SOMMARIO.

_A_) Carattere e destino di Bruno; — Differenza della sua filosofia

da quella di Campanella. — _B_) Spinoza. — _C_) Bruno precursore

di Spinoza: — Dio come Sostanza Causa.

_A_) Bruno è il vero eroe del pensiero: l'araldo e martire della nuova

e libera filosofia. Se libertà non vuol dire un facile dimenarsi nel

vuoto, ma il lottare contro gli enimmi dell'universo e contro i vecchi

pregiudizi, i vecchi sistemi e tutta la potenza del vecchio mondo, non

vi ha filosofo più libero di Bruno. Prometeo, rapitore della immortale

scintilla, fu confitto alla rupe, ma non domo. Socrate, che portò la

prima luce nella oscura intimità della coscienza, bevve tranquillo il

veleno, che gli porsero i suoi concittadini. Bruno è degno di avere

un posto accanto a Prometeo e Socrate. — Voi, diceva a suoi giudici

l'annunziatore de' _mondi innumerabili_, dell'_infinito universo

e mondi_, della _vita infinita di Dio nell'universo e nell'animo

umano_[73], voi profferite questa sentenza contro di me con maggior

timore che io non la riceva. — La mitica leggenda ci racconta la

liberazione di Prometeo. Gli ateniesi si pentirono di aver fatto morire

Socrate. Bruno aspetta ancora in Italia chi onori la sua memoria,

chi lo vendichi dall'anatema che pronunziarono contro di lui la

superstizione e l'ignoranza. Uno storico d'Italia[74] lo chiama pazzo;

questa parola è l'unica giustificazione. Invece del rogo, il manicomio.

Siamo sinceri. Bruno è stato vendicato da un pezzo; e quest'opera,

non solo pietosa ma giusta, questa riparazione, che ha cancellato

una vergogna nella storia umana, e però è stata una riparazione

dell'umanità stessa, noi la dobbiamo agli stranieri, se vi ha stranieri

nella patria del libero pensiero[75]. Gli stranieri sono verso i nostri

filosofi più giusti e generosi che noi non siamo verso i loro.

La libertà è il carattere stesso di Bruno; è tutto Bruno. «Qua

molti, che per sua bontà e dottrina non possono vendersi per dotti e

buoni, facilmente potranno farsi innanzi, mostrando quanto noi siamo

ignoranti e viziosi. Ma sa Dio, conosce la verità infallibile, che,

come tal sorte d'uomini son stolti, perversi e scellerati, così io in

miei pensieri, parole e gesti non so, non ho, non pretendo altro, che

sincerità, simplicità, verità. Talmente sarà giudicato, dove le opre ed

effetti eroici non saran creduti frutti de nessun valore, e vani; dove

non è giudicata somma sapienza il credere senza discrezione; dove si

distinguono le imposture degli uomini dagli consegli divini; dove non

è giudicato atto di religione e pietà sopraumana il pervertere la legge

naturale; dove la studiosa contemplazione non è pazzia; dove nell'avara

possessione non consiste l'onore, in atti di gola la splendidezza,

nella moltitudine de' servi, qualunque sieno, la riputazione, nel

meglio vestire la dignità, nel più avere la grandezza, nelle maraviglie

la verità, nella malizia la prudenza, nel tradimento l'accortezza,

nel fengere il saper vivere, nel furore la fortezza, nella forza la

legge, nella tirannia la giustizia, nella violenza il giudicio, e cossi

si va discorrendo per tutto. Qua Giordano parla per volgare, nomina

liberamente, dona il proprio nome a chi la natura dona il proprio

essere; non dice vergognoso quel che fa degno la natura; non cuopre

quel ch'ella mostra aperto; chiama il pane pane, il vino vino, il capo

capo, il piede piede, ed altre parti di proprio nome; dice il mangiare

mangiare, il dormire dormire, il bere bere, e così gli altri atti

naturali significa con proprio titolo. Ha gli miracoli per miracoli,

le prodezze e maraviglie per prodezze e maravigile, la verità per

verità, la dottrina per dottrina, la bontà e virtù per bontà e virtù,

le imposture per imposture, _etc._ Stima gli filosofi per filosofi,

gli pedanti per pedanti, gli monachi per monachi —, le sanguisughe per

sanguisughe, gli disutili, montaimbanco, ciarlatani, bagattellieri,

barattoni, istrioni, papagalli, per quel che si dicono, mostrano e

sono, _etc._ Orsù, orsù, questo, come cittadino e domestico del mondo,

figlio del padre Sole e de la Terra madre, perchè ama troppo il mondo

veggiamo come debba essere odiato, biasimato, perseguitato e spinto[76]

da quello»[77].

Domenicano, come Campanella, Bruno abbandona giovinetto il chiostro,

getta gli abiti monacali, va vagando per tutta Europa; visita Francia,

Inghilterra, Alemagna, predicando in ogni luogo le sue libere dottrine,

cercando pace da per tutto, e non la trovando mai, scontento sempre

di tutto e di tutti, fuorchè d'una cosa sola, la verità. E grida:

«l'Universitade che mi dispiace, il volgo ch'odio, la moltitudine che

non mi contenta, una che mi innammora; quella per cui sono libero

in soggezione, contento in pena, ricco ne la necessitade, e vivo

ne la morte». Solo «per amore di essa io mi affatico, mi crucio, mi

tormento»[78]. Finalmente, come spinto dal suo fato, ritorna in Italia;

è imprigionato dalla inquisizione di Venezia, consegnato a quella

di Roma, esaminato, torturato e arso. — Si suol dire che il maggior

tormento e insieme la maggior consolazione de' filosofi sia la verità.

