II.

Intanto, perchè qualcuno non dica che queste determinazioni le abbia

immaginate io stesso per insinuare negli animi ingenui il sentimento

di quella comunità d'indirizzo, che secondo la sentenza de' nostri

bramani non ci è nè ci può essere, e vituperare così la nazionalità

propria della nostra filosofia; e che in ogni caso Campanella e

Bruno non siano tutta la filosofia italiana del Risorgimento, e tanto

più che quegli puzza di congiura e di carcere, e questi di eresia e

di rogo, io sento l'obbligo di far precedere ancora alcune notizie

all'esposizione particolare del pensiero di questi due nostri filosofi.

La dimostrazione di quella comunità d'indirizzo e della verità

storica di quelle determinazioni è solo la storia della filosofia

del Risorgimento: opera lunga, difficile e laboriosa, che è ancora

un desiderio. Non potendo nè volendo io fare qui questa storia, mi

contenterò di leggere, o testualmente o compendiati, e accompagnare di

qualche comento alcuni luoghi de' filosofi di quel tempo, ne' quali il

nuovo indirizzo e le nuove determinazioni a me paiono immediatamente

evidenti. Del resto, questa lettura, che non merita nè anche il nome

di semplice cronica, servirà in ogni caso, se non a formare, almeno

a preparare nell'animo vostro quella convinzione, che è lo scopo di

queste mie lezioni.

_a_) A un tale, che nella precedente lezione quasi mi accusava di voler

_distruggere la Scolastica_ (_sic_!), io risposi: — non sono io, ma la

storia che si è incaricata da un pezzo di questa faccenda. — Ora potrei

dire a colui: pigliatevela col _cardinale di Cusa_[39]; giacchè egli

primo, il Cardinale, scosse quel giogo, che il mio accusatore si duole

che voglia scuotere io. Si rassicuri pure il mio accusatore, e stia

tranquillo; quel giogo è non solo scosso, ma infranto da più secoli,

e, checchè si dica o faccia per rappezzarcelo sopra le spalle, non sarà

altro che un innocente desiderio o piuttosto una pia commemorazione.

Dal Cusano a Bruno e Campanella corrono circa 200 anni. La prima cosa,

il Cusano raccomanda la tolleranza religiosa, e con tale ardimento,

che farebbe paura anche in questo secolo. _Non est nisi una religio in

rituum varietate.... Una est igitur religio et cultus omnium intellectu

vigentium_. — Il fondamento filosofico di questa tolleranza è quella

duplice tendenza, più o meno comune a tutti i filosofi del Risorgimento

e opposta direttamente alla Scolastica, cioè: la convinzione,

che la perfetta conoscenza della verità (di Dio) sia impossibile

(scetticismo), e che la sola conoscenza possibile di Dio sia quella,

che consiste nella contemplazione della natura (naturalismo). Noi

non possiamo, dice il Cusano, conoscere i misteri impenetrabili

di Dio; finiti e limitati come siamo, non ci è dato di saziare il

nostro desiderio della verità. In questo senso siamo _ignoranti_. Pur

dobbiamo, quanto è possibile, contemplare le cose dell'universo, per

accostarci alla conoscenza della verità; giacchè le cose dell'universo

contengono nella loro profondità una gran ricchezza, la ricchezza di

Dio stesso, spiegata e sparsa per modo, che la loro considerazione può

bastare ad alimentare continuamente il nostro spirito insaziabile. —

Gli Scolastici, si sa, non vedevano nel mondo che povertà e miseria.

— Così col Cusano comincia, o piuttosto ricomincia il problema della

contemplazione della natura.

