[1781]
Mentre nel modo che abbiamo detto, Greene e Cornwallis, i quali si erano
sì lunga pezza vicendevolmente perseguitati, ora spiccatisi l'uno
dall'altro s'incamminavano il primo contro la Carolina Meridionale, il
secondo contro la Virginia, gl'Inglesi e gli Olandesi, nuovi nemici, si
apparecchiavano alla guerra, e già tra di loro esercitavano le ostilità.
Speravano i primi, siccome quelli, che veduto avevano già da qualche
tempo addietro la guerra olandese nell'aria, e perciò meglio acciviti
d'uomini, e d'ogni sorta di arnesi guerreschi si appresentavano, di
potere sulle prime affliggere con qualche gran fatto la potenza e la
ricchezza del nemico; la quale speranza era stata la principal cagione
dell'affrettata denunziazione della guerra. Intendevano, colle vittorie
da acquistarsi contro gli Olandesi, potersi rifare delle perdite fatte
all'incontro dei Francesi e degli Americani, e così arrecare nei futuri
negoziati della pace, quando che fossero, tale somma in tutto di
vantaggi, che bastevol fosse a procurar loro le più favorevoli
condizioni. Da un altro canto aspettavano gli Olandesi cogli aiuti dei
confederati, e colle forze proprie di potere l'antica loro gloria
marittima rinverdire, ricuperare le ricche possessioni state tolte loro
nell'ultime guerre, e liberare il commercio dall'avanìe britanniche. Nel
che grande era la contenzione d'animi in Olanda, e gagliardi gli sforzi
che vi si facevano. Decretava la repubblica, si allestissero da
novantaquattro navi da guerra tra le quali undeci di alto bordo,
quindici di cinquanta cannoni, due di quaranta, le rimanenti minori.
Dovessero governare tutto questo navilio, la più ferma speranza della
repubblica, diciottomila eletti marinari. Si spedirono le più veloci
saettìe ne' varj luoghi dei dominj olandesi, per avvertire i
governatori, ed i capitani dell'incominciata guerra, esortandogli di
farsi forti sull'armi, ed a stare a buona guardia. Il Re di Francia ebbe
tosto mandato in tutti i porti del suo Reame avviso della cosa, acciò le
navi olandesi, che vi si trovavano, conosciuto il nuovo pericolo,
pensassero ai casi loro, e non si esponessero a diventar preda ad un
nemico svegliato, e forte sull'armi navali. Era la Francia intentissima
nel procacciare, che l'Olanda non ricevesse danno in quella causa, che
questa aveva più pel di lei, che per suo proprio interesse intrapresa.
Ma tutte queste cautele, quantunque opportunamente usate, non poterono
tanto operare, che gl'Inglesi, ai quali la fresca rottura della guerra
era stata piuttosto il colore per usare le già apparecchiate armi, che
un motivo per apparecchiarle, non si avvantaggiassero, e molti, e gravi
danni non facessero in su quelle prime prese al più animoso che provvido
nemico. Parecchie navi da guerra, o cariche di preziose merci vennero in
poter loro. Tra le prime si notò principalmente il vascello il Rotterdam
di cinquanta cannoni predato dal vascello inglese il Warwick. Ma
quest'eran cose di poco momento a paragon di quelle, che intervennero a
pregiudizio degli Olandesi nell'Indie occidentali. Avevano i capitani
britannici in quelle spiagge ricevuto dall'Inghilterra tostane
commissioni d'impadronirsi delle possessioni olandesi, tanto delle
isole, quanto di terra-ferma, le quali per la lunga e sicura pace non si
guardavano, e male stavano armate, sicchè poco atte essendo a resistere
agli assalti del primo nemico, che si appresentasse, vi era da far del
bene assai. Rodney, il quale sul finir del trascorso anno sen'era dalla
Nuova-Jork ritornato a Santa Lucia, e Vaughan si mettevano all'impresa,
in ciò altrettanto più pronti, in quanto che aveva il Re loro, negli
editti pubblicati per regolar le prede da farsi contro gli Olandesi, una
notabil parte di quelle ai predatori conceduto. Fiutata prima invano
l'Isola di San Vincenzo, e sollevati, verosimilmente per dar probabile
copritura al vero disegno, con subita apparita sulle coste loro gli
abitatori della Martinica, si appresentarono improvvisamente con
diciassette vascelli, e quattromila soldati da terra il giorno tre di
febbraio avanti l'isola di Sant'Eustachio appartenente agli Olandesi.
Era ella altrettanto indifesa, che ricca preda ai conquistatori.
Imperciocchè sebbene sia essa assai montagnosa ed aspra, e che non si vi
possa sbarcare altro che in un solo luogo, e questo ancora facilmente
difendevole, tuttavia nissuna speranza si aveva di poter ributtare
l'inimico, non essendovi dentro presidio di ragione alcuna; Olandesi
pochi, una moltitudine d'uomini di diversa natura e costumi, Francesi,
Spagnuoli, Americani, Inglesi, tutta gente usa al mercanteggiare, non al
guerreggiare. Inoltre vivevanvi dentro gli abitatori molto sprovveduti,
nissune armi vi erano apparecchiate, ed il governatore, e con esso lui
tutti gli altri, a tutt'altra cosa avrebbero pensato fuori che a questa.
Tanto erano le menti loro occupate nelle bisogne del commercio, e
nell'amor del guadagno. È l'Isola di Sant'Eustachio sterile e bretta in
sè stessa, non essendo abile a produrre più di seicento, o settecento
bariglioni di zucchero ciascun anno. Ma per altro era divenuta a quei
tempi la più frequentata, e la più ricca scala dell'Indie occidentali.
Era essa, come un porto franco al quale concorrevano in grandissimo
numero i mercatanti da tutte le parti del mondo, sicuri di trovarvi e
sicurezza, e facilità di scambj, e moneta copiosissima. La neutralità
sua, e la guerra altrui l'avevano a tanta prosperità condotta, e fattala
diventar il mercato di tutte le nazioni. Là venivano i Francesi e gli
Spagnuoli per vendervi le derrate loro, e comperarvi le merci inglesi.
Là accorrevano gl'Inglesi per vendervi queste merci, e levarvi i
proventi francesi e spagnuoli. Ma gli Americani massimamente lungo tempo
si giovarono della prosperevole neutralità di Sant'Eustachio. Perocchè
portandovi i proventi loro ne levavano poscia con inestimabile utile, ed
evidente avanzamento dell'impresa loro le armi e le munizioni da guerra,
che i Francesi, gli Spagnuoli, gli Olandesi, e gl'Inglesi stessi vi
arrecavano. Certo grande aiuto agli Americani si fu questo franco
mercato di Sant'Eustachio. Il che fu causa, che un oratore della Camera
dei Comuni, non so con qual prudenza, ma certo con biasimevole
smoderatezza orando, ebbe detto, che se l'Isola di Sant'Eustachio fosse
stata precipitata negli abissi, avrebbe l'independenza americana avuto
corta vita. Queste cose si dicevano; ma quelle che si fecero, furono
bene consuonanti colle parole. Si riempì l'Europa di querele contro
l'avarizia inglese. Gli uomini più prudenti e più modesti
dell'Inghilterra stessa condannavano i barbarici eccessi, veggendo con
tanta insolenza essere offesa la dignità del nome britannico. Rodney e
Vaughan fecero la chiamata al governatore dell'isola, si arrendesse fra
lo spazio di un'ora; altrimenti ne starebbe alle seguenze. Il signor
Graaf, il quale non aveva ancora avuto notizia della nuova guerra, non
sapeva, che cosa questo volesse dire; ed appena che volesse prestar fede
all'uffiziale, che gli aveva intimato la resa. Infine conoscendo
benissimo, che era giuocoforza risolversi, ed essendo il luogo spogliato
d'ogni presidio, rispose, dar in mano di Giorgio Rodney e di Giovanni
Vaughan l'isola con tutte le sue pendici; solo raccomandando la città e
gli abitatori alla clemenza e mercè dei capitani britannici. Le quali
quante, e quali siano riuscite, or ora siamo per raccontare. Era l'isola
non che piena, pinza di tutti i beni, e delle più preziose merci del
mondo. Non solo tutti i magazzini, ch'erano numerosissimi e capacissimi,
ne erano da capo in fondo zeppi; ma le spiagge stesse erano gremite di
barili di zucchero e di tabacco. Gli stessi conquistatori, tuttochè
assetati di preda, ed in grande aspettazione fossero, ne rimasero
fortemente maravigliati. Si fe' una stima così un cotale alla grossa,
che il valor delle merci arrivasse a meglio di tre milioni di sterlini.
Tutte furono senza distinzione veruna pigliate, inventariate e
confiscate. Gravissimo fu il danno degli Olandesi, massimamente della
loro Compagnia dell'Indie, e degli Amsterdammesi, i quali ne possedevano
una ragguardevol parte. La qual cosa riuscì di non poco contento
agl'Inglesi irritatissimi contro i cittadini di Amsterdam per cagione
del calore, col quale nella patria loro seguitato avevano le parti
francesi. I principali sofferitori però non furono già gli strani; ma
sibbene i proprj mercatanti inglesi, i quali confidatisi nella
neutralità del luogo, ed in alcuni atti del Parlamento, che a ciò fare
gli autorizzavano, accumulato vi avevano una inestimabile quantità di
proventi antillesi, siccome pure di derrate e merci d'Europa. Nè il
danno si rimase al pigliamento delle merci stivate nei magazzini; che
anzi da dugento trenta bastimenti di ogni foggia con ricchissimo carico,
i quali si ritrovavano nel porto, vennero in poter dei vincitori.
Oltreacciò s'impadronirono nel porto medesimo di una fregata olandese, e
di cinque altri legni da guerra di minore levata. Nè a questo fu
contenta la fortuna in quei dì contraria agli Olandesi. Era partita poco
prima dal porto di Sant'Eustachio una conserva di trenta bastimenti
mercantili carichi di zucchero e di altre grasce di quelle terre alla
volta d'Europa, ed era convogliata da una nave da guerra. Tosto Rodney,
che era uomo vigilantissimo ed operosissimo, la faceva perseguitare da
due grossi vascelli e da una fregata. Non indugiarono molto ad arrivar
sopra la conserva. L'Ammiraglio olandese Krull, quantunque tanto
inferiore di forze volle piuttosto pericolosamente combattere, che
disonoratamente arrendersi. Si attaccarono la sua nave il Marte, e la
inglese il Monarca. Non fu lungo il combattimento; perciocchè Krull di
prima presa vi perdè la vita. Il successore, abbassata la tenda, si
arrendè. In questo mezzo le altre navi avevano dato la caccia ai
bastimenti della conserva, e presigli, tutti gli condussero nel porto.
