Vidi che lì non si quetava il core;[60]

[60] _Purg._ XIX 109.

quell’anima che con le altre, che furono avare, giace a terra supina e

distesa, aderendo al pavimento, sì come il loro occhio non si volse in

alto, fisso come era alle cose terrene, alle cose che non durano. E sono

immobili e legate, quell’anime, come queste del paradiso sono

supremamente mobili per la figurata croce, segno del sacrificio supremo:

Di corno in corno e tra la cima e il basso

.... scintillando forte

Nel congiungersi insieme e nel trapasso.[61]

[61] _Par._ XIV 109 e segg.

Nè vane sono le parole di Cacciaguida, sì quando descrive il riposato

vivere di Fiorenza dentro della cerchia antica, senza lusso, senza

smisurato spendio, sì quando parla di Can della Scala, che, impresso

nascendo dalla forte stella di Marte, mostrerà i primi segni di tale

influsso in non curar d’argento e farà tali magnificenze da vincere

l’invido silenzio dei nemici. E l’Uomo è in Giove, nella spera della

giustizia, nel cielo dei giusti re; i quali fanno ricordare i gran regi

che hanno a essere tuffati nel brago di Stige e sì con loro parole li

ricordano. Rilucono colassù nell’occhio dell’Aquila due spiriti, Traiano

e Rifeo, che furono cristiani sotto apparenza di gentili, e la loro

presenza è un rimprovero a quei cristiani che per non essere giusti o

per non aver fede resero a sè inutile il sacrificio della Croce. E

questo, delle spere di Venere, del Sole, di Marte e di Giove, è come un

paradiso medio, assegnato alle virtù, per cui esercitare l’uso della

nostra nobilissima parte che è l’animo, patisce ‛mistura alcuna’

dell’appetito, che non ha luogo nell’uso più pieno di beatitudine, che è

lo speculativo (_cfr. Conv._ IV 22). Parrebbe dunque cessasse a questo

punto la corrispondenza delle virtù premiate coi vizi puniti o purgati,

e nel cielo della giustizia fosse il contrapposto a tutti i peccati

d’ingiustizia; e così cessa e così è. Pure, formalmente, la

corrispondenza continua. Contrapposto al cerchietto e alla cornice della

violenza e dell’ira, è certo il cielo di Saturno; di Saturno, il re mite

della pace; splendore,

Che sotto il petto del Leone ardente

Raggia mo misto giù del suo valore,[62]

[62] _Par._ XXI 14 e seg.

il che è forse notato a significare che può da questo pianeta, secondo

sua congiunzione, scendere influsso di foco d’ira. A ogni modo Saturno è

l’astro degli uomini rustici e pacifici, non che dei contemplanti. E

contrapposto a Malebolge e alla cornice dell’invidia sembra il regno dei

Gemini, dal quale riconosce Dante il suo ingegno, Dante che pure nel

Purgatorio (XIII 133) professa d’aver poco offeso Dio con l’invidia. Da

quella spera delle stelle fisse volgendosi Dante con gli eterni Gemelli

abbassa gli occhi e vede

Minerva oscura Prolegomeni: la costruzione morale del poema di Dante · 第 49 / 84 题