Le ragioni di questa duplice tendenza nel Cusano sono ne' seguenti

concetti di Dio, delle potenze del conoscere, e del mondo:

1. _Ragione dello scetticismo._ Dio è la coincidenza de'

contradittorii. _Debet autem in his profundus omnis nostri humani

ingenii conatus esse, ut ad illam se elevet simplicitatem, ubi

contradictoria coincidunt_[40]. Perciò Dio è la negazione — la pura

negazione — del finito: il _Negativo infinito_. Il mondo, al contrario,

è il _Privativo infinito_. Vi ha, infatti, una connessione intima e

universale di tutte le cose: il sistema delle cose, il Tutto. Ora, ogni

cosa è il tutto, ma _contratto_. Se non fosse il _Tutto contratto_,

sarebbe Dio. Dio solo è il Mondo stesso — il Tutto — senza contrazione:

_absoluta quidditas mundi_.

Noi non possiamo conoscere questa connessione (_complicatio_) o

quiddità assoluta, perchè tre sono le nostre potenze conoscitive:

senso, ragione, intelletto. Il senso ci fa apprendere il particolare,

senza nesso; la ragione, quel nesso, _ubi contraria se compatiuntur

ut oppositae differentiae in genere_; l'intelletto, quel nesso, _ubi

contradictoria se compatiuntur_. Sopra questo nesso vi ha quello — il

divino —, _ubi omnia absque differentia coincidunt_. Questa coincidenza

noi non possiamo apprendere. Essa è la _summa praecisio intellectus_,

come l'intelletto è della ragione, e la ragione è del senso.

2. _Ragione del naturalismo._ L'universo è il _Mezzo_ assoluto tra Dio

e le cose. _Deus est, mediante universo, in omnibus; et pluralitas

rerum, mediante universo, in Deo_. Così la mente di Dio si conosce

dalle sue opere, cioè dalla sua relazione col mondo: mediante il verbo

di Dio. I mistici al contrario si ritirano dal mondo nella oscura

profondità dell'anima, sperando così di arrivare alla conoscenza di

Dio.

_b_) Tra i greci venuti in Italia, _Pletone_[41] raccomanda di non

dare nessuna importanza alle opinioni ecclesiastiche nelle cose

filosofiche. E sebbene dica, che la teologia è la scienza fondamentale,

pure — quando si va a vedere — questa teologia non è cristiana, ma

politeistica; i suoi iddii non sono altro che le forze della natura;

promovendo la teologia, egli promuove la contemplazione fisica delle

cose. — Pletone fu maestro del cardinale _Bessarione_[42].

_c_) Tra i filologi latini il Valla[43] — spirito irrequieto,

malédico, nemico de' pregiudizii, avido di novità — nega la donazione

di Costantino, mette in dubbio la tradizione sulla origine della

confessione degli apostoli, mostra i difetti dell'antica traduzione

della Bibbia; e — ciò che più importa qui — combatte la Scolastica, il

linguaggio barbaro de' suoi dottori e le regole sillogistiche a nome

della rettorica e della filologia, della natura e del senso comune.

Valla considera il senso comune nell'uso della lingua. Biasima la

pretensione de' filosofi che vogliono conoscer tutto, e dice che i

misteri non si possono conoscere. _Naturam... in omnibus esse ducem.

— Idem est Natura quod Deus, aut fere Deus._ — Vuole una morale più

libera e meno astratta; il vero bene non sia la virtù, ma il piacere,

cioè il fine della virtù. _Ubi sunt, qui honestum propter se dicunt

expetendum? Ne Deo quidem sine spe remunerationis servire fas est._ —

Qui si vede insieme scetticismo e naturalismo.

Anche _Rodolfo Agricola_[44], che visse nello stesso secolo di Valla,

antepone la rettorica a ogni altra disciplina e vuole in tutto la

_chiarezza_. Nello stesso tempo afferma, che non si può saper tutto,

e che alcuni enimmi non hanno ancora trovato il loro Edipo nè lo

troveranno mai.

_d_) Tra i platonici e teosofi _Marsilio Ficino_ raccomanda, come

il Cusano, la tolleranza religiosa. L'unico mezzo di ricondurre alla

fede i filosofi, che non credono, essere la buona filosofia, non le

prediche. Esalta la dignità dell'uomo: onorando Dio noi onoriamo noi

medesimi, perchè riconosciamo in noi la dignità divina. Noi conosciamo

Dio mediante il _divino_ che è in noi, e non altrimenti.