Lasciarono gl'Inglesi un pezzo le bandiere d'Olanda sventolare sulle
cime del Forte di Sant'Eustachio, al quale inganno prese molte navi
olandesi, francesi ed americane entrarono nel porto, non meno ricco, che
sicuro acquisto ai nuovi signori. L'aver posto mano nelle proprietà dei
particolari uomini, quantunque nemici, solite a rispettarsi anche a'
tempi di guerra dalle civili nazioni, diè luogo a molte rimostranze da
parte degli abitatori delle Antille inglesi, e della Gran-Brettagna
stessa, che vi avevano interesse. Allegarono, che le merci avevano colà
portate in virtù delle leggi del Parlamento; che in ogni età i
conquistatori, i quali del tutto barbari non siano stati, rispettarono
non che le proprietà private dei concittadini loro, ma ancora quelle dei
nemici; che l'esempio sarebbe perniziosissimo; imperciocchè se per la
variabile fortuna della guerra le isole inglesi venissero in poter del
nemico, questi per rappresaglia ne sarebbe autorizzato a far lo stesso
contro le proprietà dei privati uomini inglesi con grave danno, e totale
rovina loro; che con questi barbari modi proceduto non avevano i
Francesi a tempo della conquista della Grenada, i quali tutte le
proprietà private franche ed inviolate conservarono, quantunque per
assalto, e senza capitolazione veruna di quell'isola impadroniti si
fossero; che anzi avendo il conte D'Estaing sequestrato sino alla pace
le proprietà degli assenti, la Corte di Francia con parole gravissime
aveva disapprovato questa risoluzione del suo ammiraglio, e fatto levar
il sequestro; che Sant'Eustachio era un porto franco, e per tale
riconosciuto da tutti i Potentati marittimi dell'Europa, e
dall'Inghilterra stessa; che le leggi di questa non solo permesso, ma
incoraggiato avevano il traffico con quell'isola; che gli uffiziali
della dogana nella Gran-Brettagna avevano conceduto le bollette d'uscita
per quelle merci stesse indiritte a Sant'Eustachio, che ora state erano
poste al fisco; che questo commercio era stato quello che aveva
alimentato le isole di Antigoa e di San Cristoforo, senza del quale ne
sarebbero gli abitatori morti di fame, o stati costretti a gettarsi in
grembo al nemico; che gli Eustachiesi andavano debitori di grosse somme
ai mercatanti inglesi, ai quali non avrebbero potuto soddisfare, se le
robe loro rimanessero confiscate; che finalmente si doveva pur credere,
che si fosse la conquista dell'isole olandesi intrapresa dall'armi del
Re per un altro più nobil fine, che quello non era dello spogliamento e
del sacco. Tutto fu nulla. Rodney aveva ciò fatto, perchè il governo suo
aveva voluto, che così facesse. Rispose ai rimostranti, che si
maravigliava bene, che mentre i mercatanti inglesi avevano la facoltà di
portar le merci loro nelle isole di spettanza inglese a sopravvento, le
avessero mandate a sottovento in quella di Sant'Eustachio, dove ad altro
fine non potevano portate essere, se non a quello di sopperir ai bisogni
dei nemici del Re e della patria loro. Nel che si dee notare, che se i
mercatanti avevano il torto, non l'avevano minore i capitani delle navi
britanniche, e quelli stessi dell'armata di Rodney, i quali le prede
fatte in sui mari di vettovaglie, ed anche di armi e di munizioni da
guerra erano andati vendendo nel medesimo porto di Sant'Eustachio,
dond'erano state ricompre, e convertite in usi guerreschi dai nemici
della Gran-Brettagna. Aggiunse Rodney, che l'isola di Sant'Eustachio era
olandese; che tutto ciò, che in essa si conteneva, era pure olandese;
che tutto vi stava sotto la protezione della bandiera olandese, e che
intendeva, che ogni cosa vi fosse trattata, come se olandese fosse. Gli
stessi rigori si esercitarono sopra le vicine isole di San Martino e di
Saba, le quali a quei medesimi dì seguitarono la fortuna del vincitore.
Ma i capitani britannici non contenti al rapir le robe, incrudelirono
contro le persone. Tutti coloro, che il nome inglese non portavano, non
solo dall'isola sbandirono, ma ancora crudelmente trattarono. Furono gli
Ebrei, assai numerosi e ricchi, i primi a pruovar la rabbia loro. Gli
stivaron tutti dentro la magione della dogana; gli stazzonarono da capo
a piè; tagliaron loro i gheroni delle vestimenta; ruppero, e ricercaron
le casse e le valige; gli spogliarono degli effetti e del denaro loro,
ed imbarcatigli così nudi e miseri gli mandarono a cercar loro civanza
nell'Isola di San Cristoforo. Un Saxton, capitano di una nave
britannica, era il soprantendente, e l'esecutore della crudeltà dei
Capi. Tennero dietro agli Ebrei gli Americani, i quali spogliati di
tutto furono anch'essi, come gente disperata, buttati a San Cristoforo.
Eppure vi erano fra di questi non pochi di coloro, i quali venuti in
odio ai conterranei loro per cagione dello zelo, che dimostrato avevano
in favore del Re, erano stati costretti ad andar a cercare in estrane
contrade asilo contro il furore di quelli. Così questi leali erano
cacciati dalla patria loro, come amici agli Inglesi, e perseguitati
dagli Inglesi come amici agli Americani, del pari infelici per aver
serbato la fede al Re, che se l'avessero violata. Dimostrò l'assemblea
di San Cristoforo molta pietà verso i confinati, concedendo ai medesimi
provvisioni e per l'immediato ristoro loro, e pel futuro collocamento.
Furono in ultimo luogo banditi da Sant'Eustachio i mercatanti francesi,
ed olandesi, gli Amsterdammesi più aspramente di tutti. Nel medesimo
tempo Rodney bandì un pubblico incanto di tutte le robe confiscate,
facendo facoltà a chiunque di venirle a comprare. Concorsero in
grandissimo numero i mercatanti delle nazioni amiche, o neutrali, e per
sè stessi, e per conto dei nemici dell'Inghilterra, massime dei Francesi
e Spagnuoli, i quali come più vicini, ed in guerra ne avevano più degli
altri bisogno. Così quelle robe stesse per aver fatto comodità delle
quali ai nemici della Gran-Brettagna per la via ordinaria del commercio
erano stati gli Eustachiesi sì crudamente manomessi, e quasi all'ultimo
termine condotti, ora per la pubblica e franca vendita fattane dai Capi
britannici, in mano di quei medesimi nemici liberamente trapassarono.
Questo fu il maggior incanto che mai si facesse, e la parte delle
ricchezze, che ne toccò a Rodney, ed a Vaughan non fu poca. Ma era
fatale, che essi lungo tempo non ne godessero; poichè Dio, che, come si
vuol dire, non paga il sabbato, altro fine riserbava all'avarizia loro;
della quale cosa faremo noi parole, quando avremo quelle cose
raccontate, che più da vicino si appartengono al filo di queste storie.
Ritornando adunque al principal proposito nostro, dal quale il dolore
giustissimo del danno pubblico, e della nuova infamia inglese ci aveva,
forse più lungamente, che non conviene alla legge dell'istoria,
traportati, la perdita di Sant'Eustachio non fu la sola sventura, alla
quale siano gli Olandesi andati soggetti nelle occidentali Indie, avendo
gl'Inglesi preso, come a gara il correre contro di essi, quasi
dimenticatisi degli altri nemici, che avevano alle mani. Possedevano
sulla terra-ferma d'America una ricca colonia, che chiamano di Surinam,
la quale è parte di quella vasta contrada, a cui fu dato il nome di
Guianna. Stavanvi i governatori a mala guardia, e senza sospetto, non
avendo peranco nissuna notizia avuto della guerra. Ma in questo mezzo
arrivarono alcuni corsari inglesi, la maggior parte bristolesi, i quali
entrati, non senza grave pericolo, nei fiumi di Demerary, e d'Essequibo
molte navi cariche di preziose merci recarono in poter loro. Gli
Olandesi, conosciuta la cosa, e temendo di diventar preda agli sfrenati
venturieri, mandarono dicendo al governatore della Barbada, che si
arrendevano, e davano in balìa del Re della Gran-Brettagna. Solo
pregarono, non sapendo, quali fossero, si concedesser loro i medesimi
patti, che agli Eustachiesi erano stati conceduti. Il governatore
consentì. Ma quando poco dopo gli conobbero, aspettavano di esser
depredati. Ciò nondimeno mostrò Rodney maggior umanità verso gli
abitatori di Demerary, di Essequibo e di Berbice, i quali tutti
addomandato avevano i patti, di quello, che verso di Sant'Eustachio
fatto si avesse. Furono assicurati nella roba e nelle persone, e
permessi a continuare ad aver quelle leggi e quei maestrati, che fin là
governati gli avevano. Così arrideva ovunque agl'Inglesi la fortuna
nell'indiana guerra, che con tanta rabbia contro gli Olandesi
esercitavano. Ma a questo tempo le cose succedevan loro sinistramente
contro gli Spagnuoli, i quali erano entrati coll'esercito ne' confini
della Florida occidentale. Conciossiachè Don Galvez e Don Solano dopo
d'essere stati stranamente strabalzati e rotti da una furiosa tempesta
vennero a por l'assedio sotto le mura di Pensacola, città forte, e
capitale di quella provincia. Stavavi dentro il generale Campbell, il
quale si difese valorosamente lunga pezza. Ma finalmente una bomba
caduta vicina alla polveriera, dato fuoco alle polveri, fe' con orribile
scoppio saltar in aria un grosso bastione. Se ne giovarono gli
Spagnuoli, e, presone possesso, minacciavano di prossimo assalto la
piazza. Campbell calò agli accordi, che furono molto onorevoli. Così
tutta la provincia della Florida occidentale, la quale era stata uno de'
più preziosi frutti della guerra del Canadà, ritornò dopo non molto
tempo in poter degli Spagnuoli.
