XVI.

Sì: Gerione è l’invidia infernale, che fu cagione di tutti i mali al

genere umano: più cercavo ne le valli di Malebolge e più me ne

convincevo. Già la prima di esse cerchiava quelli che con segni e con

parole ornate rinnovarono con Eva l’inganno del serpente biblico; e la

seconda quelli che, come esso serpente, ebbero la lingua pronta sempre

alle lusinghe: quelli insomma, l’una e l’altra, che nel far male al loro

Prossimo usarono le stesse arti del primo Tentatore. Nella terza bolgia

vedevo i simoniaci; e non è a dire come sul principio io divenissi

perplesso a credere invidiosi quelli che adulterano per oro e per

argento le cose di Dio. In ciò è, dicevo, avarizia, empietà o che so io,

non invidia. Ma Dante stesso mi rassicurava sulla vera natura del

peccato di simonia:

... la vostra avarizia il mondo attrista

Calcando i buoni e sollevando i pravi.

Il mondo attrista; cioè danneggia il genere umano, a cui volete male, a

cui invidiate il bene, come già Satana; calcando i buoni, cioè facendo

quello che l’invido fa, il quale, come spesso noi vediamo, nessun male

crede poter fare più grande al buono e al valente, che esaltare sopra

lui il malvagio e l’inetto. Si tratta, io soggiungeva leggendo in

Agostino (_Civ. Dei_ XV, 5), di quella _invidentia_ diabolica, per la

quale i pravi invidiano i buoni, per nessun’altra ragione se non che

quelli sono buoni ed essi pravi. Anche il peccato di simonia io

concludeva dunque essere invidia, e l’avarizia dei venditori delle cose

divine intendeva essere altro che il mal dare e mal tener della quarta

lacca. Nè gli altri peccatori di Malebolge mi parevano contrastare al

concetto generale dell’invidia, che è mal vedere il bene del Prossimo, o

al significato del primo peccato di invidia, commesso da Lucifero a

sventura del genere umano: nè gl’indovini, che non vedono dinanzi più

che Satana quando diceva. Sarete come Iddii; nè quelli che falsificarono

sè in altrui forma, come Satana che si mutò in serpente; nè i falsi che

hanno il principal vizio del diavolo che è bugiardo e padre di menzogna;

nè i seminator di scandalo e di scisma che imitarono il Nemico che fu

autore della separazione degli uomini da Dio; nè gli ipocriti tristi

(aggiunto, questo, proprio degl’invidi) che, sotto color di bene, gente

dipinta, come la figura che benigna avea di fuor la pelle, fecero il

male; gli ipocriti che, come dice S. Gregorio (_Mor._ VIII 34) ‛laudari

de inchoata iustitia appetunt, praeesse ceteris etiam melioribus

concupiscunt’; nè i ladri che si trasformano in serpenti, nè i

barattieri, nè i pravi consiglieri. E non mancavano altri indizi, messi

qua e là ad ammonire il lettore che Malebolge è il regno dell’invidia.

Papa Niccolò storce i piedi, quando apprende che non è Bonifazio quello

che con tanta sua gioia credeva venuto anzi tempo in inferno: ‛Sei tu

già costì ritto, Sei tu già costì ritto?’ E così tutti questi dannati

sono ossessi dall’invidia: i due frati godenti,

Quando fur giunti, assai con l’occhio bieco

Mi rimiraron senza far parola:

Poi si volsero in sè e dicean seco:

“Costui par vivo all’atto della gola;

E s’ei son morti, per qual privilegio

Vanno scoperti della grave stola?„;[34]

[34] _Inf._ XXIII 85 e segg.

e Maestro Adamo:

O voi, che senza alcuna pena siete,

E non so io perchè...[35]

[35] _Inf._ XXX 58 e seg.

I dannati par che si dolgano che gli altri non soffrano abbastanza, sì

che gran parte di lor martoro è data dai compagni di pena, come a

Caifas, che deve sentire ‛Qualunque passa com’ei pesa pria’. E così i

ladri l’uno muta e tramuta l’altro: ‛io vo’ che Buoso corra, Com’ho

fatt’io, carpon per questo calle’; e così le due ombre smorte e nude

corrono mordendo, come porci; e così rissano Mastro Adamo e Sinone,

compiacendosi l’uno della maggior pena e maggior peccato dell’altro.

Rissano persino due diavoli, Alichino e Calcabrina, dei quali questo era

invaghito ‛Che quei campasse (ossia che succedesse un male, un

disordine) per aver la zuffa’: il qual desiderio è come nota precipua

dell’invidia. E quasi a suggellare il tutto, a Dante che piange in

vedere il pianto degl’indovini, dice rimbrottando Virgilio:

ancor se’ tu degli altri sciocchi?

Qui vive la pietà quando è ben morta.[36]

[36] _Inf._ XXVII e seg.

Le quali parole più che in generale ai dannati dell’Inferno, si

riferiscono in particolare a quelli che operarono contro la carità,

ossia agli invidi, per i quali non aver carità, è mostrare ossequio alla

carità che essi offesero.

Minerva oscura Prolegomeni: la costruzione morale del poema di Dante · 第 29 / 84 题