_Giovanni Pico_ della Mirandola[45] non vede altra via di conoscere

il mistero della natura che la rivelazione: alla quale nondimeno si

deve aggiungere lo studio delle tradizioni pagane, che contengono una

rivelazione antichissima. Esalta, anche più che il Ficino, la dignità

dell'uomo. L'uomo non è limitato da una natura particolare, ma ha una

natura universale. _Definita caeteris natura_, dice Dio all'uomo,

_inter praescriptas a nobis leges coërcetur. Tu nullis angustiis

coërcitus, pro tuo arbitrio, in cuius manu te, posui, tibi illam,

praefinies. Medium te mundi posui, ut circumspiceres inde commodius,

quidquid est in mundo. Nec te coelestem, neque terrenum, neque

mortalem, neque immortalem fecimus, ut fui ipsius quasi arbitrarius

honorariusque plastes et fictor, in quam malueris tute formam

effingas. Poteris in inferiora, quae sunt bruta, degenerare. Poteris

in superiora, quae sunt divina, ex tui animi sententia regenerari. —

Hominis substantia..... omnium in se naturarum substantias et totius

universitatis plenitudinem re ipsa complectitur..... Est autem haec

diversitas inter Deum et hominem, quod Deus in se omnia continet uti

omnium_ principium, _homo autem in se omnia continet uti omnium_ medium

(cioè, centro di ogni cosa.). — La conoscenza umana può abbracciar

tutto; in certo modo il conoscente diventa ciò che egli conosce.

L'essenza di ogni ente è nel suo interno; nella conoscenza l'uomo può

appropriarsi questa essenza interna: siccome insegna anche Aristotele,

che l'anima è tutto, perchè conosce tutto. Senonchè la conoscenza

è solo un possesso parziale delle cose. L'uomo si appropria davvero

tutte le cose solo coll'amore: colla _volontà_. — Doversi investigare

la natura; questo essere il vero modo di vincere la superstizione.

L'esistenza materiale essere la condizione necessaria della nostra vita

mondana e il cominciamento d'ogni sviluppo.

_Francesco Zorzi_[46], veneziano (frate de' Minori), celebra l'armonia

di ogni cosa con ogni cosa, e di tutte le cose coll'uomo (_Harmonia

mundi totius_). Dio essere la suprema concordia di tutte le cose; e noi

ci eleviamo alla conoscenza di Dio dalla investigazione della natura.

_Giovanni Reuchlin_[47] predica anche lui la tolleranza religiosa, e

difende — come fa anche _Cornelio Agrippa_[48] — gl'israeliti contro

i teologi di Colonia. — Dice, che il sillogismo, il ragionamento, il

discorso non basta per conoscere le cose, ma si richiede la fede. Ma la

fede cristiana neanche basta: il Dio immanente si _rivela_ al nostro

spirito, e questa rivelazione è più profonda della cristiana. — Il

ragionamento non può comprendere l'unità degli opposti. _In_ mentis

_regione aliqua sunt necessaria, quae in_ ratione _sunt impossibilia.

In mente datur coincidere contraria et contradictoria, quae in ratione

longissime separantur._ Non bastare l'intuito interiore di Dio senza la

contemplazione della natura (misticismo); ma dalla conoscenza del mondo

si procede a quella di Dio. _Omnes res inferiores sunt repraesentativae

superiorum, et uti fit inferius, sic agitur superius._ Per ben morire,

per godere della beatitudine, si deve anche ben vivere e cercare di

godere della felicità: si abbia cura del corpo, e non solo dell'anima.

— La volontà è più potente della natura. La volontà di Dio si conosce

dalle sue rivelazioni nell'universo.

Il platonismo non era, di certo, favorevole alla Scolastica, e se

il mio oppositore fosse nato in que' tempi, non avrebbe mancato

di accusarlo nelle debite forme. Questi filosofi scrivevano con

una certa eleganza; allargavano i limiti della teologia, che sino

allora era stata unicamente cristiana, senza veruna relazione colle

altre religioni e colla natura in generale; e considerando gl'ideali

platonici come tipi delle cose favorivano e promovevano lo studio della

natura come rivelazione di Dio, e anche lo studio delle azioni umane.

Queste novità non avrebbero potuto formare tanti capi di accusa?

_e_) Tra gli aristotelici — oltre _Leonico Tomeo_[49], il quale si

sforza di conciliare la dottrina aristotelica della _tabula rasa_ colla

platonica della _reminiscenza delle idee_ —, _Alessandro Achillini_

(professore a Bologna[50]) non vuol riconoscere altro _universale_, che

quello che come essenza delle cose è nella Natura. Il vero Universale

non è separato dal particolare, nè è prima del particolare; ma è

come forma nella materia. Gli universali, come forme nella materia,

servono a formare l'intelletto umano, e a fargli conoscere l'Eterno.

Originariamente l'intelletto è solo _possibile_, non ha in sè verun

pensiero universale innato, ma solo la potenza di conoscere. Comincia

dal sensibile, e nel sensibile conosce le idee universali poste da

Dio nella natura. L'universale, che è nella natura, ci riunisce a Dio.

Quindi la necessità d'investigare i pensieri universali di Dio nella

natura.

Uno studio più diligente di Aristotele, dice il Ritter, avea già

fatto vedere che l'aristotelismo non era favorevole al nominalismo.

Il nominalismo negando la realtà degli universali, era contrario alla

investigazione di Dio nella natura, e favoriva la opposizione tra il

soprannaturale e il naturale.

_Pomponazzi_ (mantovano)[51] investiga i limiti dell'intelletto

umano. La nostra conoscenza non apprende la verità per intuizione,

ed è solamente ombra e vestigio d'_intelletto_. _Verius et ratio

quam intellectus appellari dicitur. Non enim, ut ita dixerim,

intellectus est, sed vestigium et umbra intellectus_[52]. L'unione

dell'intelletto _possibile_ coll'_attivo_ non può essere lo scopo

della attività umana; l'uomo _aliquid immaterialitatis odorat_[53],

e non altro; anzi sa poco della stessa natura. — Ha più autorità il

senso che la ragione, più l'esperienza che i principii razionali. I

primi principii non si possono _provare_, ma solamente _credere_. E

se ciò avviene nella cognizione naturale, tanto più avrà luogo nella

cognizione del soprannaturale. In questa è necessaria la fede. — Non

solo l'attività speculativa, ma anche l'attività pratica dell'uomo

è _limitata_, sebbene meno della prima. Praticamente l'uomo può

arrivare a quella perfezione, a cui non può giungere speculativamente.

— Doversi ammettere la _contingenza_ della creazione, ma non potersi

comprendere dalla nostra intelligenza. Nello stesso modo, la ragione

naturale non può conciliare la libertà umana e la provvidenza divina;

nè risolvere il problema dell'immortalità dell'anima. — Senza il corpo

non è possibile nè l'intelletto teoretico, nè il pratico: quello non

conosce l'universale che nel particolare, e per la rappresentazione

del particolare ha bisogno del senso e della immaginazione; il senso

senza il corpo, come oggetto della sua attività, non può far nulla;

la volontà non opera senza strumenti corporei. Così la vita morale,

nella quale consiste tutta la dignità dell'uomo, non è possibile senza

il corpo. — Questa necessità del corpo, così per la speculazione come

per la pratica, limita di tal maniera il nostro intelletto, che, posto

anche che noi fossimo immortali, non potremmo mai conoscere davvero

la verità. (Pomponazzi nega la visione intuitiva in Paradiso). In che

dunque deve esercitarsi l'intelletto? Non nel cercare di conoscere

degli oggetti trascendenti, ma nell'attendere a' bisogni pratici della

vita.