Ora dagli estremi campi, sui quali si esercitava la guerra, l'ordine
della storia richiede, che ci accostiamo alle fonti, dond'ella
procedeva, e che andiamo divisando, quali fossero a questi tempi i
pensieri, ed i disegni dei Re, e delle repubbliche guerreggianti. Si
erano gli Americani posti in mal umore, ed aspramente si dolevano dei
Francesi loro alleati, siccome di quelli, che da alcune vane
dimostrazioni in fuori, nissuno aiuto, che efficace fosse, prestato
avessero, e quasi gli abbandonassero ad arrissarsi soli nell'aspra
contesa contro di un potente nemico. Affermavano, le genti sbarcate
all'Isola di Rodi essere riuscite di niun frutto per la mancanza delle
forze navali; così sempre ancora inutili dover riuscire, o poco manco,
quando da un prepotente navilio non fossero accompagnate; non potersi
sperare di poter una guerra fruttuosa fare in quelle spiagge, se non da
colui, che abbia il dominio del mare; continuar intanto gl'Inglesi a
posseder la Giorgia, la più gran parte della meridional Carolina, tutta
la Nuova-Jork; minacciare per soprassoma la Virginia; nissuna insegna
francese essersi veduta in difesa, ed a ricuperazione di queste
province; venir meno intanto gli Stati Uniti sotto il peso di sì
sproporzionata guerra; logorarvisi gli uomini, mancarvi la industria,
negligentarvisi l'agricoltura, disseccarvisi le fonti del pubblico
tesoro; nissun prossimo fine discoprirsi a tante calamità. Così si
lamentavano i popoli dell'America. Ma in Europa si maravigliavano le
genti, come una tanta, e sì possente lega così pochi frutti partorito
avesse contro il comune nemico, che paresse in vero, che questi in luogo
di rimanerne al di sotto, se ne stesse in sul vantaggio; imperciocchè
l'Inghilterra e correva alle offese in America, e signoreggiava i mari
delle Antille, e conquistava le colonie olandesi, e si avvantaggiava
nelle Indie orientali, e teneva la fortuna in bilico in Europa. Quindi
è, che i nomi spagnuolo e francese ne andavano soggetti a diminuzion di
riputazione. La Francia specialmente, come quella, che era l'anima, e la
principal guidatrice di tanta mole, ci metteva del suo. Il Re Cattolico
stesso era scontento, ed assai si richiamava del Cristianissimo, perchè
non l'avesse aiutato nell'impresa della Giamaica, che voleva
incominciare, ed in quella di Gibilterra, che già aveva incominciato,
nelle quali posto aveva un ardentissimo desiderio. Gli Olandesi poi, i
quali avevano principiato a pagare sì duro scotto, sclamavano a cielo,
che fossero senza sovvenimento lasciati stare soppozzati in quel
pericolo, nel quale erano stati gittati dai consiglj, e dalle
instigazioni della Francia. E tanto maggior rammarico facevano, in
quanto che avevano avuto sentore, che si allestiva nei porti della
Gran-Brettagna una possente armata destinata ad assaltar il capo di
Buona Speranza, scala di tanto momento a quelle nazioni che fanno il
traffico nelle Indie orientali. Temevano di aver a pruovar in oriente
altrettanti danni, quanti di già provato avevano in occidente. E
certamente priachè avessero potuto apparecchiar le difese, e mandar gli
aiuti, gl'Inglesi meglio preveduti, e provveduti avrebbero avuto tempo
di trarre il disegno loro a compimento.
Mosso il Re di Francia da tutte queste cagioni e dal proprio interesse
si determinò di mostrarsi nel presente anno più vivo, di quanto stato
fosse nel passato, volendo con nuova vigorìa riparar i danni operati
dalla antica freddezza. Per la qual cosa faceva lavorar di forza
nell'arsenale di Brest, ed apparecchiava in ogni parte del Regno
gagliardamente le armi terrestri. Tre erano i fini che principalmente si
proponeva di voler conseguire. Il primo era quello di mandar sì fatta
armata nelle Antille, che congiunta a quella che si trovava ne' porti
della Martinica, se ne venisse ad acquistar superiorità sull'armata
inglese. Quest'armata, al governo della quale fu preposto il conte di
Grasse, doveva anche trasportare un buon numero di soldati, i quali
accozzatisi nella Martinica con quei del Bouillé avrebbero qualche
impresa d'importanza tentato contro le Isole inglesi. La qual cosa
ottenutasi, e prima che fosse trascorso il tempo di guerreggiare in quei
climi, s'intendeva, che il conte di Grasse si recasse sulle americane
spiagge per ivi cooperare con Rochambeau e con Washington al
sottoponimento delle forze, che la Gran-Brettagna vi aveva. Il secondo
poi si era quello d'inviar una sufficiente flotta sulle coste africane,
perchè soccorresse al pericolo del capo di Buona Speranza, e ciò fatto
s'incamminasse alla volta delle Indie orientali, dove per l'industria e
per la gagliardìa dell'ammiraglio inglese Hughes le cose francesi erano
al di sotto. Col terzo finalmente si voleva una qualche rilevata fazione
fare nei mari d'Europa in benefizio della Lega, e massimamente della
Spagna. Si motivava specialmente dell'impresa di Minorca.
Frattanto in Inghilterra parte si sapevano, e parte si presumevano i
disegni degli alleati; e perciò vi si facevano contro tutti quei
preparamenti che si credevano del caso. Già vi si allestiva con gran
sollecitudine una flotta, la quale doveva portar un rinforzo di alcuni
colonnelli inglesi, e di tremila Essiani in America al lord Cornwallis,
acciocchè fosse in grado non solo di poter conservare quello che
acquistato aveva, ma ancora distendere più oltre la prosperità delle sue
armi. Perocchè le vittorie di Cambden e di Guilford avevano
maravigliosamente sollevato gli animi di tutta la nazione a nuove
speranze, e tutti già si promettevano il pronto fine della guerra, ed il
soggiogamento dell'America. S'intendeva parimente colla giunta della
flotta medesima, quantunque in sè stessa non molto forte, a quella, che
già esisteva nell'acque delle Antille, conservar all'armi britanniche
quella superiorità, che acquistato vi avevano. Ma ognuno particolarmente
stava attentissimo ad osservare, a qual fine tendesse un armamento forte
che si faceva nei porti, consistente in una nave di 74 cannoni, una di
54, tre di 50, con parecchie fregate, brulotti, giunchi ed altri minori
legni da guerra. Lo dovevano accompagnare molte navi da carico
fornitissime di armi e di munizioni. Tre migliaia di valenti soldati
erano stati posti a bordo sotto la condotta del generale Meadows. Il
governo della flotta era stato commesso al comandante Johnstone. Molto
varj erano i romori che correvano fra la gente intorno l'oggetto di
questa spedizione, il quale era con grandissima gelosia tenuto segreto.
I più però concorrevano nel dire, che la spedizione fosse volta alle
Indie orientali per por fine colà alla signoria francese. La qual cosa,
per quanto si potè giudicare dagli accidenti che seguirono, fu vera. Ma
e' pare ancora, che la guerra, che sopravvenne coll'Olanda, abbia i
ministri della Gran-Brettagna indotto a darle altro destino,
restringendola alla fazione del capo di Buona Speranza, ed al mandar
nelle Indie quegli aiuti, ch'erano creduti necessarj, se non al
conquistar nuovo paese, almeno al conservar il conquistato. Ma di tutte
le cure, che a questi dì pressavano nei consiglj britannici, forse la
più rilevante, e certamente la più premurosa, era quella di soccorrere
al presidio di Gibilterra. Nel che, oltre l'importanza della cosa,
l'onor della nazione era grandemente interessato. Gli Spagnuoli e
gl'Inglesi avevano quell'assedio preso in gara, ed i primi si andavano
vantando, che ad ogni modo colla flotta che avevano a Cadice, avrebbero
ogni soccorso, che si fosse voluto far entrare, impedito. Già dentro
s'incominciava a disagiar grandissimamente di vettovaglie, essendo in
gran parte consumate le munizioni l'anno precedente introdotte
dall'ammiraglio Rodney, e quelle che sopravanzavano, erano sì corrotte,
che poco erano mangerecce. Già Elliot era stato costretto a diminuire di
un quarto la provvisione giornaliera del vitto a' suoi soldati; gli
uffiziali stessi, perchè i gregarj sopportassero di miglior animo la
privazione, furono proibiti dall'usar la polvere di cipri nella cura dei
loro capelli. A queste strette era ridotto il presidio. Ma gli abitatori
della città per la mancanza delle cose al vivere necessarie
travagliavano grandemente. Tal era stata la vigilanza e la prontezza
degli Spagnuoli nel vietar le vettovaglie, che dall'ultimo
rinfrescamento in poi pochissime navi erano state lasciate entrar dentro
dalle più vicine, come dalle più rimote, parti dell'Africa. Solo alcuni
legni minorchesi, molto sguizzanti, a volta a volta vi erano trapelati.
Ma non bastavano a gran pezza a tanta bisogna, ed i prezzi che mettevano
i padroni alle robe loro, erano sì esorbitanti, che pochi vi si potevano
accostare. Perfino le miserabili reliquie delle antiche provvisioni
guaste, com'erano, si vendevano a prezzi sfoggiati. Una libbra di
vecchio biscotto di bordo tutto bacato vi si comperava ventiquattro
soldi, e non se ne trovava. Le farine corrotte, ed i piselli intonchiati
un terzo più; il sale il più immondo, la spazzatura dei granai valevano
sedici soldi la libbra; il butirro salato una mezza corona; un pollo
d'India, quando se ne trovava, valeva meglio di trenta franchi; un
porcello non si poteva avere, se non con cinquanta franchi; un'anitra ne
costava più di dodeci; una gallina magra dieci; un ventre di vitello non
si poteva avere per una ghinea, che sono meglio di venticinque franchi;
ed un capo di bue si vendeva ancor più caro. Da ardere si aveva sì
scarsamente, che le biancherie si lavavano coll'acqua fredda, e non si
distendevano co' ferri; cosa, che riuscì di grave danno alla salute
degli uomini nella stagione umida, e fredda del varcato inverno.
Sopportava bene la guernigione tutti questi disagi con maravigliosa
costanza; ma non avrebbe potuto durar più oltre, e quella importante
rocca, la chiave del Mediterraneo, sarebbe fra breve ritornata
all'obbedienza degli antichi signori, se prontamente non le si
soccorreva. Da questi pensieri erano occupate le menti degli uomini in
Inghilterra. In Olanda intanto si lavorava incessantemente negli
arsenali per allestire un navilio, che capace fosse a rinnovar l'antica
gloria, ed a mantener la dignità della repubblica. Si aveva
principalmente in animo di proteggere il commercio, che gli Olandesi
andavano facendo nel Baltico, e preservarlo dalla rapacità degl'Inglesi.
In ciò però non si ottenevano tutti quegli effetti, ch'erano da
desiderarci, sì per cagione delle Sette, che tuttavia bollivano in quel
paese, e che la forza del reggimento infievolivano, come perchè la lunga
pace vi aveva gli animi ammolliti, e fattovi trasandar le provvisioni
navali.
Tali erano i rispetti, coi quali reggevano a questo tempo i principi i
pensieri e le operazioni loro. Gli apparecchj di guerra, che avevano
fatti per venirne a capo, erano grandi. Stava il mondo in grandissima
aspettazione delle cose avvenire. I primi ad uscire furono gl'Inglesi.
