XVII.

Poi considerai la propria ragione del ‛Loco in inferno detto Malebolge’;

e il suo esser di pietra e di color ferrigno mi ricordò la ripa e la via

della seconda cornice del Purgatorio, che si mostravano ‛Col livido

color della petraia’. Questa simiglianza non era a caso, e a me

sovveniva delle chiose dell’antico, già riportato, il quale diceva de’

simoniaci: _Sono fitti nella pietra livida; cioè nella durezza odiosa

che hanno verso il prossimo, che non hanno carità veruna_. E in altro

luogo: _Nel mondo furono duri ed ostinati come il sasso e freddi d’ogni

carità_. Queste rispondenze per altro fra gli invidi del purgatorio e i

frodolenti dell’inferno mi richiamavano a cercare in esso purgatorio

conferma per ciò che avevo concluso della superbia e lume per ciò che

venivo concludendo della invidia: conferma e lume che dovevano venirmi

da quel ragionamento Tomistico del purgatorio, che già aveva stabilito

avesse a compiere la spiegazione Aristotelica data nell’inferno. Vidi in

fatti che tra la malizia ch’odio in cielo acquista e il mal che s’ama

era una relazione evidente; poichè il fatto di malizia che si espia

nell’Inferno doveva esser preceduto da quell’amor del male, che si

sconta nel Purgatorio. Ma vedevo ancora ‛Che il mal che s’ama è del

Prossimo’, non del suo suggetto, non dell’Esser primo; e ciò poneva gran

differenza tra la malizia dell’inferno e il triforme amor del

purgatorio, sì che io potevo dubitare che tra la superbia e invidia,

quali sono dichiarate in esso purgatorio (XVII 115-120), e il tradimento

e la froda dell’inferno vi fosse la uguaglianza che doveva esserci, se

era vero ciò che io avevo creduto, che il tradimento fosse superbia e la

froda invidia. Ma il dubbio si schiariva subito al considerare che

Tomaso (2ª 2ae XXXIV 1) disputa che Dio può sì essere avuto in odio da

alcuni, non però per sè, non per certi effetti suoi che in niun modo

possono essere contrari alla volontà umana, ma per certi altri effetti

che ripugnano a una inordinata volontà, ‛sicut inflictio poenae et etiam

cohibitio peccatorum per legem divinam, quae repugnant voluntati

depravatae per peccatum’. Chiaro m’era dunque, senza necessità di più

sottili indagini e di più larghe ricerche, che nel purgatorio dove si

ama la pena inflitta da Dio e si loda la sua legge, non può essere

peccato in cui abbia parte l’odio di Dio, e che quindi nella definizione

che si fa in esso dei peccati capitali si deve attendere una differenza

con quella che si fa dei medesimi nell’inferno, poi che in questi è

l’odio di Dio, in quelli o non era o fu rimosso. E lo stesso trovavo

dell’odio di sè, poi che Tomaso dice (1ª 2ae XXIX 4) che alcuno _per

accidens_ può sì odiar sè stesso, ‛accadendo che taluni stimano di

essere massimamente ciò che sono secondo la natura corporale e

sensitiva; onde amano sè secondo ciò che stimano d’essere, ma odiano ciò

che veramente sono, mentre vogliono cose contrarie alla ragione’. Anche

questo amore di sè che è veramente un odio, io diceva non poter trovarsi

nei peccati che si piangono per le sette cornici. Con questo pensiero

leggevo la definizione del superbo:

È chi, per esser suo vicin soppresso,

Spera eccellenza; e sol per questo brama

Ch’el sia di sua grandezza in basso messo;[37]

[37] _Purg._, XVII 115 e segg.

e vedevo che questa in nulla contradiceva al concetto che della superbia

si era fatto Dante nell’inferno, come io avevo concluso che si fosse

fatto. Di vero nel purgatorio si puniva una speranza e una brama; che se

il peccatore avesse voluto tenere ciò che sperava, l’eccellenza, avrebbe

veduto il vicin da sopprimere a mano a mano collocato in maggior

grandezza fin che non si fosse trovato a fronte di Dio stesso, cui

doveva mettere in basso se voleva essere veramente il primo. Ma egli

l’abbassamento del vicino bramava soltanto; che se dalla brama fosse

passato al fatto avrebbe veduto che, non che il Prossimo, gli conveniva

odiare Dio, che proibiva nella sua legge e reprimeva con la sua pena

l’adempimento di quella brama. E l’invido in che differiva dal superbo?

Io leggeva ancora:

È chi podere, grazia, onore e fama

Teme di perder per ch’altri sormonti,

Onde s’attrista sì che il contrario ama.[38]

[38] l. c. 118 e segg.

Il superbo spera, l’invido teme: l’uno spera ciò che tener non potrebbe

se non sopraponendosi a Dio; l’altro teme di perdere ciò che ha o crede

di avere: l’uno vorrebbe essere il sommo, l’altro si contenterebbe di

restare quello che è; ma l’uno e l’altro, per adempiere la sua speranza

o cessare il suo timore, hanno il medesimo desiderio: quello brama e

questo ama, che altri discenda. Non differiscono dunque nel desiderio

del male e non differirebbero nella materia dell’azione malvagia il

superbo e l’invido; sì nel fine ultimo, che è la non concessa eccellenza

nell’uno, per il quale terminerebbe con l’opporsi a Dio stesso; e il

podere e gli altri umani possedimenti nell’altro, per i quali egli si

trova solo con uomini in contrasto. E l’invido teme di perder e

s’attrista, e perciò scendendo all’atto sarebbe guardingo e coperto e

ricorrerebbe all’inganno e sarebbe fraudolento; mentre il superbo,

passando anch’esso al fatto, potrebbe bensì andare per vie coperte al

suo fine, ma non sarebbe meno fraudolento anche non andando per esse,

perchè il suo fine dovrebbe essere di sopprimere quello che gli è

legittimamente superiore per il benefizio che gli fece. Dalle

definizioni del purgatorio era dunque confermato ciò che avevo concluso

della superbia, e lumeggiato ciò che venivo concludendo della invidia

nell’inferno: che la superbia era punita col nome di tradimento o di

frode in chi si fida nella Ghiaccia, e la invidia, col nome di frode in

quei che fidanza non imborsa, in Malebolge; e che se l’una è contro le

due parti di _Iustitia_ dette _Religio_ e _Pietas_, l’altra è contro la

_Iustitia communiter dicta_. In vero questa è tra uguali, come l’invidia

che la offende non può essere che tra pari.

Minerva oscura Prolegomeni: la costruzione morale del poema di Dante · 第 30 / 84 题