Se ciò è vero, io credo che a nessun uomo la verità abbia fruttato più

gran tormento e più grande consolazione che al povero Bruno[79].

E chi mi impenna e chi mi scalda il core?

Chi non mi fa temer fortuna o morte?

Chi le catene ruppe?. . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . .

Quindi l'ali sicure a l'aria porgo

Nè temo intoppo di cristallo o vetro,

Ma fendo i cieli e a l'infinito m'ergo.

E mentre dal mio globo agli altri sorgo,

E per l'eterio campo oltre penetro,

Quel che altri lungi vede, lascio al tergo.

Poi che spiegate ho l'ali al bel desio,

Quanto più sotto il piè l'aria mi scorgo,

Più le veloci penne al vento io porgo,

E spreggio il mondo, e verso il ciel m'invio.

Nè del figliuol di Dedalo il fin rio

Fa che giù pieghi, anzi via più risorgo.

Ch'i' cadrò morto a terra, ben mi accorgo;

Ma qual vita pareggia al morir mio?

La voce del mio cor per l'aria sento:

— Ove mi porti, temerario? China,

Chè raro è senza duol troppo ardimento. —

Non temer, rispondo io, l'alta ruina.

Fendi sicur le nubi e muor contento,

Se il ciel sì illustre morte ne destina![80]

Bruno era presago del suo destino! Onde tanto entusiasmo, e quello

spirito irrequieto che si mostra tranquillo e sereno solo innanzi

alla morte? «In Bruno», scrive uno storico della filosofia[81], «vi ha

l'esaltazione di una grande anima, che sente in se stessa la immanenza

dello spirito, e sa che nella unità del suo essere e di tutti gli

esseri consiste tutta la vita del pensiero. Nella profondità di questa

coscienza vi ha qualche cosa che rassomiglia al sacro furore di una

baccante; essa trabocca, per divenire oggetto a se stessa ed esprimere

tanta ricchezza». È qui, ho detto io in una mia breve scrittura sulla

filosofia italiana[82], tutta la differenza tra Bruno e Campanella.

Per Campanella l'universo non è certo una cosa morta; tutte le cose

vivono, anzi sentono, e l'anima universale le muove e alimenta. Ma

questa vita è solo ombra della vita vera: la fonte di ogni vita è fuori

di essa. A questa fonte non si perviene coll'intelletto, il quale è

sempre condannato a cibarsi d'acqua e di fango: noi ne gustiamo appena

qualche analogia mediante la fede. Anche Bruno lascia sussistere questo

incomprensibile, o almeno non lo nega assolutamente; ma affermandolo lo

riduce a un punto oscuro piccolissimo, il quale non reca alcun tormento

all'animo umano, perchè tutti i tesori che esso può nascondere egli

li contempla vivi, reali ed esplicati nella natura, nell'universo,

nel mondo, cioè, al dir di Bruno, in quella celeste Anfitrite che è

la infinita genitura, perfetta somiglianza e imagine dell'infinito

generante. Così l'universo per Bruno non è solo la _statua_ di Dio, ma

la sua infinita rivelazione; non la tomba della divinità morta, ma la

sede della divinità vivente; anzi la vera e unica vita di Dio; perchè

vivere è rivelarsi, e si rivela chi genera e si contempla e specchia

nella sua genitura. Senza l'universo Dio sarebbe infinità astratta, non

reale. Bruno concede la prima all'attività de' teologi, e la seconda

assegna ai filosofi come il loro unico e vero Dio.

_B_) È stato detto che Bruno è il precursore di Spinoza, anzi lo

Spinoza italiano. Ciò è in grandissima parte vero. Ma non sempre è

stato inteso il vero concetto dello spinozismo, e però quel che si

voleva significare con un tal paragone[83].

Spinoza, si è detto, è il filosofo della _Sostanza_; per lui Dio è la

identità e la indifferenza assoluta del pensiero e dell'estensione, de'

due universi, del corporeo e dello spirituale, e come tale indifferenza

è un essere immobile e senza vita: il carattere della Sostanza è

l'immobilità assoluta.

Or tale non è il Dio di Bruno. Il Dio di Bruno è la vita stessa,

infinita attività, infinita rivelazione di se stesso. Come dunque si

può dire, che Bruno precorra Spinoza?

È vero che il Dio di Spinoza è la Sostanza, cioè assoluta indifferenza;

ma non è solo questo. Il pregio di Spinoza nella storia della filosofia

non è solo di aver concepito Dio come Sostanza; o piuttosto, la

Sostanza di Spinoza non è quella che comunemente s'intende sotto un tal

nome.

Quella identità, che è la Sostanza, non è semplice Essere, pura

immobilità, ma _Causa sui. Causa sui_, — questo concetto che il nostro

Mamiani dice contradittorio, assurdo, perchè lo stesso ente non può

essere a un tempo causa ed effetto di se medesimo, — questo è quello

che ha di nuovo e di proprio la Sostanza di Spinoza. Essa è di certo

assoluta indifferenza dei due opposti (pensiero ed estensione): ma,

come tale indifferenza, è _assoluta attività, causalità infinita_.

Essa non è semplice _immanenza_ (Sostanza), ma _attività_ immanente

(Sostanza causa).

Il _concetto_ di Dio come causalità immanente: tale è la novità dello

spinozismo.

La filosofia italiana nelle sue relazioni con la filosofia europea · 第 23 / 97 题