Pomponazzi espone arditamente la opposizione tra l'autorità filosofica

e la religiosa, tra la conoscenza naturale e la soprannaturale, e nega

perfino che questa abbia un privilegio su quella; il soprannaturale non

poter essere conosciuto nè meno dopo la morte. — Questo scetticismo di

Pomponazzi è temperato dalla sua filosofia pratica; la vita pratica sia

appunto la destinazione dell'uomo. — Nessuno de' suoi contemporanei,

dice il Ritter, ha investigato meglio di lui la connessione della

scienza colla vita reale. Questa gloria non gli si può negare.

_f_) Tra i nuovi filologi, _Ludovico Vives_[54] crede impossibile una

dottrina della _prova scientifica_: la scienza umana essere limitata,

e riuscire alla semplice verisimiglianza, non alla verità assoluta.

L'elemento pratico sia da preferire allo speculativo.

_Nizolio_[55] nega la realtà delle idee universali: solo le cose

materiali essere conoscibili, e il vero metodo essere l'induzione.

Quindi impossibile la scienza, che è appunto la cognizione degli

universali; la conoscenza non poter essere altro che _opinione_:

conoscenza di sensibili e di particolari. — Questo indirizzo favoriva

lo studio delle cose naturali. — Nizolio distingue, come anche Vives,

l'elemento _formale_ dall'elemento materiale della cognizione: quello

costituisce la filologia, questo la filosofia; quello è l'_anima_,

questo il _corpo_. — La stessa distinzione è fatta da _Pietro de

la Ramée_ (Ramus)[56], il quale preferisce anche il lato formale al

materiale.

L'indirizzo de' filologi aveva questo significato: si stia alla

natura, e si riconosca come legge ciò che essa c'insegna; il suo vero

insegnamento è nel senso retto. — Il clero in quel tempo era separato

scolasticamente dal popolo, e i filologi contribuirono a togliere

questa divisione tra i letterati e il popolo, facendo valere il

senso comune e la maniera ordinaria di pensare e parlare. I filologi

dicevano: se gli scienziati possono formarsi delle parole tecniche, non

devono però separarsi dalla vita comune del popolo, in mezzo al quale

vivono.

_g_) Tra i riformatori, _Melantone_[57] dice, che la verità assoluta

non si può conoscere, e bisogna contentarsi della esperienza;

cominciare da' sensi per elevarsi alla conoscenza delle cose

spirituali. Il mondo essere una rivelazione di Dio: e come tale,

oggetto della filosofia. Teologia e filosofia devono essere separate;

la filosofia deve essere _popolare_, e servire alla vita. Non si

deve amare la sola virtù, ma anche la vita e i beni della vita: il

matrimonio, la comunità politica, i piaceri ordinati e concessi da Dio.

_Paracelso_[58] espone la necessità, che l'uomo cerchi la verità non

solo in se stesso, ma anche fuori di se stesso, e conosca il piccolo

mondo, — il mondo interiore, — dal gran mondo, dall'esterno. L'arte

umana consiste nel fare interno l'esterno, per modo che il gran mondo

passi nel piccolo. Che altro è la natura, se non la filosofia? E che

altro è la filosofia, se non la natura invisibile? Chi conosce, porta

invisibilmente la cosa in se medesimo: è puro specchio delle cose. —

Il filosofo deve fare del cielo e della terra un microcosmo, e non

trovare nel cielo e nella terra, se non ciò che trova nell'uomo. —

Dio si conosce mediante la natura. — L'uomo contiene in sè tutti gli

elementi del mondo, ed è nato a fare che la natura si manifesti, cioè

si appalesi l'intima essenza, posta da Dio nelle cose. Così nell'uomo

si compie la destinazione del mondo. Ma ciò essere impossibile senza la

_esperienza_: senza il _lavoro_ dell'uomo, il quale deve _separare_ e

_unire_ le cose, e trasportare l'interno nell'esterno.

_h_) In Italia — mentre la gerarchla, specialmente per opera de'

gesuiti, si sforzava di rinnovare la Scolastica — il _naturalismo_

prendeva una forma più schietta e determinata. — _Telesio_[59] professa

di voler seguire il _senso_ e la _natura_. _Qui ante nos mundi huius

constructionem rerumque in eo contentarum naturam perscrutati sunt,

diuturnis quidem vigiliis magnisque illam indagasse laboribus, at

nequaquam_ inspexisse _videntur._ — Sensum _videlicet nos et_ naturam,

_aliud praeterea nihil secuti sumus_[60]. — In questo luogo è enunciato

il nuovo principio delle scienze naturali: il metodo naturale è di

osservazione. Telesio precorre Bacone e Galileo. Il solo _senso_,

egli dice in un altro luogo, ci fa conoscere la natura; anzi la prova

derivata dal senso è migliore della matematica. _In eo certe_ naturales

_(conclusiones) praestare videntur, quod a_ propriis _hae principiis

et a_ propriis _manant causis, at mathematicae a_ signo _omnes_[61].

— Si sa dove si riuscì, ne' secoli posteriori, per questa unica via:

al naturalismo e al materialismo. E infatti per Telesio, che vuole

investigare ogni cosa col senso, tutti gli oggetti si trasformano in

oggetti sensibili: le forze della natura non sono che forze sensibili.

E, nell'etica stessa, ogni virtù si riduce all'istinto sensibile

della _conservazione di sè stesso_; e ha un sol fondamento, cioè

la riflessione ragionevole, che nasce dall'esperienza di quel che è

utile o nocivo. L'interesse personale è in tutti i nostri appetiti ed

affetti.

Telesio separa la fisica dalla teologia, dalla morale, dalla religione,

e dalla stessa metafisica. Non nega queste scienze, anzi ammette una

scienza superiore alla fisica, ma vuole che quelle non abbiano veruna

influenza su questa.

_i_) Tra gli ultimi platonici, _Patrizio_[62] — amico a' gesuiti,

ai quali raccomanda la sua filosofia, e denigratore arrabbiato di

Aristotele — segue pure, più o meno, lo stesso indirizzo di Telesio.

Nel suo sistema (_Nova de universis philosophia_) si propone

principalmente di spiegare l'universo con ragioni fisiche, e di

ricercare nella _esperienza_ i punti di unione di tutte le scienze.

Ammette la metafisica, e ne fa uso frequentemente, sebbene vagamente e

senza esatte definizioni de' principii; ma, al far de' conti, questa

scienza — come teorica del soprannaturale — non ha per lui, come per

gli altri fisici della sua stessa pasta, altro ufficio, che quello di

indicare i limiti della fisica: nel fatto essa non ha più posto d'onore

tra le scienze. Con tutto ciò egli non è sensualista come Telesio, e

pone l'origine di ogni cognizione non solo nel senso, ma nella mente.

_De incognitis nulla nobis condetur philosophia. A cognitis ergo

initium sumendum. Cognitio omnis a mente primam originem, a sensibus

exordium habet primum._ Ogni attività, ogni forza è sempre per Patrizio

qualcosa d'incorporeo ed immateriale; il corpo, la materia, è per sè

inerte; una forza puramente sensibile è una contraddizione. _Omnis enim

actio incorporei. Nullum enim corpus actionem sui natura habet ullam,

et si quid corpora agere videantur, per incorporeum quid, quod in ipsis

est, id operantur. — Passiones namque corporum sunt actiones. Nihil

enim aliud agit corpus quam patitur._ — Il merito di Patrizio sopra i

suoi predecessori è di aver avuto un concetto più chiaro e rigoroso di

questa dottrina.

_k_) Tra gli ultimi aristotelici, _Cesalpino_[63] — autore della prima

botanica sistematica e della prima mineralogia, e scopritore della

circolazione del sangue prima di Harvey — concepisce l'universo come

un ente vivo, e tutte le cose come parti organiche di quest'ente. Le

cose non hanno significato, che in quanto sono organi dell'universo ed

hanno in sè la vita del tutto. L'essere di ogni sostanza non è altro

che la sua stessa attività, e la connessione di tutte le attività

è la vita universale del mondo. — Fondamento eterno e universale

di tutte le cose è la materia, la quale come soggetto de' corpi è

ingenita e incorruttibile, ed è la _estensione pura_ (_ingenita et

incorruptibilis substantia_). La materia è l'_essere intelligibile_

di Dio (pel cardinale di Cusa era la potenza); il quale, come

_intelligenza_, non è che la _forma universale_ del mondo. — L'essere

delle _cose intelligenti_ consiste nella conoscenza che hanno di se

stesse. La moltiplicità delle intelligenze dipende dalla moltitudine

delle forme materiali. Una è la intelligenza, la quale è in tutte le

parti, per modo che un essere intelligente non è già un'intelligenza

particolare, ma solo la intelligenza nel particolare. L'intelligenza

è _uno e molti_, come la potenza sensitiva dell'anima nelle membra

del corpo. Questa intelligenza è Dio. Esser vano domandare, se un

essere intelligente abbia intelletto degli _altri_, giacchè in verità

non sono altre intelligenze, ma una e medesima intelligenza. Essi

sono diversi come il piede e la mano, l'occhio e l'orecchio. — Il

_divino_ è in ogni cosa, e ogni cosa è in certo modo _uno_; altrimenti

non sarebbe possibile il passare da una cosa a un'altra. La scienza

deve comprendere quest'_Uno_ che è in tutte le cose, e anche in noi.

Comprendendo noi stessi, noi comprendiamo Dio, del quale siamo una

partecipazione; e questa eterna _intellezione_ è la _beatitudine_.

— Senza la materia, almeno come _materia pura_, non essere possibile

l'intelligenza; non esser possibile la moltitudine delle intelligenze.

_Zabarella_[64] pone anche la materia eterna, e dice anche, che come

soggetto del corpo è l'_estensione pura_. La fisica è superiore alla

metafisica, anzi il fondamento di essa. Dalla conoscenza del mondo

si procede a quella di Dio. Il principio pensante è inseparabile dal

corpo: dalla materia.

Cremonini[65] (professore a Ferrara e a Padova) raccomanda

l'_induzione_ e l'_esperienza_ come la vera via de' principii delle

scienze. La fisica è la scienza per eccellenza: l'esistenza di Dio

non si può provare che fisicamente. — L'essenza dello spirito è il

_pensiero_: l'essere intelligente non conosce che se stesso. L'essenza

della materia è l'_estensione_.

Da questa stessa scuola padovana provenne l'infelice Vanini[66]; del

quale taccio, perchè le sue opere e la sua filosofia sono abbastanza

note.

Da tutte queste citazioni, prese così qua e là e quasi alla rinfusa, si

vede chiaro dove debba andare a finire questo gran movimento di quasi

duecento anni, il quale si fece principalmente in Italia e si compì

in Bruno e Campanella. Cartesio, Bacone, Spinoza, Locke non si faranno

molto aspettare. Si dirà, che tutto questo periodo, a cui la storia ha

dato giustamente il nome di _Risorgimento_, non significhi altro che

l'_aberrazione_ dello spirito italiano. Si dica pure. Ma ciò che non

si può negare, è appunto questo: che tale aberrazione ha durato due

secoli, e coincide colle più grandi scoperte dello spirito moderno: la

stampa, la circumnavigazione, il nuovo mondo, il sistema copernicano,

e quel solenne avvertimento, per non dir altro, che ebbe da un frate

la gerarchla, e da cui essa trasse, al solito, quel profitto che tutti

sanno![67]

La filosofia italiana nelle sue relazioni con la filosofia europea · 第 17 / 97 题