finalmente la quale è a tramontana, che è quanto a dire dalla parte di
Spagna, più alta, che in qualunque altro luogo, fronteggia il campo di
San Rocco, ed è munita ne' luoghi più acconci di una maravigliosa
quantità di batterie, che sopraggiudicano le une le altre, e traggono a
cavaliere sopra il campo spagnuolo. In questo modo tutta quella mole era
ridotta a Fortezza molto sicura. Tra quel risalto, che fa il promontorio
di Gibilterra e la costa di Spagna, havvi dall'altra parte verso ponente
una profonda tacca, dentro la quale ingolfandosi il mare forma quel
seno, che chiamano il golfo di Gibilterra, o d'Algesiras. Il porto poi,
e la città d'Algesiras sono posti sulla occidentale riva di questo golfo
rimpetto Gibilterra. Il presidio, che vi era dentro, sommava a poco più
di settemila soldati, e circa dugento cinquanta uffiziali. Tal era la
natura di questa rocca, contro la quale la Monarchia spagnuola, come in
una impresa studiosamente presa a gara, e vicinamente spettante all'onor
della Corona, aveva gran parte delle forze sue adunato, aiutata ancora
dai possenti rinforzi della Francia. I due Re confederati credevano, che
nell'acquisto di quella consistesse la perfezione della guerra; e perchè
la espugnazione far si potesse con riputazione e sicurtà maggiore, le fu
preposto il duca di Crillon tanto risplendente per la recente vittoria,
sperando tutti, che il conquistatore di Minorca avesse ad essere il
vincitore di Gibilterra. I preparamenti poi per avanzare la oppugnazione
erano non solo grandi, ma maravigliosi, e sin là inuditi. Più di dodici
centinaia di cannoni de' più grossi stavano pronti a fulminar da
ogn'intorno la piazza, e tanta era la quantità della polvere, che se ne
avevano ottantatremila bariglioni; delle palle e delle bombe
all'avvenante. Quaranta piatte con grosse artiglierie, la metà
altrettante con enormi bombarde stavano in punto per noiar il presidio
dalla parte del golfo, ed a queste dovevano e protezione, e maggior
forza dare con terribile apparato cinquanta navi d'alto bordo, dodici
francesi, le altre spagnuole. Altri legni più leggieri, come sarebbe a
dire fregate e simili, s'erano a questi più gravi frammescolati, perchè
potessero e soccorrere, e ministrare, ove d'uopo fosse, gli altri, e
ficcarsi più vicini ne' luoghi più opportuni, ed ove la occasione si
discoprisse, alla Fortezza. Oltreacciò più di trecento battelli s'eran
fatti venire da tutte le parti della Spagna, i quali giunti a quelli,
che già sì trovavano in Algesiras, erano una moltitudine infinita.
S'intendeva che questi dovessero, durante l'assalto, che si sarebbe
dato, somministrare alle navi da guerra il bisognevole, e sbarcare le
genti, tostochè fosse la Fortezza smantellata. Nè minori erano gli
apparecchj, che si erano fatti dalla parte di terra, di quello che si
fossero quei del mare. Eransi gli Spagnuoli già fatti avanti colle
zappe, ed avevano la circonvallazione loro compiuta, e rizzatovi su, con
una quantità maravigliosa di cannoni, numerosissime batterie. Per
infondere poi, se non maggior coraggio, del quale non mancavano, agli
Spagnuoli, ma più vivi spiriti tanto necessarj alla bisogna di un
assalto, s'erano fatti venire al campo di San Rocco dodicimila eletti
Francesi. Considerata la smisurata copia degl'istromenti di
oppugnazione, che si avevano in pronto, e la tostanezza dei soldati, i
Capi dell'assedio desiderosissimi di vedere il fine dell'impresa erano
in tanta confidenza venuti, che già avevano tra di loro posto in
deliberazione, se si dovesse, senza più oltre badare, andar all'assalto.