L'intento loro era di recarsi al soccorso di Gibilterra. Partirono da
Portsmouth con ventotto navi d'alto bordo il giorno 13 di marzo. Ma
furono obbligati a soprastar alcuni dì sulle coste d'Irlanda per
aspettar le annonarie e le passeggiere, che in grandissimo numero si
erano raccolte nel porto di Cork. Le conserve volte alle Indie sì
orientali, che occidentali accompagnavano l'armata; dalla quale,
arrivate che fossero in certi luoghi fuori del pericolo delle flotte
nemiche, si dovevano spiccare per andarsene al viaggio loro. Viaggiava
medesimamente di compagnia colla grande armata la flotta spedita di
Johnstone destinata, come si è narrato, alla fazione del capo di Buona
Speranza; e questa doveva sin là convogliare la conserva d'Oriente. Era
l'armata governata dagli ammiragli Darby, e Digby, e da Lockart Ross; ed
essendo partita in tre squadre ciascuna era da uno di essi capitanata.
Siccome la necessità di soccorrere Gibilterra era evidente, che i
preparamenti, che a questo fine si facevano nei porti della
Gran-Brettagna, erano noti a tutti, e che anzi gl'Inglesi apertamente
confessavano di voler ciò fare, così gli Spagnuoli avevano fatto ogni
sforzo per far tornare vano questo disegno. Per verità avevano allestito
nel porto di Cadice una armata di trenta navi di alto bordo, e datone il
governo a Don Luigi di Cordova, uffiziale di molto valore. Tali erano le
forze degli Spagnuoli. Ma queste magnificavano ancora vieppiù per
istornare, se possibile fosse, gl'Inglesi dal tentar l'impresa. Perchè
poi alle forze, ed alle parole si accoppiasse anche l'ardire, Don Luigi
entrava, ed usciva spesso da Cadice, ed iva colla sua armata
volteggiandosi sulle vicine coste del Portogallo per quella via, che
gl'Inglesi dovevano tenere per correre a Gibilterra. Aggiungevano, esser
pronte a congiungersi colle loro molte grosse navi francesi, che allora
si trovavano nel porto di Tolone, ed in quei dell'Oceano. Infatti vi era
nel solo porto di Brest un'armata sì possente, che di per sè stessa
stata sarebbe abile a contrastar il passo, ed a combattere con buona
speranza di vittoria tutta l'armata inglese. Vi si annoveravano ventisei
vascelli d'alto bordo tutti pronti al veleggiare. E certamente, se
questa si fosse congiunta coll'armata di Spagna, avrebbero i confederati
acquistato una forza prepotente, e sarebbe agli Inglesi riuscita assai
dura impresa quella del soccorso di Gibilterra. Così speravano gli
Spagnuoli, che i Francesi avrebbero operato. Ma questi avevano troppo a
cuore di proseguir i disegni loro nelle Antille, e nella terra-ferma
d'America, siccome pure di ristorar le cose loro, che andavano in
declinazione nelle Indie orientali, perchè si volessero risolvere,
trasandati tutti questi oggetti di sì gran momento, ad aiutar la Spagna
in una impresa, la quale ridondata sarebbe in solo e privato utile di
questa. Per la qual cosa il giorno 22 di Marzo uscì da Brest con tutta
l'armata il conte di Grasse, e volte le prue all'occidente s'incamminò
verso le Antille. Viaggiava di conserva con esso lui il Signor di
Suffren colla sua flotta consistente in cinque navi d'alto bordo,
parecchie fregate, ed una grossa mano di soldati da terra. Doveva
questi, tosto arrivato all'isola Madera, partirsi dalla grossa armata, e
veleggiando a ostro verso la punta d'Africa, preservare il capo di Buona
Speranza; e, ciò fatto, recarsi nell'Indie orientali. Così le due grandi
armate, e le due più piccole inglesi, e francesi, alle quali i due
nemici Re avevano commesso fazioni di tanta importanza, e nelle quali sì
grandi speranze della salute e della prosperità dei regni loro collocato
avevano, uscirono le une e le altre quasi nel medesimo tempo all'alto
mare; e senza di quel soprastamento, che gl'Inglesi furono costretti a
fare sulle spiagge dell'Irlanda; ogni ragion persuade, che si sarebbero
incontrate, ed avrebbero definito con una giudicata battaglia sui mari
d'Europa quella lite, che non dovevano se non se nelle lontane regioni
delle due Indie determinare. Viaggiavano gli Inglesi con vento prospero
verso il capo San Vincenzo, dove pervenuti con molta circospezione si
governavano per sospetto dell'armata spagnuola. Ma Don Luigi, il quale
ne' precedenti dì era ito in volta nel golfo di Cadice, avuto presto
avviso dell'avvicinarsi degl'Inglesi, non confidandosi nelle forze
proprie, e dimenticatosi dell'importanza della cosa, non gli stette ad
aspettare, ed andò tostamente a ricoverarsi nel porto medesimo di
Cadice. Così fu lasciata libera la via al nemico sino a Gibilterra.
L'ammiraglio Darby, guardato dentro in Cadice, e conosciuto, che gli
Spagnuoli nissuna mostra facevano di voler uscire, spinse avanti tutte
le navi da carico, le quali sommavano nel torno di cento, facendole
scortare da un certo numero di navi da guerra. Parte di queste dovevano
stanziare nel golfo stesso di Gibilterra per difender le navi
passeggiere dagli assalti delle piatte spagnuole, delle quali abbiamo
nel precedente libro favellato; e parte arringarsi alla bocca dello
stretto verso il Mediterraneo per impedir le offese, che di là avrebbero
potuto venire. Darby intanto continuò a volteggiarsi avanti Cadice per
attendere con ogni diligenza gli andamenti del nemico. Le cose
riuscirono, come l'Inglese le aveva disegnate. E comechè gli Spagnuoli
colle piatte molto si affaticassero per danneggiar alle annonarie, e che
male le navi grosse potessero dalle importune bezzicature di quelle
liberarle, perciocchè fossero troppo piccole a poter esser prese di
mira, del che gli uffiziali inglesi a grandissima rabbia si concitavano,
tuttavia nissun notabile frutto poteron'operare. Furono sicuramente
poste a terra tutte le armi, e le munizioni sì da guerra, che da bocca
con incredibile allegrezza degl'Inglesi, con non poco biasimo degli
Spagnuoli, e con molta maraviglia di tutta l'Europa.
Il Re di Spagna, che aveva posto l'occhio a quest'impresa di Gibilterra,
e che già vi aveva speso intorno tanti tesori, essendosi fatto a
credere, che quella rocca sarebbe, come sicura preda, venuta tosto nelle
sue mani, vedutosi ingannato di sì vicina speranza, determinossi a voler
coll'armi di terra acquistar quello, che colle marittime non aveva
potuto conseguire. In ciò tanto più vivo era il suo desiderio, che
conosceva benissimo, a quanta diminuzione di gloria fossero andate
soggette le armi sue presso gli uomini valorosi a quell'inaspettato
rinfrescamento della Fortezza. Già si erano i suoi soldati dal campo di
San Rocco fatti avanti, per quanto ciò era possibile ad eseguirsi, coi
lavori della circonvallazione, e le opere loro avevano munite con una
quantità grandissima di grossissimi cannoni e bombarde. Arrivavano i
primi a centosessanta, le seconde a ottanta. Adunque ai dodeci d'aprile,
e quando ancora la flotta inglese si trovava nel porto di Gibilterra,
incominciarono tutto ad un tratto ad allumare queste artiglierie, le
quali col fuoco, cogli scoppj, col fumo e colle palle facevano uno
spettacolo orribile a vedersi e ad udirsi. E siccome il bersaglio loro
era molto stretto, perciocchè la rupe di Gibilterra sia a un di presso
lunga soltanto una lega, e larga un quarto, così il nembo delle palle e
delle bombe vi era molto fitto, e nissun luogo vi era, se si eccettuano
le casematte, e le sotterranee volte, dove l'uomo potesse contro
l'impeto loro sicuramente ricoverarsi. Nè il governatore Elliot se ne
stava neghittoso ad osservare; che anzi rendeva fuoco per fuoco, furia
per furia sì fattamente, chè pareva la roccia tutto all'intorno gettasse
fiamme e fumo, e tutta intiera in tuoni e folgori si disfacesse. Stavano
sulle due vicine coste dell'Africa e dell'Europa maravigliate, e
spaventate le genti, che colà erano a bella posta concorse ad osservare.
