BERTRANDO _al fratello_ SILVIO.
Napoli, 8 dicembre '61.
Mio caro Silvio,
Non ti ho scritto più, perchè non ho avuto tempo. Tu neppure mi hai
scritto da un pezzo, nè so se il raffreddore e quindi il malumore ti
sia passato. Aspettavo che mi dicessi qualcosa di politica. Io non ne
so altro che quel che leggo ne' giornali.
Non avendo a dirti nulla di nuovo di qui, ti parlo di me e delle cose
mie. Ti scrissi della _petizione_ che si voleva fare contro di me.
Dico meglio: non contro di me, contro la _persona_ (questa distinzione
l'ho saputa dopo), ma contro la _dottrina_. Una petizione contro una
dottrina! Questa è strana davvero; e tanto più, che di _dottrina_
io non ho detto niente sinora. Non so se la cosa sia andata avanti.
Sarebbe una ridicola bricconeria.
Ti scrissi che la prima lezione, dopo la Prolusione, andò benissimo.
Ora devo dirti che le altre andaron anche meglio. La sala dove fo
lezione, è la più ampia dell'Università, ed è sempre piena zeppa di
uditori.
Credo di averti detto quel che sto facendo ora. È una introduzione
_sui generis_ alla filosofia. Io ho detto, ma in modo conveniente: Noi
abbiamo un certo _pregiudizio_ nella nostra coscienza nazionale (se si
può dire nazionale), il quale è nato dalle stesse nostre condizioni da
tanti e tanti anni in qua. Questo pregiudizio è il concetto _un po'_
falso così della filosofia europea in generale, come del nostro stesso
pensiero. La mancanza di libertà per tanto tempo ha fatto, che _noi_
diventassimo come un segreto per noi stessi. Questo pregiudizio bisogna
vincere, questa falsa coscienza bisogna far vedere che è falsa. A che
è arrivato il pensiero europeo? A che il pensiero italiano? La verità
— direbbe Bruno[182] — è sopra il _nostro orizzonte_? Questa è la mia
_fenomenologia_ — per questa volta, per quest'anno. Questo lo dico a
te; non l'ho detto così a loro.
Dunque, io fo una breve storia del nostro _pensiero_ dal Risorgimento
sino al nostro tempo: le principali figure. So dove vado a finire, e
lo sai anche tu. Ma ora lo so meglio e lo vedo meglio. P. e., su Bruno
ho fatto altro di più. — Il sunto delle lezioni lo scrivo; e forse
forse lo stamperò. Adunque, gran concorso. Ma non tutti coloro che
vengono, vengono per amore e buona volontà. Di ciò mi accorsi sin da'
primi giorni. So che i giobertiani, — non saprei come chiamarli, — i
giobertiani fossili, cetacei, antidiluviani, asfissiati.... l'hanno con
me tremendamente. M'asfissierebbero, se potessero. Hanno tutta la virtù
de' settarii: l'intolleranza. Dicono che io _guasto_ Gioberti. — E se
lo guastassero loro? Può essere l'uno e l'altro caso. Dunque, si vegga.
— No: chiudiamo gli occhi, e non ci si veda affatto. Vogliono ripetere
la storia di Aristotile tanto tempo fa. Ma Aristotile era Aristotile,
e quel tempo era quel tempo. — Adunque, i giobertiani mandavano uno de'
loro, un _professore_; il quale nella seconda lezione[183] m'interrogò
su non so che cosa, che aveva a fare colla lezione come il coro col
paternostro. — Qual è il vostro _punto di partenza_? — Lo saprà, quando
deve saperlo. — Ma desidero di saperlo ora. — Ero per dirgli: Il mio
punto di partenza è: «Porto di Napoli, 26 ottobre 1849»[184]. Gli dissi
invece: Abbia pazienza. Ho aspettato io tanto tempo[185] (12 anni);
può aspettar lei un paio di settimane (_Applausi universali_, direbbe
Mancini[186]). — Così finì la cosa il primo giorno.