S'erano fisso in mente, che nel medesimo tempo, in cui le genti da terra
avrebbero assaltato la Fortezza dalla parte dell'istmo, il navilio la
battesse d'ogni intorno da quella del mare. Speravano in tal modo, che
la guernigione già non troppo numerosa, oltre il numero dei morti e dei
feriti, pel quale stata sarebbe infievolita, dovendo fronteggiare e
difendersi da tante parti, ne sarebbe aperta la via ad una onorata
vittoria. La perdita di alcune migliaia d'uomini, e quella di parecchie
navi di fila stimavano leggier cosa, purchè un sì prezioso frutto si
cogliesse. Ma i più savj e più prudenti capitani mantennero, che
quest'era un partito non che pericoloso, temerario. Osservarono, che
dalla parte di terra, finchè non si fossero levate le difese alla
piazza, il tentar l'assalto sarebbe un mandar i soldati ad una certa
morte senza nissuna speranza di vittoria; e che da quella del mare le
navi ne sarebbero state dalle artiglierie della Fortezza guaste e
distrutte, primachè avessero potuto fare sopra di quelle impressione di
sorta alcuna. S'avvedevano ottimamente, che, se era impossibile, come
appareva, vincer la rocca assaltandola solamente dalla parte di terra,
così da un altro canto non si poteva sperare di poterla battere con
frutto dalla parte del mare, se non si avessero in pronto navi, le quali
meglio che le ordinarie, potessero ai colpi delle artiglierie resistere.
Imperciocchè con breve assalto non era la Fortezza vincevole; un lungo
era impossibile per la subita distruzione delle navi. Per rimediare a sì
fatto pericolo, e porre in grado gli assediatori a poter durare anche
per la parte del mare con una lunga battaglia contro la Fortezza, varie
e moltiplicate furono le invenzioni degli uomini ingegnosi, i quali a sì
gloriosa impresa avevano gl'intelletti loro aguzzati. Tutte furono con
somma diligenza esaminate. Molte furono poste in disparte, come
insufficienti; nissuna come di troppa spesa. Infine dopo molte consulte
si approvò, e si convenne di trar ad esecuzione il trovato, per verità
assai sottile e magnifico del signor d'Arçon, colonnello del corpo reale
degl'ingegneri francesi. Questo fu la costruzione di certe macchine
molto mirabili, che chiamarono batterie galleggianti, le quali non
potessero nè essere rotte dalle palle fredde, nè accese dalle roventi.
Il primo di questi fini si doveva conseguire per la straordinaria
grossezza delle pareti di esse batterie, il secondo per mezzo di un
invoglio, che tutte le rivestisse dalle parti, donde potevano venir i
tiri, il quale consisteva in una coperta di grossissime travi, e di una
grossa lama di sughero, il quale per essere stato lungamente immerso
nell'acqua era, non che umido, inzuppato. Oltreacciò vi s'era racchiusa
dentro, come quasi un grosso velo, in tutta la larghezza di essa
coperta, una falda di sabbia bagnata. E tutte queste cose non
soddisfacendo ancora l'animo dell'ingegnoso inventore, per render le sue
macchine più sicure contro il pericolo dell'incendio, ebbe con
maraviglioso magistero operato, che un'agevole circolazione di acqua si
potesse per tutte le parti loro incessantemente stabilire. Conciossiachè
fossero esse per ogni dove perforate, e per questi canali interiori, o
docce per mezzo di numerose e larghe trombe, che dentro del mare
pescavano, si poteva, non altrimenti, che nel corpo umano il
sangue per mezzo del cuore viene spinto in tutte le vene, fare
abbondevolissimamente l'acqua salire e trascorrere. Quindi è, che se
fosse avvenuto, che una palla rovente fosse penetrata all'indentro,
rompendo essa una, o più docce faceva di modo, che si spargesse a copia
l'acqua tutto all'intorno della medesima, e sì la spegnesse;
maraviglioso ordigno, che operava in guisa, che il male stesso fosse
causa del suo rimedio. Perchè poi le macchine fossero preservate
dall'impeto delle bombe, ed i soldati, che dovevano le artiglierie loro
ministrare, dalla scaglia e dalle palle difesi, le aveva d'Arçon fatte
coprire con un tetto accomignolato, pel quale sdrucciolando le bombe
andassero, senza far alcun danno, a cader nel mare. Era il tetto alla
restante macchina annodato per mezzo di certi ingegni, che il rendevano
muovevole, in guisa che si poteva esso più, o meno a volontà di chi
governava, e secondo il bisogno, inclinare. Era composto di cordoni
reticolati, ricoperti di cuoi lavorati a posta, e bagnati. Tutto questo
macchinamento stava fondato sopra gli scafi di grosse navi di portata da
secento a quattordici centinaia di botti, alle quali a quest'uopo erano
stati tolti tutti gli attrazzi, ed ogni specie di armamento. Erano
queste batterie galleggianti dieci, e portavano tra tutte cencinquanta
quattro grossissimi pezzi di cannoni, tutti rizzati in sulle batterie
loro, oltre la metà altrettanti tenuti in riserbo per gli scambj. La
sola Pastora, che era la capitana, ne aveva ventiquattro sulla batteria
e dodici in riserbo. La Tagliapiedra, capitanata dal Principe di Nassau,
e la Paula, che così chiamavano due altre delle più gagliarde, ne
avevano poco meno. E perchè per le morti o le ferite non potessero venir
meno gli artiglieri, si erano posti trentasei di questi sì Spagnuoli,
che Francesi al maneggiamento di ciascun pezzo. Il governo di tutto
questo navilio era stato commesso all'ammiraglio Don Moreno, capitano
esperto e forte, la cui opera era stata di molta utilità nelle cose di
Minorca. E comechè queste navi di trovato novissimo e per le materie,
colle quali erano formate, e per la grandezza loro, e per la
straordinaria quantità delle artiglierie, che portavano, fossero
pesantissime, ciò nondimeno, tal era la maestria della costruzione loro,
erano veleggiatrici leggieri, e come se fregate fossero, veloci e
maneggevoli.