Ma quei, ch'erano dentro, eccettuati i soldati, che si erano posti a'
luoghi sicuri per difender la piazza, ed offendere il nemico, andavano
esposti ad ogni sorta di più compassionevoli accidenti. Grand'era il
terror loro; ma più grande ancora il danno. Le membra dei morti e dei
moribondi sparse al suolo qua e là; le donne coi fanciulli in braccio
andando chiedendo quella mercè, che trovare non potevano. Ne fur viste
delle schiacciate in un coi figliuoletti, e sformate ad un tratto, e
lacerate in mille pezzi dalle scoppianti bombe. Le infulminate si
aggavignavano colle tremanti mani alle schiegge, e balze dei petroni per
cercar asilo ne' luoghi più selvaggi e più rimoti. Alcune fra le
principali furon lasciate entrar nelle casematte, dove si recarono a
gran ventura il potere in mezzo al tanfo delle stanze, al trambusto
delle soldatesche, ai gemiti dei feriti e dei moribondi da quella
crudele morte scampare, che al di fuori minacciava la incredibile furia
degl'istromenti da guerra. La città, che è posta sulla falda della
roccia a riva il mare di verso occidente, ne fu distrutta da capo a
fondo. Al che non poco contribuirono le piatte spagnuole, che di
nottetempo velocemente sguizzavano tra le navi inglesi, e compita
l'opera loro si ritiravano la mattina, giovandosi del vento, che per
l'ordinario si mette a quell'ora, nel porto di Algesiras. Queste piatte
parimente ebbero sfragellati coi tiri loro molti di coloro, i quali sui
vicini fianchi della roccia ritiratisi, erano scampati al furor delle
artiglierie del campo di San Rocco. Lo scaricar continuo durò con eguale
frequenza meglio, che tre settimane; poscia si rallentò, vedendo gli
Spagnuoli, che riusciva poco altro, che un romor vano; e non volendo
dall'altra parte Elliot far tanta jattura di munizioni in una battaglia
di poco frutto. Sparava egli bene di quando in quando per mostrare,
ch'era vivo; ma la maggior parte del tempo se ne stava inoperoso a
rimirare l'inutile furia degli Spagnuoli. Consumarono eglino in questa
spessa batteria meglio di cento migliaia di libbre di polvere, avendo
tratto settantacinquemila cannonate, e venticinquemila bombe. Nonostante
la strettezza del luogo, e la maravigliosa spessezza dei tiri morirono
de' soldati della guernigione assai pochi, e da dugento cinquanta furono
feriti. Gli abitatori della città privi delle case, avendo sempre
presente nell'immaginazione loro la miserabilità del passato caso, e
temendo dei futuri, desiderarono di andarsene. Al che Elliot, dopo
d'avergli con ogni maniera di più umano conforto racconsolati,
facilmente ebbe consentito. La maggior parte s'imbarcarono a bordo della
flotta, che aveva vettovagliato la piazza. Partì poscia la flotta
medesima alla volta dell'Inghilterra. Ma prima, ch'ella vi arrivasse, la
fortuna propizia ai Francesi, fe' ai nemici loro pruovar un sinistro, il
quale causò gran danno alle cose loro, e fu una giusta pena delle rapine
di Sant'Eustachio. Si aveva avuto in Francia il tempestivo avviso, che
una numerosa conserva di navi cariche delle ricche spoglie di
quell'isola n'era partita verso il finir del mese di marzo per recarsi
nei porti d'Inghilterra. Si seppe ancora, che a questa conserva teneva
dietro un'altra non meno preziosa pei proventi, ch'ella portava
dell'isola Giamaica. Scortava la prima l'Hotham con quattro vascelli da
guerra. Il momento era molto propizio ai Francesi, trovandosi a quei dì
la grande armata britannica occupata nell'impresa di Gibilterra. Non si
lasciarono i ministri di Francia fuggir dalle mani una sì favorevole
occasione; che anzi con grandissima diligenza avevano fatto lavorare nel
porto di Brest per metter in punto una flotta, perchè potesse correre
sopra le conserve inglesi. La cosa ebbe effetto. In men che non si
potrebbe credere furono allestite otto navi d'alto bordo, molto destre
veleggiatrici. Ne fu dato il governo al conte de Lamotte-Piquet. Uscì
egli dal porto il giorno 25 aprile, e dato di cozzo nella conserva di
Sant'Eustachio, tutta la sperperò. Ventidue bastimenti predò; due altri
vennero in mano dei corsari. Alcuni pochi colle navi di guerra, che
convogliati gli avevano, si ricoverarono nei porti dell'occidentale
Irlanda. I mercatanti inglesi, che avevano assicurati i navilj,
perdettero per questo caso da settecentomila lire di sterlini. Non tardò
l'ammiraglio Darby durante il suo viaggio ad aver notizia della cosa; e
tosto si metteva all'ordine per intraprendere Lamotte-Piquet, primachè
si fosse recato in salvo nei porti di Francia. Ma l'ammiraglio francese,
che teneva gli occhi aperti, avuta sì prospera vittoria, ed avvertito
dell'avvicinarsi di Darby, lasciata andare a suo viaggio la conserva
della Giamaica, si cansò tosto, e felicemente apportò in Brest. Le
feste, che si fecero in Francia per questa cattura non furon poche; e
molte, ed assai meritate lodi furono date agli autori della fazione del
pari opportunamente disegnata, che velocemente, e prudentemente
eseguita. L'armata di Darby e la conserva della Giamaica arrivarono con
prospera fortuna nei porti della Gran-Brettagna.
In questo mezzo le due flotte di Johnstone e di Suffren veleggiavano
alla volta del capo di Buona Speranza; e non che l'uno non sapesse
dell'altro, erano per lo contrario i due nemici capitani ottimamente
informati della partenza, del cammino e dei disegni dell'avversario.
Andavano perciò entrambi a gara per arrivar i primi al destinato luogo.
Ma l'Inglese era stato obbligato, per rinfrescarsi, di far porto nella
cala di Praya posta nell'Isola di San Jago, la principale di quelle,
che, raccolte come in un gruppo, si chiamano del capo Verde, ed
appartenevano alla Corona di Portogallo. Quivi attendeva a far acqua, a
procacciar bestiami, a fornirsi di camangiari, ed altri servigj fare
necessarj al lungo viaggio, ch'era in punto d'intraprendere. Molti
uomini delle compagnie navali si trovavano a terra. Ne ebbe Suffren
tostano avviso, e senza metter tempo in mezzo s'incamminava a golfo
lanciato verso il porto di Praya. Aveva ferma speranza di arrivarvi
improvviso, e di sorprendere gl'Inglesi trasandati, e non avvisantisi.
Già iva radendo inosservato marina marina una lingua di terra, che da
levante abbraccia il porto, e si avvicinava alla bocca di questo. Ma la
nave inglese l'Iside, che più vicina era alla bocca medesima, discoprì
in quel momento al di là della lingua di terra le cime degli alberi di
alcune navi, che dapprima diedero sospetto. Poscia dal modo, con cui
erano governate, si conobbe, ch'erano francesi; diè l'Iside il segno. Si
rivocavano i marinari dalla spiaggia; si sgomberavano le corsìe, si
apparecchiavano alla battaglia. Girata intanto la punta, compariva, qual
era, la flotta francese alla bocca del porto, e dal detto al fatto l'una
coll'altra si mescolarono. Avevano gl'Inglesi un vascello da
settantaquattro, tre altri minori, con tre fregate, e molti legni
mercantili dell'India armati in guerra; ma erano sconcertati, e fuori di
sesto, nè arringati per ricever la carica del nemico. I Francesi ne
avevano due di settantaquattro, e tre di sessantaquattro. Cominciarono
questi col tirare di buone fiancate all'Iside, che si trovò la prima;
poscia ordinatisi in un puntone, si spinsero avanti dentro del porto,
passando tra mezzo le navi inglesi e sparando furiosamente; e nel
medesimo tempo da poggia, e da orza. L'Annibale, ch'era la testa,
guidato dal cavaliere di Tremignon, posciachè si fu inoltrato dentro,
quanto più potè, con mirabile intrepidità operando, imperciocchè le navi
inglesi traevano gagliardamente dai due lati, gettò l'ancora. Seguitollo
in secondo luogo l'Eroe guidato dallo stesso Suffren, poscia nel terzo,
come dietroguardo, l'Artesiano governato dal cavaliere di Cardaillac. I
due rimanenti poco si poterono avvicinare, e trovandosi a sottovento si
allargarono, fatti i primi tiri, nell'alto mare. Due navi inglesi
l'Iside, ed il Romney poco si potevano giovare, la prima per essere
stata gravemente dai vascelli francesi nel loro passare danneggiata, la
seconda per essersi trovata posta troppo indentro nel fondo del porto.
Così combattevano dai due lati tre navi di alto bordo contro tre
somiglianti, scaricando i Francesi in un tempo, per trovarsi in mezzo,
dalle due bande, gl'Inglesi da una sola. Ma le fregate inglesi, ed i
vascelli armati della Compagnia dell'Indie, riavutisi, vennero a parte
del combattimento, e fortemente secondarono le più grosse. Durò la
battaglia lo spazio di un'ora e mezzo, quando finalmente l'Artesiano,
morto il suo capitano, e non potendo più resistere a sì duro bersaglio,
tagliato il cavo, si allontanò. Allora Suffren privato del retroguardo,
e fieramente percosso anch'esso dai due lati diè medesimamente indietro
colla sua nave l'Eroe, e ne venne fuori del porto. Da questa ritirata
delle due navi l'Eroe e l'Artesiano ne nacque, che l'Annibale restò solo
esposto ai colpi di tutti i vascelli nemici. Ne ricevette un danno
grandissimo; perdè tutti gli alberi, prima il trinchetto, poscia il
maestro, e finalmente l'artimone. Tuttavia con incredibile sforzo
operando si condusse sino alla bocca del porto, dove, preso a rimorchio
dalla nave la Sfinge, e riparati meglio, che si potè, gli alberi, andò a
ricongiungersi colla restante armata. Avrebbero voluto gl'Inglesi
seguitare i Francesi, e rinfrescar la battaglia. Ma i venti, le
correnti, l'ora tarda, ed i gravi danni pruovati dall'Iside
glien'impedirono. Questo fu il combattimento di Praya, il quale si passò
con poca riputazione dell'uno e dell'altro capitano. Errò l'Inglese
nell'essersi tenuto a sì mala guardia in una cala aperta ed indifesa,
quando sapeva pure, che il nemico andava aggirandosi nelle medesime
acque. Nè vale il dire, che forse credette, che la neutralità del luogo
l'avrebbe preservato. Perciocchè egli stesso affermò, che i Francesi,
quando viene loro il destro, non son soliti a portar rispetto a queste
neutralità. La qual cosa, se è vera, non si vede, con qual ragione
possano gl'Inglesi ai nemici loro rimproverarla. Errò ancora per aver
lasciato sbarcar a terra tanto numero de' suoi; per aver locato le navi
più piccole alla bocca del porto, e per aversi lasciato fuggire dalle
mani il vascello l'Annibale sì malconcio. Errò da un altro canto Suffren
per aver voluto combattere in sull'ancore; imperciocchè per quanto si
può argomentare delle probabili cose se, come prima fu arrivato, e senza
perder tempo a gettar l'ancore, fosse ito all'abbordo, od almeno avesse
combattuto a vela, avrebbe una compiuta vittoria riportato del nemico
sorpreso, e non apparecchiato alla battaglia. Riparati tostamente i
danni, l'armata inglese seguitò la francese; ma trovatala attelata in
ordine di battaglia, si astenne dal venirne al cimento. Sopraggiunta poi
la notte, le due armate l'una dall'altra si scostarono. Ritornò
l'inglese nel porto di Praya. La francese veleggiando tuttavia
vers'ostro, e rimorchiando l'Annibale, si condusse in quel porto del
capo di Buona Speranza, che chiamano _falsa baia_. Là andarono tosto a
raggiungerla le sue conserve, le quali, per irne ad assaltar gl'Inglesi
nel porto di Praya, aveva lasciate nell'alto mare sotto il convoglio
della corvetta La Fortuna. In cotal modo fu guasto il disegno, che
gl'Inglesi avevano fatto sopra il capo di Buona Speranza. Ma non potendo
essi conquistare, vennero in sul corseggiare. Ebbe Johnstone avviso da'
suoi speculatori, che si trovavano nella cala di Saldana, vicino al capo
medesimo, parecchie navi della Compagnia olandesi dell'Indie di
ricchissimo carico. S'incamminò a quella volta per predarle. Arrivato
sulle coste dell'Africa, piaggiando egli stesso come piloto, acciocchè
le sue navi non fortunassero nei vicini scogli, camminando, velocemente
la notte, nascondendosi il giorno, tanto fece, che arrivò
improvvisamente sopra la cala, e predò cinque di quelle navi più ricche
e più grosse. Le rimanenti arsero. Ottenuta questa cosa, la quale fu
causa, che la spedizione sua non sia stata del tutto intrapresa a
credenza, avviò una parte della flotta col generale Meadows alla volta
dell'Indie. Egli poi col Romney, le fregate, e le ricche spoglie se ne
tornò in Inghilterra. Suffren dal canto suo, assicurato con buon
presidio il Capo, rivolse anch'egli le prue verso le orientali Indie.