Nel secondo[187], lo stesso professore. Io avevo detto, che ne'
filosofi del Risorgimento le _nuove_ determinazioni, che negavano le
determinazioni scolastiche, si vedevano sparse, confuse, — e parevano,
per dirla così, tanti ceci che bollono in una caldaia[188]. Era un
modo di dire. E il professore giobertiano: Voi avete detto, che gli
Scolastici sono ceci. — No; se l'ho detto, l'ho detto de' filosofi
del Risorgimento. — Ma no; gli Scolastici non sono ceci; piuttosto
sono quelli del Risorgimento. — E sia: dunque avremo due caldaie di
ceci. È contento? — Ma voi volete _distruggere_ la Scolastica. — Io
non distruggo niente; è la storia che si è incaricata da un pezzo di
questa faccenda. Se la pigli con essa. Se lei vuole risuscitarla, la
Scolastica, è padrone: ci si provi[189]. — Ma voi dite che la _natura_
e lo _spirito_ sono _momenti_ di Dio, ecc. Dunque la natura è Dio,
lo spirito è Dio, e io sono Dio. — Mi dispiace di doverla togliere da
questa beata illusione. Io dico _momenti_; e ciò significa, ecc.
Questo ci è stato, e niente altro. Qualcuno, del séguito del
giobertiano, volle osservare che bisognava rispondere; ma non ebbe il
tempo di finire, perchè i giovani, che ne sapevano più di me, — che
s'erano accorti d'una specie di piccolo complotto per far chiasso in
iscuola e _perturbar l'ordine pubblico_, — i giovani erano per dargli
addosso. Capii che la cosa sarebbe finita male, e che quel _qualcuno_
avrebbe forse conseguito il suo intento. Licenziai i giovani,
giacchè avevo già finito la lezione. Li licenziai di nuovo alla porta
dell'Università, perchè volevano accompagnarmi per la strada, temendo
forse che non avessi a avere le bastonate dai filosofi camorristi;
accesi il sigaro, e via solo.
Tu forse avrai letto nel _Nazionale_ il fatto diversamente; che mi
aveano detto (i giobertiani) ingiurie; essere stato io nominato per
favore, ecc. Niente vero. Il fatto è nè più nè meno quel che ti ho
detto. La cornice deve essere o di Quercia o di Gatti[190], o di
qualche altro, che pettegoleggia anche involontariamente. Io non ho
risposto per non dar alla cosa un'importanza che non aveva.
Quel professore non è comparso più. Quindi due giorni tranquilli. Ieri
solo ci fu un nuovo incidente. Un prete anche professore volle dire
non so che altro. E i giovani da capo a non volerlo far finire. Dovei
difendere la _libertà_ del prete: ma nel tempo stesso feci capire
_dolcemente_, che la libertà filosofica non era quella che s'imaginava
il prete, e che io la voleva (e avea diritto di volerla) per tutti, per
loro, per me, ecc. Non ci fu altro (Mancini: _Applausi universali_).
Come vedi, anch'io nella mia piccola sfera ho i miei camorristi e i
miei briganti. Non me ne sgomento; fo quel che devo fare; e fo il mio
dovere; lo fo con quella maggior coscienza che posso: tollero tutti,
e voglio che tutti facciano lo stesso verso di me. Libertà per tutti,
e per me. Se loro credono di avere in tasca la verità, anch'io potrei
avere la stessa pretesa. Fuori dunque le monete: vediamo quale è buona
e quale è cattiva. Se non vogliono vedere alla luce, com'essi credono
che la loro moneta sia buona, così io posso dire che la mia è buona. —
Già mi avvio per la predica. Finisco.
Scrivimi e dimmi qualcosa di positivo della _situazione politica_ e
degli uomini politici. Voglio dire: i grandi uomini politici.
Berenice come sta? Salutala colla famiglia per me. Papà sta bene.
Isabella e Millo ti salutano.