Essendo in tale modo tutti gli apparecchiamenti al fine loro condotti,
ed ogni cosa in assetto, e credendosi se non da tutti, certo dalla
maggior parte non che probabile, sicura la presa della Fortezza,
allorquando le si desse l'assalto, arrivarono verso mezzo agosto
all'oste i due Principi francesi il conte d'Artesia, ed il duca di
Borbone. Ciò fu fatto studiosamente per dar maggior animo agli
assedianti, e perchè potessero i principi côrre il frutto essi stessi dì
sì gloriosa vittoria. E certo, se al loro giugnere al campo si
rallegrassero, e di nuovo ardire si accendessero tutti, massimamente i
Francesi, nissuno il domandi. Pareva loro mill'anni, che non
incominciassero il fatto; ed avevano meglio di freno, che di sprone
bisogno. Tanto erano vive le speranze, che si erano concette, che il
duca di Crillon ne fu stimato cauto, ed anzi timido, che nè, per aver
detto, che fra quindici giorni sarebbe stato padrone della Fortezza. La
volevano pigliare in ventiquattr'ore. Fu la venuta dei Principi francesi
accompagnata da ogni sorta di gentilezze. Teneva il conte d'Artesia con
ispesa infinita gran tavola, e sì gran cortigianie usava, che pareva,
che i modi parigini, e gli usi della Corte di Francia fossero stati ad
un tratto in mezzo alla rozzezza dei campi, ed al romore dell'armi
trasportati. Nè solo queste cortesie si usavano verso gli amici, ma
seguendo il costume di quel secolo tanto ingentilito, anche verso i
nemici. Avevano gli Spagnuoli intrapreso un plico di lettere indiritte
agli uffiziali della guernigione di Gibilterra, e le avevano portate in
Corte a Madrid, dove si tenevano in serbo. Queste il conte d'Artesia
ottenne dal Re Cattolico, e giunto al campo le ebbe al loro ricapito
mandate. Pel medesimo procaccio il duca di Crillon scrisse al generale
Elliot, dell'arrivo dei principi ragguagliandolo, e da parte loro
assicurandolo, in quanto pregio eglino tenessero e la persona, e la
virtù sua. Richiedevalo, ed instantemente pregavalo, fosse contento di
accettare un presente di frutta, e d'ortaggi, che per uso suo proprio
gli mandava; siccome pure un po' di ghiaccio, ed alcune altre delicature
pe' gentiluomini della sua casa. Pregavalo in ultimo luogo, che siccome
non gli era nascoso, ch'ei si nutriva unicamente d'erbaggi, così gli
piacesse d'informarlo, quali specie meglio amasse, per poternelo
regolatamente, e giornalmente fornire. Rendette Elliot colla sua
risposta cortesia per cortesia, molto il duca, ed i principi
dell'amorevolezza loro ringraziando. Fece quindi a sapere al primo, che
accettando il presente di lui, erasi scostato dalla determinazione, la
quale si aveva fisso nell'animo, di niuna cosa consumare, e nissuna
comodità a sè medesimo procurare, che gli altri suoi commilitoni non
potessero usare o procurarsi. Concluse con dire, ch'ei credeva, che al
suo onore si appartenesse, che ogni cosa, e così l'abbondanza, come la
carestia fossero a lui, ed a' suoi soldati anche negli ultimi gradi
constituiti, comuni. Pregollo finalmente, non mandasse più oltre
presenti, poichè non avrebbe potuto all'avvenire usargli per sè stesso.
Furono queste proposte e risposte molto degne e di quei che le fecero, e
de' principi, ch'ei rappresentavano.