Così la guerra, che già infuriava in Europa, in Africa ed in America
stava per rinfrescarsi più feroce, che prima, sulle lontane rive del
Gange.
Ritornando ora alle cose che si facevano sotto le mura di Gibilterra,
alla furiosa batteria data loro succedette una quasi totale calma. Solo
quelle piatte trapellando nottetempo molto noiavano la guernigione. Per
la qual cosa il governatore per liberarsi ad un buon tratto da quella
rangola, piantati alcuni cannoni di lunghissima gittata, che a
quest'uopo stesso gli erano stati portati d'Inghilterra, e rizzate certe
grosse bombarde nell'esteriori batterie, arrivava con palle e con bombe
ad infestar il campo di San Rocco; e tutte le volte, che arrivavano le
piatte, ed ei traeva furiosamente dentro gli alloggiamenti spagnuoli.
Accortosi perciò Mendoza, che Elliot ciò faceva solamente per
rappresaglia degli assalti delle piatte, fu costretto di comandare ai
capitani di queste cessassero dagl'insulti loro, e se ne stessero
quietamente nel porto di Algesiras. Solo stessero vigilanti al non
lasciar entrar vettovaglie nella piazza. Erano intanto gli Spagnuoli
indefessi nell'avanzar i lavori delle trincee, e già si erano condotti
assai vicini alle falde della rocca, dimodochè la circonvallazione si
distendeva da destra a sinistra per tutta la larghezza dell'istmo, che
quella rocca medesima congiunge colla terra-ferma di Spagna. Avevano poi
sulla stanca scavato il cunicolo di comunicazione tra l'esterior
circonvallazione e gli alloggiamenti. Elliot, che se ne stava sicuro
sulla cima della rupe, non volendo spendere le sue munizioni invano, gli
aveva lasciati fare. Ma quando le opere loro furon condotte a fine,
allora deliberò di guastarle, col fare loro addosso una incamiciata.
Saltò fuori alle tre della mattina del giorno 27 di novembre con tre
schiere di valenti soldati tutte governate dal generale Ross. Le
accompagnavano un buon numero di palajuoli, e marrajuoli, e d'artiglieri
con fuochi lavorati. Procedettero con grandissim'ordine e silenzio.
Sopraggiunsero improvvisi. Dato dentro mettevano prestamente in fuga le
guardie, e si facevano padroni della prima parata. Tutto scombuiarono.
Gli artiglieri, appiccato il fuoco, tutto quello, che accendibil'era,
arsero; ruppero i carretti dei cannoni, ed i mortaj, e quelli con
incredibile celerità chiodarono. I guastatori volsero sossopra le
piazzuole delle artiglierie; rovinarono le traverse; i parapetti
uguagliarono al suolo. I magazzini arsero l'uno dopo l'altro nel general
incendio; e quella magnifica opera, che tanta fatica, tempo e spesa
costato aveva, fu nello spazio di una mezz'ora distrutta. Gli Spagnuoli,
o sopraffatti dall'improvviso caso, o credendo i nemici più grossi di
quello, ch'erano, non si ardirono uscir dal campo loro per ributtargli.
Solo trassero continuamente, sebbene con niuno effetto, a palla ed a
scaglia. Gl'Inglesi compiuta la bisogna, ritornarono sani e salvi ad
incastellarsi.
In Europa intanto covava un disegno, il quale doveva, se fosse stato
condotto a fine, grandemente affliggere la potenza britannica nel mare
mediterraneo. Restavano gli Spagnuoli molto male soddisfatti della
Francia, siccome quella, che pensato avesse sin allora solamente ai
proprj suoi interessi, e non a quei dei suoi alleati. Si dolevano
aspramente, ch'ella non avesse aiutato le imprese della Giamaica e di
Gibilterra, come se non vedesse volentieri crescere nei mari di America,
e nelle terre d'Europa il nome spagnuolo. L'aver gl'Inglesi così
sicuramente vettovagliato quest'ultima Terra, senza che i Francesi
nissun motivo di sorta alcuna fatto avessero per impedirlo, ed il poco
frutto fatto contro le mura di quella dall'ultima e sì feroce batteria
data loro con sì estremo sforzo, avevano questi mali umori vieppiù
accresciuti, e fattigli diventar aperte scontentezze. Mormoravano
universalmente i popoli della Spagna, e dicevano della Corte di quelle
cose, che sarebbe stato meglio tacere. Affermavano, che questa non per
interesse dei popoli spagnuoli, ma solo per secondare, e per far le
spalle ai disegni dell'avara ed ambiziosa Francia, aveva quella guerra
intrapresa. La chiamavano una guerra di Corte e di famiglia. Stimolata
la Francia dall'importunità di questi discorsi, e considerato, che
l'abbassar, in qualunque modo si fosse, la potenza britannica, era un
accrescere la sua, si risolvette a voler efficacemente cooperar a
qualche impresa, che di breve ridondasse in utile e benefizio speciale
della Spagna. E siccome quella della Giamaica non si poteva sì tosto
tentare, perchè sarebbe stato richiesto assai tempo ai necessarj
preparamenti, e quella di Gibilterra era troppo dura a poterla compir
prestamente, così si voltarono i pensieri ad un'altra, la quale tanto
più riuscibile pareva, quanto che gl'Inglesi non se l'aspettavano.
Questa fu la conquista dell'isola Minorca. Oltre i motivi finora
raccontati, che facevano di modo, che la Francia molto questa fazione
desiderasse, era essa ancora grandemente grata agli Spagnuoli. Ella è
l'isola Minorca in sì opportuno sito posta per corseggiare, che molti
arditissimi corsari, i quali colà si riparavano, tenevano infestati
tutti i mari, e disturbata la navigazione, ed i commerci sì di Spagna
che di Francia, coll'intraprendere le navi di queste due nazioni, come
ancora le neutrali, che con quelle andavano trafficando. Oltre di che
ella era quasi come una depositerìa, dove gli Inglesi ammassavano le
munizioni, sì da guerra che da bocca, le quali traevano dalle vicine
coste dell'Africa, e poscia o le navi loro ne fornivano, o trafugavano
dentro Gibilterra. La facilità dell'impresa era anche un possente
incentivo al tentarla. Imperciocchè nonostante, che la rocca di San
Filippo, ch'è il principale propugnacolo dell'isola, fosse di sito e di
mura assai forte, la qualità del presidio non corrispondeva nè alla
fortezza, nè alla importanza del luogo. Eranvi dentro solamente quattro
reggimenti, due inglesi, due annoveriani, che sommavano a poco più di
due migliaia di soldati; e quantunque l'aria ivi sia salubre, e gli
erbaggi copiosi, erano quelli malsani ed infetti di scorbuto.
Governavano tutto il presidio i generali Murray e Draper. Fatta la
risoluzione, i confederati francesi e spagnuoli si accordavano di modo,
che il conte di Guichen sul finir del mese di giugno partì da Brest con
un'armata di diciotto vascelli di alto bordo de' più grossi, ed andò a
congiungersi nel porto di Cadice colla spagnuola, che l'aspettava. Aveva
con lui i Signori de Beaussett e de Lamotte-Piquet, l'uno e l'altro
uffiziali di molta rinomea. L'armata spagnuola, la quale era governata
da don Luigi di Cordova, come capitano generale, e dai due
sotto-ammiragli Don Gastone e Don Vincenzo Droz, arrivava a trenta
vascelli grossi. Si era poi ivi fatto una massa di diecimila Spagnuoli,
ottima gente, i quali senza indugio alcuno si posero sulle navi.
Salparono il giorno 22 di luglio, ed arrivati sopra Minorca, senza
ostacolo alcuno incontrare, sbarcarono nella cala di Moschito il dì 20
d'agosto. Recaron tosto in lor potere tutta l'isola, inclusavi la città
di Maone, che ne è la capitale. I difensori, essendo così deboli,
avevano tutti questi posti abbandonato, e s'erano dentro di San Filippo
incastellati. Poco poscia arrivarono da Tolone quattro reggimenti
francesi sotto la condotta del barone di Falkenhayen. Avevano i due Re
confederati dato il governo di tutta l'impresa al duca di Crillon,
giovane nato di chiarissimo sangue, desiderosissimo della gloria, e
delle cose della guerra molto intendente. Si era egli condotto agli
stipendj della Spagna, ed essendo Francese fu creduto personaggio
acconcio alla comune impresa. Ma l'assedio di San Filippo era una cosa
assai difficile a pigliarsi a fare. È la Fortezza tagliata nel vivo
sasso, e tutta ben minata. Lo stesso sdrucciolo, e la strada coperta
scavati dentro nel sasso medesimo sono assicurati con mine, contramine,
palificate, e munitissimi tutt'all'intorno sopra la corona del fosso di
artiglierie. Attorno il fosso, che è profondo venti piedi, gira una
galleria sotterranea, e merlata, sicuro asilo ai difenditori. Traverso
segrete e scannafossi danno l'adito dalle opere esteriori al castello.
In esse, che sono fatte a mò di laberinto, sono scavati pozzi profondi
con coperchj muovevoli, e qua e là feritoje da ogni lato. Il castello
circondato anch'esso da un cammino coperto fortificato con contramine
non solo è difeso da controscarpe e mezze lune, ma di più da un muro
sessanta piedi alto, e da un fosso trentasei piedi fondo. Il mastio poi,
ch'è una torre quadrata fiancheggiata da quattr'orecchioni, ha le mura
alte ottanta piedi, ed un fosso profondo quaranta, scavato nel macigno.
Aveva anch'esso ed il suo corridoio, e le stanze pei soldati. Nel
miluogo havvi una spianata, perchè la guernigione vi possa fare gli suoi
armeggiamenti. Intorno alla medesima sono costrutti i quartieri pei
soldati, ed i magazzini per le munizioni, gli uni, e gli altri a botta
di bomba, e tutti nella durissima roccia scavati. Gl'Inglesi finalmente
per assicurarsi vieppiù avevano rovinata, ed uguagliata al suolo la
vicina città di San Filippo. Si avvicinarono cautamente i confederati a
questa cittadella, siccom'ella in sito alto locata torreggia, e domina
tutto il paese all'intorno, così non iscavando, ma piuttosto
trasportando ed innalzando terra le loro trincee formavano. Elevarono un
grosso ciglione murato lungo dugento piedi, alto cinque, e grosso sei.
Questa difficile opera fu tratta a fine, senza che gli assedianti
ricevessero alcun danno, non osando Murray saltar fuori, o perchè troppo
si diffidasse della debolezza del presidio, o perchè troppo confidasse
nella fortezza del luogo. Solo ebbe gittato bombe e palle, che non
fecero effetto di sorta alcuna. Infine, essendo la parata compita,
scopri Crillon le batterie, e con cento undici cannoni, che buttavano
ciascuno ventiquattro libbre di palla, e con trentatre bombarde, che
aprivano tredici pollici di diametro, fulminava la piazza.
Mentre queste cose si facevano sotto le mura San Filippo, l'armata de
confederati, nella quale si trovavano pressochè cinquanta navi delle più
grosse, guidata dal conte di Guichen, si era rivolta alle rive
dell'Inghilterra. Era l'intento dell'ammiraglio francese di andare
all'incontro dell'armata inglese, e di assaltarla, essendo venuto in
grandissima speranza della vittoria, imperciocchè non fosse essa a gran
pezza pel molto minor numero delle navi abile a resistere a tanto
apparato. Disegnava altresì con questa mossa d'impedir gli aiuti, che
dall'Inghilterra si sarebbero potuti mandare a Minorca. Sperava
finalmente di poter intrachiudere la via, e por le mani addosso alle
conserve, che partite dall'Indie, ad ora ad ora si attendevano nei porti
della Gran-Brettagna, siccome pure a quella, che, raccozzatasi nel porto
di Cork in Irlanda, era in procinto di partirne per alle orientali ed
occidentali Indie. Nè stava senza aspettazione che l'inopinata
apparizione di una sì possente armata sulle coste di quel Regno non
fosse per farvi nascere dentro qualche buona occasione di fare un
onorato fatto in servigio della lega. Arrivato arringava la sua flotta
alla bocche dello stretto distendendola dal capo Ognissanti sino
all'Isola di Scilly. Era allora l'ammiraglio Darby con ventuno vascelli
d'alto bordo in mare ed in via per andar all'incontro delle conserve.
Ebbe gran ventura nell'essere informato per mezzo di un bastimento
neutrale dell'avvicinarsi dei confederati così grossi; senza del che si
sarebbe trovato alla non pensata impacciato nell'armata loro, e quello,
che succeduto ne sarebbe, nissun nol vede. Avuto l'avviso, si ritirò
tosto dentro la cala di Torbay. Venivano spacciatamente a congiungersi
con esso lui altri vascelli di prima portata, finchè ne ebbe da trenta.
Gli ordinava entro la cala medesima, la quale è aperta, e poco
difendevole, a mò di crescente luna, per poter più agevolmente ributtar
il nemico, se questi lo volesse assaltare. Ma il pericolo era tuttavia
grande. Temevasi della flotta, temevasi delle città marittime,
principalmente di Cork, Terra indifesa, e piena di magazzini zeppi di
munizioni di ogni sorta. Erano in tutta l'Inghilterra gli animi
sollevatissimi. Compariva a gonfie vele l'armata alleata in cospetto di
Torbay. Convocò Guichen incontanente una Dieta militare, per aver il
parere dei Capi intorno a quello, che fosse a fare. Voleva egli, che si
desse dentro, e si assaltasse l'armata britannica. Discorreva, esser
questa quasi come presa dentro una rete; l'occasione aver corta vita, e
non mai, trasandata questa, potersi un'altra più propizia sperare per
ispogliar del tutto la Gran-Brettagna dell'imperio del mare. Ricordava,
con quanta infamia essa occasione si perderebbe, e quanto pungenti
stimoli di penitenza seguiterebbero, chi non l'abbracciasse. Essere il
nemico impacciato, aversi buona quantità di brulotti, l'effetto dei
quali in quell'ordinanza fitta ed immobile delle navi di Darby stato
sarebbe inevitabile; dimostrassero con un nobile ardire agli alleati,
quali, e quanti essi fossero. Don Vincenzo Droz non solo sosteneva la
opinione del capitano generale, ma di più si offeriva pronto a guidar la
testa, e ad attaccar la zuffa il primo. Ma il signor di Beausset, uomo
nelle cose navali di grandissima riputazione, manteneva la contraria
sentenza. Argomentava, che l'assaltar il nemico in quel luogo era lo
stesso, che privarsi del vantaggio, che si aveva grandissimo, del
maggior numero delle navi; che non si sarebbe potuto andare alla
battaglia coll'ordinanza spiegata, ma sibbene per puntone, ed una nave
dopo l'altra; la qual cosa avrebbe fatto abilità ai nemici, i quali
avrebbero tratto a mira ferma rasentando l'acque, e con palle
incrocicchiantisi da destra e da sinistra, di fracassar le navi già fin
prima, che giugnessero ai posti, che sarebbero lor destinati.
Concludeva, che siccome la risoluzione di assaltare il nemico in quel
luogo non si poteva a patto nissuno giustificare, così credeva, che più
riuscibile partito, e se non di eguale, certo di grande importanza,
fosse il por l'animo ad intraprendere la conserva, che poco lontana
esser doveva, dell'Indie occidentali. Si accostarono all'opinione di
Beausset Don Luigi, e tutti gli altri uffiziali spagnuoli, trattone Don
Vincenzo. Prevalse perciò l'opinione di costoro, e l'impresa fu posta da
l'un de' lati. Ma se i confederati non vollero, o non seppero quella
occasione usare, che la fortuna aveva loro apparecchiato, così ella
guastò loro poscia quel disegno, che in luogo del primo abbracciato
avevano. Incominciarono le malattie ad incrudelire a bordo delle navi,
massime delle spagnuole, e le burrasche, che seguirono poco dopo,
obbligarono i due ammiragli a pensare alla salute loro. Onde avvenne,
che Guichen co' suoi si ritirò a Brest, e Don Luigi a Cadice. Entrarono
sicuramente le conserve nei porti d'Inghilterra. Così questa seconda
apparizione dei confederati sulle coste inglesi riuscì altrettanto vana,
quanto la prima; ma però i soccorsi verso Minorca ne furono impediti.
Ma se le cose tra gl'Inglesi, i Francesi, e gli Spagnuoli passarono nei
mari d'Europa senza molto spargimento di sangue, e pressochè tutte in
mostramenti, se non del tutto inutili, certo poco fruttuosi, si
attaccarono però gl'Inglesi e gli Olandesi con tanto furore, e con sì
gran valore combatterono gli uni contro gli altri, che parvero
rinnovarsi quelle ostinatissime battaglie, per le quali sì grandemente
furono queste due nazioni nel decimo settimo secolo celebrate.
Esercitavano gli Olandesi nel mare Baltico un fioritissimo commercio coi
proventi delle colonie loro, ed essendo come quasi i fattori generali
diventati del traffico tra le nazioni settentrionali, e meridionali
d'Europa, ne avevano grandissime ricchezze acquistato. Oltreacciò i
paesi di verso tramontana erano quelli, nei quali andavano a far
procaccio di tutti gli oggetti alle construzioni navali necessarj. La
qual cosa molto più frequentemente usavano di fare, dopo ch'era nata la
guerra colla Gran-Brettagna, a fine di poter allestire il navilio
necessario, e mantener le possessioni, il commercio e la dignità della
repubblica. Conciossiachè molto mancava, che i suoi arsenali nel momento
della rottura fossero forniti delle cose, che abbisognavano. Non
isfuggiva agl'Inglesi, di quanta importanza fosse e l'interrompere
questo commercio, e l'impedire l'accivimento degli arsenali. Per la qual
cosa molto per tempo, e perfino dal mese di giugno avevano fatto uscire
con quattro grossi vascelli, ed uno di cinquanta l'ammiraglio
Hyde-Parker, padre di quell'altro, che militava nei mari d'occidente,
vecchio, ed espertissimo capitano di mare. Gli fu commesso, andasse a
correre i mari di tramontana, facesse quel maggior male, che potesse, al
commercio olandese, e ritornandosene a casa, sotto la sua tutela
pigliasse, e convogliasse una ricca conserva, che era raccolta, e pronta
al viaggio nel porto di Elseneur. Eseguì diligentemente Hyde-Parker i
comandamenti del suo Re, e già rivenuto dal Baltico segava colla
conserva le acque del mare d'Allemagna. Si erano dopo la sua partenza da
Portsmouth seco lui accozzate altre navi, tra le quali una di 74
chiamata il Berwick, una di 44 nominata il Delfino, e parecchie fregate,
dimodochè arrivava la sua flotta a sei navi d'alto bordo, oltre il
Delfino, e le fregate. Ma gli Olandesi non erano in questo mezzo tempo
stati neghittosi; anzi con incredibile sforzo operando avevano
apparecchiato una flotta di sette navi di fila con parecchie fregate, e
fuste armate in guerra. Ne davano il governo all'ammiraglio Zoutman, ed
al comandante Kindsberghen. Mettevasi Zoutman in mare verso la metà di
luglio con una conserva di legni mercantili destinata pel Baltico, sino
al quale intendeva di scortarla. Venne in questo mentre a congiungersi
seco lui una grossissima fregata americana, denominata il Charlestown.
S'imbattè la mattina dei 5 agosto coll'ammiraglio Hyde-Parker sopra lo
scanno detto Doggers-bank. L'armata d'Inghilterra aveva il sopravvento.
Veduto il nemico così gagliardo, mandavano al viaggio loro le navi della
conserva accompagnate dalle fregate; colle grosse si scagliavano contro
gli Olandesi. Questi, scoperto il nemico, fatt'anch'essi ritirare in
dietro verso i porti loro la conserva, si ordinavano animosamente alla
battaglia; poichè nel desiderio di questa non erano meno ardenti, che
gl'Inglesi si fossero. Si attelavano gl'Inglesi con sette navi, tra le
quali una di 80, ma questa vecchia e sdruscita, due di 74
gagliardissime, una di 64, una di 50, e finalmente una ultima di 44. Gli
Olandesi si affilavano anch'eglino con sette navi, una di 76, due di 68,
tre di 54, ed una di 44. Le fregate spigliate, e leggieri fuori della
fila se ne stavano pronte a correre, ove d'uopo facesse. Correva a piene
vele, e col vento in fil di ruota l'armata inglese contro la olandese,
che, ferma e ne' suoi ordini ristretta, l'aspettava. Un silenzio
profondo, ch'è segno per l'ordinario dell'ostinazione, regnava su tutte
a due. Nissun romore si udiva, se non se quello del cigolar delle
girelle, del fischiar del vento, e del fremere dell'onde. Stavano in
attitudine aspra arringati coll'armi in mano i soldati aspettando il
segno della battaglia, e gli artiglieri colle corde accese presso il
focone dei cannoni. Nissuno trasse, finchè non furono le due armate
vicine l'una all'altra ad una mezza gittata di moschetto. Si appettarono
le due capitane, cioè la Fortezza, su cui si trovava Hyde-Parker, e
l'Ammiraglio Ruyter, sulla quale era Zoutman, ed incominciarono una
ferocissima battaglia. Non tardarono a mescolarsi anche le altre, e
diventò essa tosto generale. Prevalevano gli Olandesi per la grossezza
delle artiglierie, e per le fregate, massime per la Charlestown, le
quali velocemente aggirandosi qua e là, ferivano da fianco le navi del
nemico. Prevalevano all'incontro gl'Inglesi, essendo essi più maneschi,
e le navi loro più maneggevoli, per la spessezza dei tiri. Si combattè
da ogni parte con grandissimo ardore, e con pari sorte lo spazio di tre
ore e mezzo, o di vantaggio. Non potevano gli Olandesi esser cacciati
dal luogo loro, e gl'Inglesi ogni altra cosa piuttosto si avrebbero
eletta, che di partirsi senza vittoria. Ma la forza degli elementi
quegli effetti produsse, ai quali ripugnava la rabbia degli uomini.
Erano le navi dall'una parte, e dall'altra sì fattamente malconce, che
più non si potevano governare. Si lasciavano, come legna morte,
trasportare all'ondeggiar dell'acque. Questo le separò di tanto spazio,
che più desiderarono, che potessero combattere. Ricevettero le navi
inglesi inestimabile danno negli alberi, nelle vele, e nel sartiame.
Volle Hyde-Parker, dopo pigliato breve rifiatamento, riordinar le sue
navi, e ricominciar la battaglia, quando tuttavia Zoutman se ne stava.
Volle seguitarlo, quando lo vide partire alla volta del Texel. Ma tutto
fu indarno. Vennero meno nello sforzarsi. Nè in miglior condizione si
trovavano le navi olandesi, mentre se ne andavano. A questa cadeva un
albero, a quella un altro. Ora un capitano mandava dicendo a Zoutman,
che il muoversi gli era divenuto impossibile; ora un secondo, che
tant'era l'acqua dentro le sfesse navi, che non si poteva aggottare; ora
un terzo, che andava a fondo; ed ora se ne udiva un quarto trar le
cannonate di misericordia. La nave la Olanda affondò a trenta leghe
distante dal Texel, e fu sì presto il caso, che la fuggente ciurma
lasciovvi dentro abbandonati a certa morte i miseri feriti. Le altre
rimorchiate dalle fregate si condussero, comechè non senza grave fatica,
a salvamento nei porti. Perdettero gl'Inglesi tra morti, e feriti da 450
soldati, tra i quali alcuni uffiziali di conto. Tra i morti fu con somma
lode rammentato il capitano Macartney, il quale aveva guidato la nave la
Principessa Amelia. Ma se fu mirabile la virtù sua, non fu minore quella
del giovine Macartney suo figliuolo, il quale fanciullo ancora di sette
anni se ne stette continuamente a' fianchi del capitano, mentre più
ardeva la pugna, essendo stato infelice, ma forte testimonio della morte
del padre. Lord Sandwich, capo del maestrato sopra le cose navali,
avendo l'ucciso capitano in questa vita lasciato una numerosa famiglia,
e poche facoltà, lo adottò in suo figliuolo. Nè qui si ristettero le
lodi date in Inghilterra ai combattitori della giornata di Doggers-bank.
Lo stesso Re Giorgio, giunto che fu l'ammiraglio Hyde-Parker nel porto
di Nora, lo andò a visitare a bordo della sua nave, e molto commendò e
questo, e gli suoi uffiziali pel calore dimostrato in quel pericoloso
cimento. Ma il vecchio Hyde-Parker, uomo brusco, e, siccome marino,
solito a svertarla, essendo gonfiato contro l'uffizio dell'ammiragliato,
perchè avendogli dato sì poche forze, gli avesse rotto la occasione di
una segnalata vittoria, disse a buona cera al Re, che gli desiderava più
giovani uffiziali, e migliori navi. Che in quanto a lui era diventato
tropp'oltre cogli anni, perchè potesse più lungamente servire. E
poterono bene il Re, i cortigiani, ed i ministri dire a posta loro,
ch'egli se ne stette sodo, e domandò licenza. Nè in Olanda il pubblico,
ed i maestrati furono avari delle lodi verso i loro capitani, e soldati,
che nella battaglia dei 5 agosto avevano sostenuto l'antica riputazione
del nome olandese. Scrisse il Principe Statholder lettere pubbliche a
Zoutman commendandolo, e molto ringraziandolo, in nome della repubblica,
e da sotto-ammiraglio, ch'egli era, lo creò vice-ammiraglio. Nominò
sotto-ammiragli i capitani Dedel, Braam, e Kindsberghen. Con grandissimi
onori poi proseguirono il conte Bentinck, mentre portato a riva, e
trafitto da cassale ferita se ne moriva. Aveva questi durante la
battaglia non meno espertamente che animosamente il vascello il Batavo
governato. Lo crearono anche, prima che morisse, sotto-ammiraglio. La
perdita degli Olandesi tra uccisi, feriti e sommersi fu maggiore di
quella degl'Inglesi. Tale fu l'esito della battaglia navale di
Doggers-bank, la più ordinata, e la meglio combattuta di tutta la
presente guerra. Chi ne avesse il vantaggio, egli è incerto. Ma certo è
bene, che gli Olandesi, essendo stati costretti a rientrar nei porti pe'
gravi danni sofferti, dovettero torsi giù dal disegno loro che era stato
di recarsi nei mari di tramontana. La nazione olandese però si levò
universalmente a nuove speranze, e si rinfrescò nel cuore di tutti la
virtù dei passati tempi.
Tosto che fu il conte di Guichen rientrato nel porto di Brest, si fecero
in Francia nuovi disegni. Conoscevano benissimo i ministri, che il conte
di Grasse si sarebbe fra breve trovato in bisogno di aiuti sì marittimi,
che terrestri. Imperciocchè nei mari dell'Antille e vi sono assai scarse
le provvisioni navali, e la natura del cielo, e dell'acque è tale, che
vi si logorano prontissimamente le navi. Oltreacciò sebbene si credeva,
che le forze colà mandate nel precedente, e nel presente anno fossero
sufficienti a compir i disegni, che fatti si erano sulla terra-ferma
d'America, e contro le isole inglesi più deboli, tuttavia a voler far
l'impresa della Giamaica, alla quale continuamente stimolava la Spagna,
vi abbisognavano più gagliarde armi sì da terra, che da mare. Nè era
nascosto a coloro, i quali reggevano lo Stato, che per ricuperar le cose
perdute nell'Indie orientali, era mestiero mandarvi nuove forze, e che
di più vi s'incominciava a difettar grandemente di armi, e di munizioni
da guerra. Per le quali cose tutte si ammassarono con grandissima
diligenza nel porto di Brest armi e munizioni destinate ad esser portate
nelle Indie. Vi si facevano marciar i soldati, e sollecitamente si
lavorava a risarcir il navilio, ed a metterlo in punto ad uscire. Infine
essendo ogni cosa in pronto, salpavano il conte di Guichen colla grossa
armata, il marchese di Vaudreil con una flotta più sottile, e le due
conserve per le Indie occidentali, ed orientali. Doveva Guichen, fatto
che avesse la posta a quest'ultime sino all'alto mare, e condottele
fuori del pericolo delle flotte, che stanziavano nei porti
d'Inghilterra, volgersi a ostro; ed andar a congiungersi coll'armata
spagnuola nel porto di Cadice. Quest'era per impedire i soccorsi, che
dalla Gran-Brettagna si sarebbero potuti mandare a Minorca. S'intendeva,
che Vaudreil conducesse i novelli soldati nelle Antille, e
congiungessesi col conte di Grasse per far unitamente agli Spagnuoli
l'impresa della Giamaica. Da lungo tempo non erano uscite dai porti
francesi conserve sì numerose; nè che sì importante carico portassero di
fornimenti guerreschi. Si ebbero in Inghilterra tosto dello smisurato
apprestamento le novelle, sebbene vi s'ignorasse, se per colpa dei
ministri, o altrimenti, che dovesse essere accompagnato da sì gagliarde
armi navali. Fu perciò commesso il carico all'ammiraglio Kempelfeldt,
perchè uscisse al mare con dodici navi di fila, una di 50, e quattro
fregate per correre contro le conserve. Ma Guichen aveva diecinove navi
delle più grosse, e Kempelfeldt, in vece di pigliar altrui, correva
pericolo di esser pigliato egli. Ciò nonostante fece la fortuna quello,
che gli uomini non potevano fare. Il giorno dodici di dicembre
l'ammiraglio inglese, essendo il tempo brusco, ed il mare fiottoso,
s'incontrò nella conserva francese, e sì fattamente ebbe la buona
ventura, che in quel punto trovandosi egli a sopravvento della conserva,
l'armata francese ne era a sottovento, e perciò fuori di facoltà di
soccorrerla. Giovossi l'Inglese molto destramente della favorevole
occasione, e dato dentro pigliò venti bastimenti, alcuni ne mandò a
fondo, ed i rimanenti disperdette. Più ne avrebbe pigliato, se il tempo
fosse stato più chiaro, il mare più tranquillo, ed avesse avuto maggiore
numero di fregate. Intanto sopraggiunse la notte. L'uno e l'altro
ammiraglio avevano le navi loro raccolto e rannodato. Viaggiava di
conserva Kempelfeldt tutta la notte con animo, subito che fosse spuntato
il nuovo dì, di dare la battaglia al nemico, tuttavia ignorando qual
fosse la forza di lui. Infatti la mattina lo discoprì a sottovento; ma
vedutolo così gagliardo, fece altri pensieri. E non volendo perdere per
imprudenza quello, che acquistato aveva per forza, e per un riguardo
favorevole della fortuna, volse le prue verso i porti dell'Inghilterra,
nei quali arrivò sicuramente con tutte le predate navi. Fe' egli in
quest'incontro prigioni undici centinaja di stanziali, da seicento a
settecento marinari. Le conquistate spoglie furono una quantità assai
considerabile di cannoni, e di ogni altra specie di armi, di munizioni,
e di attrezzi da guerra, siccome pure di grasce di diversa natura, come
sarebbe a dire vino, olio, spiriti, farina, biscotto, carne salata ed
altre di simil sorta. Nè a questo si ristette la fortuna avversa ai
Francesi; che il giorno seguente assalite le navi loro da una furiosa
tempesta accompagnata da tuoni, e folgori orribili, e da un vento di
scirocco impetuosissimo, furono obbligati a condurle, tutte rotte e
sdruscite, com'erano, nel porto di Brest. Solo le due di fila il
Trionfante ed il Bravo, e cinque o sei da carico poterono il viaggio
loro continuare. Fu questo gravissimo danno alla Francia; poichè oltre
la perdita inestimabile dell'armi e delle munizioni, penarono tanto le
navi da guerra ad essere ristorate, che trascorsero ben sei settimane
prima, che potessero rimettersi in mare alla volta delle Antille;
indugio che riuscì assai fatale, come si vedrà in appresso, all'armi
francesi in quelle spiagge.