Egli non è lo scolare, che narrando come imparasse, chiarisca gli stadii
del suo tirocinio con la luce, che solo al termine della lunga
disciplina glielo illustrò; ma il discente, che volendo che gli altri
imparino come esso, non nasconde il suo graduale passare dall’ignoranza
alla scienza. Non è quel pellegrino che narra il suo viaggio come chi,
dopo lungo incerto errare nell’ombra e nella penombra vide poi chiara a
giorno fatto la via non veduta bene quando la percorreva nella notte e
all’alba, e la descrive altrui quale la scorse al sole e non quale la
intravide al buio o nella caligine; ma come chi guidando per un cammino
già trito da lui un altro uomo nuovo di quello, voglia lasciargli
provare tutti i dubbi e gli sconforti della via, per non menomargli la
gioia del giungere, dopo aver brancolato; cioè di scoprire, dopo aver
ignorato. Egli si mostra sin da principio, scolare diffidente e
pellegrino timoroso. L’esito del viaggio e dell’insegnamento non fa sì
che egli, nel raccontare, ci nasconda tale timore e diffidenza.
Dante s’abbandona subito del venire, dove Virgilio gli ha detto di
menarlo, solo per fuggire il male della lupa, e ‛peggio’; ma appena
mosso con lui, disvuol ciò che volle, e Virgilio, per guarirlo della sua
viltate e della sua tema (il linguaggio di Dante avrebbe fatto solo
credere a una ispirazione di modestia), gli narra perchè venne,
minutamente riferendogli non solo che ne fu pregato da Beatrice, ma che
Beatrice fu mossa da Lucia e Lucia dalla Donna Gentile:
Dunque che è? perchè, perchè ristai?
Perchè tanta viltà nel core allette?
Perchè ardire e franchezza non hai?
Poscia che tai tre donne benedette
Curan di te nella corte del cielo,
E il mio parlar tanto ben t’impromette?[9]
[9] _Inf._ II 121 e segg.
La virtù stanca di Dante si rinvigorisce, l’ardire gli corre al cuore;
ma è solo la menzione delle tre donne benedette che lo fa tornare nel
suo primo proposito. O non bastava dunque il ‛parlare’ di quello che di
lì a poco egli chiama duca, signore e maestro? No: non bastava più,
appena Dante fu libero del pericolo imminente. E perchè? pare che il
perchè sia incluso nella preghiera volta al poeta:
Poeta, io ti richieggio
Per quello Dio, che tu non conoscesti.[10]
[10] _Inf._ I 180 e seg.
Dante medita, certo, il fatto, che quegli che gli si offre a salvatore,
non conobbe il vero Iddio; sa però che egli è (mi si perdoni
l’espressione) l’Evangelista degli atti di Enea e delle geste di Roma, e
ha narrato della discesa di Enea. Ma diffida, diffida:
_Tu dici_, che di Silvio lo parente,
Corruttibile ancora, ad immortale
Secolo andò, e fu sensibilmente.[11]
[11] _Inf._ II 18 e segg.
Con quanto maggiore asseveranza dice continuando:
_Andovvi_ poi lo Vas d’elezione![12]
[12] l. c. 28.
Nell’effetto di questi due straordinari fatti Dante trova motivo a
crederli come giustificati così veri; e chi conosce il poeta, sa che
l’effetto del primo non doveva parergli minore del secondo: tuttavia,
nella sua finzione poetica, non mostra certo con la frase attenuata ‛Non
pare indegno ad uomo d’intelletto’ e con la parentesi ‛A voler dir lo
vero’, quella sicurezza che ha dicendo:
Per recarne conforto a quella fede
Ch’è principio alla via di salvazione.[13]
[13] l. c. 29 e segg.
Nè sfugga che dopo il primo grido ‛Per quello Iddio che tu non
conoscesti’, ora che parla dietro la meditazione della paura e del
dubbio, non pronunzia più il proprio nome di Dio, ma circoscrive o
accenna: ‛l’avversario d’ogni male’, ‛altri’. Però, alle ‛parole’ di
Virgilio, ora che echeggiano altre ‛vere parole’, crede più che al
‛parlare’ di prima; e ogni dubbio o timore è svanito. Per sempre?
Tutt’altro. ‛Sospetto’ e ‛viltà’ mostra subito all’ingresso
dell’inferno, e ha bisogno del ‛lieto volto’ del maestro per
riconfortarsi. Ma il volto non è sempre lieto; basta che diventi smorto
per pietà, perchè Dante (che noi vediamo sempre fisso nel duca) esiti a
scendere:
Come verrò, se tu paventi
Che suoli al mio dubbiare esser conforto?[14]
[14] _Inf._ IV 17.
La persuasione dunque ispiratagli dalle parole di Virgilio, le quali
sono eco delle parole di Beatrice, non dura salda e immutabile e ha
bisogno di sempre nuove conferme.
E nel secondo cerchio ha subito di che alimentare la sua coperta
diffidenza, nelle parole di Minos: