vôlte, poi si girano sul popolo di statue che ne circonda. Là gli uomini
grandi sono accalcati, si pigiano, si nascondono. Fatti i primi passi,
s'incontra Pitt, Palmerston, Robert Peel: avanguardia degna della
legione. In un canto, Pasquale Paoli. I simulacri delle glorie supreme
sono frammisti a quei delle glorie minori, e invece di oscurarle, le
irradiano. È un Panteon divinamente democratico. I grandi principi
dormono accanto ai grandi poeti. Vicino a Shakespeare v'è un pedagogo:
Andrea Bell. Vicino a Newton, un portabandiere. Fra due ammiragli
vittoriosi, Garrick, l'attore, che si presenta fra le cortine del palco
scenico col sorriso sulle labbra. Fra una folla di ciambellani, di abati
e di ministri, fra i quali si passa indifferenti, s'incontrano le
immagini care e gloriose che fanno battere il cuore, come amici
ritrovati in un paese sconosciuto: Gray, Milton, Goldsmith, Thomson,
Thackeray, Addison, e l'ultimo, amato e compianto come i più grandi,
Carlo Dickens. In mezzo ai capitani famosi che insanguinarono il mare e
la terra, splende la gloria intatta e serena dei grandi benefattori: gli
apostoli dell'abolizione della schiavitù; Hanway, il filantropo;
Wintringham, il medico; James Watt, l'inventore della macchina a
vapore. Accanto alla grandezza sfolgorante del genio, la grandezza
austera delle anime integre, dei caratteri indomabili, delle lunghe vite
spese in lavori pazienti e in sacrifizi ignorati. Ma che diversi
pensieri in quelle cappelle rivestite di meravigliosi ricami di pietra,
dove si cammina fra i sepolcri dei principi, fra i ricordi della potenza
e delle sventure di sette schiatte di re! Se tutto il sangue che fece
spicciare il pugnale o la scure dalle vene della gente sepolta fra la
tomba di Enrico VII e quella di Edoardo il Confessore, si spandesse
tutto a un tratto nel santuario, non rimarrebbe un palmo di marmo senza
macchia. Maria Stuarda, Lord Stafford, il marito di Anna, duchessa di
Somerset, decapitati; Tommaso Tyrme, assassinato; Aymer di Valenza,
conte di Pembroc, assassinato; Tommaso di Woodstock, duca di Salisbury,
assassinato; Riccardo II, assassinato; Edoardo V e il fratello duca di
York, gli sventurati figli di Edoardo, assassinati; il duca di
Buckingam, assassinato: Spencer Perceval, cancelliere del tesoro,
assassinato; Nicola Bagenall, soffocato nella culla dalla nutrice. Dopo
fatto il giro delle cappelle, colsi un momento che il custode guardava
da un'altra parte, per sedermi sul vecchio trono dei re di Scozia; e poi
battei la mano sulla pietra dove il patriarca Giacobbe posò la testa
quand'ebbe la visione divina.
* * * * *
Chi non ha visto piovere a Londra, non ha visto Londra; ed io ebbi
questo piacere la mattina che andai a vedere il _tunnel_ sotto il
Tamigi. Capii allora come con quel tempo, si possa esser presi dalla
tentazione di tirarsi una pistolettata. Le case sgocciolano, come se
sudassero; l'acqua non par che scenda soltanto dal cielo, ma che trapeli
dai muri e dalla terra; i colori cupi delle case diventan più cupi, e
pigliano un'apparenza oleosa; le imboccature dei vicoli sembrano
imboccature di grotte; tutto par sucido, logoro, muffoso, sinistro;
l'occhio non sa dove rivolgersi, che non incontri qualcosa di
sgradevole; si senton dei brividi che fan l'effetto dell'assalto
improvviso d'un malanno; si prova un senso molesto di stanchezza,
un'uggia d'ogni cosa, una voglia inesprimibile di sparire come un lampo
da questo mondo noioso.
* * * * *
Mentre pensavo queste cose, sparii davvero dal mondo, scendendo per una
scala a chiocciola illuminata, che si sprofonda nella terra, sulla riva
destra del Tamigi, di fronte alla Torre di Londra. Discesi, discesi, fra
due pareti fosche, fin che mi trovai dinanzi all'apertura rotonda del
gigantesco tubo di ferro, che ondeggia come un gran budello nel ventre
enorme del fiume. L'interno di questo tubo si presenta come un corridoio
sotterraneo, del quale non si vede la fine. È rischiarato da una fila di
lumi a perdita d'occhio che mandano una luce velata, come lampade
sepolcrali; vi è un'aria nebbiosa; vi si va per lunghi tratti senza
incontrar nessuno; le pareti sgocciolano come i muri d'un acquedotto;
l'intavolato si move sotto i piedi come il palco d'un bastimento; il
passo e le voci della gente che viene incontro, mandano un suono
cavernoso, e si sentono prima che la gente si veda; le persone, da
lontano, paiono grandi ombre; v'è in fine non so che di misterioso che
senza far paura mette in cuore una vaga inquietudine. Quando poi si è
giunti nel mezzo, e non si vede più fondo nè di qua nè di là, e regna un
silenzio di catacomba, e non si sa quanta strada rimanga da fare, e si
pensa che s'è giù nell'acqua, nella profondità oscura del fiume dove
spirano i suicidi, e che sul nostro capo passano i bastimenti, e che se
s'aprisse una crepa nella parete, non si avrebbe più il tempo di
raccomandar l'anima a Dio, in quel momento, oh come par bello il sole!
Credo che avevo fatto poco meno d'un miglio quando arrivai all'opposta
imboccatura sulla sinistra del Tamigi; salii per una scala gemella di
quell'altra, e riuscii davanti alla torre di Londra.
* * * * *
Questi monumenti esecrabili della crudeltà e della sventura umana mi
ispirarono sempre una ripulsione più forte della curiosità; ma
ricordando i nomi di coloro che morirono fra quelle mura, mi sentii
forzato ad entrare. Appena passato il primo recinto, le memorie
terribili si affollano. Il castello, costrutto in forma di pentagono, è
sormontato da otto torri, ognuna delle quali rammenta un prigioniero
famoso e una morte miseranda. In una furono assassinati i figli di
Edoardo IV, in un'altra assassinato Enrico VI, in una terza annegato
dentro una botte il duca di Clarence, fratello di Edoardo VI. Nella
torre delle campane fu chiusa la regina Elisabetta; in quella di
Beauchamp passò gli ultimi giorni della sua vita Anna Bolena; in quella
dei Mattoni, Giovanna Grey. Fatti pochi passi, si giunge nella piazzetta
dei supplizi segreti, dove, fra le molte altre vittime, Giovanna Grey fu
decapitata. Poco distante è la piccola chiesa dove sono sepolti Anna
Bolena, Roberto Devereux, Caterina Howard, e altri che furono avvelenati
o pugnalati o strozzati nelle segrete. Il castello, nudo e lugubre di
fuori, è anche più triste dentro. Le scale, strette e schiacciate dalle
vôlte, conducono in grandi sale squallide, in lunghi corridoi
semi-oscuri, in celle sinistre, in quei sepolcri di gente viva dove si
stracciarono i capelli e batterono il capo nelle pareti tanti infelici
impazziti dalla disperazione. La mente si distrae per poco da quei
pensieri in mezzo alle splendide armature dei re e dei principi,
raccolte nelle sale a terreno; e poi vi ricade, al veder l'orrenda
segreta dove Walter Raleigh, il favorito di Elisabetta, languì dodici
anni; la scure e il ceppo ancora macchiato di sangue, dove fu troncata
la testa a centinaia di prigionieri della Torre; gli strumenti ancora
intatti, coi quali si straziavano le carni e si stritolavan le ossa,
senza dare la morte. Grida che sfuggono ad una creatura umana soltanto
insieme alla vita, gemiti che fanno inorridire, atteggiamenti, parole
supplichevoli che lacerano il cuore, e resistenze sovrumane di gente che
non vuol morire, si sentono e si vedono col pensiero, vivissimamente,
girando pei recessi di quell'edifizio maledetto.
In una sala appartata, sotto una grande custodia di vetro, difesa da una
rete di ferro, si vede un mucchio di scettri, di diademi e di
braccialetti che abbarbagliano come un raggio di luce elettrica: sono i
diamanti della Corona d'Inghilterra, che presentano tutti insieme il
valore di settantacinque milioni di lire.
* * * * *
All'uscire della Torre di Londra, vidi per la prima volta in una
birreria un ubbriaco di _gin_. Mi fece orrore. Non credevo che
l'ubbriachezza potesse trasfigurare un uomo in quella maniera. I nostri
ubbriachi di vino, o smodatamente allegri o cascanti di sonno, sto per
dire che sono gradevoli a vedere in confronto di quegli uomini colla
faccia stravolta e convulsa, coperta di un pallore mortale, con
un'espressione di malato e di pazzo, e gli occhi spalancati e fissi come
occhi di cadaveri. E si vedono quei disgraziati, così ridotti, bere
ancora a gorgate quel liquore tremendo, stramazzare come gente
fulminata, picchiare sconciamente il capo nei muri e nei tavoli, e
insanguinarsi il viso; e i presenti assistere alla scena ridendo.
[Illustrazione: La Torre di Londra.]
Ma una vista che per le strade e nei parchi di Londra mi compensava del
brutto spettacolo degli ubbriachi, era la vista dei bambini, quei cari
bambini inglesi che godono meritamente la fama di essere i più gentili e
i più freschi del mondo. Dal color d'oro della lira sterlina fino al
biondo cinereo della seta più chiara e della fresca barba d'una
pannocchia di gran turco, si vedon capelli di tutte le sfumature di
biondo, cascanti in larghe onde lucide che mettono la tentazione di
darci una forbicciata passando. Guancine poi di tutte le gradazioni del
color di rosa, dalle foglie pallide che vestono il fiore alle piccine
voluttuose che fanno all'amore col pistillo; boccuccie purpuree da far
meravigliare che gli uccelli non se le becchino; pupille celesti e
candori da metter vergogna ai putti che svolazzano intorno alle
Concezioni del Murillo. Se non ho portato via una bracciata di questi
bimbi, è proprio perchè non li sapevo dove mettere. Ma non ebbi la forza
di resistere a un'altra tentazione. Un giorno, nel Green-Park, ne
agguantai uno che mi passò a tiro, gli schioccai tanti baci da levargli
il fiato, e rendendolo alla bambinaia che era accorsa per salvarlo, feci
un atto supplichevole come per dire:--Mi scusi, ne avevo bisogno.
* * * * *
I bimbi mi fanno ricordare della celebre esposizione di figure della
signora Tussaud. Non mi pentii d'esserci stato; ma n'ebbi un'impressione
quasi più penosa che gradita. Appena entrato, mi trovai dinanzi al
cadavere di Napoleone III, steso sul letto in grande uniforme, di
maresciallo, così mirabilmente imitato, che provai repugnanza ad
avvicinarmi. Mentre lo guardavo, vidi colla coda dell'occhio un signore
accanto a me che faceva un atto di dolore; mi voltai, lo guardai fisso,
e detti indietro con raccapriccio: era il Pietri--di cera--vestito di
nero, ritto in mezzo alla gente come uno spettro. Nella gran sala
principesca dove son centinaia di re, di regine, di generali, corti
intere d'Inghilterra e di Spagna, cogli splendidi costumi dei tempi,
respirai più libero. Girando intorno al trono d'un re d'Aragona,
m'imbattei nel ciuffetto del Thiers; poi scivolai fra l'imperatore
Guglielmo e il principe Federico Carlo, e passai dinanzi a Giulio Favre
e a Bismarck che discorrevano con molto calore in un angolo appartato.
Nella sala dove son raccolti i più famosi malfattori dell'Inghilterra
passai di volo. Quelle faccie di cretini feroci, quegli atteggiamenti
circospetti, quei panni macchiati di sangue, in quella mezza oscurità
che non lascia quasi avvertire la finzione, mi fecero orrore. Se
qualcuno in quel momento avesse gettato un grido dietro una cortina,
avrei creduto che uno di quegli assassini gli avesse piantato un
coltello nel cuore.
Andai un giorno a vedere quella famosa Banca d'Inghilterra che ha la
bagatella di novecento impiegati, ai quali dà la povertà di sei milioni
di stipendio, e possiede nelle sue casse la bellezza di quattrocento
milioni in oro e in argento, e conserva sotto una campanella di vetro un
biglietto che vale la giuggiola di venticinque milioni. Entrai nella
grande sala dove si fanno i pagamenti. Cento impiegati, affacciati a
cento finestrini, distribuiscono con una rapidità da prestigiatori
argento ed oro a rotoli, a manate, a palettate, e i creditori empiono in
furia tasche e sacchetti e scappano come ladri gettando intorno delle
occhiate di diffidenza. Bisogna vedere i lampi, i barlumi di sorriso, le
contrazioni leggerissime delle sopracciglia e delle labbra, e i mille
moti espressivissimi ma inesprimibili dei volti della gente, alla vista
di quell'oro. E bisogna vedere quell'oro come sguiscia, scappa,
sfolgora, e manda dei tintinni che sembran risa di allegrezza, e fa ogni
sorta di civetterie, che sembra animato e maligno. Anch'io, dinanzi a
quello spettacolo, provai per la prima volta un turbamento colpevole, e
feci una faccia che un che m'avesse veduto in quel punto, avrebbe
gridato:--Arrestatelo!--Quel sentimento, a diciott'anni, non l'avrei
provato! A quell'età non si dà pensiero di non esser ricchi. La
gioventù, come disse un grande poeta, è un _aspettare misterioso_, e fra
le mille cose che si aspettano nell'avvenire indeterminato e lontano, vi
è anche quella di diventar ricchi. Si spera ancora vagamente nelle
eredità di parenti ignoti e nei fasci dei biglietti di Banca trovati sul
tavolino da notte, una sera dopo il teatro, mandati non si sa da chi. Ma
ogni anno che passa, cancella una parola di queste promesse fantastiche
del nostro buon Genio, e allora la vista dell'oro fa pensare, e desta
dei desiderii malinconici: non per amor dell'ozio, ma di quella cara
indipendenza che il lavoro obbligato ci toglie, ma per poter lavorare
dieci anni intorno a un libro, per tenerci in casa quattro maestri di
lingue, per fare un viaggio in Africa, per poter offrire insieme
all'amore un diadema di rubini e un palazzo di granito.
Andai lo stesso giorno a vedere quella rinomata birreria di Barklay, che
paga allo Stato un'imposta di quattro milioni e mezzo di lire, e consuma
anno per anno trecento mila ettolitri d'orzo. Dopo aver girato un pezzo
per le strade d'un quartiere di Southwark in cerca della porta,
domandai, e mi fu fatto capire, con mia gran meraviglia, che mi trovavo
già nella birreria, e che fin allora non avevo fatto che passeggiare fra
le sue mura.--Ma chiamatela città di Barklay!--dissi poi al custode che
m'accompagnava. Il flemmatico inglese sorrise, e si diffuse per
gratitudine in minute spiegazioni, facendomi girare per gl'interminabili
labirinti di quegli edifizi, intorno a laghi di spuma, in mezzo a botti
titaniche, e a fragorose cascate di birra; e quando infine domandai un
po' di tregua per le mie gambe, mi condusse a riposare sur un alto
terrazzo, di dove accennando col braccio teso, come fa un generale
l'accampamento, quell'ampio giro di case, di magazzini, di scuderie, di
granai e di cortili, che formano la birreria Barklay:--Ecco,--disse
alteramente--la più grande birreria della terra!
* * * * *
Quella medesima sera, ripassai dinanzi alla Banca d'Inghilterra, vidi la
borsa, mi trattenni un po' in quel crocicchio di strade dove ferve il
gran commercio di Londra: e poi, tutto compreso di quello spettacolo,
tornai a casa agitato da una smania non mai provata di buttarmi agli
affari e di ammassare ricchezze.--Ma che scrivere!--dicevo tra
me.--Azione vuol essere! Cos'è questo passar la vita a spacciar parole?
È una vita rettorica. Bisogna lavorar sul sodo. Grazie al cielo sono
ancora in tempo. Ci son ben altri che si son dati al commercio più tardi
di me, e sono ancora riusciti a farsi una fortuna. Tornato che sarò in
Italia, mi darò moto, cercherò, farò qualche cosa. I miei amici
rideranno? E ridano! Riderò io pure quando mi farò fabbricare una villa
a Fiesole... Vediamo un po' che _ramo_ potrei tentare. Bisogna
cominciare dal poco. Vini, liquori.... non direi; cotone....--In quel
punto mi parve di vedere un ditino bianco appuntato verso di me, e
d'udire una voce canzonatoria domandarmi:--Tu?--Allora risi e rinunziai
al commercio.
[Illustrazione: St. James-Palast (Palazzo di S. Giacomo).]
IV.
Per veder bene i musei di Londra bisogna esser ricchi: poter cioè
piantare comodamente le tende nella gran città per un anno. Se no, le
visite ai musei non riescono altro che marcie forzate. Mi pare ancora di
correre per le sale interminabili di quell'emporio universale che è il
museo di South Kensington, sperando sempre, all'entrare in una nuova
sala, che quella sia l'ultima, e lasciando sempre cader la braccia al
vederne un'altra sfilata appena arrivato alla porta. È un gran che se mi
ricordo dei famosi cartoni di Raffaello, e d'un meraviglioso _Amleto_
del Lawrence che mi arrestò in un corridoio per propormi l'enimma
tremendo. Non presenta però questo inconveniente il piccolo museo di
pittura della piazza di Trafalgar, ed ho ancora vivi dinanzi agli occhi
quegl'immortali sposi di Hogarth, che furon pagati a lui due mila lire e
rivenduti per una somma venti volte maggiore cinquant'anni dopo; le
fantastiche battaglie di luce di Turner; i quadri di Raffaello cercati
per venticinque anni; e quelli dei quattro pittori prediletti
dall'Inghilterra: Correggio, Poussin, Murillo, Claudio il Lorenese. Ma
non feci che marcie forzate nel museo delle Indie, nel museo di Soane,
nel museo marittimo, nel collegio dei chirurghi, dove si vede lo
scheletro di Carolina Cracami, la famosa nana siciliana, che si poteva
seppellire sotto un cappello cilindrico; e di Byrne, il gigante
irlandese che passeggiando per le strade accendeva la pipa alla gente
del primo piano.
Ma l'impressione che mi rimarrà più di tutte, è quella che mi fece la
Camera dei Comuni. C'entrai senza saperlo,--era vuota;--guardai e
riguardai e non mi passò nemmeno per la mente che fosse la Camera. Una
sala, all'apparenza, piccina, decorata con una magnificenza piena di
grazia aristocratica, che arieggia un coro di cattedrale da canonici
eleganti, e che si presterebbe a meraviglia per un congresso di
contessine coi capelli biondi e le vesti bianche. Quando seppi ch'era la
Camera dei Comuni,--quella Camera dove suona la semplice e tranquilla
eloquenza dei primi oratori del mondo, che echeggia poi, spizzicata in
sentenze presuntuose e in citazioni pedantesche nei parlamenti
latini,--feci un atto rispettoso, domandai il permesso di toccare lo
scettro (_the Mace_) colla punta delle dita, colla speranza che mi
trasfondesse la non latina virtù delle discussioni pacate.
[Illustrazione: Il castello di Windsor.]
Dalle visite faticose ai Musei e ai Palazzi, m'andavo a riposare nei
parchi,--in quelle grandi oasi del _popoloso deserto_ di Londra, dove
l'anima si rallegra al vedere che il mondo non è tutto case e strade
ferrate; dove centinaia di bellissime donne su bellissimi cavalli
trascorrendo per viali di cui non si vede la fine, e migliaia di bimbi
sparpagliati alla corsa per prati immensi e intorno a grandi laghi
solcati da barchette innumerevoli, vi fanno pensare con piacere che la
vita non è tutta traffico e fatica; dove il verde rigoglioso, l'ilarità
dei volti e la melodia della musica italiana, vi ravvivano con un
sentimento di tenero desiderio l'immagine della patria cara che
rivedrete fra poco. O Hyde Park, Regent's Park, parco del Vittoria,
parco di Battersea, parco di Greenwich, parco di Southwark, parco di San
Giacomo, parco d'Olanda,--benefici consolatori delle mie malinconie,--io
vi ringrazio e vi saluto! E ripenso con gratitudine anche alla collina
del castello di Windsor, ai boschetti di Eton, ai passeggi di Richmond e
ai giardini di Kew e a tutti gli ameni dintorni di Londra, dove mi
salvai dalla noia micidiale delle domeniche. Ah! chi non ha visto Londra
la domenica, non sa che cos'è la noia. Le porte chiuse, le finestre
sbarrate, le strade deserte, le piazze silenziose; intieri quartieri
abbandonati, dove si potrebbe morir di fame senz'essere nè soccorsi nè
visti; uno squallore di città disabitata; un tedio infinito su tutte le
cose; si direbbe che le statue sonnecchiano e che le case s'annoiano, e
vi si apre la bocca in così larghi e lunghi e violenti sbadigli, che
subito vi vien fatto di tastarvi la faccia per vedere se c'è nulla di
dislogato.
Londra mi pareva di giorno in giorno più grande. Per quanto camminassi
con qualunque direzione, non riuscivo mai, non solo a vederne la fine,
ma nemmeno una radura di case che l'annunziasse. Da certe parti,
passandoci una seconda volta, scoprivo dei tratti di città grandi come
Firenze, che la prima volta m'erano sfuggiti. Ogni giorno, anche solo
nei quartieri della Westend che frequentavo, vedevo quasi per incanto
aprirmisi dinanzi qualche strada immensa che non avevo neanche visto
sulla carta. Mi mettevo in viaggio la mattina, ripassavo pei luoghi
percorsi il giorno innanzi, senza riconoscerli; arrivavo in un parco
dove mi fermavo a ripigliar fiato e coraggio; e poi daccapo nel
labirinto infinito delle strade, ora a piedi, ora in diligenza, ora in
_cab_, facendo un'esclamazione di stupore allo svolto d'ogni cantonata,
come quando si arriva sulla cima d'un monte e si scopre tutt'a un
tratto un nuovo paese. Ho ancora in capo mille immagini confuse di
crocicchi pieni di popolo, di grandi spazii solitari e di lontananze
nebbiose,--non so di che parte di Londra nè che giorno vedute,--che
spesso mi si confondono con visioni di quelle città immaginarie che ci
appariscon nei sogni.
La grandezza e la ricchezza di Londra mi facevano ogni momento una
impressione diversa. Alle volte sentivo il mio amor proprio d'italiano,
schiacciato; ricordavo con dispetto le meschine vanterie a cui ci
lasciamo andare in casa nostra, paragonandoci soltanto con noi medesimi;
mi proponevo, quando fossi in Italia, di rintuzzarlo con sarcasmo; avrei
voluto esser nato inglese, per aver diritto di guardare dall'alto in
basso i latini. Altre volte invece, lo spettacolo della superiorità di
quel paese mi faceva sentire pel mio un affetto più vivo, misto di pietà
gentile. Forse che un figliuolo, pensavo, deve amar meno sua madre
perchè è povera e malata? Spesso poi, neppure quella grandezza mi pareva
invidiabile. Vanità, dicevo; vanità. A che tende, come domanda il
pastore del Leopardi, tutto questo gran moto, questo immenso agitarsi
d'uomini e di cose? Sono più contenti di noi costoro? Hanno la
ricchezza! Ebbene, noi non abbiamo la nebbia, e un povero diavolo al
sole gode forse più la vita che un ricco al buio. E forse che non ci
sono anche qui miserie e dolori infiniti?--E anche questa povera Italia
qualche volta mi dava delle soddisfazioni d'amor proprio. Quando qualche
cortese compagno di diligenza, sentendo ch'ero italiano, mi volgeva uno
sguardo tra benevolo e curioso, come per cercare sul mio viso qualcosa
che rispondesse a quella vaga immagine di cose belle e di vita lieta che
desta in ogni straniero il nome d'Italia, sentivo un piacere vivo, e
vedevo nel cristallo del finestrino di rimpetto, che i miei occhi
brillavano e le mie guancie erano diventate color di rosa.
Ma che lezione di modestia è questo viaggiare! Come par ristretto a chi
viaggia il giro delle cognizioni e delle idee, in cui vive abitualmente,
e che pure, a casa sua, fra i suoi amici, e i suoi libri, gli pare già
così vasto! Veder che una metà almeno di quello che forma «il tesoro
d'istruzione» che abbiamo raccolto in tanti anni di studio e
d'osservazione, non ha quasi punto valore nel paese straniero dove ci
troviamo! Toccar con mano che a casa nostra, mentre credevamo di leggere
il libro del mondo, non ne leggevamo veramente che una pagina, che mille
cose che ci parevano grandi, importanti, e tali da riempire di sè mezzo
il mondo, non sono che robetta di casa, che non conta il bellissimo
nulla un passo fuori dell'uscio! A ogni passo che si fa in un paese
straniero, ci si apre sotto gli occhi come una crepa, per la quale
vediamo giù gli abissi della nostra ignoranza, e ci giunge d'in fondo
una risata di compassione. Ma v'hanno dei momenti, per contro, nei quali
il movimento delle idee ci si fa così rapido, e vediamo, indoviniamo,
comprendiamo in un lampo tante cose che ci erano ignote od oscure prima
d'allora, che se quella febbrile attività della mente potesse durare
continua, si sarebbe uomini straordinarii. Che grandi disegni si fanno
allora, che sfumano alla prima svoltata di strada!
* * * * *
Quello che mi meravigliò di più a Londra, dopo la grandezza e la
ricchezza, è l'ordine. Quella città enorme è assestata come un villaggio
olandese. Le funzioni della sua immensa vita si compiono a rigor di
orologio. Uno straniero che appena capisca il francese, si cava da solo
d'ogni impaccio e senza perdere un minuto di tempo. I muri e le
diligenze, coperte d'infinite iscrizioni, lo guidano costantemente, e a
ogni passo; qualcuno gli mette in mano un foglio stampato che gli dà
un consiglio o una notizia utile. In qualunque parte di Londra uno si
smarrisca, non ha che da andare nel senso del primo treno che vede
passare sui tetti; il treno lo conduce a una stazione; i muri della
stazione gl'insegnano la strada per tornar a casa. Un giorno salii sur
una diligenza senza saper dove andasse; fui condotto parecchie miglia
fuor di Londra; discesi a una trattoria di campagna, rimasi solo.
Nessuno di quei ch'eran là capiva una parola di francese, non potei
nemmeno sapere dov'ero, nè quando la diligenza sarebbe ripassata. Mi
prese un po' d'inquietudine. Girai per un villaggio, tutto casette
lustre e giardinetti leccati, dove non incontrai che qualche ragazzo
aristocratico a cavallo, e non vidi che qualche bionda testa di _miss_
dietro i vetri delle finestre: e v'era un silenzio di camposanto. Che
fare? Dove andare? A un tratto sentii un soffio che mi andò al cuore
come una voce d'un amico; corsi da quella parte e in quindici minuti fui
a Londra.
[Illustrazione: Il nuovo ponte di Londra.]